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Full text of "Giornale Arcadico di Scienze / Lettere ed Arti"

iiiiiii®®i 



GIORNALE 



DI SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

TOMO XIII 
DELLA NUOVA SERIE 




ROMA 
Tipografia delle Belle Arti 

1859 

Piazza Poli num. 91 dentro il Palazzo. 









i^.nq^ 



GIORNALE 



DI 

SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

TOMO CLIX 

DELLA NUOVA SERIE 

XIII 

GENNAIO E FEBBRAIO 
1859 






ROMA 

TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 
1859 



DIRETTORE DEL GIORNALE 

Commendatore PIETRO ERCOLE VISCONTI, commissario del- 
le antichità romane , presidente del collegio filologico e 
professore di archeologia nell'università, presidente ono- 
rario del museo capitolino , segretario perpetuo e socio 
ordinario della pontifìcia accademia di archeologia, mem- 
bro della commissione consultiva di antichità e belle arti 
presso il ministero del commercio e belle arti, e di quella 
di archeologia sacra, corrispondente dell'imperiale istituto 
di Francia ec. 

COMPILATORI 

BETTI cav. SALVATORE , presidente della pontificia acca- 
demia di archeologia, professore di storia e mitologia e 
segretario perpetuo dell'insigne e pontificia accademia di 
san Luca , membro del collegio filologico dell' università 
romana, e della commissione governativa deputata al pre- 
mio delle opere teatrali, accademico della crusca. 

BORGHESI cav. BARTOLOMEO , accademico della crusca , 
corrispondente della pontificia accademia romana di ar- 
cheologia e dell'imperiale istituto di Francia, membro delle 
RR. accadèmie delle scienze di Berlino, Torino ec. 

MAGGIORANI dott. CARLO , membro del collegio medico- 
chirurgico e professore di medicina politico-legale nel- 
l'università romana, socio ordinario della pontificia acca- 
demia dei nuovi lincei. 

POLETTI coni. LUIGI, consigliere e professore di architettura 
teorica nell'insigne e pontificia accademia di s. Luca, in- 
gegnere ispettore del consiglio d'arte, professore onorario 
della R. accademia delle belle arti di Modena, architetto 
direttore della riedificazione della basilica di s. Paolo , 
consigliere della commissione consultiva di antichità e belle 
arti presso il ministero del commercio e belle arti, aggre- 
gato architetto al collegio filosofico dell'università romana, 
socio ordinario della pontificia accademia di archeologia. 

Pietro Biolcuini 
Segretario 



IV 

ONORARI 

CA.RPI cav. PIETRO, professore di mineralogia, membro del 
collegio medico-chirurgico e direttore del gabinetto mine- 
ralogico dell'università romana, socio ordinario della pon- 
tificia accademia de' nuovi lincei. 

DE-CROLLIS cav. DOMENICO, presidente del consiglio sani- 
tario militare, professore di medicina clinica nell'univer- 
sità romana. 

GERARDI dott. FILIPPO. 

COLLABORATORI 

ANGELINI padre Antonio, della compagnia di Gesù, profes- 
sore nel collegio romano, consultore della sacra congre- 
gazione dell'indice, in Roma. 

BARTOLINI monsignor Domenico, uditore della segnatura di 
giustizia, consultore delle sacre congregazioni dell'indice 
e delle sacre indulgenze e reliquie, membro della com- 
missione di archeologia sacra, socio ordinario e censore 
della pontificia accademia di archeologia, in Roma. 

BELLONI dott. Pio, medico, in Roma. 

BELLUCCI Giuseppe, a Cervia. 

BTANCniNI Antonio, in Roma. 

BIOLCIIINI Pietro, segretario del giornale, in Roma. 

BONCOMPAGNI S. E. don Baldassare, socio ordinario della 
pontificia accademia de' nuovi lincei e di quella di archeo- 
logia, in Roma. 

BORGOGNO padre don Tommaso, somasco, professore nel col- 
legio dementino, in Roma. 

BRIGIIENTI cav. Maurizio , ingegnere ispettore emerito , a 
Rimini. 

BUSTELLI Giuseppe, in Roma. 

CAPOZZI Francesco, a Firenze. 

CATALANI dolt. Vincenzo, medico, in Roma. 



V 

CHELINl padre Domenico, delle scuole pie, professore nel- 
l'università, a Bologna. 

CHIMENS doti. Baldassare, medico, in Roma, 

CIALDl commendatore Alessandro , socio onorario dell'acca- 
demia de' nuovi lincei, in Roma. 

CICCONETTI avv. Felice, giureconsulto, in Roma. 

COPPI ab. cav. Antonio, segretario del pontificio istituto agra- 
rio, socio ordinario delle pontificie accademie di archeo- 
logia e de' nuovi lincei, in Roma. 

DE RIGNANO padre Antonio, ex-procuratore generale de'mi- 
nori osservanti, consultore delle sacre congregazioni del 
sant'uffizio e dell'indice , esaminatore de' vescovi , socio 
onorario della pontificia accademia d'archeologia, in Roma. 

DE-FERRARI padre maestro Giacinto , dell'ordine de' predi- 
catori, commissario generale del sant'uffizio , consultore 
delle sacre congregazioni dell'indice, dei vescovi e rego- 
lari, di propaganda e del concilio, socio ordinario e cen- 
sore della pontificia accademia di archeologia, in Roma. 

DE-MINICIS avv. Gaetano, corrispondente della pontificia ac- 
cademia romana di archeologia, a Fermo. 

DE-ROSSI cav. Giambattista , membro del collegio filologico 
dell'università, scrittore di lingua latina nella biblioteca 
vaticana , membro della commissione consultiva d' anti- 
chità e belle arti e di quella di archeologia sacra, socio 
ordinario e censore della pontificia accademia di archeo- 
logia, in Roma. 

DIONIGI ORFEI contessa Enrica, in Roma. 

FARI de' conti MONTANI monsignor Francesco, cameriere se- 
greto soprannumerario di Sua Santità, canonico della pa- 
triarcale basilica di s. Maria maggiore , consultore delle 
sacre congregazioni dell'indice e di propaganda fide, mem- 
bro del collegio teologico della università fiorentina, socio 
onorario della pontificia accademia di archeologia, in Roma. 

FERRUCCI cav. Luigi Crisostomo, bibliotecario laurenziano e 
marucelliano , socio corrispondente della pontificia acca- 
demia romana di archeologia, a Firenze. 



VI 

FERRUCCI cav. Michele, professore e bibliotecario dell'univer- 
sità, a Pisa. 

FIORINI MAZZANTI Elisabetta , socia ordinaria della ponti- 
ficia accademia de' nuovi lincei, in Roma. 

FOLCHI commendatore Clemente, architetto di Sua Santità, 
consigliere dell'insigne e pontificia accademia di S. Luca, 
ingegnere ispettore emerito membro del consiglio d'arte, 
aggregato ingegnere al collegio filosofico della università 
romana, socio ordinario della pontificia accademia di ar- 
cheologia, consigliere della commissione consultiva di an- 
tichità e belle arti presso il ministero del commercio e 
belle arti, in Roma. 

FRANCESCHI FERRUCCI Caterina, a Pisa. 

GIACOLETTI padre Giuseppe, delle scuole pie, a Pesaro. 

GIULIANI padre don Giambattista , somasco , professore di 
eloquenza sacra nell'università, a Genova. 

GORI prof. Fabio, in Roma. 

GRIFI cav. Luigi, segretario generale del ministero del com- 
mercio, belle arti ec, socio ordinario e conservatore per- 
petuo dell'archivio della pontificia accademia di archeo- 
logia, in Roma. 

MARCHI padre Giuseppe, della compagnia di Gesù , consul- 
tore della sacra congregazione delle indulgenze e sacre re- 
liquie, membro del collegio filologico dell'uuiversità e della 
commissione di archeologia sacra , socio ordinario della 
pontificia accademia di archeologia, in Roma. 

MASETTI monsignor Celestino, professore, a Fano. 

MERCURI Filippo, in Roma. 

MONTANARI Giuseppe Ignazio, professore, a Osimo. 

NARDUCCI Enrico, in Roma. 

PERETTI Pietro, professore emerito di farmacia nell'univer- 
sità, in Roma. 

PIANCIANI padre Giambattista , della compagnia di Gesù , 
presidente del collegio filosofico dell'università, socio or- 
dinario della pontificia accademia de'uuovi lincei, in Roma. 

PONZI Giuseppe , professore d'anatomia e fisiologia compa- 



VH 

rata nell'università, socio ordinario della pontificia acca- 
demia de' nuovi lincei, in Roma. 

PUCCINOTTl cav. Francesco, professore nella università, ac- 
cademico della crusca, a Pisa. 

RÀMBELLl Gio. Francesco, professore, a Persicelo. 

RANGHIASCI-BRANCALEONI marchese Francesco, a Gubbio. 

RAVIOLI cav. Camillo, in Roma. 

RICCI marchese cav. Amico, a Bologna. 

SASSOLI avv. Enrico, membro del collegio filologico dell'uni- 
versità, a Bologna, 

SPEZI Giuseppe, membro del collegio filologico e professore 
di lingua greca nella università romana, socio ordinario 
della pontificia accademia di archeologia, in Roma. 

TORTOLINI ab. Barnaba, membro del collegio filosofico e pro- 
fessore di calcolo sublime nella università, professore di 
fisica matematica nel collegio urbano di propaganda e nel 
seminario romano, socio ordinario della pontificia acca- 
demia de' nuovi lincei, in Roma. 

VANZOLINI Giuliano, a Pesaro. 

VERCELLÒNE padre don Carlo, procuratore generale de'chie- 
rici regolari di san Paolo, consultore della sacra congre- 
gazione dell'indice, socio ordinario e censore della pon- 
tificia accademia di archeologia, in Roma. 

VESCOVALI cav. Luigi, socio ordinario della pontificia acca- 
demia di archeologia, in Roma. 

VISCONTI cav. Carlo Lodovico, coadiutore al commissario 
delle antichità,segretario generale dell'insigne congrega- 
zione artistica de'virtuosi al Panteon, socio ordinario della 
pontificia accademia di archeologia, in Roma. 
VOLPICELLI cav. Paolo , membro del collegio filosofico e 
professore di fisica sperimentale nella università, direttore 
del gabinetto fisico, segretario della pontificia accademia > 
dei nuovi lincei, in Roma. 
ZANELLI canonico Domenico, direttore del giornale politico, 
socio onorario della pontificia accademia di archeologia, 
in Roma. 



Sul moderno litiguaggio della Toscana. Lettere di 
Giambattista Giuliani somasco. Seconda serie. 

I. 

AL CAV. SALVATORE BETTI 

Segretario dell'Accademia di S. Luca in Roma. 
Sanmai'cello, il luglio 1858. 



Ija lettera, onde vi piacque di crescermi la delizia 
di questo soggiorno , mi fu carissima , perchè mi 
rende una chiara immagine della vostra bontà , e 
m'assicura della benevolenza, di che voi non ces- 
sate di rallegrarmi la vita. Ed io ricordo sempre 
gli eccitamenti e i consigli che amoroso porgeste 
al mio timido ingegno , né ho parole per ringra- 
ziarvenc in degna maniera : sì mi contento della 
gratitudine che vi tiene ognora presente al mio cuore. 
Né m' era punto dubbio che a voi , maestro delle 
pili fine eleganze, non dovessei'o gradire i saggi del 
fiorito linguaggio che a sé or tutto mi richiama. 
Certo che io non l'ascolto mai , senza invidiare ai 
toscani la facoltà grande, che ottengono da natura, 
a ottimamente discorrere dove il talento li guida. 
Or chi potrebbe avanzarli , trattando di cose ru- 
sticali? 1 libri a ciò non aiutano, siccome fa il po- 
polo con la sua virtuosa e animata favella. Dal quale 
G.A.T.CLVIX. 1 



2 

fluiscono incessanti le parole tutte proprie della 
mente; tanto son belle per il suono e '1 significato 
e per essere una evidente rappresentazione delle 
cose. Se io n'avessi sortito Tinclinazione e non mi 
mancasse la scienza conveniente, forse che mi ba- 
sterebbe r animo di prendere da questi montanini 
lingua e stile per iscrivere d'agricoltura nella forma 
più dicevole ed esemplare. 

Vo'darvene una prova manifesta e fuori d'ogni 
contrasto , e son di credere che voi stesso ne fa- 
rete le meraviglie. Guardate un po' ghiribizzo che 
m'è girato pel capo! Nientemeno, ch'io ho voluto 
compilar un trattato Della coltivazioìie de'castagni ; 
e si me ne sono spedito subito e con leggera fatica. 
Giacché, disegnato che l'ebbi per capitoli formati a 
brevissime interrogazioni , di queste non altronde 
mi procurai risposta, se non dagli esperti e ama- 
bili contadini, che sovente mi traggono a veglia con 
loro. Ed il raccolto sovrabbondava all'uopo ; ond'è 
che mi diede agevolezza ad eleggerne il fiore e di- 
sporlo in ordine di dottrina- Soltanto mi presi li- 
cenza di frammettere qua e colà alcuna particella, 
non perchè la stimassi necessaria a supplire le omes- 
se dimande, sì bene per rendere il discorso meglio 
unito e di piij chiarezza. Non però credetti di dover 
appieno conformare lo scritto alla pronunzia : che 
mi sarebbe per poco impossibile, oltre che non im- 
porla al mio proposito. Poi sembra a medi rispettar 
il vero,]anche se mi permetto di sostituire tiiUavitty 
■paese, conoscere, gioia, in luogo di tavia, pavese, co- 
gnoscere, gioglia, e va dicendo col volgo. M'ingegnerò 
peraltro di raffigurare intero il suono di quo' vo- 



3 

caboli, che oggidì variano negli scritti , ma si ri- 
scontrano del tutto eguali presso gli antichi nostri 
autori. Anche per la docilità pronta al consiglio di 
valentuomini, avrei prescelto la forma del dialogo; 
se non che , smessa ogni arte lusingatrice de' let- 
tori, mi parve di concedere alla verità che si rac- 
comandasse di per se medesima, semplice e nuda. 
La buona gente, cui io rileggeva lo scritto, che mai 
non s'accorsero d'avermi dettato , si tenevan con- 
tente d'approvarmelo con dir libero e schietto: sia 
bene, gli è proprio così; oh bellal quesCè il modo che 
fra noi si costuma ; e' si vede che tulio '/ mondo è 
paese. 

Comunque i costoro giudizi mirassero pur alle 
cose e niente al modo che eran dette, io molto ne 
godeva , persuadendomi che solo mediante il lor 
preciso linguaggio ei m'avessero compreso. Del resto 
hanno essi l'abito, non la coscienza, del bene par- 
lare; tanto che invitati a ripetersi, facile vi corri- 
spondono in frasi diverse alle prime , dove sempre 
sospettano di qualche abbaglio. Or volentieri inten- 
derò da voi, savio amico, se per vivacità, energia 
e robustezza nell' esprimere ciò che sanno , questi 
generosi uomini della montagna debbano temere il 
paragone di Pier Vettori, del Soderini, anzi dell'u- 
nico Davanzali. Troppo selvaggia bellezza veramente 
io v'offro a contemplare ; ma com' è sì ingenua e 
d'un soave attraimcnto, saprà mostrarsi graziosa a 
chi negli squisiti lavori dell'arte si assuefece a ri- 
trarre e vie più amar la natura- Addio. Vi riserbi 
il cielo all'onore d'Italia. 



Della coltivazione de'castagni 

secondo Vespresse parole de' montanini 

del Pistoiese. 

Puntazione oc'castacnf, vivaio, innesto. 

Il castagno è un frutto che vien quasimente da 
se (1); non ha mestiero di molla lavorazione. Delle 
castagne, quando si raccattano [raccolgono], ne resta 
sempre qualcuna disparte; nascono poi de'piantoni, 
si sbarbano e ripiantano. Se ne fa de'vivai, e se il 
terreno gli dice, i novelli mettono bene. Ma è da 
tenerli riguardati dalle bestie che li offendono: quel 
morso gli è un veleno. Dopo du'o tre anni vigori- 
sce la gioventù [i novelli), che se ne rifanno le selve. 
Nel piantarli s'ha da por mente la condizione della 
terra, vedere la qualità enno i castagni; bisogna poi 
fare a modo che possano pigliar aria e venir su 
prosperi e gagliardi. Si fa una buca un po'fonda, e 
vi si pianta il castagnuolo colle, barbe, si rincalza e 
riempie di terra buona. La terra meglio è la sta- 
gnola [del color dello stagno) : ma dov'è più sasso 
che terra, vengon tardo e fruttano pochino i casta- 
gni : vogliono il sasso dolce ; se è sasso forte , lo 
sdegnano. Reggono al piano come al poggio; vege- 
tano molto ne'luoghi freschi; in altura calda gli si 
dà pili grasso , un po'di terriccio , ma la castagna 
vien meglio granita Bisognano molte diligenze per 
avviarli bene i castagni: e chi non l'adopera, ò caso 
che veggia le selve in rigoglio: il più restano mor- 
tificate. 



5 

I piantoni vengono tuttavia silvani, e coll'ìnnosto 
si riducono a domestico. Tutti s'hanno d'annestare i 
castagni. Noi s'annesta a bucciuolo o anello; si storce 
il ramo domestico, poi si taglia per cavarne l'anello 
che s'adatta sul novello silvano : se combaciano e 
son fasciati a buon modo, la ferita risarcisce presto. 
L'umore dell'anello domestico ricola un pochino e 
s'immette nel ramo silvano e l'addimestichisce. Ma 
bisogna che l'anello vada per l'appunto; se è troppo 
stretto, non corre; se è lento, non s'accosta e non 
prova. Quando l'occhiolino del piantone domestico 
si confronta coll'altro silvano, che s'impone in sul- 
l'altro (2), allora è meglio; l'innesto va a perfezione; 
di cento non ne falliscono due. Un vecchio mi con- 
segnò questo segreto, e quante volte l'operai, tante 
mi disse bene (*)• 

Importa peraltro di pigliare il suo tempo e che 
la stagione vadia in favore. Come non è preso al 
suo punto e la stagione s'inasprisce , il bocciolino 
si perde, che non s'attacca. Badi, se l'uno o l'altro 
[dé'rami da cui si leva e dove si riporta V innesto) 
non è in succhio, l'innesto non fa presa. A volte non 
riesce, perchè non s'ha pratichezza [nel fare Vinne- 
sio): ci vuol anche passione: come non si piglia pas- 
sione a un lavoro, non viene bene ninna cosa. 

Se scoppia un tallo a pie d'un novello insetato 
[annestato), si leva: che porterebbe via della forza , 
sperderebbe l'umore della pianticina. L'innesto vuol 
essere fatto a occhio vivo [che sia chiuso): di set- 
tèmbre s'annesta a occhio morto, ma non è buono 
insetamesto, e non prova in quell'anno. Han de'ca- 
prìcoi anco le piante : e chi ne capisce nulla ? È 



6 

come noi cristiani, 'na cosa fatta oggi, torna; do- 
mani , non più alla diascola; tutto a tempo ; se 
no, male. 

Quassù. i castagni vengon di tutte sorta, silvani, 
pastiflesi, cai'pinesi. Marroni se n'ha pochi da noi: 
in Casentino è il luogo loro. Se la stagione corre 
di buon filo, i carpinesi si caricano di più, ma son 
difficoltosi al caldo {reggon male): il diacciore non lì 
fa tanto male: lo comportano ragionevole. 

Ripulitura de'caslagnii scamozzalura, 
scapezzatura^ cataste. 

Bisogna scattivarli i castagni, levarli di dosso ì 
rami bruschi, seccaioli, morti, che trattengono gli 
altri dal frutto. La ripulitura il meglio è di verno, 
che non gira l'umore della pianta, la buccia si tien 
serrata al legno e non si perde nulla. Di marzo, 
quando la pianta è in sul muovere , indebolisce a 
ripulirla : e se più in là , c'è pericolo che finisca. 
Si pareggiano i rami, perchè il sugo corra ben re- 
golato; e crescono che è una bellezza. Ci vuol oc- 
chio per ripulirli a modo i castagni, se non gli si 
toglie quel seccume della pianta , i polloni non si 
spiegano e non sfondano: poi vien su qualche ramo 
non bene attaccato , e si scoscia appena un ci va 
sopra col piede. Il sucidume dà affanno alla pianta 
e la sfrutta, se non gli si leva di dosso (3). Si la- 
sciano i rami che han più verde , il meglio della 
pianta , e fanno una cacciata [messa] lunga , bella 
assai. La ripulitura li rifa giovani i castagni , che 
tornan lieti, vengono più forti a produrre. Non im- 



7 
porta che le piante abbiano di molta frasca: si leva 
più roba da una pianta che non è ammagliata [or- 
nata di molte frasche). 

Quando poi un castagno comincia a perdere, che 
si vuota e invecchia, compariscono de'novelli a piede 
e gli piglian l'umore: allora o si taglia a piana terra, 
o si scamozza. Se il castagno lo scapezzate giovane, 
tanto si rifa: ma come lo scapezzato grosso, gli si 
fa male a'piedi e non può bastare {durare). Piuttosto 
che il dimozzo, torna prendere de'polloni al piede, 
tagliarli fra due terre. Nello scapezzo non s'è avver- 
tito questo danno, che le piante si vanno a perdere 
presto. Meglio è aver la gioveatù al piede: se no, la 
pianta non ha vigore da reggere. 

Quelli de'castagni che si taglian fra due terre , 
pareggiati a terra rimettono che bastano eterno , 
in secolo de'secoli (4). Una selva ancor vergine, che 
non sia mai stata messa al taglio, è da rifarla, ta- 
gliendola a' piedi , anco se avesse ducent' anni. Le 
selve rade portano di più frutto. I vecchi antichi 
le tenevan rade le selve; a'tempi d'oggi non si co- 
stuma più tanto , e non si pensa che molta selva 
dà poco di castagne- Dove c'è troppe piante, che vi 
son fitte, non gira l'alimento per tutte. Si scamoz- 
zano a mezz'aria i castagni, o'n sulla vetta, o anco 
pari a terra (a piana terra), secondo che porta la 
seccatura (o seccagione) de' rami : se non dan più 
frutto, si recidono. Ildimozzo, se non è fatto a re- 
gola, dopo un par d'anni le piante un pò di vento 
le sfianca: ponno ringiovanire co'novelli che rimet- 
tono al piede. 



8 
Nel ripulir i castagni si fii di molto legname da 
bruciare; serve anco a farne delle capanne, de'tetti, 
ciocchi da seccar le castagne, mille lavori. Vede là 
quelle calaste? è tutto legno della ripulitura. Ma le 
cataste l'è una bellezza a vederle, quando si dimozza 
una selva, che s'abbattono le piante maggiori; se ne 
fanno delle cataste spropositate, erte erte che l'oc- 
chio manco può arrivare la cima. A questi anni 
scomparvero delle selve: si vuol fare tutto un gua- 
dagno: ma si fa allegrezza un anno, e poi si piange: 
non e' è più selve , né roba e danari- Tutti se ne 
soffre , perchè lagliate le crine dei monti , adesso 
passa il vento tanto crudele , che non e' è tratte- 
nenza; siam dirimpetto all'Apennino, e i venti qui 
possono di molto: ci rimangon di casa- Noi poveri 
si trema a ogn'ora; e'si sa, chi ha poco pane, pare 
che un soffio se l'abbia a portar via. 

Fioritura de" castagni, carcloy spiccolatura 
delle foglie. 

Di maggio non si toccano pili le selve, perchè 
s'avvia la fioritura e vien fuori il cardino (5), che 
scoppia come un bocciuolo di rosa al caldo sole. 
Unguanno e' è una buona provvisione di cardini , 
se vengono in acquisto. Come la stagione li ac- 
compagni , che abbiano luogo a prender l'anima , 
e' se ne spera una dovizia; 'na raccolta in abbon- 
danza, speriamo (6). 

Sfiorito il castagno, spunta il cardino. Se il cardo 
s'inanimisce, si ha più speranza del frutto: ma se 
non la prende l'anima, vuol dire che è vuoto, rie- 



a 

sce a nulla. Qui corre il dettato: « Quel che fa mag- 
gio , fa settembre »: perchè quando sfioriscono a 
tempo, i castagni noi insegnano la buona raccolta. 
Enno gelose le castagne , vogliono certi tempetti 
regolati, proprio lì lì, per l'appunto. Ma se il mag- 
gio infilano delle brutte giornate, burrascose, troppe 
piogge , ventacci , allora si sta molto impensieriti 
della raccolta: anco che risponda, l'è tuttavia una 
piccolezza. L'anima adesso non l'hanno ancor presa 
i cardini; come non siamo a Santa Maria {il dì delV 
Assunta) la castagna non è in anima. Se i tempi 
vanno ragionevoli, il proverbio non falla: « A san 
Vito {il 15 di giugno) il castagno incardito; a Santa 
Maria, inanimito )>. 

Tra '1 luglio e il settembre si va per le selve 
a far la frasca: se ne portano in capanna de' fasci 
spropositati. Poi la gente di casa tutti corrono a 
spiccolare le foglie da porre in serbo pel verno : 
s'usano quando si cuoce i necci {pane di castagne). 
L'è una allegrezza que' giorni, si canta, si va sal- 
tando pe' campi delle selve. Anni passati si portava 
anco in giro la fiasca : torni {mi dicevano) '1 set- 
tembre alla spiccolatura delle foglie, venga a veglia 
e vedrà la bella festa: da contadini , si sa. Basta 
che la furia de' tempi non sciupi ogni cosa. 

Danni de' castagni^ venti, brina, bruscello, seccareccitty 
grandine, bruchi, topi. 

Venne un grosso vento che stror>cò de' casta- 
gni: oh, che puoi essere ? 'na quindicina di giorni. 
Anche ier l'altro soffiò una ventata che diede alle 



10 

macchie (su pe' boschi), ma non prese le nostre selve: 
tutti eiamo [eravamo) in paura: poi rovinò un'acqua, 
che parca un subisso (7). La troppa frasca non fa 
buono a'castagni : un albero con tanto fogliame è 
come un ombrello; gii dà il vento e lo fracassa. 

Vede que' castagni, son rossi, enno come arsi; 
la buffiera li flagellò dal cimolo a' piedi. Il vento 
libeccio annebbia i castagni, li avvampa: porta più 
cattivezza [più danno), invelenisce di mollo, guasta 
ogni cosa, grani, castagne, roba nera {lenticchie, fa- 
ve ecc.); è piìi tanto forte degli altri venti. L'ab- 
biam per dettato « A vento libeccio, né pane né 
neccio »• Spariscono le castagne , non si sa dove 
vanno , cascano vizze , morte. Come vengon delle 
temperate [rinfrescale d'acqua) è buono a' castagni; 
ma se il vento li abbocca , le castagne cascano a 
vendetta. Il meglio vento è la tramontana: non gua- 
sta mai, rimena sempre abbondanza. « Tramontana 
pane e vino alla Toscana »: si dice per lutto in pro- 
verbio: ed è la sperimentazione che lo insegna. 

A volte la brinata fa restare i castagni; rovina 
la fioritura e '1 frutto. I castagni amano pioggia e 
caldo , non li vogliono i mezzi tempi. Han paura 
del freddo: una brinata tra l'aprile e il maggio basta 
a riarderli. Se poi viene il bruscello, che la piog- 
gia resti diacciata sui rami, le castagne son belle 
e perdute : quelle piogge ghiacciate mortificano il 
frutto, son la peggio maledizione per i poveri con- 
tadini. Gesù ce se scampi- 

Anco la seccareccia, l'alidore , fa danno a' ca- 
stagni. Ogni tanto una rinfrescata è il meglio che 
li tocchi. Il caldo tanto delle volte vien fuori tempo: 



Il 

di settembre fa seccare il cardo. « Settembre toglie, 
non rende » diciamo noi contadini: i tempi a tempo. 
Se batte la grandine , i castagni s' avviliscono. La 
grandine, dove passa, fa de' poveri: non porta ca- 
restia per tutto, di vero; parecchi de' luoghi li ri- 
spetta, perchè la mano di su versa dove vuole. 

C'è i bruchi che divorano tutte le foglie a' ca- 
stagni. Questo castigo è molti anni che non com- 
parisce più, grazia di Dio. Tempi a dreto, me he 
rammento io, che i bruchi le spogliarono tutte quelle 
selve di contro: parea ci avesser dato fuoco. Eran 
tanta moltitudine, che fin di quassù si sentiva ro- 
dere le foglie, far tri tri: sa quel rumore che fanno 
i bachi nel trinciare la foglia: era lo stesso, anco 
più forte in quella confusione. Si spera non ven- 
gano più di quelle maledizioni : se ci mancano le 
castagne, non s' ha più modo di campamento : le 
castagne son la nostra ricchezza , tutto il nostro 
pane. 

A volte i topi , se non ci si bada , pigliano le 
castagne pel fìoncino di cima , e ne fanno delle 
rimesse , che le so dir io. N' ammucchiano fi- 
nanco 'na quarticina [un quarto di misiti^a) , e ne 
fanno tutto pasto: appena riman la semola. Portano 
di gran danni, non parrebbe mai tanto. 

Castagnatura o sia raccoglitura delle castagne. 

Le castague cascano da sé volontarie: non e' è 
da scotere la pianta; e poi, non si dubiti, la scrol- 
lano i venti. Più presto le cascano e più bella vien 
la raccolta, se non cascano forzate ; perchè allora 



12 

{che si fanno cascare) vien giù anche il cardino : 
e questo vuol dire che non son al punto della ma- 
turazione, non son perfette mature (8). Se cascano 
sgranate {fuor del cardo o riccio), un uomo ne rac- 
catta insin a tre sacca: se col cardino, nemmanco 
uno {ne raccoglie, delle sacca)- Se la castagna tocca 
la maturazione , il cardo s'apre facilissimo da se , 
intende ? scoppia l'epa, quando la castagna è fatta. 
Si raccolgono sui primi d'ottobre o più in là, se- 
condo l'occasione de'tempi. Come il settembre corre 
umido, il cardino tanto si lascia pigliare, gli è age- 
vole a trattarlo; ma se vien l'asciuttore, il cardino 
buca tutte le mani, punge terribilmente, e le casta- 
gne si sgusciano a stento. Anno {passato) le castagne 
erano strale strale ; manco si bastava a coglierle 
tutte: era un bel cantare: 

Viva, viva la castagna! 

Frutto dolce e saporito 

Che da tutti è riverito, 

Come re della montagna. 
È dovizia delle -selve, 

Fa bellezza nei giardini, 

Non la cede ai faggi, ai pini, 

Come re della montagna. Viva, viva ec. (9). 

Della qualità delle castagne- 

La castagna carpinese è la più che abbia di pos- 
sanza ; pende nel rosso , fa bella comparita , è di 
pasta più morbida , ma tien la buccia dura. Dove 
che la pastinese tira al nero, ha buccia gentile, si 



13 

monda meglio; dentro è salda e sfarina benissimo. 
Le castagne silvane sono un pò ruvide, di scorza 
pelosa, « a mangiarle fanno sentire più dell'amaro. 
Come si riducono in farina , si mischiano con le 
pastinesi e le carpinesi che son le meglio castagne, 
e se ne fa una buona mescolanza. È una farina non 
bianca nò rossa; 'na cosa gmsta, al suo punto. 

Del modo di concjliieUurare Vetà de'castagni. 

Quelle dirimpetto, su per que' poggi, miri, son 
delle selve di più tempo: ci ha de' castagni che pas- 
sano i mille anni. Si può conoscere l'età d'un ca- 
stagno ; basta reciderlo a piana terra ; si trova di 
che tempo è, dalle vene del legno che corrono dal 
mezzo in giro. Quando poi è di gran tempo , gli 
anni non si contano più al castagno. Anco noi , 
quando se n' ha tanti addosso degli anni , non se 
ne tien più conto. E chi le potrebbe scernere quelle 
vene ? son tante tante e minute- Fanno tanti giri 
e rigiri, che valle a pigliare, se puoi: non c'è verso; 
si segue un pò a contare, poi scoppia la pazienza 
e addio il conto; non si raccapezza più nulla. 



(1) Nullis homimm cogcnUbus ipsae — Sponte sua ve- 
niunt. Virg. Georg. II. 10. 

(2) Glebaqiie versis — aetenmm frangenda bidentibus. 
Ib. 11.398. — « Ed io eterno duro »: Dante così vide scritto sulla 
porta d'inferno. Inf. 111. 8. 

(3) Omne levandum — fronde nemus. II). H, 399. 

(4) ÌNec modus insercre atque oculos imponere simplex. 
Georg. II, 73. 



14 

(*) Affinchè meglio si vegga che tutta Toscana è pur 
la stessa patria della nostra lingua, io sottoporrei qui in no- 
ta le varie e sempre leggiadre maniere con che mi fu par- 
lato de' castagni nel Casentino , da que' di Montamiata , a 
Montescudaio in vai di Cecina, e sulla montagnola di Siena. 
Ma per non crescere tedio accennerò solamente quella piccola 
parte che tocca dell'innesto, aggiungendo quanto in proposito 
si legge nella Coltivazione toscana del Davanzati. Indi cia- 
scuno potrà fare gli utili raffronti : a me basta che lo spec- 
chio sia sincero. 

« L'anello vi si pon entro {al ramo selvatico) che com- 
baci, e s'attacca di certo: se non vi si combacia a perfezione, 
che vada proprio al verso, non prova ». 

Casentino. 

« Si sbuccia un pochino il piantone che si vuole anne- 
stare: vi s' inanella dritto la buccia colla marza della pianti- 
cina domestica, e in poco vedrà che mette su bene ». 

Montamiata. 

« Bisogna che spunti fuori l'umore, se no l'anello si sciupa, 
non vien bene. In un penierino si pone di molte marze : si 
trasceglie quella che vada al verso della rama che si vuol 
innestare; come non risponde appunto, è opera gittata ». 

Montescudaio. 

« Per annestare i castagni si cava un bell'allevo {allievo, 
novello de' pistoiesi) che sia in succhio, s'attorcono le marze 
d'un anno, la buccia viene a dilontanarsi dal legno: si spunta 
il castagno selvatico e vi s' infilza questo boccio .domestico. 
Se non vi si commette precisamente , se è lento , non s'at- 
taca, e fallisce », 

Montagnuola di Siena. 

« k bucciuolo è modo di annestare il più malagevole , 
perchè bisogna corlo molto appunto: ma il più sicuro, perchè 
combaciando per tutto, meglio rammargina, né per vento né 
per maneggiamento si fiacca ; e fassi così. Scegli una bella 
marza e grossa del frutto buono che aver vuoi, e tagliane un 
pezzo lungo un dito, dove un occhio sia, e pigni l'osso fuor 



15 

della buccia , la quale rimarrà come un bocciuolo di canna: 
trova un' altra marza nel frutto cattivo , grossa come quella 
appunto : sbucciane un dito altresì , e dove sia un occhio , 
mettile il bucciuol buono indosso , non capovolto; e l'occhio 
sopra l'occhio, tocchi il legno per tutto e non si fenda: lega 
sotto e sopra, come a scudicciuolo: cuopri di pampani, e lutto 
nel medesimo tempo. Non s'annesta in altro modo il castagno ». 

Davanzati. 

Ecco or come al proposito si esprime l'Alamanni: 

" Chi della scorza intera spoglia un ramo 

« In guisa di pastor ch'ai nuovo tempo 

« Faccia zampegne a risonar le valli; 

« E ne riveste un altro, in forma tale 

« Che qual gonna nativa il cinga e copra. 

Colt. C. 4, 

(5) L'irsuta corteccia , entro cui sta la castagna , dicesi 
rtccio in Casentino, e cardo dai montanini pistoiesi: derivata 
la metafora da quella specie di cardo che fa sulla cima una 
pannochia spinosa , o forse dallo strumento a punte di ferro 
col quale si carda la lana. In Montamiata invece si chiama 
lappa dalla stessa voce latina, che significa lappola. Quest'è 
wn' erba che nella sua sommitade ha certi capitelli , i quali 
molto s'appiccano alle vestimenta. Volg. di PierCresc. VI, 70. 
Quindi viene che, se in Montagna dicono sgranellare o sgra- 
nare le castagne per cavarle dai ricci , quei di Casentino e 
di Montamiata sogliono dir meglio diricciare o slappolare le 
castagne. Or qui s'ammiri l'accorto ingegno che tutti costoro 
mostrano nel coniare vocaboli e adattarli all'uopo. 

(6) Il cardo si dice che è in anima, quando la castagna 
eomincia ad essere. In Montamiata il cardo inanimito lo chia- 
mano lappa animata o criata; ed ò poi notabile che dan nome 
di cria aWanima della lappa. Quand'è ingiallita e maturata, 
la dicono lappa crociata o a bocca aperta. 

(7) In Montagna chiamano bosco o macchia ogni luogo 
piantato di alberi diversi dal castagno, riserbando il nome di 
selve ai soli castagneti. 



16 

(8) « Le castagne si colgono allora che la lor niaturilade 
farà cascare i loro ricci in terra ». Volg. dì Pier Creso. VI. 7. 

(9) Questo canto risuona anche pe monti di Serravezza e 
di Vallorabrosa, ma sempre con alcune variazioni. 



II. 

AL CAV. SALVATORE BETTI 

Mio dolce ed onorando amico, 

Sanmarcello, il luglio 1858. 

Vedeste naturai bontà e valore di favella! Dove 
chiaro si mostra che tutti costoro usano specchiar 
l'animo, se già noi diffondono, nella circostante na- 
tura: la quale parrebbe a sua volta riflettersi ne'lor- 
pensieri e nel discorso. Assidui alla coltivazione 
de' campi e delle selve, quivi per tutto e in ogni 
cosa e'veggono se stessi. Ponete che si rompa un 
castagno, ed eccovelo scosciato , sfiancato, spallato, 
scollato o altro simile ; se poi al caldo o gelo ri- 
ceve danni, ei subito vel rappresentano quasi sen- 
tisse noia , offesa , sdegno da intristirsi e rimaner 
afflitto o mortificato. E bene ancora vi chiariranno 
come a quell' arbore prediletto sappiano applicare 
le vicende medesime della nostra età e la variabile 
complessione de' corpi. Senza che, i moti onde si 
tempera e guida la vita delle piante, per essi di- 
vengono sentimenti, desiderio, volere, amore, capricci: 
tutta insomma ritraggono l'indole e la forza degli 
animi umani. 



17 

Per contrario, quand'entrano in discorso su ciò 
che li risguarda nella persona, v'accorgerete che pi- 
glian giuste e continue le immagini da quanto più 
specialmente accade o si ritrova nelle natie selve. 
Né per avventura mai vi diranno mi s'è rollo un 
braccio^ sì veramente /' ho Ironco, mi si è slron- 
calo o svelto; e impotenti al lavoro, vi si rac- 
comandano quasi avessero Ironche le braccia- Un'en- 
fiagione, che pigli varietà d'apparenze in una parte 
del corpo, sarà un boccinolo che fiorisce, scopila, ma- 
tura , ha radicato forte e non si può sbarbare. 
Anche gli stessi affetti, che s'avvicendano e trasfor- 
mano entro alcuor loro, sono una prima fioritura, 
una castagna in anima, un novello senza radice , 
un ramo mal annestato, talli che rimessi sid vec- 
chio sono incapaci a portare buon frutto. Certo qui 
la parola è tutto l'uomo, che si raffronta ed anco 
s'immedesima cogli obbietti che ognora gli esercita- 
no il senso e l'immaginativa. Parola spirata dall'ani- 
ma e d'un acceso colore, sovrabbondante d'imma- 
gini, tale che nulla meglio si desidera, non che ad 
abbellire un poema didascalico , a dargli essere e 
forma. Nò diverso linguaggio adoperarono Esiodo 
nelle Giornale e lavori , Virgilio nelle Georgiche , 
nella Coltivazione l'Alamanni, e quanti mai appre- 
sero lingua dal popolo a nobilmente poetare sulla 
vita de' campi. 

Sia pur umile e fuori degli usi civili l'argomento 
di che mi sono impigliato a discorrere : non per 
questo vuoisi meno pregiare la sì elegante e pur 
naturale maniera, onde si dovrebbero veder trattate 
le cose più rilevanti e degne- Ma e voi eziandio 
G.A.T.CLIX. 2 



18 

mi richiedete almeno un dialogo in simile materia, 
quasi a compensarne la rusticità col diletto. Oggi 
io ve ne voglio contentare, perchè m'è tornato fa- 
cile di raffazzonarlo, essendomi a lungo trattenuto 
presso una famiglia di contadini. Non però vi date 
a credere che quassù prosperi solitario il castagno; 
ad ornare le selve spuntano qua e colà de'fiori, che 
è una delizia a vagheggiarli, son tanto semplici e 
belli. E quanto se ne dilettano questi montagnuoli! 
Tanto, che solo dall'amore che hanno pe'fiori ap- 
parisce ammirabile la gentilezza de' loro costumi. 
Un giovanettino che testé n' avea raccolto un bel 
mazzo, forse a disegno dì presentarlo alla sua da- 
ma, vedendo che io l'adocchiava con piacere, gen- 
tilmente me l'offerse; e ammirate com'egli mi fece 
conoscere tutti que' fiori ad uno ad uno. Così fosse 
a voi dato di riposare sotto la cortese ombra di 
queste selve , ed inebbriarvi alla soavità di suoni 
non più uditi né possibili a figurarsi per iscritto ! 

« Guardi {mi diceva il gentile mon/anaro) com'è 
bellino il mughetto selvatico; a me piace manco la 
rosa: gli gaiba ? Questo {ed intanto lo spiccava dal 
mazzo) è il primo fiore, vien col sole di primave- 
ra.... dà un odore che par proprio di giardino. Ci 
dev'essere anco il fiore del pensiero: ohi eccoìol che 
vaghezza! graziosa d'assai. Le ragazze se ne fan bel- 
lezza a'capelli.... a talune s'addice, altre le sfigura: 
l'abbiam per dettato: « Un fiore vale un quattrino, 
ma non sta bene a tutti ». {Che sapienza in tanto 
semplici parole]) 

«( Meglio la viola del pensiero ; color bianco e 
celeste fa un bel contrasto, gli è un fiore che noi 



19 

si chiama suocera e nuora. [Oh perchè? diss'' io:) Già 
si sa, suocera e nuora stanno male insieme: il sorcio 
fugge, se il miccio viene- Senta la sambuchella odo- 
rosa! è un fiore che se no fa una medicina a gua- 
rire il caldo di stomaco- Per le tagliature o scalfìture 
si mettono in dell'olio le foglie del j^mco, s'unge le 
ferite, e la guarigione viene in men d'otto giorni. 
Vede, quest'è il fiore di san Giovanni: ha le foglio 
un po'crespe, tirano al rosso , s'aprono che è una 
bellezza. Ma il più bello per me è questo fiorellino: 
lo diciamo mani di Gesìi; miri grazia, se si può dar 
come questa: le foglie sono tirate come le dita delia 
mano, gentili gentili sono, paiono fatte per arte- Anco 
questo (e mei porgeva a vedere) è bello sì, ma gli è 
un tristo fiore: si dice vilucchio: guai se s' attorce 
alle piante degli altri fiori, le strizza che non han 
più fiato a vivere! Troppi ce n'ha de'fiori per le selve: 
c'è il fiore spino, lo specchio de' belli [un fiore rosso, 
fallo a modo di campanelle), il pepolino selvatico, 
il radicchio, V ovina, tanti che non me li rammento- 
Noi contadini, fiori, erbe, se ne fa ogni cosa: non 
c'è bisogno di tante spezierie: nelle selve più al solatìo 
non si vede altro che fiori: son belli e il bello garba 
a tutti.-., poi noi si legge tante cose ne' fiori )>. 

E per verità ne' fiori ei simboleggiano le più care 
affezioni, e dai fiori prendono inspirazione al canto, 
che indi meglio può insinuarsi nel cuore: 

Sotto la mia finestra c'è un bel fiore, 
Tutte le sere lo vengo annaffiare: 
Più che l'annaflìo e più bello mi viene- 



20 
Così il damo va cantando, mentre che gli passa di- 
nanzi la ragazza a lui fidanzala: e questa risponde 
sollecitamente: 

Quando nasceste voi nacque un giardino, 
L'odore si sentiva di lontano, 
La rosa s'accostava al gelsomino, 
E venian gli altri fiori a mano a mano- 
Di che allegro l'uno s'ode ripigliare: 

Se tu ti vuoi veder quanto sei bella. 
Levati la mattina a ciel sereno. 
Mira quanto riluce quella stella: 
Quanto riluci tu né più né meno: 
Mira quanto riluci fra le dame. 
Quanto può far la rosa al primo sole. 

E l'altra soggiunge con eguale tenore: 

Giovanettino di su'i vent'anni, 

Quando li vedo, mi par nato il sole: 
Quando ti metti in que'civili panni, 
Credimi, sembri un mazzo di viole: 
Un mazzo di viole a ciocchettine: 
Il nostro amor non de'più mai finire. 

Oh! egli è certo da ben promettersi della civiltà 
di un popolo che alla modestia dell'afTetto contem- 
pera il canto, e questo confonde insieme coi fiori. 
Vengano pure quelle feste, a cui il cuore suol pren- 
dere sì gran parte , e questi amorevoli montanini 



21 

non è mai che si dimentichino d'offerirsi a vicenda, 
e cantando far vieppiù gradire un qualche fiore, spon- 
taneo augurio di prosperità e per dolce memoria. 
E di fiori spargono la stanza nuziale, le culla e le 
tombe, e ne intrecciano corona sull'altare di Maria. 
Triboli e spine produce una terra maledetta , ma 
questa che vi rallegra con tanti fiori è viva bellezza 
di natura, una benedizione di che il Creatore sembra 
la volesse privilegiata. Fra così dilettosi pensieri 
m'avrete per iscusato , o mio ottimo Betti , se or 
più non mi si consente di soddisfare alla promessa. 
Me ne sdebiterò altra volta. Che volete? i fiori del 
campo m' attraggono tanto e mi mettono in capo 
tante fantasie, che e'fanno me a me uscire di mente- 
Anche già arida foglia , non vi dispiaccia uno di 
questi fiori del pensiero, e basti a ricordarvi com'io 
vi tengo nel desiderio dell'anima- Svaniscono presto 
i fiori , ma dura immortale il vero amore che li 
consacra. Addio. 

III. 

AL PADRE D. TOMMASO BORGOGNO 

Professore di reltorica 
nel collegio dementino a Boma. 

Sanmarcello, il luglio 1858. 

Io m' era obbligato al nostro degnissimo Betti 
di trasmettergli un dialogo, tanto per conchiudere 



piacevolmente un a>*iclo trattato Si/i/a coltivazione dei 
castagni- Ora che io l'ho sott'occhio , mi apparisce 
assai povera cosa , nò certo degna d'occupare pur 
un briciolo di tempo al valoroso uomo che ci con- 
forta della sua leale amicizia. Però mi affido nella 
vostra benevola cortesia, che saprà farglielo gradire, 
non fosse altro , in grazia del popolo che ci con- 
serva il tesoro della lingua. Davvero ch'io non mi 
sarei pur dato una minima cura di tanto umili di- 
scorsi, se non mi raffigurassero al vivo quell'antica 
semplicità e parsimonia, da cui ognor più si dilun- 
gano i costumi- del mondo civile. Ben mi pare di 
vedervi già sorridere del mio letterario trastullo ; 
ma qpanto a me, desidero che il bisognevole ozio e 
1' ore del passeggio mi scorrano sempre così frut- 
tifere e consolate. Nohi& placeani ante omnia silvae: 
qui la natura s'appresenta qual è vivida e schietta, 
ornata solo di se stessa , tutto spirante letizia dai 
cuori innocenti. Gli uomini del villaggio {pagi iii- 
colae) sono poi tenacissimi delle vecchie usanze, e 
sdegnano qualsiasi novità , forse perchè loro non 
basta la conoscenza a farne la debita stima. Onde 
furono essi gli ostinati nella superstizione e i piiì in- 
docili alla verità del cristianesimo, a segno che il 
nome stesso di pagano dura tuttavia a significarci 
la cantraria credenza. Ma questa pertinacia, che fu 
vinta dalla soave forza del Vangelo, si continua nel 
linguaggio, rimasto fino ad ora saldo e sincero dalla 
infezione de' corruttori d' ogni maniera. Rallegria- 
moci per l'uno e l'altro benefìcio, dacché religione 
e favella sembrano puranche ordinale a stringere 
con vincolo fraterno le genti d' Italia- Addio- Non 



23 

tardateci più a lungo il vostro poetico volgarizza- 
mento de'sablimi canti d'Isaia, persuadendovi che se 
n'aspettano pregio ed onore le nostre lettere. V'au- 
guro felicità di vita, e in pegno d'affetto siavi caro 
il saluto del mio cuore. 

Della coUivazione de^castagni 

secondo Vespresse parole de'montanini 

del Pistoiese. 

Dialogo sugli usi delle castagne (*). 

— Buon giorno , Gasperino : vi trovo sempre 
allegro che è un piacere: state bene, eh ? 

Gasperino-— benissimo, se è ben di lei. L'aspet- 
tavamo a veglia; e' de' giorni l'avea promesso. 

— Sarei venuto prima, se il tempo non durava 
tanto piovoso. 

Gasperino — Anco stamani passeggiavano di certi 
nuvoloni: parca volesse tornare la pioggia; ma ora 
si sono sparti e il sole ha ripreso possanza ... Di 
state per solito l'aria si schiara presto; la burrasca 
viene e passa. Quassù in montagna il caldo non 
può molto : ogni tanto vengono delle rinfrescate e 
l'arsione non ci fa trafelare. Ci abbiamo una dovi- 
zia d'acque: fredde fredde, che tagliano la lingua : 
sono un diaccio ; guai a traccannarle ! lo stomaco 
si torce, che non le patisce. E questi castagni, che 
beli' ombra ci fanno ! futa fitta, che non ci passa 
neanco la spera del sole. 

— Oh! a proposito de'castagni , quest'anno mi 
sembra che abbiano bella apparenza. 



24 

Gasperino — Promettono bene, ma il vonto li 
battè questi giorni passati; si tremava che li vo- 
lesse finir tutti; fu un soffio, ma se era di durata 
li sbarbicava a terra ; tanto non sono tornati nel 
su' essere i castagni- Il vento è la peggio rovina 
che li venga addosso: li sfrutta e sfianca. Anno ce 
n'era una bellezza di castagne: un ventaccio gagliar- 
do precipitò ogni cosa: noi contadini c'è quasimente 
mancato il pane. Se unguanno ci toccasse ancora 
questo castigo, per noi è bella e ita: ci ha a pen- 
sare Quel di lassiì. 

— Dio provvede, confidatevi; vedrete la grande 
abbondanza! che festa in qne'giorni! Or ditemi un 
po' , raccolte che siano le castagne , si ripongono 
sui cannicci , non è vero ? e come vi regolate nel 
farle seccare ? 

Gasperino — Si riversano a sacca sui cannicci 
del melalo (o seccatoio, slama nel cui mezzo è il fuoco) 
per farle seccare- 1 cannicci si fanno radi, tanto che 
[ira Vilna canna e Vallra) vi cappia un dito. Come 
il canniccio è accecato ( ripieno , che non vi passa 
più luce; tulio im molo di castagne) gli si dà il fuo- 
co a modo; se gli è un pochino ^m ardilo, le ca- 
stagne piglian subito il rosso. Quando le castagne 
enno riscaldate e gocciolano , si lasciano asciut- 
tare. Ne'primi giorni il fuoco vuol essere non tanto 
grosso, regolato secondo l'ertezza de'cannicci : poi 
s'accresce, che la mano fugge dai muri del melato. 
Anco si rallenta per due e tre giorni, tanto che si 
rivoltino le castagne e possano tutte investirsi del 
caldo. Dopo si lascia il fuoco in bollore: e in venti 
giorni, meglio un mese, le castagne si ritirano belle 
e secche (1). 



25 

— Tanto ci vuol diligenza molta intorno a'can- 
nicci; ma voi m'avete fatto venire una gran curio- 
sità di sapere come si mondano le castagne. 

Gasperino — Appena seccate, le castagne si pon- 
gono ne'bigonci , e co'pigioni si pestano per isgu- 
sciarle- Prima si sgusciavano co'sacchetti , perco- 
tendoli su d' un ceppo a sbracciate. Ora è venuto 
l'usanza di pestarle co'pigioni, che son ferri a mo' 
d'una vanga; vi si appunta sopra col piede e si grat- 
tano le castagne per dispiccare la buccia. Le ca- 
stagne si ventolano colla vasoia [U che dicono vas- 
soiare o avvassoiare) per levargli da dosso il ven- 
tolacchio [la pellicola che le ricopre, della quale la 
sanza è pft/'f e}. Le ventola tore (2) lavorano a mon- 
darle dall'.» buccia, che le surrodono dalla sansa (3). 
Di verno alla ventolatura delle castagne, i giovinotti 
cantano in ballo torno a torno a' metati o sull'aia 
alla bella Diana, se il tempo non irrigidisce di troppo- 

— E delle castagne che usi ne fate? Parecchi, 
credo; già sono il vostro pane. 

Gasperino — La si figuri! Mille usi. Le castagne si 
rompono in farina: secche e ripulite, vien il mugnaio 
e gli si danno a macinare. La farina poi si ripone nel 
soppediano ( o arcile , specie di cassa ) e si tien in 
serbo tutta V annata- Quando s' incalca nel soppe- 
diano e non piglia influenza di fuori, basta anni la 
farina dolce [per questa intendono sempre la farina di 
castagne ). Bisogna pestar vela per bene, che venga 
soda soda; se no intarlisce e dinerba. E questo il 
nostro nutrimento: la povera gente non cibano altro. 
Della farina di castagne se ne condiziona molte vi- 
vande: oh! dillo tu? Betta , lo sai meglio di me. 



26 

In queste faccende di casa son le donne che se n'in- 
tendono, c'è la massaia a posta. Dì'su, che questo 
forestiero n'è curioso. 

Betta — Che ho a dir io? La farina dolce noi 
il più ci serve per la pulenda e i necci. Com' è '1 
verno la pulenda torna meglio; a quel caldo lo sto- 
maco si rifa tutto. I necci poi son buoni d' ogni 
tempo: è il nostro pane cotidiano, che ce Io manda 
il Signore. L'altra roba non se ne fa caso, consiste 
in poco , e serve per companatico. . • . Spenta la 
farina in un vaso, a cucchiaiate si mette nella padella 
a friggere, e se ne fanno delle frittelle , de' frasca- 
relli, dei gnocchi . . . sono d'una squisitezza, bisogna 
gustarli. Volendo fare il castagnaccio , s'impasta la 
farina con pignoli, rosmarino e altre bontà, e poi 
si manda al forno . . . 

— Davvero, Gasperino, che la vostra Betta è una 
buona massaia, proprio una maestra di casa . . . 

Gasperino — Sì, ma quando si mette in corpo 
la paura , trema come 'na foglia. Ne vuol sentire 
una buffa? Una notte di marzo, sarà du'anni, te ne 
rammenti Betta, quando lasciasti aperta la flnestrina 
del pollaio. E nella mezzanotte la briccona d' una 
volpe fece presto a entrarvi, e tirò col grifo tre gal- 
lino: le spennò senza manco ferirle. Noi che si dorme 
sopra [nel piano superiore della casa) si sentì le pe- 
core spagliare [sparpagliarsi] per la stalla, e il cam- 
pano del guidarello sonare (4), A quel buscarìo , 
subito saltai il letto e dico: Andiamo a vedere che 
c'è- La mia donna s'affagottò il vestito addosso : 
corriamo la scala. Principio subito a guardare qua 
e là, non vedo niente, altro che una pecora sta- 



27 
va fissa fìssa inverso una bucheltina ov'era fuggita 
la vojpe. lo con il lummamano vado dietro al muro; 
quando mi vide, ogni passo che faceva , zompava 
nel palco della stalla: le pecore saltavano, si but- 
tavan addosso Tuna all'altra, su giù per la greppia, 
una furia, una confusione, parca vi ci fosse il fol- 
letto a batterle. La volpe s'accovava spaurosa; in- 
somma, presi un forcone, e botte che l'ammazzai: 
glielo feci assaggiar io le galline ! . . 

— Voi n'avete ognora delle nuove a contare ; 
bravo il nostro poeta! Almanco s'intende che i tristi 
sogliono talvolta capitar male del fatto loro. Che 
ne dite, Betta? ho ragione io? . . . Or via dunque 
torniamo a noi; vogliate anco insegnarmi come si 
fanno i necci. Sono una novità pei nostri paesi, ed 
io ci ho gusto a saperla. 

Betta — Con un po' di farina dolce si lavora 
una pasta: poi se ne pone una cucchiaiata fra due 
testi (5) con suoli di foglie del castagno. I testi bi- 
sogna sieno caldi , infocati ; se ne fa una testata 
(o levala) ben erta: e in un quarticino d'ora, i necci 
arrivano al punto della cottura. Freschi, son gustosi 
di molto* Venga domattina a edizione, li saggerà, 
che son buoni! 

— Certo verrò, e di buon grado; ma e delle 
castagne intere costassù non s'usa di cuocerne mai, 
in ninna maniera? 

Betta — Ce n' ha tante maniere di cuocerle. 
Belle e fresche colla buccja s'allessano nell' acqua, 
e se ne fa (6) de^ballotti. Per le bruciale (o frugiate) 
si arrostiscono sulla padella a una fiamma di fuoco, 
si ritirano e si lasciano un tantino impolpare: poi 



28 
si rimettono al fuoco vivo, ed eccole a perfezione. 
Se un vuole far le tigliatOy si mondano dalla buccia, 
e si rimettono a bollire nell' acqua infinoccbiata. 
Quand'hanno la buccia diseccata, cotte si chiamano 
vecchierelle: sono aggrinzite (7)- Ma volta e rivolta 
son tuttavia castagne, e, grazia, averne; se ne con- 
diziona or in un mo' ora in altro, perchè non gusta 
sempre la stessa vivanda: piace la variazione. 

— Dite bene: ogni cosa, per bella e buona che 
sia, dà noia a sentirla di continuo. Anche una gra- 
ziosa canzone, ne converrete, Gasperino, che finisce 
di stuccare, se è sempre quella? 

Gasperino — Sicuro! E ne conosco io di certuni, 
si mettono a stornellare che è una sazietà; non sanno 
trovarne un nuovo de'stornelli, che abbia un po'di 
garbo. Ci vuol anco il su'ingegno, lo so io, che tante 
volte mi stillo il cervello, e non mi riesce bene una 
sola rima. 

— Ma intanto, caro mio, s'è fatto buio , e la 
strada per queste selve non la saprei indovinare. 

Gasperino — Non pensi , vengo io ad accom- 
pagnarlo. Le pare ch'io voglia lasciarlo ir solo! 

— Vi ringrazio della cortesia. Addio, Betta, fe- 
lice notte, statemi bene. 

Bella — Faccia il simile anco lei , ci racco- 
mandi al Signore: torni a veglia da noi, ci fa grazia... 



(*) In montagna case s'intendono per i luoghi dove abi- 
tano i contadini, e ciascuna ha il suo proprio nome; tale sa- 
rebbe la Trebisonda, Pian de termini, casa di Bellavista, casa 
Benedetta. In quest' ultima io mi trovai spesse volte a con- 
versare con un rusticano poeta, detto il Gasperino: ma il più 



29 

de'nostri discorsi volgeva su cose d' agricoltura: di che egli, 
per esserne molto esperto, suol parlare acconciamente e pas- 
sionato. Con lui e colla sua moglie Betta tenni questo dialogo, 
dove la vivace parola è sufficiente scusa all' umiltà del sog- 
getto. 

(1) Un di Cavinana mi disse anche: « Gli si dà il fuoco 
moderato; il fuoco ha da essere a regola , che non vengano 
troppo arrostite le castagne. Quando i cannicci sono erti di 
molto, gli si dà fuoco di battaglione ». Questa è la sola frase 
che m'è sembrata un po'strana in Montagna, e mi par nota- 
bile, tanto più che non l'intesi altrove che in Cavinana, dove 
accadde la battaglia in cui rimase disfatto il magnanimo Fer- 
ruccio. 

(2) Le donne applicate a quel lavoro si chiamano ven- 
tolatore, dalla ventola o vassoia che usano all'uopo. 

(3) Dicono sanza quel po'di pellicola , che rimane sulle 
castagne dopo la ventolatura. 

(4) Guidarello è il capro posto a guida delle pecore. 

(5) Testi sono certe piastre di sasso gentile, che non si 
spezza al fuoco. 

(6) Della farina coll'acqua, mestata di molto e cotta, se 
ne fa àtmanufattoli. A volte si cuoce la farina dolce mesco- 
lata con vino e aceto, si lascia indurire al fuoco, e così fanno 
la schiacciata o farinata, e (ìe'tortacciiioli. 

" (7) Anche le bruciate, levata la loro buccia, si fanno bol- 
lire nell'acqua col sale- e queste sono le mondine che si man- 
giano tutte insieme col brodo. Dicono castagne cotte quelle 
secche e mondate, che si mettono a cuocere nell'acqua. 



30 



Memorie per servire alla storia della incisione com- 
pilate nella descrizione e dichiarazione delle slam- 
pe che trovansi nella biblioteca corsiniana da 
Francesco Cerroti bibliotecario- Tomo primo. In- 
cisori antichi italiani. 4. Roma 1858 dallo sta- 
bilimento tipografico via del corso n. 387- (Sono 
pagine 63.) 



V 



« JJ abate Pietro Zani (dice il eh. Cerroti nella let- 
tera dedicatoria aireccellenza di D. Tommaso Corsini 
duca di Casigliano) autore della Enciclopedia metodica 
delle belle arti, opera insigne o si riguardi l'ampiezza 
della dottrina ond' è afforzala , o l'infinito numero 
di conoscenze artistiche delle quali è abbellita , o 
finalmente il buon senno dello scrittore da cui è 
governata, dopo avere attentamente esaminato tutte 
le pili cospicue raccolte di stampe di cui adornavasi 
l'Europa al suo tempo, affermava nel 1802 nell'altra 
sua opera Materiali per servire alla storia dell' incisione 
pag. 97, che quella della biblioteca Corsini in Roma 
era la più ricca di quante ne potesse vantare l'Italia, 
anzi l'Europa, eccettuate le imperiali di Parigi e di 
Vienna, e la elettorale di Dresda. Ebbe essa comin- 
ciamento dal marchese Neri Corsini, poi cardinale, 
nipote di Clemente XII, ne' suoi viaggi in Francia, 
in Olanda ed in Inghilterra, allorché dal granduca 
di Toscana fu spedito suo ambasciatore in que' luo- 
ghi dal 1716 al 1725. Egli stesso poi la crebbe con 
la compera delle stampe possedute dal cardinal Guai- 



31 

tiei'i, dì quelle che furono del cardinale Francesco 
de Medici, di molte altre che aveva messe insieme 
in Roma un certo Francesco Andreolì libraio , che 
molto di tali lavori si dilettava , e finalmente con 
l'acquisto della pregevolissima raccolta fatta dal car- 
dinale Camillo Massimo. Ned egli poi nò gli altri 
della vostra famiglia, che han vissuto dopo di lui, 
hanno risparmiato danari e cure per farne maggiore 
il numero e il pregio, procacciando le stampe più 
rare di che difettava , o quelle più insigni che di 
mano in mano sonosi date sino a' nostri giorni alla 
luce. Per la qual cosa la raccolta corsiniana, anche 
dal tempo in che lo Zani la chiamava prima d'Italia, 
è stata grandemente accresciuta: ed in ispecial modo 
per la generosità del principe Tommaso vostro nonno, 
il quale nell'aumento di essa, ed in altri ornamenti 
e vantaggi arrecati a questa biblioteca, ha speso , 
senza tener conto degli altri danari prima impiega- 
tivi, negli ultimi venti anni della sua vita più che 
ventimila scudi: e per sua larghezza è stato fatto 
tesoro nel tempo medesimo delle collezioni Saettone, 
Boni e Guidi, e di molte stampe appartenenti alla 
casa Caetani. 

(i Ma siffatta preziosa raccolta (segue l'autore), 
siccome quella de'libri, rimanevasi al netto sprovvi- 
sta d'ordinamento: conciossiachè si vedessero fram- 
misti antichi a recenti autori , incisioni in rame 
a quelle in legno, intagli fregiati del nome dell'ar- 
tefice a quelli d'artefici sconosciuti, alcune stampe 
disposte in volumi secondo il nome de' pittori, altre 
secondo quello degl'incisori, ed altre da ultimo per 
materie: e perciò non essendovi, per giunta di danno, 



32 

catalogo aliiuno, rendevasi impossibile fia tanta mol- 
titudine di riti'ovai'le quando ne fosse stata fatta 
richiesta. Riparò in grandissima parte a siffatto di- 
sordine il professore D. Luigi Maria Rezzi, da circa 
due anni con gravissimo danno de'buoni studi tolto 
ai viventi: poiché appena fu scelto a bibliotecario, 
dato a me suo compagno il carico di porre in as- 
setto per materie e per sesto i cinquantamila volumi 
di opere impresse dalla origine della tipografìa sino 
a' giorni nostri, de' quali è ricca la biblioteca: egli 
tutto si mise ad ordinare le stampe, il cui numero 
aggiugne a sessanta mila o in quel torno, senza com- 
putare gli intagli che sono frammessi a' libri stam- 
pati. Ed a fine di conseguire il suo intendimento, 
partì tutta intera la collezione per incisori , sepa- 
parando gli anonimi degli artefici conoscmti o pel 
loro stile o pel loro nome , sia esso interamente 
scritto, per marche, sigle, cifre ed iniziali notato, 
le incisioni operate in rame od altro metallo da 
quelle condotte sul legno , e le prime in diverse 
classi a bulino finito, a mezza macchia , a punti , 
all'acquaforte, a colori, a fumo. Nel qual lavoro, che 
certo può dirsi erculeo riguardando all'immensa mol- 
titudine delle stampe , ed alle gravissime difficoltà 
che sono in tale ordinamento da superare, egli im- 
piegò tutto iJ tempo che presiedette alla biblioteca 
medesima, non potendo poi dare effetto, essendone 
impedito da morte, a ciò che aveva nell'animo, di 
compilarne un catalogo : senza il quale ognuno di 
leggieri comprende quanto sì renda, anche dopo co- 
tale ordinamento, grandemente penoso e malagevole 
ritrovare ad ogni richiesta ne'detti volumi le stampe 



33 

anche u colui che pel lungo uso di molti anni ne 
abbia conoscenza. Per ciò, tostochè io fui per volere 
del principe vostro zio, e del marchese di Laiatico 
padre vostro , scelto a succedergli, posi l'animo a 
compiere ciò ch'egli non aveva potuto, compilando 
non uno, ma tre cataloghi: dei quali il primo faccia 
vedere disposti per alfabeto i nomi degl'incisori pre- 
messi alle loro onere; l'altro quelli dei disegnatori, 
pittori, scultori , architetti , a cui segua la notizia 
del soggetto da essi disegnato, dipinto, scolpito, ar- 
chitettato; e il terzo annoveri i vari soggetti accom- 
pagnati da' nomi e di coloro che gli hanno prima- 
mente inventati e secondo loro arte eseguiti, e di 
coloro che gli hanno col bulino ritratti: avvertendo 
talune volte, anzi il piiì spesso, che si faccia ricerca 
di un quadro di tale o tal pittore , ignorando il 
nome di colui che l'ha inciso; e talune altre di tale 
o tal soggetto, non avendo conoscenza di colui che 
l'ha di colori avvivato, ne dell'artefice che l'ha in- 
tagliato. La qual cosa può affermarsi come della 
pittura, così di tutte le altre arti. 

« Ora nel dare cominciamento sul finire del pas- 
sato anno a questo lavoro mi corse alla mente il 
pensiero di allargare alquanto il mio concetto: e sta- 
bilii, tessendo il triplice catalogo che è detto di so- 
pra, di formare il primo per incisori, non indicando 
solamente le stampe da loro eseguite, ma descriven- 
dole , e alla loro descrizione premettere la notizia 
de' singoli artefici, e all'una e alle altre aggiungere 
alcune dichiarazioni e note: talché si abbia per esso 
non pur la piena conoscenza delle stampe che si 
contengono ne'volumi accolti nella vostra biblioteca, 
G.A.T.CLIX. 3 



34 

ma sì bene altre notizie che riguardano l'arte della 
incisione e le altre arti sorelle. Ed avvegnaché io 
creda che il. lavoro condotto a questo modo possa 
essere vantaggioso sì a colui che cercar voglia i 
delti volumi, e sì agli amatori e cultori di quelle, 
ho fermato di pubblicarlo. Voi ne avete in questo 
volume, che con lieto e grato animo in sì ben'av- 
venturosa occasione m'attento d'intitolarvi, un primo 
saggio ». 

Così l'egregio signor Cerroti: e ninno certo più 
chiaramente avrebbe saputo darci le notizie della sì 
doviziosa raccolta corsiniana delle stampe , e dei 
molti lavori fattivi sopra dal Rezzi e da lui. Giovi 
ora aggiungere intorno al presente volume, e agli 
altri che seguiranno, ciò ch'egli ne tocca nella pre- 
fazione dottissima, in cui con fino giudizio discor- 
rendo i principii dell'arte dell'intagliare le stampe 
fra noi, n'assicura il primato agl'italiani anziché ai 
tedeschi, per la famosa opera da Maso Finiguerra 
fiorentino condotta nel 1452, quando le più antiche 
tedesche non sono che del 1466 )). In questo volume 
(sono parole dell'autore) mi ristringerò a discorrere 
ed annoverare i lavori di quelli, le cui stampe tro- 
vansi nella Corsiniana, che vissuti od intera la loro 
vita , o la maggior parte di essa, nel secolo XV , 
adoperarono sui metalli il bulino prima che il no- 
vello artifìcio fosse pel senno e per la mano del 
Raimondi fatto migliore. Ne' volumi seguenti dirò 
di coloro, che dettero opera all'incisione nel seco- 
lo XVI, ed innanzi tutto di Marcantonio e de' suoi 
scolari : e così di mano in mano fino a quegl'ita- 
liani che a' giorni nostri attendono a siffatta arte 



35 
nobilissima ed utilissima. Al novero delle stampe 
tratte dalle incisioni fatte dal rame o altro metallo 
aggiungerò quello delle stampe prodotte dalle inci- 
sioni sul legno, e finalmente descriverò e dichiarerò 
le stampe anonime, ordinando anch'esse seconda i 
diversi secoli dell'arte ; eccettuate quelle iche sono 
copia di qualche incisione di antico e celebre autore, 
delle quali farò narrazione appresso alla stampa origi- 
nale. Le stampe poi di ciascun artefice, di qualunque 
natura esse sieno, saranno da me poste secondo la 
varia qualità de' soggetti per esse rappresentati, co- 
minciando sempre da quelle in cui veggasi effigiata 
alcuna storia sacra o profana; appresso alcun sog- 
getto-mitologico ec. Compiuto con siffatto processo 
il catalogo degl'italiani, porrò mano a quello degl'in- 
cisori delle altre nazioni, cominciando dai tedeschi. 
Nel compilare poi questo mio lavoro, e nel notare 
le prove delle stampe, le quali trovansi nella raccolta 
che imprendo a descrivere e dichiarare, accennerò 
soltanto lo stato e le qualità di quelle prove che 
sono o freschissime o deboli: mi tacerò delle qualità 
delle altre, che sono di freschezza convenevole )>. 
Noi ben di cuore ci rallegriamo di quest'opera 
col sig. Cerroti: opera di polso sia pel criterio del- 
l'arte, sia per la critica, sia per l'erudizione, sia per 
l'accuratezza delle descrizioni: non potendo esser 
dubbio che non debba sommamente giovare alla storia 
dell'intaglio e de'suoi maestri, ed aggiungersi nobil- 
mente in Itaha ai lavori insigni del Zani. Né solo 
ci rallegriamo coU'autore, ma sì col signor principe 
Corsini, il cui tesoro di stampe, cotanto celebre in 
Italia e fuori, viene (ìnalmennte con bel metodo ed 



36 
acconcia dottrina illustrato, secondo ch'era il voto 
di tanti professori ed amatori delle arti. 

Gl'intagliatori, le cui vite ed opere s'illustrano 
in questo primo tomo, sono i seguenti: Baccio Bal- 
dini, Sandro Botticello, Girolamo Mocetto, Andrea 
Mantegna, Nicoletto Rosa da Modena, Zuan Andrea, 
Gio. Antonio e Gio. Maria da Brescia , Benedetto 
Montagna , Giulio Campagnola , Domenico Campa- 
gnola e Robetta. 

Giovino per saggio le notizia della persona e 
delle opere di Gio. Antonio e di Gio. Maria da Bre- 
scia, che sono delle piiì brevi. 

« GIO. ANTONIO E GIO. MARIA 
DA BRESCIA. 

« Anche di questi due artefici non v'hanno si- 
cure notizie- Secondo il Malpè, Gio. Antonio nacque 
nel 1461. Alcune «tampe di lui sono tratte dai di- 
segni e dalle pitture di Gio. Maria, siccome è quella 
in cui si rappresenta una danza di cinque fanciulli, 
ove trovansi i nomi dell'uno e dell'altro. V'ha chi 
crede esser fratelli e carmelitani ambedue- Niccola 
Cristiani bresciano , nella vita del pittore Lorenzo 
Gambara, dice essere Barbarossa il nome della loro 
famiglia. Giovanni Maria ha lavorato fino all' an- 
no 1512, com'è aperto dalla carta da lui intagliata, 
ove sono effigiati la B. Vergine ed il bambino Gesù 
col Battista, con san Girolamo e tre frati carmeli- 
tani. Lo Zani afferma esservi delle stampe di Gio. 
Antonio segnate con gli anni 1505-1509. Quanto 
ciò sia vero, non so: mentre nel novero di tutte le 



37 

stampe di questo artefice fatto dal Bartsch in nes-' 
suna avvi la data. Gio. Maria era ancora orefice , 
coni' è manifesto da una sua pittura ove leggesi : 
Fratris Ioannis Maria Brix. sacerdotis opus ex argen- 
tario pictor. (Zani, Enciclop. metod- t- V pag. 154.) 

« LA PRESENTAZIONE DI MARIA VERGINE 
AL TEMPIO, in fol 

« A destra il tempio, a cui si ascende per quin- 
dici scaglioni , sull'ultimo de' quali diritto in piedi 
vedesi il gran sacerdote , die con le mani giunte 
sta in attesa della fanciulla , la quale si è già 
avanzata al settimo grado, su cui ha posto il piede 
destro. Dietro a lei una grande fabbrica con sei pi- 
lastri. In basso, alla sinistra, quattro figure che sem- 
brano riguardarla: alla destra , un vecchio, barbuta 
che siede appoggiando la gamba destra su d' una 
gruccia: gittate sul terreno scorgonsi un'altra gruc- 
cia ed una scodella. Sotto al piede sinistro di que- 
sto vecchio seminudo sono le lettere R VR, ed in 
una fascinola IO. A- BX [Ioannes Anlonius Brixien- 
sis). Il Bartsch dice leggersi alfa sinistra: Rappre-^ 
seiitatio della madonna. Forse ch'egli avrà veduto 
qualche prova posteriore alla nostra , nella quale , 
tuttoché interissiina , non è quivi alcuna scrittura. 
M Prova freschi sf:i ma. 
È da osservarsi , che in questa composizione le 
colonne del tempio, ove vedesi il sacerdote, sono fatte 
alla stessa foggia di quelle, che circa due secoli dopoy 
nella decadenza delle arti, pose il Bernina nella con- 
fessione al Vaticano. Il disegno^ ond'è tratta questa 



38 
slampa^ creded di Raffaele- Uincisione poi non è di 
siile mantegnesco, come le altre, ma tulle informale 
di quel nuovo modo, che aveva nelVarte delV intagliar e 
introdotta il Raimondi. 



« LA B. VERGINE COL BAMBINO, 



in 



« A sinistra, la Vergine (mezza figura) con le mani 
giunte, rivolta della persona verso la destra, riguarda 
devotamente il bambino Gesù, che seduto a destra, 
tiene fra le mani un uccello- Su d'una tavoletta, che 
vedesi a sinistra, è scritto IOAN. BX. 

(( Lo stile di questa incisione alquanto piti trozza 
delle altre di Gio. Antonio, e il vedere che il nome; 
IOAN è scritto senza interruzione di punto tra V 
e VA, come si avvera in tutte le altre carte ove tro- 
vasi, segnato , mi mettono nelV animo il sospetto, che 
essa debba, pili tosto che al medesimo Gio. Antonio, 
essere attribuita a Giovanni da Brescia, di cui VHei- 
necke cita un altra Vergine col bambino Gesw, e con 
la data 1502. 

« GIJ ELEFANTI che portano de' candelabri, 
in fol. traverso. 

(( Copia dello stesso soggetto inciso dal Mantegna. 
Vedine la descrizione in quell' autore. Si riconosce 
particolarmente questa copia dall' esservi solo otto 
piccoli tondi, invece di undici , fra le due teste di 
montone nel piedistallo del candelabro, alla cui fiam- 
mella un giovane montato in alto abbrucia un ba- 
stoncello- 



39 

« Prova mb'abilmente fresca. 
Da alcuni si pone in dubbio che Antonio da Bre- 
scia abbia fatta questa copia; e veramente a giudi- 
care dalla condotta de" tagli , e dal metodo de' con- ' 
tornii mi pare che detto dubbio non sia irragio- 
nevole. 

« ERCOLE e ANTEO, in fol. pie. 

« II gruppo è nel mezzo. Ercole strigne nelle reni 
Anteo con ambe le braccia: pende ad Ercole dalla 
spalla destra la pelle del leone: ha egli fra'piedi la 
clava: lo scudo e l'arco sono appoggiati ad un tronco 
d'albero disseccato ch'è verso la destra, ad un ramo 
del quale è appesa una tavoletta, su cui è scritto: 
IO. AN. BX. Fra '1 tronco e il margine è scritto 
verticalmente: DIVO HERCVLI INVIGTO. 

« Incisione operata forse da un disegno del Man- 
tegna ». 

B. 



40 



Secondo saggio di poesie dell'avvocato Luigi Mazzolani 
cervese. 



t^uando alcuni de'miei concittadini ebbero letto in 
questo giornale il primo saggio di poesie dell'avvo- 
calo Luigi Mazzolani, furono sì lieti della cosa , e 
si porsero così cortesi di parole verso di me, che ve 
lo avea fatto inserire, che ciò mi die animo a pro- 
curare con un piccolo altro saggio di onorarmi del 
loro benigno gradimento, soddisfacendo in pari tem- 
po al vivissimo mio desiderio di vedere vie più co- 
nosciuto ed onorato il suo nome da quanti si pre- 
giano di amatori de'begli studi. Ecco pertanto questi 
pochi versi , che danno anch' essi l' idea de'primi , 
cioè fanno sempre conoscere nell'avv. Mazzolani il 
poeta gentile, tenero, elegante e terso, tutto cuore; 
tutto affetto, tutta bella natura, senza i lisci e fioc- 
chi, e le altre caricature moderne- La sua maniera 
in una parola è quella de'classici, ch'ebbero in ogni 
età di molli seguaci ; n>a assai pochissimi furono 
poi meritevoli di quella fronda, che viva è mai sem- 
pre nella fronte di solo quegli eletti e privilegiati» 
che sentirono profondamante il bello , ed esprimer 
lo seppero con diletto e meraviglia degli intelligenti. 

Giuseppe Bellucci. 



41 
1. 

In lode di sua eccellenza 

il sig. don Federico Guarini dei duchi di Poggiardo 

intendente della provincia d'Aquila. 

EGLOGA. 

Mopso sulmonese, Menalca della Marsia^ 
Licida popolese, pastori. 

Mopso. Or che Favonio spira, e di fresc'ombra 
Offron stanza ospitai queste selvette, 
mìo Menalca, ogni pensier disgombra. 
Siedi, e cantiam; su le romite vette 
Pascon l'agne a ìov grado erbe novelle, 
Che fuor la pingue terra intorno mette. 

Menalca- Presto son'io; ma che cantar? le belle 
Trecce della tua Lidia, o Coribanto 
Che ad una ad una sa nomar le stelle? 

Mopso. Scegli che più ti piace: al nostro canto 
Presiederai tu, Licida, che hai colto 
Di primiero cantor si spesso il vanto. 

Licida. Tutto ai versi è materia, o Mopso; il follo 
Lanuto gregge, le selvette, il prato, 
E amor che nasce in noi da un vago volto. 
Ma pili degno argomento e più laudato, 
Sceglier vi piaccia, che non agne, o amori; 
Troppo i boschi ascoltar del canto usato. 
Grata la terra al suo cultor, e fiori. 

Ed erbe, e spiche, e grato vin gli dona, 
E piante, asilo ne'cocenti ardori. , 



42 

E noi quale darem laude o corona 
Al benefico padre, cui si forte 
Amor del nostro ben Tanimo sprona? 

Egli è che a'iieti giorni aprì le porte, 
E a noi legando le disgiunte genti 
Di opimo cambio preparò la sorte. 
Mopso. Ben parli, amico: ma campestri accenti 
Lodar non sanno che campestri cose, 
Colline amene, limpid'acque, e armenti. 

Ma per noi parla quest'altar che impose 
La nostra mano, ove pregando ai numi 
Rechiam candido latte e scelte rose. 

Pur se i ruscelli al paragon de'fiumi 
Oggi vuoi porre, né al cammin riguardi 
Sparso di acute selci ed aspri dumi; 

Tu primiero comincia; a passi tardi 
Noi dietro ti verrem, come coloro 
Cui fatica e dolore il pie ritardi. 
Licida. Fin che a Febo sia grato il sacro alloro, 
11 citiso alle agnello, ai pesci l'onda, 
E del sonno al cultor dolce il riposo, 

Di Dafni il nome non sarà che asconda 
Oblio nemico; i nostri figli a gara 
Lo faranno echeggiar di sponda in sponda. 

Qua] prò se a noi natura non avara 
Desse ricco lesor d'irrigue fonti, 
Onde al gregge ampio cibo si prepara? 

Chiusi intorno da balze ed ardui monti, 
Ahi! nostra vita in povertà scorrea, 
E squallide de'fìgli eran le fronti. 



43 

Che quando al soffio aquilonar cadea 
La neve, e piena l'alpe era e la valle, 
Chi l'agne alla città vender potea? 
Non via sicura, non sentici', non calle 
S'ofFi'ia d'Intorno; vano ogni ardimento 
Era, e i pastor seguìa morte alle spalle. 
Ahi! che tuttor col pianto mi rammento 
li dì che i miei giovenchi io stesso vidi 
(Mentre il monte salìan con passo lento, 
Ne sentieri apparian se non infidi) 
Giti per dirupi traboccare, ahi lasso! 
Né far altro io potea che metter gridi. 
Sparse del sangue loro ad ogni passo 
Lasciar l'acute selci, e senza vita 
Giacquer della fiUal montagna al basso. 
Numi, se pura prece è a voi gradita, 
D'ogni vostro favor Dafni colmate, 
Dafni che voi, beneficando, imita- 
Simile la sua prole a lui deh fate! 
Viva lungh'anni con pace e letizia, 
E con noi sia in stabile amistate. 
Ogni ben nostro sol da lui s'inizia; ' 

Ei dell'aspro cammin tolse il periglio; 
Ei de'fonti ne aprì l'ampia dovizia, 
Che dove l'erto rovinoso ciglio 

Della rupe metteva al cor spavento. 
Sol sparso d'orme di ferigno artiglio. 
Or d'arte son mirabile portento 

Splendida via l'industre ferroaprio, 
E corron cocchi al paragon del vento. 



44 

Mopso. Dolce, come il Favonio, o il mormmio 
D'un fìumicel, fu, Licida, il tuo canlo, 
Nò mai l'eguale fra i pastor s'udìo. 

Certo sventura fu degna di pianto 
Pei'der giovenchi così amati e belli, 
Tihe di fortezza avean su gli altri il vanto. 

Ma dieci hai tu bellissimi vitelli, 

Che presto diverran giovenchi anch'essi, 
E cento capre pasci e mille agnelli. 

lo sì fra quanti son miseri e oppressi 
11 piij misero son, che piango ancora 
11 miglior figlio, in cui sperar potessi! 
Licida. Deh se ridire il caso non t'accuora, 
A noi fa chiaro quel che un grido incerto 
Or del figlio spargeva, or della suora! 
Mapso. S'alza non lungi da Sulmona un erto 

Monte, ed un pian si estende alla sua vetta, 
Che a Partenope il calle rende aperto. 

In men che un arco scocca la saetta 

Venne da Borea un nembo in su la sera; 
Ed io col cuor dicea: Figlio, t'affretta. 

Ma più crescendo ognor l'empia bufera, 
Tutta in neve si sciolse, e in un momento 
Piena intorno ne fu la via quant'era. 

Ahi che ravvolto da neve e da vento, 
Smarrita del cammin la fida traccia. 
Ivi il misero figlio giacque spento! 

E quel che più mi duol, stender le braccia. 
Ed aiutarlo, ahi lasso! io non potei, 
E piangendo bagnar la smorta faccia. 



45 

In van tre giorni lo richiesi a'dei, 
Invano il ricercai con man pietosa, 
Empiendo l'aure di singulti e omci. 

Ma torni or pure l'ira tempestosa 

Del vento aquilonari il cuor d'un padre 
Spoglio d'ogni timor lieto riposa. 

Che come nelle notti umide ed adre 
Dicon che i fuochi delle torri al porto 
Guidan sicure le smarrite squadre; 

Così securo il passeggiero è scorto 
Nel fatale cammin da chiari segni, 
Che i nembi a non temer danno conforto. 

Oh fra quanti vi son pietosi ingegni 
Dafni pietoso! niun labbro potria 
Dir quanti del tuo amor dato n'hai segni! 

Menalca. Il marsico pastor, che già solìa 
Stretto da monti trar sua vita in doglie. 
Né avea, misero! aperta una sol via, 

Or per ampio cammin reca le spoglie 
Del gregge alla cittade, e benedice 
Dafni, ed infiora di serti le soglie. 

E se il futuro presagir ne lice. 

Terra non vi sarà, che più de'marsi 
Ricca sia tutta e d'ogni ben felice. 

Questo sarà quando vedrem scacciarsi 

L'acque nemiche, e tolto ai pesci il regno, 
U'pria le spiche già solean mirarsi. 

Altri dirà con chiaro carme e degno 
Le vio, onde il Piceno, e Roma fassi 
A noi congiunta; o come accolta a un segno 



46 

L'acque volgendo van rotondi massi 
In vorticoso moto, onde il frumento 
Perde sua forma, e in polve avvien che passi. 
Oh quant'altre laudar sue cose io sento, 
Quando nella città reco le agnelle, 
Che a ben ridirle mancami ardimento? 
Dicon d'un luogo, ove le donne bello 
Assise ascoltan de'poeti il canto, 
E che fra quante son prische e novelle 
Opre null'altra mai fu bella tanto: 
Colonne, oro, cristalli e tele pinte 
Risplcndon sì che fanno agli occhi incanto. 
Dicon^ che industri giovinette accinte 
All'opra della spola intesson tele 
Sì belle le che strane omai son vinte. 
Ma se tutte ridir lingua fedele 
Vorrà l'opre di Dafni, anco ridire 
Potria da quanti fior sugge ape il mele. 
Licida. Basta, compagni; ora conviene unire 
Le agnelle: che già il sol troppo è focoso: 
Uiman, se uguale il vostro è al mio desiro. 
Ci rivedremo in questo luogo ombroso- 

Per Varrivo di mi vescovo alla sua sede. 
IDILLIO 
Il Pastore allegorico. 

in quell'ora che Felx) il cocchio alfrctta 
Salutando la terra, e va ncironde 



47 
A nasconder sua luce, un venerando 
Veglio, che il crine avea qual neve bianco. 
Bianca la veste ed una veiga in mano, 
Si assise in atto di parlare: e mille 
Figli, che de'suoi pie venian su l'orme, 
Taciti e riverenti aprir l'orecchio 
Per udir sue parole, onde son vinti 
Nella soavità dell'Ibla i favi. 

figli, benedette agne del gregge 
Di quel Signor che vi fé monde e bianche, 
Non coll'acque di limpidi ruscelli. 
Ma sì nel sangue che da cinque fonti 
Largo versava, onde pur mo bagnati 
Fino al settimo sol portaste i rai (1), 
Salvete, o figli, e me seguite; io vengo 
Nel suo nome a guidarvi alle salubri 
Piagge, che timo ognor crescente infiora, 
E fonti irrigan di purissim'acque. 
Ecco la verga che di me fa fede, 
E a voi schiude il sentiero, ondo si sale 
A' paschi eterni nell'eterno giorno. 

Di qui non lungo una campagna ride 
Lieta d'ombre e di fiori, ove ingannate 
Erran letiziando e senza freno 
Altre indocili agnello, a cui tormento 
Son questi paschi e del pastor la voce. 
agnello mie, deh non v'alletti il verde 
Dell'ingannevol terra ! ivi l'erbette 



(1) Due giorni innanzi all'accademia ebbe termine la set- 
timana santa. 



48 
Celano tosco, e dan moi'te i ruscelli. 
Verrà stagion, nò fia quest'ora antica, 
Verrà stagion che pestilenza tetra 
Struggerà quelle infide: austro cocente, 
Austro vendicator dell'ira eterna, 
Volgerà in polve i fior, l'acque in vapori; 
E dall'alvo de' boschi a bocca aperta 
Verran lupi affamali, e a lor fian pasto 
Le poche che non fur di morte preda. 
AUor tutta vedrem d'ossa insepolte 
Biancheggiar quella terra, ove parca 
Durar di primavera eterno il riso, 
Eterno il gregge, già sì pingue e lieto. 

Deh i fidi paschi non fuggite, o agnelle, 
I paschi ove il pastor vostro vi guida! 
Qui non vedrete inaridir per vento 
L'erbe, o de' rivi polveroso il letto. 
Un'aura, che da ciel movendo spira, 
Questa terra governa, e al suo tepore 
Van pieni i fonti, e si feconda il timo. 
Qui lupi non verranno a far satolle 
Le ingorde zanne: a voi mia verga ò scudo; 
Ed è la verga mia terror di belve. 
Qui sarò vosco all'apparir del giorno. 
Qui all'apparir dell'ombre, onde dar laude 
A chi fé bello il ciel dell'alma luce, 
E dolci l'ombre della notte cheta. 

E qui piegate le ginocchia a terra 
Seguì dicendo: D'esti figli in petto 
Manda, o Signor, della tua pace il dono, 
Onde abbian segno, che son questi i paschi, 
Queste, e non altre, l'acque vive, u' debbe 



49 

Dissetarsi l'agnella. A questi detti 
Arrise il cielo folgorando a inanca, 
E d'oriente venne una dolce aura, 
Che d'eletta fragranza empio quel loco- 
L'acque sostaro, e si fer belli i fiori. 
Allor tutti sorgendo, o benedetto, 
Gridar, che vieni del Signor nel nome. 
Chi fìa che chiuda a tue parole il petto, 
seguirti ricuvsi ? A noi lucerna 
Tu se' che l'ombra dell'error disgombri; 
A noi tu padre, che gl'incerti passi 
Del fìgliolin sorregge, onde in acuta 
Selce, cadendo, non offenda il volto. 
E in men che il dico, ad uno ad uno intorno 
A quel padre si strinsero, simili 
Ai nati di colomba, allor che il cibo 
Tarda la madre a dispensare apparve. 

IH. - 

La morte del giusto. 

Chi è costui che par non senta in petto 
Doglia del telo, che a lui morte vibra ? 
Chi è costui che con asciutto ciglio 
Alla madre, alla sposa, ai dolci nati 
Dice l'ultimo vale, e pure anela 
Sciorsi dei lacci del suo fral caduco? 
giovinetti, in lui vedete il Giusto, 
Cui morte è fin d'una prigione oscura, 
Cui la speme avvalora, e cui la Fede 
Impenna l'ali per volare a Dio. 
C.A.T.CLIX. à 



50 
IV. 



La morte di Catone in Ulica. 

Sonetto improvvisato in nn caffè di Ravenna 

a rime obbligale. 

Petti non troverai da maccheroni, 
Cesare, o l'alma in noi d'una cicala; 
Ove spira Caton, non s'aizan troni: 
Qui l'augel di Quirin distende Vaia- 

Venite intorno a me, voi fidi e buoni; 
Rocca di libertà sia questa sala^ 
Serbi chi vuol la vita a danze e suoni. 
Che il morire da forte a gloria è scala. 

Cosi dicea Caton piiì ch'altri fiero; 
Poi fé le carni sue lacere e peste 
CoH'acciar che imbrandia feroce e altero. 

Furon del suo morir l'anime meste, 

Si rinchiuse il guerrier nel suo cimiero, 
E l'alma a Dite andò ver l'ore seste. 



Traduzione di un epigramma di Marziale. 

Se ben ricordo, avevi 

Sol quattro denti in bocca, 
Elia, e tossendo ne sputasti due; 
Due ti svelse da poi un'altra tosse. 
Ora tu puoi tossir liberamente: 
La terza tosse non può farti niente. 



51 



Impressioni degli oggetti terrestri prodotte dalla fol- 
gore- (Dalla Gazette de France). 



1 



più straordinari effetti della folgore sono per fer- 
mo le impronte d'immagini terrestri che stampa sugli 
oggetti fulminati. Non pochi di simili fatti sono stati 
riferiti in diversi tempi; ed il signor Pney, direttore 
dell'osservatorio meteorologico della Navarra, reca 
un certo numero di fenomeni elettrici che potranno 
interessare i nostri lettori. Narra Casaubono che 
quindici anni incirca prima del 1610 la cattedrale 
di Wells nel Sommersetshire (Inghilterra) venne col- 
pita dal fulmine. Ebbene: si trovarono croci impresse 
sulla persona di coloro che erano nella chiesa. Il 
vescovo di Wells ne aveva una sopra un braccio ; 
anche sua moglie aveva sopra di sé l'immagine d'una 
croce: altri l'avevano sulla spalla, sul petto, sul dorso 
sopra altre parti del corpo. 

Lo stesso signor Poey ha trovato un altro ri- 
cordo della formazione di croci al tempo dell'eru- 
zione del Vesuvio nel 1660, segnalata dal P. Kirchcr. 
Dopo r eruzione di quel vulcano si manifestarono 
croci sulle vesti di lino, sulle maniche delle camicie, 
sui grembiali delle donne e sulle lenzuola ch'erano 
state sciorinate durante la eruzione- Si contarono 
sino trenta croci ^opra una tovaglia da altare , e 
quindici sopra la manica d'una camicia. 

Il colore , la dimensione e la forma di cotali 
croci variavano in grande maniera Nondimeno, slu- 



52 

dialo avendo profondamente V opera pubblicala a 
questa proposilo dal P. Kircher, il signor Poey in- 
clina a credere che le croci del Vesuvio non si deb- 
bano attribuire all'azione foto-elettrica della folgore 
vulcanica, ma probabilmente ad alcuni depositi chi- 
mici delle emanazioni del vulcano sopra le vesti di 
lino, la cui tessitura, che è di fili incrociati ad an- 
golo retto, prestasi alla formazione d'immagini che 
hanno apparenza d"una croce piiì o meno esatta. 

Oltre la formazione di queste croci, egli ha tro- 
vato altre impronte del fulmine che non sono meno 
meravigliose delle prime. 

Per esempio, essendo caduto il fulmine , il 18 
luglio 1689, sul campanile della chiesa di San Sal-p 
valore a Lagny , esso improntò in un momento , 
sulla tovaglia dell'altare, le sacre parole della con- 
secrazione, cominciando dsiqyiesle: Qui pìidie qiiam 
paterelur , ecc- sino a quest' altre inclusivamente : 
Haec quoliesciirnqne fecevilis, in mei memoriam fa- 
cielis: non essendo state omesse che quelle parole 
che di solito si scrivono in caratteri piiì visibili de-? 
gli altri e che sul cartone erano stampate con in- 
chiostro rosso, cioè: Hoc est enim ecc. Hic est san- 
guis ec le quali non rimasero improntate sulla to- 
vaglia dell'altare. È notevole che l'impressione pro- 
dotta sulla tovaglia dal fulmine era identica con la 
stampa ordinaria del cartone, con la sola differenza 
chp le lettere erano rovesciate da destra a sini- 
stra (1). 

(1) Avendo noi comunicalo quest'articolo (dice il sig.F.B. 
nella Gazzetta di Parma degli 11 dicembre 1858) ad un 



53 

E credibile per nitro che questa il produzioni^ 
d' una parte del canone della messa non sia delia 



nostro amico, il quale con singolare amore e con molto buon 
successo coltiva gli studi fotografici, nel restituircelo ha vo- 
luto esserci cortese della seguente nota: 

« I colori rosso, giallo e verde sono chiamati dai foto- 
« grafi colori antifotogenici , perchè la luce non riproduceli 
« come gli altri sulla superficie sensibile. Ciò dimostrerebbe 
« clic i caratteri rossi della tabella dell' altare non rimasero 
« impressi sulla tovaglia, come i neri, pel motivo suddetto : 
« ritenendo io che tutti i fenomeni delle impressioni prodotte 
a dal fulmine sui corpi sieno efletti dipendenti dalla forte cor- 
« rente o vortice di luce impressa prima nei corpi, dai quali 
« poi per emanazione o radiazione vengono stampali gl'im- 
« pronti sulle superfìcie meglio adatte a ricevere l'impressione. 

« Le scoperte fatte di recente dal signor Niepce di Saiul- 
« Victor sopra una nuova azione della luce potrà dare qual- 
« che schiarimento sulle impronte prodotte dal fulmine; laonde 
« credo non afl'atto inutile il darne qui un cenno. 

« Un corpo, dic'egli, dopo di essere stalo esposto al Sole, 
« conserva nelle tenebre una proprietà trasmissiva dei raggi 
« luminosi. Alcuni corpi, come la carta, il legno, la pelle, 
« esposti parimente al Sole senza il preventivo apparecchio 
« di veruna sostanza, e rimessi tosto nell'oscurità, vestono le 
« qualità di poter produrre la propria immagine mediante i 
« processi fotografici. 

« Prendete un disegno od un'incisione che sia stata pri- 
« ma per qualche tempo nell'oscurità, ed esponetela in que- 
« sta condizione un quarto d' ora ai raggi del Sole. Finita 
« quest'operazione, ponete ancora allo scuro il medesimo di- 
« segno, e soprapponetegli un foglio di carta preparata fólO' 
" graficamente : ed in breve spazio di tempo avrete l'esatta 
a riproduzione di quel disegno. L'effetto è prodotto dalla luce 
« impressa sui bianchi e sui neri del disegno, i quali si Ira- 
« smettono sulla carta bianca a mo' di radiazione; perchè se 
« coprite una parte del disegno con un cartone, la parte co- 
« perla non produce più immagine. Il contatto però non ènep- 
« pur necessario in tal maniera di riproduzione, perchè l'ini- 



5i 

stessa natura delle immagini foto-eleltiichc prodot- 
te dal fulmine; e che agito avendo l'elettiicilà come 
corpo dissolvente dell'inchiostro, la riproduzione dei 
caratteri si sarà fatta per compressione al momento 
che il cartone fu rovesciato sulla tovaglia dell' al- 



« pronta del disegno si riproduce sulla carta sensibile anche 
« alia distanza di un centimetro dal disegno alla carta. Cotal 
" particolarità, che acquista un disegno esposto al Sole, può 
« trasmettersi sopra un'altra superficie bianca; e da questa si 
« può parimente ottenere la riproduzione d'un disegno su carta 
" sensibile , senza la presenza del disegno slesso. A conse- 
« guir ciò, basta in prima insolare il disegno, o l'incisione che 
« si vuol riprodurre: in appresso mettetelo in luogo tenebro- 
« so: soprapponetevi un cartone levigato, e il contatto duri 
« per 24 ore. Dopo dolevate il disegno, e a contatto del solo 
« cartone ponete la carta sensibile, ed essa riceverà la ripro- 
« duzione esalta del diseguo medesimo. 

« Un'ultima esperienza ancor più mirabile rende notevole 
« questa proprietà che ha la luce di potersi conservare ne'suoi 
« effetti in certe sostanze e di agire dopo qualche tempo. 
« Guarnite nell'interno di carta bianca un lungo tubo di latta, 
« ed esponetelo al Sole sì che i raggi vi penetrino nell'inter- 
« no per circa un' ora. Se in questa condizione si collochi 
" l'orificio del tubo sopra un foglio di carta sensibile, ottiensi 
« esattamente il disegno della circonferenza del tubo mede- 
" Simo. Posto un disegno fra il tubo eia superficie sensibile, 
« si ottiene 1' esatta riproduzione di tal disegno. Finalmente 
« il tubo chiuso può conservare per assai lungo tempo la pro- 
« prietà che ha la luce d'improntare le superficie sensibili: e 
« basterà soltanto di aprirlo e di soprapporlo ad una super- 
be iicie preparata per ottenere la riproduzione della parte che 
« vi è in contatto. Ecco quanto posso dire intorno all'articolo 
« che mi hai comunicato. Io ritengo che il fenomeno delle 
« folgori, se non del tutto, sia almeno in parte analogo agli 
« effetti delle sperienze fatte dal signor Niepce di Saint-Yictor ». 



55 
tare, nella stessa maniera che si riproducono i ca- 
ratteri da stampa. 

Nel 1786 Leroy, membro dell' accademia delle 
scienze di Parigi, annunziò che Franklin gli aveva 
pili volte ripetuto che quarant'anni prima un uomo, 
stando di pie fermo davanti ad una porta durante 
un temporale, vide il fulmine cader sopra un albero 
che gli era di contro e che, per una specie di pro- 
digio, videsi poi l'impronta dell'albero sul petto di 
quell'uomo. 

Nel 1825 cadde il fulmine sul brigantino II Buon 
Sen;o ancorato nella baia d'Amirero. Un marinaio se- 
duto appiè dell'albero di trinchetto ne venne ucciso, 
e si osservò sul suo dorso un leggero segno giallo 
e nero, che cominciava dal collo e finiva alle reni, 
ed ivi era impresso un ferro da cavallo perfetta- 
mente distinto e della stessa grandezza di quello in- 
chiodato sull'albero. 

Il trinchetto d' un altro brigantino venne col- 
pito dal fulmine nella rada di Zante. Sotto la mam- 
mella sinistra d'un marinaio videsi il numero 4-4, che 
tutti i suoi compagni attestavano non esservi prima. 
Queste due cifre, grandi, ben formate, con un punto 
in mezzo, erano identiche con lo stesso numero di 
metallo attaccato ad un attrezzo del bastimento , 
posto tra l'albero e il letto del marinaio , il quale 
era addormentato quando fu colto dal fulmine. 

Nel 1836 la folgore cadde presso Zante ed uc- 
cise un giovane. 11 cadavere aveva , in mezzo alla 
spalla destra, sei cerchietti che conservavano il colore 
di carne, e che tanto piìi risaltavano in quanto che 
erano improntati sopra una cute fosca- Questi cer- 



56 
chìetti, l'uno di seguilo all'allro che si toccavano in 
un punto , erano di tie diverse grandezze e cor- 
rispondevano esattamente a quella delle monete 
d'oro che il giovane aveva al lato destro della sua 
cintura, come fu avverato dal giudice istruttore e 
dai testimoni. Questo caso ha molta analogia con 
quello della riproduzione del canoae della messa. 

INel 1831 un magistrato del dipartimento d'Indre 
e Loira fu colpito dalla folgore- Si osservò con istu- 
pore che aveva sul petto alcune macchio che somi- 
gliavano perfettamente a foglie di pioppo. Quelle 
impronte si cancellarono gradualmente mano mano 
che si ripristinava la circolazione. 

Nel 1847 la signora Morasa di Lugano, durante 
un temporale , essendo seduta presso una finestra, 
sentì una certa scossa che, a suo detto, non le fece 
alcun male: ma un fiorey che si trovò nella corrente 
elettrica, disegnossi perfettamente sopra una sua gam- 
ba, e quest'immagine si mantenne pel resto di sua 
vita. 

11 signor Poey aveva già segnalato nella sua Me- 
moria sulle tempeste elettriche, e sulla quantità di vit- 
time fatte ogni anno dalla folgore negli Stati Uniti 
d'America e nell'isola di Cuba, un fatto di questa 
natura che avvpnne in quell'isola. Il 24 luglio 1852 
cadde il fulmine in una piantagione di caffè a San 
Vincenzo, sopra una palma e sulle foglie secche di 
essa incise l'immagine dei pini circostanti, come se 
fosse stata fatta col bulino. 

Nel 1853 il giornale 1' Intelligenza degli Stati 
Uniti d'America ha riferito 11 fatto seguente: Tro- 
vandosi una fanciulla davanti ad una finestra, in fac- 



57 
eia ad un albero, l'immagine di questo, dopo una sca- 
rica elettrica, venne riprodotta sul suo corpo; e Io 
stesso giornale soggiunge non essere il primo fatto 
di tal natura. 

Il sig. Raspali ha segnalato il penultimo caso di 
questa lunga enumerazione delle immagini elettro-fo- 
tografiche del fulmine. « Ho cento volte udito rac- 
contare, dice questo scienziato , nella mia infanzia 
un fatto di simil genere, di cui aveva potuto essere 
testimonio tutto il paese. Un fanciullo era salito so- 
pra di un pioppo per levarvi un nido d'uccelletti : 
scoppia "la folgore e getta il fanciullo al suolo: l'in- 
felice recava sul petto 1' impronta del pioppo , sur 
un ramo del quale scorgevasi benissimo il nido de- 
siderato ». 

Nello stato attuale delle nostre cognizioni è dif- 
ficile il cnettere innanzi una teorica che possa ren- 
dere ragione , in modo soddisfacente , di tutte le 
circostanze che accompagnano la formazione di que- 
ste singolari impronte della folgore. Nulladimeno è 
credibile che abbiano strettissima relazione di causa 
e di effetto con impressioni analoghe ottenute col 
mezzo dei raggi solari, come nella fotografia ordi- 
naria, col mezzo della scarica elettrica d'una bat- 
teria, o anche per un'azione termo-elettrica, com'è 
il caso nelle immagini ottenute da Moser, Riess, Kar- 
sten, Frove, Fox-Tablot, e da altri scienziati. In tutte 
queste impressioni elettriche, come in quelle della 
folgore, il corpo che riceve l'impronta soggiace ad 
una modificazione molecolare più o meno pronun- 
ciata, che occasiona un mutamento di polarità negli 
atomi che si polarizzano all'immagine del modello 



58 
per l'azione della forza dinamica che agisce sopra di 
lui, sia poi questa dell'elettricità, della luce, del ca- 
lore d'un'azione chimica. Oltracciò, evvi trasporto 
di materia ponderahile, staccata dal primo condut- 
tore e portata sul secondo conduttore, dove la fol- 
gore si neutralizza, o, in altri termini, dal polo po- 
sitivo al polo negativo, come nelle operazioni gal- 
vano-plastiche. Nelle impronte del ferro da cavallo, 
nel numero 44 e ne'sei cerchietti menziocali di so- 
pra, ebbevi certamente di particelle metalliche stac- 
cate dalla folgore e portate sui corpi dei fulminati, 
dove sarebbesi fatto il deposito a somiglianza del 
modello. 



59 



Intorno ad un lavoro di maiolica in Palermo , rap- 
presentante la Beala Vergine col Bambino^ mo- 
dellalo da Luca della Robbia fiorentino. 



A oichè siamo nella stagione delle scoperte, e chi 
vantasi di aver trovato una nuova cometa , e chi 
alti rilievi del Gagini non visti pria da nessuno, co- 
me se lutti gli uomini fossero stati talpe per tre 
secoli, anch'io vò arrogarmene una singolare arti- 
stica; ma prevengo il pubblico che dalla fine del se- 
colo XVI è stata esposta agli occhi di tutti in Pa- 
lermo, benché nessuno ne abbia riconosciuto il pre- 
gio, nò detto che era opera bellissima del celebre 
Luca della Robbia, scultore fiorentino, contempo- 
raneo del famoso Donatello, col quale talvolta riva- 
leggiò. 

Luca acquistò pria celebrità in Italia, come scul- 
tore in marmo o in bronzo, e più per una sua leg- 
giadra ed utilissima invenzione , come ci assicura 
il Vasari, e il suo annotatore^ segnato colle lettere 
iniziali F. G. D. (1). Il biografo aretino così espri- 
mesi : « Luca considerando che la terra si lavora 
<( agevolmente e con poca fatica , e che mancava 
« solo trovare un modo, mediante il quale l'opere 



(1) Vite dei pittori scultori ed architetti. Siena 1791, tom. 3 
p. n e seg. 



60 

« che di quella si facevano si potessono lungo tempo 
« conservare andò tanto ghiribizzando , che trovò 
(i modo da difenderle dall'ingiurie del tempo: per- 
« che dopo avere molle cose esperimentate, trovò 
« ohe il dar loro una coperta d'invetriata addosso, 
u fatta con stagno, terraglietta,'anlimonio ed altri mi- 
« nerali e misture cotte al fuoco d'una fornace ap- 
« posta, faceva benissimo quell'effetto, e faceva 1 ope- 
« re di terra quasi eterne. Nel qual modo di fare, co- 
« me quegli che ne fu inventore, riportò lode gran- 
« dissima, e glie ne avranno obbligo tntti i secoli 
« che verranno ». 

I primi saggi di questa specie di smalto vitreo 
da lui adoperato sull'argilla cotta furono fatti nella 
sua patria pel tempio - sotuoso di Santa Maria del 
Fiore, sopra l'arco della porta di bronzo dalla parte 
dell'organo presso all' ingresso della sagrestia , ove 
rappresentò nell'esterno la resurrezione di Cristo* 
che fu, secondo il detto del Vasari : « cosa vera- 
ce mente rara ed ammirata: onde fece le altre figure 
(c dell'ascensione di Cristo in cielo sulla porta del- 
(( l'altra sagrestia, che furon riguardate come opere 
f( molto belle (1) ». 

Quella speculazione del della Robbia divulgossi 
indi in Italia per mezzo dei suoi fratelli Ottaviano ed 
Agostino , ed in seguilo dei suoi nipoti. Onde nel 



(l) Vasari par che si contraddica; perocché avendo detto 
che Luca della Robbia, nato neiri388 e morto circa il 1438, 
fu inventore della pittura a smalto , dice poi ch'essa rimonti 
all'anno 1338 quando Ugolino Vieri fece di tali opere per la 
cattedrale di Orvieto. 



61 

ducato di Urbino, secondo ci attcsta il Vassari in 
una disseitazione, sorsero poi tante fabbriche di si- 
mili lavori, sia di vasi dipinti a vari colori con or- 
nati e figure, sia di lastre con rappresentazioni tal- 
volta di quadri, ridotti in piccola dimensione , sia 
anche di figure di tutto tondo, come quelle del della 
Robbia, e dei suoi fratelli e nipoti ed altri (1). 



(1) Nel 1835 pubblicai , nel giornale dell'Indagatore Si- 
ciliano , una mia illustrazione di una pittura sopra maiolica 
smaltata , eseguita da un Francesco Mezarix nell' anno 1544, 
come si legge sulla medesima. Essa era posseduta dal conte 
Corrado Yentimiglia, ed ora dal chiaris. Domenico Lo Faso, 
duca di Serradifalco e Pietrasanta. Sopra una lastra di terra 
cotta invetriata di circa un palmo quadrato scorgeasi a vari 
colori rappresentata una deposizione di Gesù Cristo dalla croce 
fra i due ladroni. La composizione e il buon disegno nelle 
figurine, se non il colore troppo monotono inclinante al gial- 
lognolo , rendeano assai pregevole quella maiolica. L' autore 
ignoto nell'istoria dell' arte è da me primieramente aunun- 
nunziato, perchè sia stato un imitatore di Michelangelo Buo- 
narroti, di qualche suo scolare; perocché nelle figure di la- 
droni sente lo stile robusto di Michelangelo per 1' anatomia 
ben espressa dei muscoli. Sebbene la composizione sia rac- 
cozzata dalle altre deposizioni di croce di Daniello da Vol- 
terra e di Federico Barocci. 

Io giudicai dal cognome Mezarix, che l'autore provenisse 
da una delle tante famiglie spagnuole stabilite in Sicilia dopo 
la dominazione di Carlo V , sotto il quale visse : e che egli 
abbia potuto apprender 1' arte in Italia , e il meccanismo di 
dipinger le maioliche in Casteldurante, in Urbino o in Faenza, 
ove erano diverse fabbriche di quella industria : e forse di 
ritorno in Sicilia l'abbia qui esercitata; perocché, come accen- 
nai, nel secolo XVI in Palermo erano anche fabbriche di ma- 
iolica. 



62 

Luca dapprima intendeva imitare il marmo , e 
quindi faceva in bianco le sacre immagini invetriate; 
ma poi spinse innanzi la sua industria e vi appose i 
colori locali; talché apparvero statue dipinte di mezzo 
di tutto rilievo. 

Ma il merito principale di quello scultore fio- 
rentino non sta, a mio avviso, nell' invenzione che 
gli attribuisce il Vasari, e che io appresso proverò 
di essere più antica, e sol da lui ripristinata, ov- 
vero producente lo stesso effetto con altri mestrui; 
ma dell'essere stato un artista, come dice il Vasari, 
di buonissimo e grazioso disegno. E veramente si av- 
vicina egli nelle sue immagini alla grazia, alla sem- 
plicità, e specialmente in quelle sacre di Madonne 
e dell'infante Gesù , e nell'aggruppare le figure , e 
nell'espressione, al massimo Reffaello Sanzio, sicché 
Io crederesti uno dei suoi scolari nel disegno. Ep- 
pure egli fu contemporaneo , come dissi , di Dona- 
tello, del quale ho pur vedute in Italia opere sì belle 
per le qualità indicate, che non sembrano apparte- 
nere al suo secolo- E qui é da osservare, sì per la 
pittura e sì per la scultura, che mentre procedevano 
esse lentamente verso la perfezione , alcuni grandi 
ingegni, eccitati dalla scintilla del genio, lottavano 
col secolo e lo superavano. E fra questi, come Do- 
natello, Ghiberti, Luca della Robbia, Masaccio, voglio 
annoverare anche Antonello degli Antoni da Mes- 
sina , non già pel servigio reso alla Italia di aver 
diffuso il dipingere ad olio (la cui invenzione è at- 
tribuita a torto dal Vasari a Giovanni da Bruges , 
e che si è provato dagli eruditi di esser un'antica 
pratica conosciuta in Italia , e poi dimessa non si 



63 

sa perchè); principalmente vò lodare il nostro Anto- 
nello per una certa eleganza , graziosa espressione , 
e bel piegheggiare delle vesti delle sue figure, co- 
me potei scorgere ed ammirare ne' suoi dipinti in 
S. Gregorio di Messina, che ora riduce a bulino Saro 
Cucinotta di quella città , allievo di alte speranze 
nell'incisione dell'egregio suo concittadino Tommaso 
Aloisio Juvara , il quale ha raggiunto il suo gran 
maestro Toschi nell'arte dell'intaglio. 

Il Vasari giudica del merito pittorico del nostro 
Antonello , non già dai quadri di sacro o profano 
argomento, di cui forse pochissimi avea veduti, ma 
dai suoi ritratti che son in vero ammirevoli per la 
diligenza e finezza , come ho potuto osservare in 
Italia, e in quello della real galleria di Napoli, la- 
sciato in testamento a S. M. dal dotto marchese 
Giuseppe Haus. Però Antonello nei suoi quadri in 
S. Gregorio in Messina ha i pregi accennati per gli 
artisti surriferiti italiani , che lo rendono superiore 
al suo secolo ; e così pur Luca della Robbia nelle 
figure in creta cotta, coverte di smalto. Ed io che 
ho potuto a mio bell'agio contemplarne le opere a 
Firenze e in altre parti di Toscana, non posso ftu' 
eco al giudizio del mio amico Filippo de Boni , il 
quale nella biografìa degli artisti scrisse: « Che Luca 
« è uno dei prodigi più straordinari d'Italia, e che 
(( bisogna dire che il suo cuore si mantenesse ver- 
« gine per vedere così divinamente le immagini della 
a Vergine, di Cristo e dei santi ». Ma in buona co- 
scienza non potrei attribuirgli, sull'autorità del Va- 
sari, l'invenzione di smaltare le figure in terra cotta; 
perocché essa conosceasi assai prima del suo tempo: 



64 

e, vedi lemeritcà, un certo Palisses nel secolo XVI 
se ne vantava scopritore! 

L' arte dello smaltare sia in cristalli colorati , 
che sono una specie di smalto (1) , sia in creta 
colta invetriata, fu speculata dagli arabi, i quali Tin- 
trodussei'o nei paesi conquistati- l^ppure Cesare Cantù 
attribuisce in un suo opuscolo da me confutato Tin- 
vonzione dello smalto ai francesi , laddove è anti- 
chissima , anzi fu recata in Plancia da Benvenuto 
Cellini a tempo di Francesco I. 

Degli smalti a cristallo abbiamo noi infiniti mo- 
numenti deirXI secolo nei nostri musaici; ed altri 
del tempo degli arabi andarono in rovina, quando 
Roberto Guiscardo e il conte Ruggero suo fratello 
abbatterono le moschee dei musulmani in Sicilia 
che eran ripiene, se non di figure umane , vietate 
dal corano , in gran parte di ornati e di animali. 

Nell'epoca normanna , col rifiorire dell'arte dei 
musaici , rivolta a storie di nostra religione e ad 
ornati leggiadrissimi, rifiorì quella dello smaltare i 
vetri a vari colori. Non pnò mettersi in dubbio, che 
gli arabi abbiano applicato lo smalto alla creta colta: 
il che fu attribuito molti secoli dopo a Luca della 
Robbia. Perocché possiamo noi mostrare due vasi, 
già posseduti dall' erudito cavaliere D. Berardo di 
Ferro in Trapani, ed or dai suoi eredi. Quei vasi son 
di bella forma e invetriati di smalto a color tar- 



li) Leggi la dissertazione XXIV del Muratori nell'erudi- 
tissiraa sua opera delle antichità italiane. 



65 
chino, con vari fregi e iscrizioni antiche, e ben con- 
testano di esser lavoro degli arabi di Sicilia (1). 

Ma essi fecer più che posteriormente Luca della 
Robbia; perocché ornarono talvolta le loro maioliche 
a vari colori di leggiadri rabeschi in oro, che si con- 
servano coi colori sotto la lucidissima invetriatura 
a smalto sino ai nostri giorni. Io ho veduto presso 
l'antiquario Sanfilippo in Palermo, alquanti anni ad- 
dietro, due piatti, uno assai grande, e l'altro meno, 
lavorati in quel modo mirabilmente, e sì bizzarri 
per la forma da non dubitarsi che fossero delle no- 
stre fabbriche arabe. Alcuni vasi da farmacia di 
epoca molto posteriore osservai pure presso lo stesso, 
i quali per 1' aquila dipintavi, emblema proprio di 
Palermo, accennavano d'essere usciti d'una fabbrica 
di questa capitale: e quei lavori appartenevan forse 
al declinare del secolo XVI. 

Sul cadere del secolo XIX sorse poi alle falde 
dei vicino Monreale la fabbrica del barone Malvica 
di maioliche smaltate, e talvolta dorate, di vasi e 
di piatti, e anche di busti e statuette imitanti il 
marmo bianco. 

Colla morte del Malvica cessò la fabbrica ; ma 
vari busti bianchi ancor si osservano sul prospetto 
della sua casina, comechè esposti all'intemperie da 
molti anni, lo ne serbo due statuette , una secer- 
dotessa, ed una Melpomene, che son pregevoli. 



(1) Leggine la descrizione del suddetto cavalier Berardo 
di Ferro nella Guida per gli stranieri in Trapani pag. 304. - 
Trapani per Mennone e Solino 182S. 
G.A.T.CLIX. 5 



66 

Conosceasi dunque dai musulmani di Sicilia l'arte 
di smaltare a colori la creta cotta, circa cinque se- 
coli prima di Luca della Robbia. 

Quanto agli smalti sopra rame, argento od oro, 
possiamo mostrarne ìnfìniti dell' epoca normanna , 
sveva e aragonese, e basterebbe osservare il paliotto 
che si conserva nella nostra cattedrale con tante sagre 
figurine, ch'ò un prezioso monumento di quei tempi 
finora non illustrato , né pubblicato con incisioni , 
come meriterebbe : e chi sa quanti altri lavori di 
smalto si troverebbero nelle nostre antiche chiese 
sui sacri vasi! 

Non vò dire pertanto che Luca della Robbia venne 
in Sicilia a imparare il segreto di smaltare, comu- 
nicato a noi dagli arabi. Egli potea leggerlo bensì 
in qualche antica scrittura, o, come è piiì proba- 
bile, incontrarsi nella stessa invenzione. Però de- 
vesi sempre a lui dar lode d'averlo il primo divul- 
gato in Italia, come ad Antonello da Messina il me- 
todo di dipingere ad olio. Multa renascentur quae iam 
cecidere^ scrisse Orazio. 

Or mi si chiederà perchè questo lungo preambolo 
sullo scultor fiorentino e figulista smaltatore, del 
quale ogni artista ed amalor letto avea la vita scritta 
dal Vasari ? 

Con questo preambolo io intesi aprirmi la via per 
condurre i miei concittadini al vestibolo interno , 
che precede Io scala del convento di S. Domenico 
in Palermo, onde ammirare un egregio monumento 
dell'ingegno e della mano di Luca della Robbia. 

In una nicchietta nella parete siiAÌstra entrando 
nel vestibolo si scorge V immagine a mezza figu- 



67 

ra, quasi in tutto rilievo , in bianco smallo, della 
Beata Vergine che ha in braccio il bambino Gesù, 
amendue pressocchè al naturale- Lo smalto ne ha 
reso lucida la superficie , e durevole la creta sot- 
toposta, come nella porcellana. La Madonna è fino 
ai ginòcchi, alla due palmi e dieci once. È seduta 
su sedia a bracciuoli con volute, ha sulle ginocchia 
un cuscino, ov'è adagiato il fanciullo GesiJ, cui so- 
stiene con la man destra, mentre distende la manca 
sino al pie del medesimo. Il volto di lei in terzo 
sfugato piegasi e s'avvicina a quello rialzalo del fi- 
glio , il quale quasi ricerca ansiosamente i di lei 
sguardi, e vorrebbe imprimerle un bacio sulla gota, 
ma si sforza invano a raggiungerla: stende intanto 
la sua manina e carpisce il lembo del velo che le 
scende dal capo, come se volesse toglierle quell'im- 
paccio per baciarla. La Vergine è coverta della so- 
lita tunica , stretta da una cintura. Il manto, che 
cuopre le spalle, le passa sull'omero e sul braccio 
sinistro in larghe ed acconce pieghe- Cinque sera- 
fini le stanno in giro alla testa, e in centro pende 
lo Spirito Santo nella forma di piccola colomba. 

lo salii sopra una scala, e fatto aprir lo sportello, 
ricoverto da cristallo, volli osservar da presso quel 
lavoro singolaie. 

A giudicar del merito artistico dell' opera dirò 
innanzi tratto, che non ha la secchezza di stile, che 
era da aspettarsi da un modellator del primo scorcio 
del secolo XV; talché conferma quel che dissi, ch'egli 
fu superiore alla sua età. La composizione ha un 
insieme bene armonizzalo, che si contrappone ot- 
timamente nelle parti. Le figure, che corrispondonsi 



68 
nell'unico sentimento di amor tenero e innocente, 
toccano il cuore dei riguardanti , eccitato altronde 
dalla sacra rappresentazione, e dall'influenza religio- 
sa. L'elemento cristiano vi trionfa e consegue il suo 
scopo. Di fatti quel gruppo ha molti devoti, che la 
sera vi recitano coi monaci le sacre preci. Il bello 
puramente naturale predomina, è certo, nel disegno, 
e richiamando i riguardanti al vero produce un 
maggior effetto , che il freddo, ma sublime ideale 
dei greci. Il volto della Vergine è lunghetto , se- 
condo il tipo fiorentino, e di gran lunga inferiore 
in bellezza a quello dell'altra in marmo del Gagìni 
nella chiesa della Gancia, che io già descrissi. Il della 
Robbia copiò esattamente la natura , e lo scultor 
palermitano avvicinossi all'antico ideale, non isce- 
gliendo solo il vero, ma insieme qualche antica sta- 
tua per modello: persuaso, che con quella soltanto 
avrebbe fatto una copia di copia men naturale. 

Il fiorentino die un'aria alla sua Vergine di con- 
templazione, mista ad una certa mestizia, quasi che 
presagisse e riflettesse che il suo amato figliuolo 
esser dovea straziato e crocifisso fra pochi anni 
per redimere il genere umano. La bocca di lei con 
l'estremità delle labbra abbassate ne accenna il ram- 
marico. Le sue pupille, e quelle del bambino e dei 
serafini, fur dipinte in nero, credo io, posteriormente, 
e scemaron dolcezza ed armonia a quelle figure. 

11 corpicciuolo di Gesù, comechè ben disegna- 
to e corrispondente al vero , è sul fare di Pietro 
Perugino, e non già nel nobile stile del putto della 
celebre Madonna della seggiola di Raffaello, e de- 
gli altri nel quadro dello stesso presso gli Olivetani 



69 

di Palermo. Non pertanto quel volto ha molta e-^ 
spressione e leggiadria, e il concetto di ricercar gli 
sguardi e i baci della madre è grazioso e commo- 
vente oltre ogni dire, come pure l'atto di alzar il 
velo della testa della madre. Le due figure poi si 
contrappongono nel movimento e nella varietà delle 
linee e delle parti, rientranti e sporgenti, e dell'a- 
zione vera, affettuosa, ed animata. 

E ciò produce appunto un effetto sorprendente. 
I serafini, sebbene accessorii e disposti in bella co- 
rona, son però meschinamente modellati, forse per 
far trionfar le figure principali; ma l'artista pur do- 
veasi ricordare d'esser essi di razza celeste. 

Quel monumento prezioso ò sì ben conservato, 
come se fosse uscito or ora dello stecco di Luca 
della Robbia; essendo stato, sin da principio, col- 
locato in quella nicchia e custodito da cristallo. 
Però il telaio occulta una parte delle ginocchia e 
di una mano ; talché a vie meglio osservarsene la 
bellezza dovrebbe esserne sgombro , e posto più 
basso e in miglior luce. 11 perchè io consiglierei 
quei buoni e intelligenti padri (della cortesia dei 
quali ho fatto esperimento nell' aver secondato il 
mio progetto di accogliere nel loro tempio le tom- 
be degli uomini illustri principalmente siciliani, dopo 
l'esempio dato da me di avervi innalzato quelle del 
pittore Pietro Novelli, del poeta ed oratore Miche- 
langelo Monti, ed or del sommo scienziato Scinà) 
a far diligentemente staccar quelle due sacre im- 
magini e gli angioli, e riporli in miglior sito e luce 
nel loro magnifico tempio, come fecero i frati della 
(iancia pei bellissimi alti rilievi del Gagini, che da 



70 
un corridoio, ove giaceano inosservali, li trasferi- 
rono a consiglio dell'architetto professor Basile nella 
lor chiesa. E così pur fecero, nnolti anni or sono, 
a mia insinuazione, gli stessi padri domenicani delle 
altre due figure in marmo della Vergine Addolorata 
e del Cristo morto, sculture pregevoli del secolo XV, 
che or si osseVvano nella cappella sinistra presso a 
quella maggiore centrale dell'abside di lor chiesa. 

Ma donde e quando pervenne ai detti padri il 
monumento di Luca della Robbia ? Certo che da 
Firenze , ove l'artista ordinariamente soggiornava , 
ed avea il suo studio insieme coi suoi fratelli e 
nipoti , inviando da quella città per tutta Italia e 
sino in Francia i suoi modelli coperti di smalto , 
già divenuti famosi. Nel vestibolo di S. Domenico, 
ove sta questo della Madonna col Bambino, è scritto 
l'anno della ristorazione 1 569. Forse allora si cre- 
dette di collocarlo in quel sito, lo ho pregato uno 
dei padri di farne indagini nel loro archivio. Sup- 
pongo bensì che fu acquistato dai nostri domeni- 
cani vivendo l'artista, o dopo la sua morte per 
mezzo di qualche intelligente amatore appartenente 
alla loro religione, che qui recollo ritornando da 
Firenze, e che l'abbia per sua devozione ritenuto, 
e alla sua morte sia rimasto in proprietà del con- 
vento, come spoglio monastico. 

Ma certo che fino ad ora nessuno ne avea os- 
servato con attenzione il pregio , e riconosciuta 
qual opera insigne del della Robbia: né recami me- 
raviglia che sia sfuggita agli occhi dei nostri ama- 
tori ed artisti, si per non essere collocata in buon 
sito e in miglior luce , e sì perchè non trovan- 



71 

dosene altre del detto scultore, per quello che mi 
sappia, a Palermo, non poteano farne il paragone: 
il che è riuscito a me facile dopo di averne ve- 
dute diverse in Toscana, e riconosciuto in questa, 
di cui ragioniamo, il suo consueto artifizio e il suo 
disegno. Quest' opera insomma è degna di essere 
posta in un museo per istudio e diletto , ovvero 
nella sontuosa chiesa degli stessi padri per essere 
meglio osservata , come dissi , e vie più eccitare 
la devozione dei fedeli. Imperocché le belle sa- 
cre immagini, mentre onorano l'arte e i loro au- 
tori, giovano pure al fervor della religione. E sul 
proposito riferirò un fatto dell'ultimo cardinal Pi- 
gnatelli, arcivescovo di Palermo, al quale fu pre- 
sentata, a nome di una dama, una meschina sa- 
cra immagine per ottenerne quaranta giorni d'in- 
dulgenza. Egli la guardò attentamente , e disse : 
Non voglio accordarli, perchè è brutta, e non pro- 
muove la devozione: ne concederò il doppio, se altra 
mi sarà presentata dipinta dal celebre Patania- 

E veramente rappresentando la Beata Vergine 
e Gesiì Cristo , esseri celestiali , la bellezza nobile 
e contegnosa, superiore all'umana, è lor propria e 
caratteristica; e chi ne riguarda le immagini da 
valoroso artista dipinte od effigiate, si eleva col 
pensiero al tipo dell'essere sovrumano che rappre- 
sentano: il che non può avvenire, ove siano con- 
dotte ed affigurate meschinamente , secondo e al 
disotto dell'ordinaria condizione umana. Ed ecco 
in tal caso l'assoluta necessità di avvicinarsi l'ar- 
tista al bello ideale dei greci. E difatti gli ar- 
tisti greci riserbavano quel bello particolarmente 



72 
pei loi'o numi, e il pretto naturale per gli eroi o 
per gli altri uomini. Or che diremo dei nostri di- 
pintori, e di quelli della scuola attuale napolitana, 
che non fanno la debita distinzione per l'applica- 
bilità delle due specie di bello ? e non guardano 
più i capolavori dell' arte greca, e son divenuti 
imitatori , anzi servi sino alla più meschina pe- 
danteria, del vero, e, quel ch'ò più, senza scelta? 
Al vero è talvolta frammisto il brutto e lo scon- 
cio; laonde abbandonando l'altra specie di bello, 
anzi escludendolo, come ho già osservato pel bando 
dato da' loro studi alle statue greche e alle mi- 
gliori romane , che ormai son divenute soltanto 
lusso di musei ed oggetto di curiosità, l'arte do- 
vrà per necessità gradatamente intristire: laddove 
con l'esempio del gran Camuccini , colla saggia 
pratica di Velasques , di Patania e di Riolo , 
nostri solenni dipintori, i quali, oltre di appiccare 
a soggetti divini o divinizzati, ovvero umani, giu- 
diziosamente la qualità del bello lor competente, 
sposavano nel disegno quello ricavato dal vero, e 
consociavano al medesimo l'eleganza delle statue 
antiche ; talché sapeano farne risultare un bello 
misto, che secondo la figura da rappresentare or 
si elevava quasi al bello ideale dei greci , ed 
or si riteneva a quello naturale, ma sempre scelto; 
menochè in alcune figure, che per il loro carattere 
erano destinate alla pubblica esecrazione, come dia- 
voli , manigoldi , e simili. Questo metodo segui il 
Velasques nel quadro dell'Assunta della Vergine nella 
nostra cattedrale,unode'capolavori dell'arte moderna, 
che può stare a paragone dei migliori, che ho os- 



73 

servato in Italia. La madre di Dio è qual dev'es- 
sere in tutto Io splendore del/a sua bellezza: e gii 
apostoli sottostanti mostrano negli svariati aspetti più 
o meno senili, uomini di forme regolari, degni di 
essere stati eletti dal lor divino maestro. E così 
dicasi del Patania nel suo Cristo flagellato , che è 
di forme bellissime, e superiore alle ordinarie, co- 
me può osservarsi nella chiesa della Magione in 
Palermo. 11 Cristo primeggia per bellezza singolare 
fra le altre figure del quadro ; e così pure V altro 
Cristo morto, e la Religione che l'offre in olocausto 
a Dio padre, nella tela della chiesa di Sant'Orsola, 
comechè fosse debole nell'effetto del chiaro oscuro. 

Alcuni quadri da chiesa del Riolo condotti con 
un disegno e colorito; più vigoroso, e maggior ef- 
fetto di chiaro oscuro , che si ammirano in varie 
città dell'isola nostra, palesan pure, secondo l'oppor- 
tunità, il bello ideale o naturale. Ma il Della Robbia 
si attenne al miglior bello naturale, come dissi, per 
mancanza di statue antiche, che al suo tempo non 
eransi ritrovale e raccolte nei musei. 

Agostino Gallo. 



74 



Ode inedita di Bernardo Tasso. 



N. 



lei codice autografo delle rime di B. Tasso pos- 
seduto da G. Vanzolini sta quest'oda dopo un so- 
netto inedito ad Ippolita Pallavicini che comincia: 
Se quella donna dispietata e ria: e innanzi all'oda, 
già edita, pel natale dell'autore che comincia: Poi 
che di vaghi fiori. Non le sta scrìtte in fronte altro 
che oda terza. Varie sono le correzioni che l'A. ci 
ha fatto- Il Vanzolini ha scelto la lezione che ha 
creduto prescelta dallo stessos^Tasso. Antiniana è il 
finto nome di qualche donna amata d'onesto amore 
da Bernardo; ma né dai biografi del Tasso, nò da 
altri segni, si può chiaramente intendere chi sotto 
quel pseudonimo stiasi nascosta. Da un luogo del- 
l'ode che nell'edi/.ione di Bergamo 1749 è la XVII 
rilevasi, che quest'Antibiana abitava sul Sebeto, pic- 
colo fiume della Campania vicin di Napoli. Ma que- 
sta è ben picciola scoperta- Che concluder dunque? 
Che il poeta non ha voluto farci sapere i fatti suoi. 

. ODA 

Aure liete e felici, 

Che dal ciel più sereno, 

Da le pili dilettose alte pendici, 

Che bagnino le stelle 

Con le rugiade mattutine e belle, 



75 
Con l'ampio grembo pieno 

Di vaghi fior, venite 

A questo di Liguria almo terreno, 

Ditemi se per sorte ^ 

Avete vista la mia dolce morte 
Errar per le fiorite 

E verdeggianti rive 

Con quelle grazie rare et infinite, 

Facendo fiorir l'erba 

Col gentil piede, e con la pianta acerba: 
se fra l'altre dive, 

Qual fra le stelle il sole. 

Col foco de le luci ardenti e vive 

Infiammar d'onestade 

Il ciel di quelle ricche alme contrade: 
con dolci parole 

E con voci onorate 

Cantar talor, come sovente suole, 

Al lieto canto intenti 

Rendendo il ciel, la terra, il mare e i venti. 
Dite se mai beltate 

Vedeste a quella eguale 

Con un sol guardo far l'alme beate; 

E co gli ardenti lumi 

Arder de l'amor suo montagne e fiumi. 
Deh ! se '1 vostro fatale 

E benigno destino 

Vi fa spiegar in quelle parti l'ale, 

Ditele che pensoso 

Vive da lei lontano e lagrimoso 
Dafni, e col volto chino 

Bagn'or di pianto i fiori; 



76 

Or coi caldi sospir l'aere vicino 

Percote si ohe l'onda 

Risponde al suo martir alta e profonda. 
Né stan ne' salsi umori 

Di questo ondoso nrjare. 

Che bagna a Genoa i pie', ninfe o pastori 

In questi colti colli, 

Che sovente co gli occhi umidi e molli 
Non l'abbin visto errare 

Per li lidi arenosi, 

E con languida voce alto chiamare 

Antiniana intorno, 

Rendendo del suo duol doglioso il giorno. 
K che ne' poggi ombrosi 

Di questo almo paese 

Non è arbuscel, ch'amico a'suoi riposi 

Non mostri di sua mano 

Scritto nel tronco il nome alto e sovrano. 
Tal ch'ogn''alma cortese, 

Cui scalda Amor il core, 

Seco si duol de le sue gravi offese; 

E con caldi sospiri 

Accompagna sovente i suoi martiri. 
E se non che '1 dolore 

Tempra la cara spene, 

Che di tornar a lei le dona amore. 

Già fumo, polve od ombra 

Saria la carne che l'anima ingombra. 
E lo spirto, che tiene 

Ali veloci e preste, 

N'andrebbe a lei, com'al suo sommo bene, 

Del suo leggiadro viso 

Facendo o de' begli occhi il paradiso. 



77 
Aure, se mai aveste 
Nel cor dolci radici 

D'amor, se del suo bene unqua godeste, 
Ditele quel ch'io dico: 
Così vi sia mai sempre il cielo amico! 



78 



Le più notabili iscrizioni ostiensi , mandate in luce 
dalle annali escavazioni^ scelte ed illustrate in me- 
moria deirauspicalissimo giorno del MDCCCLIX, 
in cui la Santità di N. S. Papa Pio IX si recava 
in Ostia ad osservare le medesime escavazioni, e 
il felice proseguimento dei lavori della società Pio 
Ostiense, per V asciugamento dello stagno e il mi- 
glioramento delle saline. - Le pubblica e dichiara 
il cav. Carlo Lodovico Visconti , socio ordinario 
della pontificia accademia romana di archeologia. 

1. 

SILVANO 

S A N C . S A C 

DOROTHE 

VS . AVG . 

LIB PROC 

MASSAE 

M ARIAN 

S. D . D 



I 



scrizione votiva, scolpita in una basetta quadrata, 
che sostenne già 1' immagine del nume, cui ella è 
dedicata. Fu rinvenuta lungo la via dei sepolcri. Le 
sigle dell'ultima linea si debbono spiegare: signum, 
o sigillum, dono dat. 

Frequenti esempi ne offre la epigraiia di simili 
dedicazioni fatty dai coloni a Silvano, o come a dio 



79 
terminale, o come a dìo agreste, nella cui tutela si 
poneva la coltivazione dei campi o i loro confini , 
artefatti o naturali che si fossero. Della natura e 
delle attribuzioni di questo nume, che fu in sostanza 
una cosa stessa col dio Pan degli arcadi, tratta co- 
piosamente il Reinesio , illustrando alcune lapidi a 
lui dedicate; e nota ancora la sua triplice invocazione 
di Silvano agreste, terminale e domestico, testificata 
dai marmi, e ch'ebbe origine dal credere gli antichi, 
che tutte le loro sostanze immobili fossero sotto- 
poste a quel dio della materia (1). Accade appena 
rammentare, che il Silvano agreste , qual' è quello 
cui fu posta l'iscrizione, si rappresentò dagli antichi 
nudo, ocreato, con ispida e corta barba, coronato 
di pino; con una piccola falce, o ronca nella dritta, 
e un ramo di pino o di cipresso nella sinistra, col 
qual braccio sostiene ancora una pelle colma di frutta 
e di uve , che tiene dall'un capo annodata intorno 
al collo ; un cane o lupo gli sta presso , dal lato 
dritto (2). 1 pili notabili tipi che siano in Roma di 
questo nume , li troviamo in un bassorilievo del 
palazzo Panfili, descritto dal Marini nelle iscrizioni 
albane (3), ed in un'ara del museo Chiaramonti (4); 



(1) Synt. inscr. antiq. clas. I. n. CI. pag. 318. 

(2) Gli espositori del museo Chiaramonti propendono a 
credere che l'animale che accompagna Silvano sia un cane an- 
ziché un lupo, e ne allegano le ragioni. Mus. Chiar. pag. 176. 

(3) Pag. 10. Questo bassorilievo esiste tuttora a piedi 
della scala di detto palazzo. 

(4) // museo Chiaramonti descritto ed illustrato da F. A. Vi- 
sconti e G. A. Guattani, pag. 149. 



80 
ma sopra tatto in una pregevole statua della villa 
Pacca, fuori la porta Cavalleggeri , proveniente da 
Ostia e non ancor pubblicata, ch'è forse il miglior 
simulacro che abbiamo di detto nume (1), 

La nostra iscrizione fu posta a Silvano da un 
tal Doroteo, liberto imperiale, amministratore della 
massa mariana. Si vuole in primo luogo avvertire, 
che la paleografia di questo monumento non per- 
mette di assegnarlo ad un tempo, che sia posteriore 
alla prima metà del secolo terzo dell'era volgare. Don- 
de nasce il primo pregio del medesimo; perocché la 
parola massa, col significato di un tratto indefinito 
di paese ; ovvero di un complesso di più campi e 
poderi adiacenti , che vadano sotto un medesimo 
nome ; od anche in senso equivalente , secondo il 
glossario al greco crJvxTyjaig, cioè patrimonio, si avea 
per vocabolo d'infima latinità, non si trovando mai 
adoperato dagli scrittori antichi; anzi lo si sarebbe 
creduto introdotto nella lingua latina non prima del 
IX secolo , quando comincia ad occorrere negli 
atti pubblici e nelle bolle , senza la testimonianza 
di due marmi scritti, venuti a luce nel passato se- 
colo, che la dimostrano in qualche uso fin dal secolo 
quarto. E sono l'epitaffio di Valeria Massima, rin- 
venuto fra Vicovaro e Cantalupo, presso a san Co- 



(1) Questa statua fu rinvenuta nelle escavazioni che lece 
in Ostia, negli anni 1834 e 35, il card. Bartolomeo Pacca, al- 
lora vescovo ostiense; e si conserva nel suburbano di cotesta 
illustre famiglia, insieme con altri rarissimi oggetti antic|^^i, per 
cura dell' esimio prelato monsig. Bartolomeo Pacca , ihaestro 
di camera di S. S. 



81 

sinialo , ed ora esistente nel palazzo Bolognelti a 
Vicovai'o; epitaffio spettante almeno al quarto secolo, 
e dato dal Desantis (1), dallo Chaupy (2), dal Nib- 
by (3), dairOrelli (4) e dai moderni lessicografi; nel 
quale la defunta si dice sepolta : in praediis suis 
massae mandelanae j e la insigne base di Postumio 
Giuliano, rinvenuta nel foro di Preneste, la cui nota 
consolare segna l'anno dell'E. V. 385, data dal Fog- 
gini nei fasti di Verrio Fiacco (5) e forse più esat- 
tamente dall'espositore del museo Pio dementino (6); 
sebbene tale edizione non sia conosciuta dall'Orelli 
che rapporta ancora la detta iscrizione (7), notevo- 
lissima per la inserita particola del testamento di 
Giuliano, che lega ai suoi concittadini alcuni fondi 
ex massa praenestina : cioè del suo patrimonio pre- 
nestino , come spiegò Ennio Quirino. Or «eco un 
terzo monumento, che ratifica il predetto uso di co- 
t€sta parola: <eà è anzi tanto più notabile degli altri 
due, in quanto che dalla fine del quarto secolo ne 
rimanda sicuramente l'uso al secolo terzo non molto 
inoltrato, come accennammo più sopra. La qual pa- 
rola d'altronde non occorrendo mai negli autori col 
detto significato, sembra potersene inferi re, che avesse 



(1) Dissert. della villa di Orazio Fiacco, pag. 53. 

(2) Decouverte de la maison de campagne d'Horace, tora.III, 
pag. 249. 

(3) Analisi della carta dei dintorni di Roma. T. I. p. 286. 
(4] 104. 

(5) Praef. pag. VII. 

(6) Tom. I. pag. 5. ediz. rom. 

(7) 4360. 

G.A.T.CLIX. 6s 



82 

ad essere uno di quelli , che noi diciamo termini 
dell'uso; che sono spesse volto voci condotte per me- 
tafora ad un senso che naturalmente non avrebhono, 
ad effetto di rendere l'idea con maggior brevità ed 
evidenza; quantunque siano evitate da chi si picca 
di scrivere forbitamente. Di fatto, il primo e ge- 
nuino significato della parola massa spiega ottima- 
mente il concetto di un aggregato di più poderi li- 
mitrofi, che formino un solo possedimento e pren^ 
dano il medesimo nome. t- 

Vediamo ora se alcuna memoria storica ne aiuti 
a rintracciare l'origine della denominazione di cotesto 
predio. Sappiamo da Plutarco, che Caio Mario vinto 
da Siila, e costretto ad allontanarsi da Roma, si rifu- 
giò in una sua villa detta Solonio; dove restato alcun 
poco,s'imbarcò sur una nave, che un amico gli teneva 
allestita (l).Dal che parrebbe potersi dedurre, che det- 
ta sua villa non fosse molto lungi dalla nostra colonia. 
Ma ne toglie qualunque dubbiò Festo nella voce Po- 
monal dicendo:Pomo»a/ esl in agro Solonioyvia osliensit 
diverliculo a milliario VII. Donde rimane provato ad 
evidenza, che il Solonio di Mario era veramente nel 
territorio ostiense, circa quattro miglia lungi dalla 



(1) . . . . Eig xi T<àv ìnoiX)\i<AiU ccvxox) SsAoJvjov Y.caì(fvki. 
y.a.\x6v p.è'j mo^j È'ne/jn^ev j'k Twv Mcvxu'cv tcv mv^épov /cj- 
pi'o'j ov (xaxpàv cvTflov, toc' enarj'àziot. 'krì'^óp.evov.dvxcg ds x«- 
Ta^«5 zig Qaxdav (piHov xivog Nouju.epi'cu nXcicv napoc^^suà- 
Go/vxog , OD/ «va'fxsjvag xcv vi'óv , àXXà Tpavicv lyjiìV fxs- 
x'ooiTox) xhv npó'^ovo)) è^snXeucsv- — Plul. C. Mar. e. 35. 



83 
città. E credo che dovesse trovarsi dal lato sinistro 
deirostiense , [)erchè dall' opposto I campi non si 
estendono molto , venendo terminati dalie ripe del 
Tevere ; ne vi sarebbe slato spazio sufficiente per 
un diverticolo , che staccandosi dal settimo miglio 
della via maestra, giungesse divergendo fino al duo- 
decimo dov'era il Solonio (I). Ma comunque si fosse, 
mi basta per ora 1' osservare , eh' egli si può con 
molta probabilità riconoscere la villa di Mario nella 
nostra massa mariana: la qual villa sebbene caduta, 
chi sa per quali vicende! nel patrimonio imperiale, 
e incorporata forse con altre terre, tuttavia si com- 
prende, che doveva ritenere almeno nel nome la me- 
moria dell'antico signore: memoria che l'avrà resa 
lungamente famosa alla posterità. 

II. 

V 1 G 1 hiarium 
LENVNCw/anor 
TREIECTVS Lucnlli 
A FVNDAMen/?s 

t>EI\MISSV . M 

CVRATORIS.a/ve^.ef 

R\P\mmJiberis 
. . POMP 



(l) Un altro Solonio, diverso da questo sposto fra 1a via 
laureutina e l'ostiense, dovea trovarsi non lungi da Anzio e da 
Ardea: intorno a che è da vedere il Nihby nel Viaggio anti- 
quario da Roma ad Ostia. 



84 

Pregevolissimo frammento, che non credo poste- 
riore ai tempi di Adriano, sì per la forma dei ca- 
ratteri e sì per gli accenti che avi si trovano. Le 
note di Tirone e un passo di Seneca ne aveano ap- 
preso l'uso della parola vigiliarium, in senso di un 
luogo atto a ricevere chi facesse guardia vegliando: 
significazione che viene confermata da un cippo ter- 
minale, rinvenuto nel 1837 sulla ripa del Tevere, 
circa due miglia fuori della porta portese , dotta- 
mente illustrato dal Biondi negli atti della ponti- 
fìcia accademia di archeologia (1) : e per analogia 
da due lapidi ostiensi, date Tuna dal Melchiorri (2), 
dall'Amati (3), dal prelodato Biondi (4), e dall' 0- 
relli (5), l'altra da me nella relazione dell' escava- 
zioni ostiensi (6) : e di questa avrò a parlare più 
sotto, indagando il significato di detta parola vùji- 
liarium^ quand'ella si riferisce a monumento sepol- 
crale, La qual parola nella nostra iscrizione ha, sic- 
come ognun vede, il suo primo e genuino signifi- 
cato, e sembra denotare il luogo, in cui si doveano 
trattenere alcuni di codesti barcaiuoli, addetti al tra- 
gitto di Lucullo , aspettando il momento di met- 
tersi all'opera , e fors'anche perchè si sapesse ove 
trovarli in caso di bisogno. 

La restituzione della seconda linea è messa in 
chiaro dalla nota base ostiense ci Cneo Sentio Fe- 



(1) Tom. IX. pag. 467. - Orci. 6660. 

(2) Àntol. di Firenze 182S. 

(3) Giorn. arcad. tom. XXVIIL pag. 337 

(4) Loc. cit. pag. 503, 

(5) 4857. 

(6) Annali dell'istituto di corrisp. archeol. aa. 1837. 



85 
lice, data dal Fabbretti (1), dal Gori (2), dalI'Orelli {^ 
e da altri. Nota era da questa la corporazione dei 
lemmcidarii detti del tragitto di Lucullo; ma niuna 
s'è occopato di ricercare , che cosa s'abbia ad in- 
tendere probabilmente pel nominato tragitto. Il Volpi 
dice semplicemente , che poteva essere nn piccolo 
luogo marittimo, o fluviale , vicino ad Ostia, dove 
quei barcaiuoli trasportassero la gente- Ma dal- 
l'un canto parmi poco probabile , che non sia ri- 
masta veruna memoria d'un luogo s'i frequentato , 
che diede origine ad una corporazione di battel- 
lieri; massime se detto luogo appartenne al famo^so 
Lucullo, come sembra indubitatamente aversi a de- 
durre dalla denominazione di quel tragitto: e dall'altro 
canto non sappiamo che Lucullo possedesse alcuna 
villa vicino ad Ostia; e s'egli ve l'avesse avuta, non 
lo avremmo certo ignorato; tanta era la rinomanza 
delle ville lucullane appresso gli antichi! Per queste 
ragioni punto non inclino ad ammettere l'opinione 
del Volpi; ma fatta più accurata indagine, mi sem- 
bra poterne propone una spiegazione migliore. Io 
credo pertanto che il tragitto più volte menzio- 
nato fosse un viaggio di mare , che facesse capo 
presso ad una delle famose ville marittime di Lu- 
cullo, situate lungo la riviera del Tirreno; sia quella 
del promontorio Circeo , o quella del Miseno , sia 
quella di Baia, o quella di Napoli: fra i quali porti 



(1) Gap. X. pag. nt. 

(2) I. E. p. 308 n. 30. 

(3) 4109. 



86 
ed Ostia, non solo a cagione dell'attivila del com- 
mercio, ma eziandio pei* le ville amenissime ond'era- 
no sparse le ridenti costiere della Campania, si deve 
supporre che fossero grandissime comunicazioni e 
passaggio di navi numeroso e continuo. Chi non 
rammenta , per addurne un esempio , quanto fosse 
frequentato il soggiorno dì Baia, prediletto agli an- 
tichi fra tutte le spiagge d' Italia, ornato di ville 
magnifiche dai principi e dai più nobili personaggi 
di Roma; ove traeva, nelle propizie stagioni, molti- 
tudine pressoché infinita di genti d'ogni paese, PRO- 
PTER AQVAS CALIDAS DEL.CIASQVE MARIS , 
come si legge in un raro titolo ostiense (1) ? Se 
tanto dunque dagli antichi erano frequentati quei 
luoghi, mi sembra cosa probabilissima, non pur ve- 
risimile, che si fosse formata in Ostia alcuna società 
di navi, sia per conto ed a profitto del comune istes- 
so , sia per la industria di privati speculatori , le 
quali periodicamente facessero il tragitto dal porto 
ostiense ad uno dei porti anzidetti, nelle cui vici- 
nanze era posta la villa di Lucullo (2) : dal porto 
ostiense, ond' era il passaggio più comodo e breve 
alle delizie marittime della Campania. Che se mi si 
chiedesse, per qual ragione cotesto viaggio si fosse 

' ''''•'1* '•• 

ni'r , ■•:; .... 

'^■'{t) Fea, Viaggio antiquario da Roma ad Ostia. 

(2) Io rainiuento benissimo, che il Bianchini in cerio luogo 
del suo Anastasio mostra di tenere presso a poco il medesimo 
avviso; perocché parlando delle pronte comunicazioni che Roma 
potea avere per mezzo del mare , ne cita ancora per prova 
la base di Cneo Sentio col tragitto di Lucullo: ma non mi è 
più venuto fatto di rinvenire quel j)asso. 



87 
dimandato imieclus LiiciiUi; non esiterei foise a li- 
spondeie, che siffatta denominazione dovea essergli 
derivata dalia fortuita circostanza, che dette navi, 
arrivate ai termine del corso loro, si dovessero an- 
corare in vicinanza del luogo, donde partiva il ca- 
nale di mare, che mettea nella villa di Lucullo; il 
quale si dovea dire latinamente Traiectus Luculìi, 
come tiene il Porcellini, che citando la prefata base 
di Cneo Senti o, spiega: Locus ubi Lucullus amicon 
traiicere solebal: sapendosi attimamente, questa es- 
sere stata una dell'esquisite comodità, che Tuoni prò- 
fusissimo volle introdotte nelle sue ville marittime, 
a costo d'incredibili spese ; massime in quella che 
fu presso Napoli, nel luogo dov'è adesso Castel del- 
l'Uovo, dove spianò una montagna per dare adito al 
mare; di che impariamo che fu proverbiato da Pom- 
peo Magno col titolo di Serse togato (1). Pertanto 
la rinomanza di quei canali e delle ville di Lucullo 
sarà stata probabilmente la cagione, per cui taluno 
di quei viaggi di mare avrà tratto la denominazione 
dalla circostanza testé accennata, anziché dal porto 
e dalla città , presso alla quale le navi facevano 
scala. 

Ma dunque un tratto di mare dal porto ostiense 
ad uno dei porti della Campania si faceva egli con 
barche sì piccole, quali furono quelle, che gli anti- 
chi dimandavano lenuncuU ? No certo ; ma questa 
ombra di difficoltà è dileguata interamente da un 
passo di Strabone (2), il quale narra, come il porto 

(1) Plin. lih. IX. 

{'!) Geof^raph. lib. S. cap. S. 



88 
(li Ostia, formato dall'alveo del Tevere presso alla 
foce , avendo 1' entrata pericolosa e difficile per le 
navi che si attentassero di varcarla, gravate da so- 
verchio peso, s'era ovviato agl'inconvenienti che po- 
tevano risultarne, con mettere in acqua un gran nu- 
mero di barchette a remi, che si facevano incontro 
ai navigli, come quelli si accostavano al porto , e 
con alleggerirli di una parte del carico, li rendeano 
abili ad affrontare senza pericolo la imboccatura del 
Tevere, lo stimo pertanto, che i nostri lenunciilarii 
prestassero cotesto servigio alle navi del tragitto di 
Lucullo; e l'essersi i medesimi eretti in corporazione 
dà ad intendere quanto fossero numerosi, e quanto 
fosse in voga il prefato tragitto. Dalle quali cose e 
da quanto si vedrà più sotto intorno al significato 
della parola vigiliariiim, quando si riferisce a sepol- 
cro, apparisce , che il vigiliario , cui appartenne la 
nostra iscrizione, dovea essere probabilmente un pic- 
colo edifizio di un solo piano, in cui si trattenes- 
sero di notte tempo alcuni di cotesti battellieri aspet- 
tando l'arrivo delle navi, al cui servizio erano ad- 
detti , e per darne prontamente avviso ai compa- 
gni; fors'anco per iscorgere da lungi l'appressare di 
dette navi, onde trovarsi più presti nel momento di 
accorrere. Di fatti, che il nostro vigiliario si tro- 
vasse sulla ripa del fiume, si conosce dal dirsi nella 
iscrizione , che fu fabbricato con permissione del 
curatore dell'aveo e delle ripe del Tevere; donde si 
vede che stava sull'agro pubblico assegnato alle ripe, 
cadendo per conseguenza sotto la giurisdizione di 
quei magistrati; giurisdizione la quale si dovea sup- 



89 
porre che si estendesse fino ad Ostia , siccome il 
presente frammento espressamente dichiara. 

Nella quinta linea, dopo il PERMISSV, si scor- 
gono le tracce di una M, che fu senza fallo il pre- 
nome Marco del curatore: il cui gentilizio non po- 
tendo mancare in iscrizione di questo tempo, è da 
credere che fosse abbreviato , per esempio : AYR. 
o AEL., onde lasciar posto al cognome, che altri- 
menti non vi potrebbe capire par la strettezza del 
marmo. 

Nell'ultima linea delle rimaste panni riconoscere 
le vestigio del nome POMPilius, o POMPonius, che 
sarà stato il maestro o patrono di questa corpora- 
zione, il quale fece edificare il vigiliario in quistione. 

III. 



introeunt- 
IBVS IN 
PARTE DE 
XTERIOR 
VBI CVBI 
CVLVS ES 
T . AEDICV 
LA CVOL 
LIS . ET . CO 
NDITIVO 
ET . COLAT 
BARIS . 
N . II . ET . 
IN FRONT 



90 

E . CVBICV 
LI . N . XI . 
ESOLA RV 
ET CVBIC 
VLI. ET. VI 
CILIARI 
PARTEM 

mi 

E la seconda lapide sepolciale ostiense, in cui 
occoira la parola vigiliarium col significato di se- 
polcro, o parte di sepolcro; il che non si trova in 
altra iscrizione. Né questa è la sola considerazione 
che la renda notabile. 

Sciolti i nessi e le abbreviature vi si legge 

inlvoeiinlilms in parte dexleriori , uhi cubicuhim est^ 
aediculam ciim ollis et condiiivo et columbariis, nu- 
mero II: et in fronte cubiculi, numero X/; et sola- 
rium et cubicidi et vigiliarii, partem quartam. 

Pongo nel quarto caso aediculam, in grazia della 
sintassi, per farla concordare con solarium e parlem 
quartam, tutti accusativi retti da un verbo, che la 
frattura di questo raro iatercolo ne lascia ignorare. 
Credo però che il senso fosse presso a poco il se- 
guente, tranne i nomi, che sostituisco a capriccio : 
Herenmdeia A. lib. Primilla, emit, ovvero, donalio- 
nis caussa acc epit ab Cada C. lib. Evhodia, intro- 
euntibus parte dexleriori, aediculam cum ollis, cet. E 
intendo che la persona, che fece porre l'iscrizione, 
possedesse in cotesto sepolcro, a mano dritta, un'e- 
dicola colle sue olle, cioè un sepolcro fatto in guisa 



91 

di edicola , i cui vasi cinerari si collocavano nel 
piano della nicchia (1) ; forse un sarcofago e due 
colombai, cioè due de'noti loculi incavati nelle pa- 
reti; ed undici dei medesimi nel lato della camera 
ch'era dirimpetto all'ingresso. E di piiì, solarium et 
cubiculi et vigiliarii parlem IIII. 

Il solarium , che significa un luogo elevato ed 
esposto al sole, ossia una loggia scoperta, credo che 
formasse l'ultimo piano del monumento e fosse so- 
vrapposto al cubiciiliim. Che poi per vigiliarimn s'in- 
tenda talvolta un edifizio sepolcrale aderente al suolo, 
parmi dimostrato dalla iscrizione da me citata pili 
sopra ed illustrata dal Biondi (2), in cui si legge : 

HOC . VIGILIARIVM 

PERTINET . AT . HEREDEM 

AELIAE . HEVRESIDIS 

L . GETTIVM . AMANDVM 

IS. (3) L.GETTIO.HILARI 

ANO . FILIO . ET . HEREDI 

ET . LIB . LIB . POST . 

IN . F . P . XXVi . IN . AG . P . XXIIS 

Perocché la indicazione dello spazio occupato dal vi- 
giliario lungo la via e nel campo, mi sembra sicuro 



(1) Una di siffatte edicole sepolcrali è stata rinvenuta in 
Ostia nel monumento, che si trova segnato col n. II nella 
pianta delineata dal eh. Rosa, di cui ho corredato la mia re- 
lazione dell'escavazioni ostiensi. (Ann. dell'lnst. 1857.) 

(2) Atti dell'accad. di archeol. Tom. IX pag. 509. 

(3) Sottintendi cessit donavit. 



92 

indizio che il medesimo piantasse immediatamente 
sui suolo; giacché , quand'anche il sepolcro avesse 
avuto più piani, la indicazione dello spazio che mi- 
surava, riferendosi specialmente al terreno , si co- 
stumava sempre di notarla nel piano ch'era a con- 
tatto col medesimo. Dalla quale osservazione po- 
trebbe nascere il sospetto, che nel monumento di 
cui trattiamo si chiami vigiliario il piano inferiore, 
cubiculo quello di mezzo , e solario la loggia sco- 
perta che ne formava la sommità; loggia ch'era pos- 
seduta per intero da chi volle registrati nel marmo 
i suoi dritti su quel sepolcro ; mentre del cubiculo 
e del vigiliario non gli aspettava che la quarta par- 
te. Vero è peraltro che per vigiliario si potrebbe anco 
intendere una parte dell' edifizio aderente bensì al 
suolo , ma non sottoposta al cubiado, ne ad altro 
piano, ma che stesse da se, quantunque avesse di- 
pendenza dal medesimo sepolcro e ne formasse parte. 
Comunque si sia, egli è certo che cotesta denomi- 
nazione si diede talvolta , per analogìa almeno in 
Ostia, a certi monumenti sepolcrali; ed è probabi- 
lissimo che ciò accadesse , perchè i medesimi per 
la loro costruttura dovessero somigliare a que'pic- 
coli edifizi, ne'quali le guardie notturne vegliavano 
a custodia di alcuna cosa, o per accorrere al bi- 
sogno in aiuto di alcuno: nel modo istesso che si 
chiamavano aedes ì sapolcri edificati in guisa di tem- 
pietti, come c'insegnano i marmi. E siccome le due 
sole lapidi antiche, nelle quali occorra il vocabolo 
vigiliarium col significato di luogo da farvi la sen- 
tinella, cioè il cippo terminale illustrato dal Biondi 
e l'iscrizione dei lenuncularii del tragitto di FjUcuIIo 



93 
illustrato dianzi da noi, sono ambedue provenienti 
dalle ripe del Tevere, perciò se ne potrebbe con- 
cludere con qualche ragionevolezza, che vigiliarii si 
dimandassero particolarmente alcuno casette di una 
certa forma, destinate a ricoverare le persone che 
stessero in guardia lungo le ripe del fiume, per le 
occorrenze dei legni che lo navigavano. Rimarrebbe 
allora spiegato in qualche modo , come in Ostia 
specialmente si fosse introdotto l'uso di nominare 
per metafora vigiliarii i sepolcri di una particolare 
struttura; poiché una città edificata sul fiume e sul 
mare dovea continuamente avere sott'occhio edifizi 
di quella specie. 

Oltre la parola vigiliarium, usata una sola volta 
da Seneca fra gli scrittori latini, come notammo a 
suo luogo, si vuole anche avvertire nel nostro la- 
tercolo il raro vocabolo conditivum nel senso tra- 
slato di sepoltura , adoperato pure una sola volta 
dallo stesso autore, mentre in tal senso è più ov- 
via assai la voce conditorium . Io credo che nel caso 
nostro condilivum significhi un sarcofago, una cassa 
da contenere il corpo umano disteso: poiché s'era 
già parlato nella iscrizione di edicola, olle e colom- 
bai, e chiamandosi d'ordinario ossuaria e cineraria 
le umetto dì marmo destinale a ricevere le reliquie 
dei bruciati cadaveri. E certo una cosa singolare 
che pur questa voce , che si legge una sola volta 
in un solo scrittore, abbia trovato un opportuno ri- 
scontro nell'epigrafia ostiense. Ma l'epigrafia ne serba 
le più certe ed incorrotte vestigie del favellare de- 
gli antichi. 



94 

IV. 

© Q 

EN0AAE . ÌVEIA02 
KEITAIANHPnRO$EPE2TAT02 
ANAPQNPHTOPIKOIMErAGAYMA 
$EPMN2HMEI0NE<I>AYTM 
H2rXI02KEA]V02KAlMEIAIX02 

HAE2O0I2TH2 

.0 Q 

'EvSccSe NaXcj Kenoct, avvjp n.pc(pspiaxa.rog àv^pcdv. 
Pi^zopixóg, ixiya. ^ocvfJioc fipoìv arjixfiov i<p aureo, 

Titolo sepolcrale in tre versi esametri , che la 
forma dei caratteri sembra assegnare al terzo secolo 
dell'era volgare» Si può tradurre letteralmente così: 

Hic Nilus iaceti vir omnium ijraestanlissimus; 
Rhetor^ magnam sui admiralionem , tamquam 

signum praeseferens (1). 
Aequanimusy pnidenSf comis sapiensque- 

Ampolloso epitaffio, che molto bene si acconcia 
alla professione di questo defunto; il quale sembra 



(1) Ho tradotto in questo modo che mi sembrali più na- 
turale. Avverto peraltro che «n^f^fTcv significa anche un or- 
namento del vestire corrispondente al clavus dei latini: il quale 
siccome era il distintivo di alcune classi, così potrebbe sospet- 
tarsi che si fosse voluto intendere, che il nostro retore fosse 
dato a conoscere dall'ammirazione che destava, come un se- 
natore cavaliere lo era dal davo. 



95 

essere stato uno di que' tanti retori, o sofisti, cioè 
oratori e maestri d'eloquenza e di filosofìa, che sti- 
pendiati dai principi romani, da Vespasiano in ap- 
presso, inondarono Roma e l'impero, apersero scuole 
di fanciulli an/ichè dì giovani, e cominciarono ad 
insegnare eloquenza , quando la vera e magnifica 
eloquenza romana, per le variale condizioni dei tem- 
pi e la nuova forma dei giudizi, era quasi al tutto 
perduta, né dovea più risorgere- Contra dei quali 
severamente parla Cornelio Tacito, o qualunque si 
sia l'autore del dialogo degli oratori, accusando la 
inettitudine di que' maestri e il danno che recavano 
all'arte oratoria, inceppandola con precetti scolastici, 
e facendola esercitare in vane declamazioni e con- 
twversie inverisimili, che mai non sarebbero cadute 
in acconcio nelle vere cause , alle quali dovevano 
preparare i discepoli. Laddove in altri tempi erano 
stali la .scuola dell'eloquenza il foro ed i tribunali; 
e s'imparava alla presenza dei giudici e nel cospetto 
del popolo, men dall'insegnamento, che dall'esempio 
dei più famosi oratori. Nunc aufem, segue V autore 
del dialogo, adolescenluli nostri deducunliir in scenas 
scholasticonim, qui rlietores vocanliii\ quos panilo ante 
Ciceronis tempora extitisse , nec placuisse maioribus 
nostris , ex eo manifeslum est , quod L. Crassio et 
Domitio censorihuSi eludere, ut alt Cicero, liidum im- 
pìidentiae iussi sunt (1). Non ostante però queste l'i- 
flessioni di un uomo ch'era, o volle parer migliore 
dell'età in cui viveva, e prevalendo la inclinazione 
dei tempi, i retori e sofisti continuarono a venire 



(1) Coni. Tao., Dia!, de orai. par. XXXV. 



96 

in fama e toccavano grossi stipendi dai princìpi e dai 
privati. Né .accade rammentare, che la parola sofista, 
trovata da principio per denotare un falso sapiente, 
un ostentatore di filosofìa, e sempre adoperata in 
questo senso, come si potrebbe mostrare con molti 
passi di autori, ed in ispecie con uno espressissimo 
di Platone in Protagora, cambiata in appresso quasi 
la indole del sapere, ed essendo in voga una filosofia 
ed una eloquenza cavillosa e fallace , cambiò me- 
desimamente anche il significato della parola ; e 
quello ch'era prima un termine di spregio, divenne 
poscia un titolo di onore, sonando il medesimo che 
un sapiente, un filosofo, un oratore. Ai quali ultimi 
facilmente appartenne il nostro Nilo, che il suo no- 
me ne potrebbe far credere un grecoegizio, erudito 
forse all'eloquenza nelle celebratissime scuole ales- 
sandrine. 

Ma ciò che rende grandemente notevole il suo 
titolo sepolcrale sono le due sigle sovrapposte al 
medesimo; nuove finora, per quanto io mi sappia, 
nella greca epigrafia , e che mi sembrano d' assai 
diffìcile spiegazione. 

Egli è notissimo a chiunque s'intenda ancor poco 
di epigrafia , che gli antichi , prudenti sempre ed 
avvisati , non solevano abbreviare in sigle se non 
se quelle voci, o quelle formolo, ch'essendo solenni 
in certi casi e consacrate dall'uso , bastava il ve- 
derne la iniziale, per comprendere all'istante il ri- 
manente della parola, che si lasciava per brevità. 
Dietro siffatta considerazione, si vorrebbe pensare, 
che fosse di questo genere la invocazione che ne 
5Ì offre; e dico invocazione, perchè tale la dichia- 



97 

rano, tanto il luogo che dette sigle occupano nel- 
l'epitaffio, quanto la iniziale 0, che niuno in questo 
caso crederebbe indicare altro che la parola Sjó?. Ma 
d'altronde si potrà crederla una Ibrmola solenne , 
s'ella non è mai comparsa in tanta moltitudine di 
titoli greci che possediamo? S'ella è per conseguente 
affatto ignota a quanti si occuparono fino al pre- 
sente di raccogliere le sigle dei greci, come il Cor- 
sini, il iMaffei, il Piacentini? Oltreché, per esser for- 
mola sepolcrale solenne, dovrebbe corrispondere al 
Dis Manibus dei latini, al SscTg y^ovioig, ^ocza/Povhtg, 
dciiyLoGi dei greci, non conoscendosi altra funerea 
invocazione adoperata dagli antichi nell'epigrafi dei 
sepolcri. Ma chi troverà una parola greca, comin- 
ciante per w, che abbia un significato analogo alle 
anzidette? E posto ancora che vi l'osse, come po- 
teva osare chi dettò l'epitaffio di abbreviarla in una 
sigla, se non era quella la parola rituale, la parola 
che tutti conoscevano, e ch'era quindi espressa ba- 
stevolmcnte dalla semplice iniziale ? 

Farmi questa una difficoltà da non essere facil- 
mente risoluta senza l'aiuto di un oppurtuno con- 
fronto che metta in chiaro ciò che pai-mi ora ignoto. 
Con lutto ciò non mi starò dal proporre una mia 
congettura, che stimo foinita di alcuni gradi di pro- 
babilità; comunque non osi lusinganni di avere con 
essa colpito nel segno. 

Se una formola equivalente al Dis Manibus, per 
le ragioni allegate, non si può supporre in quelle 
due sigle, per la lagione opposta non è raro di tro- 
vare nella epigrafia indicali colle sole iniziali i nomi 
degli dei; cioè per esser quelli notissimi a tutti. So- 
(l.A.T.CLIX. 7 



98 
piassiedo agli esempi, perchè numerosi ed alla 
mano. La invocazione dei mani, cioè dell'ombre dei 
trapassati, non era di greco, e molto meno di egizio 
rito, ma di romano, come fu avvertito dal sommo 
Noris nei cenotafi pisani (1); tantoché non s'è mai 
veduta nei veri titoli greci, ed i pochissimi prove- 
nienti di Grecia, che la esibiscono , risulta chiara- 
mente dai nomi che appartennero ad uomini romani 
usciti di vita in que' paesi. Che se trovasi di fre- 
quente negli epitaffi dei greci vissuti in Roma ed 
in Italia, ciò addiviene dall'essersi quelli adattati alla 
religione dei loro signori: ma tanto è vero ch'essi 
non islimarono quello un rito patrio, che molte volte 
«eppur si curarono di tradurre in greco la detta 
formola, ma sibbene l'espressero colle parole e let- 
tere latine. Ciò posto, non trovo inverisimile che il 
nostro greco o egiziano che si fosse, o chi per lui 
dettò l'epitatììo, in cambio dei mani da lui non ri- 
conosciuti, avesse voluto invocare alcuna divinità , 
che secondo le patrie superstizioni sperasse avere 
propìzio nel soggiorno dei morti. Ond'ò che se la 
sigla in quistione , in cambio di un Q fosse stato 
un 0, non avrei per avventura esitato a ravvisarvi 
Osiride , il quale , come dio panteo , s'identificava 
con Serapide, o col Sole inferno, corrispondente al 
Pluto dei greci : di che , per tacere di ogni altra 
cosa, anche l'epigrafìa ne somministra le prove, colle 
acclamazioni funebri: AOI COI O OCI PIC TO^TX- 
PoNTAqP, del libi Osiris aquam frigidam; e EY^YXI 
META TOT OOEIPIAOC, tono animo sis cum Osivi- 



(1) Dissert. Ili p. 351. D. 



99 
de (1): le quali superstizioni di Osiride è noto che 
in Grecia si appropriarono a Bacco. Ma essendo in- 
vece un Q, né forse polendosi supporre un errore, 
massime in quel luogo , in un titolo dettato con 
proprietà e inciso con diligenza, inclino invece a ri- 
correre a Horus , che mentre colla sua iniziale si 
presta a spiegar quella sigla, avrebbe potuto per la 
sua natura essere invocato m epitaffio di tale uomo 
e di quel tempo. Senza internarmi nei penetrali della 
egiziana teologia, io posso qui addurre in mio fa- 
vore le note identificazioni di Horus con Osiride ; 
eh' ebbero talvolta un culto promiscuo e venivano 
ambedue simboleggiati col geroglifico dello sparvie- 
ro; onde varrebbero per la invocazione di Horus le 
stesse ragioni, che motivarono quella di Osiride. Pos- 
so ancora allegare, che il grande Horus fu dai greci 
comunemente inteso pel loro Apollo ; sebbene col 
medesimo si voglia particolarmente simboleggiato il 
sole entro certi limiti del suo corso; intorno a che 
sono da vedere gli scrittori delle cose egizie. Ora 
niuno ignora, che nel terzo secolo dell'era nostra, 
cui spetta probabilmente siffatta lapide , atteso il 
predomio delle religioni orientali , tutta la pagana, 
mitologia s'era fusa nel culto del Sole; il quale per- 
fino nelle monete di quel tempo viene chiamalo do- 
mtnus imperii romani : cullo da cui si derivarono 
tante sette di nuove e misteriose superstizioni. Nulla 
infine ripugna a credere, che il nostro retore fosse 
un greco egizio ; anzi a celesta supposizione con- 
suona il suo nome di Nilo. Potè questi adunque in- 
di Fabr., Iscr. pag- i^^- 102. 103. 



100 

vocare un nume , die nel panteismo patrio , anzi 
nella religione di quei tempi, fu divinità universale: 
perché poi lo invocasse precisamente, colla sua de- 
nominazione di Horus, ciò è men facile a stabilire. 
Può essere che l'abbia fatto a cagione del tempo, 
nel quale il medesimo era uscito di vita; sempre- 
chè non abbia voluto con siffatta invocazione pro- 
fessare le misteriose dottrine della sua setta intorno 
al destino dei trapassati. 

Questa m'è parsa la spiegazione più verisimile 
delle due sigle in quistione. Vedano gli eruditi s'ella 
sia tale che si possa difendere; in caso diverso ne 
propongano un'altra migliore, cui sarò lieto di ac- 
quetarmi, disdicendomi della mia. 



... il'^E . Q . F . YERAE . FLAMINICAE 

teerVAE . AYG MA TRI . A . EGRlLl . PLARIANI 

PATRIS . P . C . CGS 

Manca per la frattura del marmo il gentilizio della 
defunta: nell'ultima linea si deve leggere: patroni co- 
loniae, consulis. 

È rilevante per Ostia siffatta lapide, perchè ne 
mostra decorala dai fasci la casa degli Egrili , nome 
propagatissimo nella colonia , e di cui 1' epigrafia 
ha serbato numerose memorie. Onore tuttavia che 
già le veniva conferito implicitamente da un' altra 
persona dello stesso cognome , cioè da un Quinto 
Egrilio Planano , che un marmo del Muratori (1) 

(1) 1099. 3. 



101 

ne fa conoscere legalo dell' Affrica a tempo degli 
Antonini- U Marini negli Arvalì (1) reca «na bella 
lapide ostiense di un altro Egrilio Plariano, e ne cita 
una seconda del medesimo con un voto dedicato a 
Diana nemorense (2). Egli tiene che costui possa 
essere il padre del sopraddetto legato del tempo 
degli Antonini. Ora siccome il console del nostro 
marmo fu probabilmente un suffetto dei tempi di 
Traiano o di Adriano, giacché i caratteri della i- 
scrizione non consentono che si assegni ad epoca 
più recente, così può darsi che il medesimo fosse 
padre, forse adottivo, del Plariano, la cui lapide si 
reca dal Marini nel luogo indicato; sicché verrebbe 
ad esser l'avo di quello che reggea la provincia con- 
solare a tempo degli Antonini. Dove mi cade in 
acconcio l'osservare, che cotesti Plariani sono i soli 
della gente Egrilia , che prendevano un medesimo 
cognome, e diverso prenome, contro il costume in- 
variabile di detta gente , di usare tutti indistinta- 
mente il prenome di Aulo , discernendosi fra loro 
soltanto dai cognomi , nei quali per conseguenza 
offrono grandissima varietà. Ma si vede che arrivalo 
un Plariano a sedersi nella maggiore curule (e fu 
probabilmente il nostro) volle trasmettere anche al 
figlio il proprio cognome e continuarlo nei discen- 
denti, per la illustrazione del casato e a motivo di 
separarli dalla massa degli Egrili , fra i quali per 
l'addotta ragione non è mai possibile di rintracciare 
famiglia, né discendenza: Avvertasi, che ai mon;ii- 



(1) Tom. II. pag. 408. 

(2) Spon, Mise. p. 88. Mar. :iG. 



102 

mcnli (lei Plariani citati dal Marini si devo aggiun- 
gere, oltre al nostro consolare , un altro dato dal 
De Lama nelle iscrizioni velleiati (1), e nuovamente 
dal eh. P. Garrucci d. C. d. G. nella erudita dis- 
sertazione intorno ai cosi detti accenti delie lapidi 
latine (1): dove spiega ottimamente per Aulo, pre- 
nome perpetuo degli Egrili , l'O col segno sovrap- 
posto, che precede il gentilizio di chi pose quel ti- 
tolo. 

VI. 

€ . G R A N I 0: 

C.FlL.QVIRi 
M A T V R Oi 

DECVR.DECRj 
DECVRIONI . Guatisi 

ADL ECT 

CORPOR 

NAV.MARlN.ET.a7wna/./ec 
ERVNT 

Monumento importante per la corporazione che ne 
risulta delle navi marine e fluviali di Ostia, ignota 
finora, almeno in parte, alla epigrafia, e che viene 
da me restituita in questa lapide onoraria, coll'aiuto 
del titolo sepolcrale del medesimo personaggio, da 
me scoperto nella villa Pacca, e che sebbene fram- 
mentato anch'esso, nondimeno si può restituire con 
sicurezza nel modo seguente: 



(1) Pag. 102. 



103 

I) M 

C . Granio . C . F . QVIR . MATVHO 

dnnm VIRO . OSTIENSIVM 

QQ ■ Cor/)OR!S . MENSORVM . OST 

iensiSM . PATRONO . CORP 

curai . NAVIVM . MARINARVM 

et . aMNALIVM • OSTIENS 

ei . (/e«r/rOPHORVM • OSTIENS 

et . fabr . navaUVM . OSTIENSIVM 

et . CATINENSIVM 

Non accade qui favellare né dei misuratori del gra- 
no, nò dei dendrofori, ne dei fabbri navali, sodalizi 
già noti per molte altre lapidi e dilucidati abba- 
stanza dagli eruditi. E degna però d' osservazione 
la corporazione dei curatori delle navi marine e flu- 
viali di Ostia , di cui fu patrono il nostro Granio, 
ed era quindi probabilmente stato maestro. Ho re- 
stituito in questa lapide: Patrono corp. curator na- 
vittm marinar, cet., sull'autorità della nota base o- 
stiense di Cneo Sentio Felice (1), in cui si legge 
che il medesimo ebbe, tra l'altre onorificenze, quella 
di QVINO . CVRATOR . NAVIVM . MARINAR; quin- 
qiiennalis ciiratoriim navitim maìnnanim; sebbene in 
questa non si faccia menzione delle navi fluviali , 
che nel nostro marmo si aggiungono alle marine. 
Apparisce da queste iscrizioni qiiimto grande dovesse 
essere il numero delle prefate navi , se i curatori 
delle medesime potevano di per se soli formare una 
corporazione. Ma riflettendovi alquanto, parmi che 



(1) Fabr. Inscr. cap. X. p. 731. 



104 

ciò non debba recare alcuna ìneraviglia. Perocché 
io stimo che le naves amnales del monumento di 
Maturo fossero al tutto la stessa cosa con quelle , 
che si dimandavano caudices, o codices, per le ra- 
gioni che vengono allegate dai lessicografi ; donde 
trassero il nome i codicarii, del collegio dei quali 
fu un tempo curatore in Ostia un Calpurnio Chio, 
come ricavasi da un'altra bella iscrizione della villa 
Pacca, dottamente pubblicala dal eh. Henz.en negli 
Annali dell' istituto di coriispondenza archeologi- 
ca (I). L'ufficio dei codiearii era il trasporto dei 
grani da Ostia a Roma sul Tevere: per lo che era- 
no strettamente collegali coi mensores fmmenlarii 
ostienses , e al pari di quelli erano sottoposti alla 
giurisdizione del piefetto dell'annona, come risulta 
dalle lapidi (2) e da taluni rescritti del codice teo- 
dosiano (3). E se le uaves amnales erano quelle 
che recavano a Roma le vettovaglie, dopo eh' elle 
erano state sbarcate ad Ostia e riscontrale dai mi- 
suratori del grano , quasi ne segue , che le naves 
marinae fossero i bastimenti più grandi, che dalle 
Provincie oltrem^irine conducevano i grani al porto 
romano, e massime dalla Sicilia, dalla Sardegna e 
dall'Affrica. Ciò posto, e riflettendo alla smisurata 
quantità di vettovaglie che bisognavano per alimen- 
tare la metropoli dell'universo, e quindi all'immenso 
numero delle navi che si richiedevano per eseguirne 
il trasporto dalle provincie tributarie iufino a Ro- 
ma, non parrà strano, che i curatori delle medesime 



(1) An. 18[>1 Ioni. XXII pag. 154. 

(2) Grut. 462. 1. 

(3) C. Th. VIV. Vò. l.-XIV. 4. 0. 



105 

navi fossero tanti , da formare una corporazione : 
corporazione di cui ne hanno confermata, anzi am- 
pliata, la notizia questi pregevoli frammenti ostiensi 
delle iscrizioni di Caio Cranio Maturo. Di costui e- 
siste nel museo valicano un' altra lapide onoraria 
inedita, da cui nuovamente apparisce la di lui en- 
trata gratuita nel senato ostiense: 

C . G R A N I O 

C . F 1 L . Q V I R 
M A T V R O 

I) . D . DECVRIONI - ADLEC 
evi . ORDO GRATVITVM 
DECVRIONATVM . ET . STATVAM 
OBMVNIFICIENTIAMEIVS 

DECREVIT 
C . CRANIVS , RVIVS 
L . CRANIVS . CELSVS 

Ed esiste ancora nella villa Pacca il titolo delia 
sua consorte, scolpito sopra un cinerario di palom- 
bino, con formola che reca alla mente l'iscrizione 
di Cecilia Metella: 

D M. 

H R A T I A E C . F 

FORTVNATAE 

MATVll 

Si conosce dalla paleografìa delle recate lapidi 
che C. Cranio dovè vivere circa i tempi di Traia- 
no o di Adriano. 



106 

ilui'li)} e' - i{n|;| <> 



Sul genio. Discorso di monsignor Giuseppe Crispi ve- 
scovo di Lampsaco , professore di lellere greche 
nell'università di Palermo. 



Che cosa ne intesero gli antichi, 

e specialmente i greci. Che ne intendono i moderni. 

Che intender se ne debba. 



I 



1 vocabolo Genio ai giorni nostri va per le boc- 
che di tutti ed ha preso tale impero sopra gli uo- 
mini, che non solo tra i letterati, ma sibbene tra 
il volgo va campeggiando- E come nei tempi prima 
di noi tutto era spirato, e pieno di forze invisibìli, 
che pur Geni s'addimandavano , così ora , mutato 
seggio , essi non più tra l'aere, tra le nubi, tra i 
venti e le tempeste, né per terra, né per mare si 
van raggirando , ma veggonsi camminare in forma 
umana, e mangiano, e beono, e dormono, e vestono 
panni. Ed è a dir vero uno spettacolo vederli spun- 
tare in una notte come i funghi nei ragazzi e nei 
giovanotti senza stento e senza disciplina. Ma par- 
liamo sul serio- Veramente i tempi nostri abbondano 
d'uomini di Genio, e ne scarseggiarono gli antichi, 
è piuttosto questo un pregiudizio odierno nato da 
superbia? Sì vero ogni secolo ha avuto la sua ma- 
lattia; ed il nostro tra le altre ha quella del Genio, 



107 
clie occupa tulle le menti; laddove tra gii antichi, 
e massime tra i greci, che pur di Genio vantar si 
poteano, poca o niuna pompa si menava di un tal 
nome che si desse in particolare a persona. Or io 
son d'avviso che [)er intender bene il significato 
di una voce, di cui si fa tanto remore, debbasi esa- 
minare in prima qual senso le abbian dato gli an- 
tichi , e poi quale le ne attribuiscono i moderni ; 
perchè così se ne formi la vera idea , stabilendosi 
per tutti ciò che per la parola Genio sentir si 
debba. La qual cosa, com'io penso, saia di giova- 
mento a coloro, che poiché n'avran formato chiaro 
il concetto, non vadan più immaginando in se una 
forza invisibile, che li guida senza dubbio e senza 
direzione; e non guardin più con disprezzo e com- 
passione quei, che per lungo travaglio all'onore di 
Geni cercan d'aspirare, e quegli altri che la mede- 
sima strada battendo se l'han meritato- 

Trascorrendo le mamorie vetuste troviamo vari 
e moltiplici pensamenti sulla materia che impreso 
abbiamo di trattare. Gli uomini si sono quasi sem- 
pre lasciati trascinare dalla immaginazione; perchè 
osserviamo d'aver essi dato all' ingegno umano di- 
vine forze , quando hanno veduto questo produrre 
opere, che sembravano saperare le umane. Ma gli an- 
tichi si sono attenuti anzi al genere delle cose, che 
al particolare, dando alle discipline forme sopran- 
naturali ed assistenze divine. Quindi è nata tra i 
greci l'idea di Musa , per denotare la forza d'inve- 
stigazione (1), secondo altri quella d' insegnare, ed 

(l) M«w. w qiiaero. Fiat, nel Cralil. Snida, Eustazio. 



108 

istruire (1): o sibbene dalle discipline, le quali tutte 
hanno tra di loro un leganne ed un nesso, e come 
sorelle stanno insieme e si amano (2), è nata l'idea 
delle muse. Or se ad un ultimo risultamento siffatti 
pensieri condur si vogliano, non è difficile il com- 
prendere , come allora s' intendeva essere un Dio 
che regolava il sapere, ed un Genio che agitava le 
menti, cui un sacro fuoco accendeva (3)- 

Le scienze e le arti venivan chiamate potenze, 
come sarebbe avere una gran potenza, cioè un grande 
ingegno (che oggi si appellerebbe Genio), a ridir bre- 
vemente in versi quelle cose , che sonosi dette da 
molti scrittori , che si potrebbe anche esprimere 
avere grandmarle o scienza (4). Eia definito colla voce 
di buon naturale l'acre ingegno e sagace: e chi n'era 
fornito, godeva del nome d'uomo dotato di buon in- 
gegno: e si faceva uso di superlativo qualora l'alta 
meta se ne toccava (5). Uno spirito di previdenza 



(1) Yìocpoc. Tov y.svtv StSaaxetv x«£ ciajSsucfv. Eusebio. 

(2) Plutarco nel lib. aspe (pàa^elfìocg, dice ixupcòv . . . 
dg oiXGu Sf euvofavàsjxaj (ptXoc^elfiag ovaxg ouTwgwvc/^xa^ov 
/xi5i»'(jag. 

(3) Est Deus in nobis, agitante calescimus ilio. Ovidio. 

(4) Aristotile in Topicis lib. 2 chiama §uW/Jt£jg le" arti e 
facoltà. E Budeo dice , che §vv(X[j.tg non solo significa forza 
e facoltà , ma scienza ed arte. Ved. il Tesoro della lingua 
greca di Enrico Stefano, voce Sì)va/xt5. Nella descrizione della 
Grecia di Dicearco si legge ««sp éariv tv.ocv<>>g Wvc^p.iv taxypxv 
è/^cv, a ridir brevemente in versi quelle cose, ec. 

(5) sy^uVa, naturalis ingenii ad omnia dexteritas, bona in- 
doles — tJfvr.g iog, ò x«' vj, naturali ad omnia ingenii dex- 



109 
tlicevasi Genio (1), e Genio era l'inclinazione ed il 
pendio ad una cosa, alla quale credevansi gli uomini 
sovranamente trasportati; od anche una specie di 
condottiero interno e non veduto, o sia angelo, cui 
si facevano libazioni di vino , ed offerte di fiori e 
di placente; voti e preghiere gli si dirizzavano. Donde 
nacquero le espressioni di giorno geniale, cioè lieto 
e natalizio, in cui al Genio si festeggiava, abban- 
donandosi gli uomini alle gozzoviglie ed alla ubbria- 
chezza. Era Genio quello che si dava dal Fato ad 
ognuno, giusto nell'ora del nascimento, che gl'in- 
dovini coW oroscopo solevano osservare: ed era vario 
e diverso , sicché varie e diverse nascevano negli 
uomini le inclinazioni (2), e si credeva al buono ed 
al cattivo Genio. 

Sapienti di natura (3) ancor da taluni si dice- 
vano coloro che mostravano sagacità naturale senza 
disciplina ; ma erano stimati presuntuosi , e si di- 



teritate paeditus, ingeniosus: eJfUJ:'?, amoeno et acri praeditus 
ingenio, x«t' Tcjv à.vOpi-Jòvjiv roig zv'fvtai -ncxXoviiivotg . Ateneo, 
Deipnos. lib. VI 131 iv(pvsGro(.rog ingeniosissimus. 

(1) Nemo malheraalicus genium indemnatus habebit. Giov. 
Sai. VI, V. 562; h. e. nemo creditur Genium, et animumprae- 
scium habere. Farnab. 

(2) Funde merum Genio . . . Pers. Sai. II , v. 3; h. e. 
Angelo, quem credebat antiquilas una genilum paedagogum , 
cui lautius indulto natali quoque diesacrilicabant, preces et 
vola concipiebantur. Farnab .... Genialis agatur iste dies. 
Giov. sat. IV. 65, 66. . . Varo producit Genio, Pers. sat. VI 
v. 19. 

(3) QuiioGCKpot oì s'^' iavTOdV zvfvzig, Christ. schol. Ari- 
sloph. in Vespis. 



110 
sprezzavano (I), appunto perchè non può darsi vera 
sapienza senza esercizio e senza travaglio. Avvici- 
niamoci però pili al particolare del Genio delle let- 
lettere e delle scienze, onde conoscer vie meglio la 
marca che gli ha impresso l'antichità, per l'oggetto 
cui tende il nostro discorso. 

La parola Genio ed ingegno contiene il mede- 
simo tipo di cosa ingenita e naturale (2). Quindi è 
che fu impiegata ad esprimere un'attitudine di na- 
tura a fare e ad adoprare, ed una forte inclinazione 
ed un trasporto, il quale non suppone studio o di- 
sciplina, ma è fondamento di ambi questi esercizi, 
quando si voglion coltivare le arti e le scienze, per 
giungere al possesso delle stesse. Ma il genio oggi 
ha avuto una maggiore estensione nel significato , 
come di una forza soprannaturale avente del divino, 
e che spinge gli uomini a cose grandi, movendoli 
senza lor saputa. Gii antichi greci però si fermarono 
nella voce nalura o bitona nulnra (3) per significare 
l'ingegno; ed i latini coWingenium, comechè questa 
nella sua etimologia fosse greca, pure intendevano 
la medesima cosa che i greci. Laonde ciò che dei 
primi dirò sull'assunto, si attiene ancora ai secondi. 
Voleano dunqne quei saggi che l'ingegno precedesse 
l'istruzione, ma nulla esser quello opinavano senza 
di questa; anzi, secondo il mio sentimento, eglino 
in ciò non altro ammettevano che un semplice prin- 



(1) Aristoph, 1. e. 

(2) ysyc geno, in-genium, quasi ingenitimi: e Genio; </«««« 
anche da 7syw geno. 

(3) 'A7«9>2 9'Jajg, o pure su'^vVsc. Xonoph. 



Ili 

cipio d'una tal disposizione, o direi nneglio volontà, 
che forse in rigor di termine al lalenlo (1) nostro 
corrispondeva. Sia però ciò che si voglia di questo 
parere, io osservo che si pensava allora cosi neces- 
sario esser lo studio, che credevasi tanto più doversi 
alla istruzione quegli ingegni assoggettare, quanto 
più al sommo grado di vigore si appropinquavano; 
come i cavalli se più fossero acri di natura, animosi, 
e di alto valore, più bisognerebbe domarli da pol- 
iedri, perchè più utili divenissero ed ottimi nella fa- 
tica; e delle cagne le migliori di natura, e le più 
inchinevoli al travaglio ed alla caccia , addestrate 
riuscir valentissime ; ma quelli lasciati a se stessi 
indomabili restare pessimi, e sordi al freno, e queste 
senza ammaestramento vane, maniache, e disubbien- 
lissime (2). 

1 grandi uomini della Grècia , e precisamente 
quei di Alene, venivano a gloria, qualora valenti era- 
no nel dire e nell'operare ; ma erano persuasi non 
poter giungere al subliuìe posto di forti dicitori, e 



(1) Talento in volgare significa anche volontà, inclina- 
zione, genio ad una cosa qualunque. — Si quistionava tra gli 
antichi: « Quonaui paclo virtus pariatur, an rationc, an usa. — ■ 
Virtutem doctrina paret, natura ne donet? Hor. Episl. XVIIl 
lib. l V. 100. » Aristotile scioglie la quistione, nel libro del- 
l'Etica a Nicomaco , dicendo che le virtù morali, che prendon 
principio dalla natura, si perfezionano colla dottrina e l'eser- 
cizio. Questo principio morale può applicarsi alle operazioni 
intellettuali. — La natura dà l'inizio nella volontà nel talento, 
lo studio il perfezionamento, perchè si meriti alla fine il glo- 
rioso nome di Genio. 

(2) Socrate presso Senofonte nei Memorabili lib. 4. 



k 



112 

di esperti nel maneggio degli affari della repubblica, 
se prima non si fossero esercitati collo studio e colla 
conversazione de'sapienti. Essere una cosa stolta sti- 
mavano , che mentre si tiene le arti di poco mo- 
mento non potersi pienatnente acquistare senza op- 
portuni maestri, si potesse poi delle scienze fare co- 
pia seguendo la sola natura. Temistocle fu sommo, 
non per solo ingegno, ma per esercizio fatto nella 
scuola della sapienza. Ed in vero insensato si sti- 
merebbe chi senza studio volesse esercitar la me- 
dicina , e peggio se si desse il vanto di non aver 
avuto giammai maestri, ma d'avere appresa quell'arte 
da sé stesso per forza d'ingegno e vigoria di mente (1). 
Che se per diventar valente sonatore di musicali 
strumenti si stenta e si fatica per lungo tempo: se 
per 'altri corporali e meccanici esercizi studio con-» 
tinuo si richiede , perchè si giunga alla meta: sa- 
rebbe soverchia dabbenaggine, anzi direi meglio som- 
ma stoltezza, il credere potersi 1' arti liberali e le 
sublimi naturalmente possedere (2). 1 romani nu- 
triti nella sapienza sentivan pressoché lo stesso. Al- 
l'ingegno esortavano si aggiungesse lo studio, sì però 
che consideravan questo quasi il tutto al compi- 
mento dell'opera; e ciò che più merita di essere 
notato, della poesia così pensavano, la quale par che 
sia prodotto solo d'ingegno e di Genio. Io mi con- 
tento di accennar qui al proposito gli avvertimenti 
di Fiacco, che sono in sostanza un compendio della 



(1) Socrate 1. e. come sopra. 

(2) Lo stesso I. e. 



113 

filosofia de' rctoi'i greci. Non meritare il nome di 
poeta l'ignorante (1). Non doversi lui vergognar di 
apprendere, piuttosto che d'ignorare. Si lagna, che 
chi non sa un'arte corporale, se n'astiene; mentre 
poi osa far versi chi far non li sa. Esorta, che non 
si faccia cosa a dispetto di Minerva. Ove bisogna 
osservare che essendo Minerva la dea della sapienza, 
s'intende nulla doversi tentare senza studio e senza 
sapere: e non già, come solamente si spiega, senza 
che s'abbia naturale ingegno. 11 che viene confer- 
mato dall'idea che avevasi della dea della sapienza, 
la quale istruiva ammonendo , a perciò detta Mi- 
nerva (2) ; e dall'adagio far cosa grassa Minerva , 
cioè rozzamente, senza istruzione e senza dottrina; 
e dall' altro sus Minervam , con che motleggiavasi 
taluno, allorquando ignorante pretendeva insegnare 



(1) Cur ego si nequeo ignoroque, poeta salutor? — Cur 
nescire, pudens prave , quani discere malo? — Qui nescit, 
versus audet Ungere ... Tu nihil invita diccs faciesve Mi- 
nerva. — Ingeniani misera quia fortunatius arte. — Credit et 
excludit sanos Helicone poetas — Democritus etc. Multa dies 
et multa litura ... — limae labor et mora. — Si quid taraen 
olim — scriptoris in Metii descendat iudicis aures, — Et pa- 
tris, et nostras, nonunique prematur in annum. — Ilio et mare 
transit, — Et longum noto scriptori prorogai aevura. — Graiis 
ingenium, graiis dedit ore rotando — Musa loqui, practer lau^ 
dem nullis avaris. — Romani pueri longis rationibus assem — 
Discunt in partes centum diducere . . . etc. Non quivis videt 
immodulata pocraata index. — Et data romanis venia est in- 
digna poelis. 

(2) Minerva dieta, quod bene moneat. Feslus. 
G.A.T.CLIX. 8 



ÌU 

un uomo istruito (1). Così un uomo dotto si diceva 
tutto Minerva (2); non già solamente perchè dotato 
d'ingegno, ma perchè molto istruito. Già Democrito 
opinava bastare il solo naturale ingegno per esser 
poeta; ma perchè taluno un nome così rispettabile 
ottenga esser necessario lo studio , poiché e ricca 
vena e studio è d' uopo che s'uniscano ; capendosi 
però che VingegnOf o sia il genio, è il fondamento 
della perfetta poesia. Non pertanto lungo tempo e 
spesse correzioni la perfezionano; oltreché è neces- 
sario il giudizio de'più savi ed esercitati per prof- 
ferirne sentenza : e così, chi scrisse, assicurarsi del 
merito delle sue scritture, perchè le stesse passino i 
mari e gli procaccino eterna la fama. 

Ma perchè si scorga meglio quale conto dello 
studio facevano gli antichi, parmi opportuno qui ri- 
flettere come si dava la preferenza ai greci sopra 
i romani nello ingegno e nella dolcezza del dire: 
avvegnacchè questi applicati al guadagno non pote- 
vano far versi degni d'esser consecrati all'eternità. 
Imperciocché i greci erano ingegnosi ed accurati 
nello scrivere , e perchè trasportati per la gloria , 
a non altro studiavansi , se non se all'eleganza sì 
nei pensieri , come nelle voci ; ed avevano anche 
l'orecchio così esercitato, che eran gran maestri nel- 
le armoniche cadenze ; conciossiachè il ritmo , di 
cui eglino facevano alta stima, consistente nell'or- 



(1) Veni igitur et disce iam àpoXiyoiiivoc?- quasquaeris, 
etsi sus Minervam. Cic. Fara. 9 ep. 18. 

(2) Omnis Minerva homo. Petron. in fragni. 



115 
dine del movimento, produceva una certa armonia, 
detta poi modus dai latini. Ma perchè questi poco 
studio vi facevano, poco anche potevanlo discernere; 
laddove il popolo tutto della Grecia, e massimamente 
di Atene, come quello ch'era ingegnoso, e l'ingegno 
colle opportune applicazioni dirette allo scopo del 
perfezionamento assai coltivava, era giudice severo 
delle produzioni de' letterati. Onde si disse essere 
una meraviglia trovare un popolo tutto istruito; fe- 
nomeno singolare, mentre in tutte le nazioni uomini 
di lettere e di gusto sononsi bensì veduti, ma non 
mai intera una popolazione (1); e là dove raro è il 
giudizio da profferirsi nelle opere di gusto, comune 
era in Atene. Né questo è tutto. Gli ateniesi non 
solo dei lavori della immaginazione e del sentimento 
erano giudici, ma di quegli altri che vengon pro- 
dotti dallo intelletto. In somma il popolo di Atene 
era colto, letterato insieme e filosofo, per effetto di 
una comune cultura d'ingegno e di studio ben re- 
golato, e rivolto al fine d'incivilire intera una na- 
zione proporzionatamente ai sistemi politici e reli- 
giosi allora dominanti. Or assurdo sarebbe il con- 
cepire ch'eglino erano tutti geni, inteso il genio nel 
senso di un essere privilegialo, che sopra gli altri 
elevandosi crea nuove cose ed in un nuovo ordine 
le dispone. 

Passiamo ora ad esaminare il senso che i nostri 
hanno dato al genio, acciocché confrontando i loro 
divisamenti con quei degli antichi, secondo ciò che 



(1) Cesarotti in una orazione inaugurale per apertura di 
studi. 



116 

abbiamo di sopra divisato, conducessimo allo scopo 
già proposto il nostro discorso. 

Cercberò d'esporre in breve quanto si è detto 
sullo assunto. 

(( Il genio, si va spacciando, è una specie d'i- 
spirazione frequente, ma passaggiera, ed il suo attri- 
buto è il dono di creare (l)-Si distingue dai taleìito, 
che è una disposizione particolare ed abituale di riii' 
scire in una cosa; va in prima classe il genio della 
invenzione- 

« Quell'impulso involontario, che forza a scegliere 
il bello , è ciò che si chiama genio. Esso è dono 
della natura (2). 

« 11 genio è quella forte volontà , che presto 
elegge uno scopo, e ad esso rivolge tutte le potenze 
dell'intelletto. È un impelo dell'ingegno (3)- » 

Tralascio altre definizioni , che a un di presso 
alle cose riferite si riducono ; e soggiungo che la 
voce Canio ai nostri giorni ha eccitato l'entusiasmo 
a segno, che se n'è parlato e scritto con istile su- 
blime. L'uomo di genio non s'è veramente definito, 
né si sono analizzate le idee formate sullo stesso, ma 
si è descritto con tratti di pompa, e bene spesso, 
tronfi ed ampollosi. Se n'è fatta piuttosto una descri- 
zione poetica; la quale quanto più brillante, tanto 
più ha scosso l' immaginazione dei giovani e 1' ha 
fatta traviare, credendosi tutti geni ; poiché essen- 



(1) Marmontel. 

(2) Giovanni Gherardini , Elementi di poesia ad uso delle 
scuole. 

(.3) G. B. Niccolini , Del sublime di Michelangelo. 



117 

dosi ridotto ad una ispirazione , ad un istinto che 
dice segnimi (1) senza studio e senza istruzione, è 
divenuto una cieca divinità, cui ognuno stima avervi 
diritto , e tanto più quanto più favorisce la infìn- 
gardagine- L'uomo di genio s'eleva e s'abbassa^ se- 
condo che l'ispirazione Vanima o V abbandona; Vuo- 
mo di genio ha una maniera di vedere , di sen- 
tire, di pensare che gli è propria- L'uomo di genio 
è quei , cui la natura rivela i suoi secreti. Egli 
agita, egli scuote, egli ravviva , egli impelle , ma 
ntdla resiste ai suoi impulsi. Stordisce, percuote, è 
toccante, stupendo, nuovo, singolare, sorprendente (2). 
Insomma egli è un demone superiore all'uomo stes- 
so; e perchè invaso dallo spirito che internamente 
Io scompiglia , opera per l'istinto della natura di- 
vina che r ha occupato , e ch'ei segue ciecamente. 
Ecco in poche linee l'idea moderna di Genio; dalle 
quali chiunque può scorgere la poca , anzi nulla 
esattezza del concetto , che se n'ò formato. Ed io 
forte mi maraviglio, come a' nostri tempi , in che 
l'ideologia vuol far progressi analizzando, si è così 
male discorso sull'idea eh' eccita una parola cotanto 
interessante. Gli antichi , secondo che a me pare , 
sono stati in questo più saggi. Parlarono del Ge- 
nio, ma sotto la veduta di uno spirito, che li as- 
sistesse, e conducesse nella via troppo scabrosa della 
vita. Erano i geni tutelari , che dirigevano le loro 
inclinazioni, regolavano i loro piaceri, la loro fortu- 



(1) Niccolini 1. e. 

(2) Marmontel. 



118 

na, le loro famiglie, le città, i regni, gli stali, co- 
me di sopra l'abbiamo veduto. Erano per altro tali 
divisaiiienli pregiudizi volgari, ed attinenti alla loro 
religione. Che se parlavano di forze divine che as- 
sistevano alle arti ed alle scienze, come le muse , 
era questa una veduta generale che si voleva dare 
alla cosa , quasiché volessero significare essere le 
arti e le scienze una divina emanazione; e per que- 
sto credevano Minerva nata dal cerebro di Giove , 
per far veduto che la sapienza era parto di Dio. 
Ma non ammettevano uomini, che nelle arti, nelle 
scienze, e nelle lettere avessero un genio partico- 
lare, ossia un cieco istinto che dicesse seguimi ^ 
e che fossero ispirati- Né mi si dica che il Demone 
di Socrate (1) era di questa sorta; perciocché era 
quello un nume che il filosofo faceva credere che 
lo ammaestrava ispirandolo nei sacrosanti dettami 
della morale, non già nelle lettere: e ciò per im- 
por maggiormente sul cuore degli uomini all'og- 
getto d'insinuar loro maggiormente l'amore della 
virtiì. Ed all'incontro è celebre ciò che si rapporta 
di Zopiro famoso fisionomista: il quale come vide 
Socrate, disse che questi era stupido e tardo d'in- 
gegno, e nello stesso tempo, amante di donne. Al- 
lora, come l'indovino fu dagli astanti deriso, e so- 
prattutto da Alcibiade che gliene fece una risata , 
il filosofo ristaurandolo dalla beffa, rispose, eh' ei 
veramente aveva avuto quei difetti, ma che cor- 
retto li aveva per la ragione ed i precetti della 



(1) ^Ciitxwf, genius, sors. 



119 
filosofìa (1). Socrate adunque divenne filosofo di 
primo nome mercè dello studio , vale a dire fu 
un genio, secondo il linguaggio dei moderni, intan- 
tochè Tullio (Tuscul. I. 5, e- 4') ebbe a dire ch'ei 
fé' scendere da cielo la filosofia morale , laddove, 
all'inverso di quanto si suppone dai nostri, la na- 
tura non aveagli fatto alcun dono. Sappiamo an- 
cora che Demostene, quell' oratore che si è fatto 
da tutti i secoli ammirare, cui i nostri non pos- 
sono affatto secondo i loro divisamenti negare il 
genio, giunse all'alto grado di eloquenza studian- 
do, travagliando, e sinanche correggendo un vizio 
organico di scilinguamento, e di più la debolezza 
naturale della voce. Otto volte trascrisse di pro- 
prio pugno la storia di Tucidide , dalle cui par- 
late soprattutto attinse la forza dello stile, che gli 
fa tanto onore. Racchiudevasi in una cava per ela- 
borare le orazioni da perorare al popolo; e perchè 
non avesse occasione di uscire, radevasi la testa, 
costretto a permanervi sino a che gli fossero un* 



(1) Quid ? Socratera nonne legimus quemadmodum notarli 

Zopyrus physiognomon stupidum esse Socratem dixit, et 

bardum.... addidit etiam, nìulierosum: in quo Alcibiades ca- 
chinnum dicitur sustulisse. Sed haec ex naturalibus causis vitia 
nasci possunt: extirpari autem, et funditus tolli , ut is ipse , 
qui ad ea propcnsus fuerit, a tantis vitiis avocetur, non est 
id positum in naturalibus causis, sed in voiuntate, studio, di- 
sciplina - Cic. De Fato, e. 5. - Cum multa in conventu vitia 
coUegisset in eum Zopyrus, qui se naturam cuiusque ex for- 
ma perspicere profitebatur; derisus est a caeteris, qui Illa in 
Socrate vitia non agnoscerent: ab ipso autem Socrate suble- 
vatus, quum illa sibi insita, sed ratione a se deiecta, diceret. 
Id. Cic. Tuscul. Disp. lib. IV, cap. XXXYH. 



altra volta cresciuti i capelli- Quinci nacque il mot- 
teggio che gli emuli suoi gli facevano dicendo, 
che le aringhe di Demostene puzzavano dì olio. 

Siccome di sopra accennai, Vimparar da sé sles- 
so (1), e molto meno il far cosa naturalmente per 
dotta natura (2), era stimata stolta; e gli uomini 
d'animo sapientissimi (3) , che sarebbero i sommi 
geni naturali, venivano canzonati, avvegnaché per 
meritare un tal nome bisognavano gravi e lunghi 
sludi, severe e serie meditazioni, con un corredo 
di altre circostanze sì private , come pubbliche , 
perchè il fenomeno in tutta la sua pompa s'av- 
verasse e si manifestasse. Così è: la natura non 
dà se non il solo principio ; e quindi , poiché il 
grand'uomo dopo una carriera ha fatto la sua com- 
parsa, è stato denominato di buon naturale, d'ot- 
timo naturale, di grande e di grandissimo natura- 
le (4), d'ingegno, di talento, di grandissimo in- 
gegno, di grandissimo talento, di spirito, e final- 
mente di genio , secondo le produzioni che se ne 
vedono, e le opere che se ne ammirano, diverse e 
varie a tenore delle trattate materie. 

Così Aristotele fu detto Demonios (5) con una 
voce che in greco esprime un uomo avente un de- 
mone, ch'oggi si direbbe un (fenio. Eppure si sa che 



(1) ' Avr óixaTov Jx/JLaSsiV. * 

. (2) 'Ano aofYJg ^voK^g. 

(3) QviJ.oao'^tv.6xaxoi. Aristoph. in Vespis. 

(4) 'Euipvvjg , £Ù(pu£(7T£p(35 , £Ù(puioTa.rog , ^s.yocXcfvtji; , 
ixV'ioCkofviaTZQog, [xv/ocXoifvscrocroc, iùcpv'coc, [^z'^/oCkc^ta. 

(5) Aot.iiióviog. 



121 

quel grande aveva una eccessiva passione per lo 
studio, a segno che situava un bacino di rame ac- 
canto del suo letto, e stretta alla mano una palla 
di ferro, stendeala fuori, onde cadendo la palla nel 
bacino, collo strepito ne lo svegliasse tosto ch'era 
per addormentarsi (1).E Platone, non meno del suo 
discepolo della meditazione e dello studio amantis- 
simo, fu chiamato soltanto divino (2); ma Cicerone 
si contentò di nominare Aristotele uomo di singo- 
lare ingegno e quasi divino (3) colla parola inge- 
nium usata dai latini, accrescendola solamente cogli 
aggiunti di singolare e pressoché divino^ e Platone 
fu decorato col soprannome tìieos dai primi padri 
della Chiesa , i quali trovarono che le di lui dot- 
trine e quelle di nostra religione si assomigliava- 
no: Demostene, che pur tanto si studiò per diven- 
tar grande, vien distinto da Longino col nome di 
grandissimo ingegno (4) , che un moderno direbbe 
altissimo genio. E chi de' moderni negherebbe que- 
sto nome a Cartesio ed a Leihnizio ? Eppure chi 
non sa lo spirito ardente dell' uno e dell'altro per 
gli studi severi e per la continua meditazione? Car- 



li) "Evrof, x«J àaxjcv B^piiov klociov intztOévoct àvròv tw 
(jTc/Jt.a/w 9«(7!"xaj onore xcj^wtc cfoclpocv ^aXxvjv ^ofklc(j9(xt 
aura sig T>jy '/zìpa., Xcxav>jg vno-iizt[j.ivY]g, iva i-xmcoutr/jg 
Tvjg qffixtpixg scg v/jV IsxdvYjv, uno zoxJ ipo'ys i^èypoizo. Diog. 
Laert. lib. V, n. 277, edit. Amsler, in Vit. Arisi. Amniiano 
Marcellino narra ciò di Alessandro Magno. 

(2) Qzìog. 

(.3) De divinatione lib. 1, e. 23. 

(4) '0 §£ loc^àv zov /xeyaXcgjUcorTocTou.... zóvov. Dio- 
nys. Long. De sublimi genere dicendi. 



122 

tesio in età di 19 anni rinunciò affatto a' piaceri 
della vita per consacrarsi interamente alle scienze. 
Fissò la sua dimora in Olanda, perchè ivi vivesse 
oscuro; e da nessuno turbato, avesse l'agio d' ab- 
bandonarsi pacificamente alla filosofia ed alla ma- 
tematica: donde, per non rammentar qui altro, ab- 
biamo l'analisi fatta da lui nell'età di 25 anni, tanto 
famosa quanto il calcolo dell'infinito di Newton (1). 
Leibnizio era così ostinato nello studio, che sovente 
stavasi mesi interi nel suo gabinetto dormendo nella 
sedia medesima ove studiava. Illustrò pressoché 
tutte le arti e le discipline tutte , ed anche le 
accrebbe , cosicché parve un portento di sapere 
che a naturali forze non convenisse. E come- 
ché prodigiosa fosse la memoria di costoro, e piiì 
di Leibnizio , e facile la percezione, non pertanto 
eglino non arrivarono all'apice delle dottrine, cui é 
dato giungere a forze umane, che per via di stra- 
ordinarie applicazioni, le quali al solo rammentarle 
paiono intollerabili ad umana natura ; e gli effetti 
se ne aggiudicano a forze occulte e divine (2). Per 
lo che noi, secondo a me pare, travolgiamo le idee 
attribuendo in massa al Genio tutto il grande , e 
qualche volta anche lo straordinario che in uomo 
scorgiamo dopo le fatiche sostenute, supponendolo 
un invisibile spirito che opera ciecamente: laddove, 
a mio credere, il talenio, cioè la volontà spiegata , 



(1) Nelle annotazioni dell'elogio che ne fa Thomas si tro- 
vano queste notizie. 

(2) Fontenelle, Elogio di Leibnizio: e Brucherò, Character 
Leibnitii . 



I 



123 

che le circostanze accompagnano , è il solo su di 
cui tutto redifìzio s'innalza. E siccome non sempre 
si riesce in una impresa, perchè non sempre le cir- 
costanze sono favorevoli , così a chi si arresta si 
niega il talento , e si dà a chi progredisce ; e poi 
si fanno gradazioni secondo 1' avanzamento sino al 
sommo. Donde è nata oggi la distinzione di talento, 
d'ingegno, di spirito, d'entusiasmo , d'estro, di ge- 
nio: mentre non sono altro che il solo talento, che 
secondo la volontà di ognuno, e molto piìj a tenore 
degli amminicoli di tempo, dì luogo, d'incoraggia- 
mento , di spinta , e direi anche di fortuna , o si 
ferma affatto, o gradatamente si avanza, sino che alla 
fine, verificate tutte le circostanti fortunate posizio- 
ni, tocca l'ultima meta, cui arrivar possa l'uomo , 
il quale si acquista il nome di Genio , che in so- 
stanza è il talento messo in alta luminanza, trasfor- 
mato da noi in uno spirito celeste che supponiamo 
esser duce che guida per canali occulti e ciechi , 
perchè ignoriamo tutta la serie del metodo da lui 
tenuto, e delle opportunità che l'han favorito: ed 
ascriviamo ad una ignota divina forza ciò che deb- 
besi pili allo studio , alle indefesse applicazioni ed 
ai travagli ben diretti, fortunati, e favoriti. 

Pure, mi si direbbe , non vediamo noi uomini 
sommi contraddetti e bersagliati sì dagli uomini , 
come dalla fortuna e dai tempi , elevarsi così che 
superano tutti gli ostacoli e trionfano ? Non v' ha 
dubbio succeder questo ; xna anche in tal caso è 
una decisa volontà , o forte inclinazione , il talento 
insomma che vuole perchè vuole, e vince qualun- 
que intoppo che gli si attraversa, e diventa Genio. 



124 

Ed il talento solo appunto è che si trasforma in 
mille e cento maniere, distinto poscia dagli uomini 
in varie classi, e con diversi nomi riconosciuto, ed 
attribuito dopo il fatto ai soggetti, come esistente 
originalmente in essi svariato ed esclusivo. Quindi 
si è creduto esservi uno spìrito p. e. d'invenzione , 
un altro generativo^ un altro giudicatorio^ o di gustOy 
quando bene si giudica nelle cose belle , e va di- 
cendo. E pensato si è che non potrebbe apparte- 
nere ad uno ciò che in altri si vede, se variate si 
fossero le circostanze: non riflettendo esser divenuto 
il tale grande nelle scienze perchè in esse ha im- 
piegato il talento ed il tempo, e bene e felicemente 
le fatiche, ed il tal altro in altri rami del sapere. 
Così discorrendo , colui che fa gran comparsa in 
poesia avrebbe potuto farla in astronomia, in fisica 
ed in altra qualunque siasi dottrina. Chi sa se Ome- 
ro, posto dove fu Archimede, non sarebbe stato un 
sommo fisico, matematico, meccanico, e viceversa; 
Archimede, se fosse vissuto ai tempi del gran pit- 
tor delle memorie antiche, non sarebbe stato un gran- 
de epico? Le scoperte che fece il filosofo di Sira- 
cusa nel regno fisico e nelle meccaniche le avrebbe 
fatte il poeta greco , ed all' incontrario quello sa- 
rebbe divenuto il padre dell'epica poesia. Qual ra- 
gione v' ha che Galileo e Newton debbansi circo- 
scrivere nella fisica e nella matematica, e Milton e 
Tasso nella poesia ? Alfieri disse di se stesso che 
aveva una testa antigeometrica , mentre poi fu un 
gran tragico. Ma chi può metter limiti al talento 
che si voglia applicare ad una piuttosto che ad 
un' altra materia ? 11 tragico volle consacrarsi alla 



125 

tragedia e vi riuscì, avvalorato da mille circostanti 
ragioni: ed egli sarebbe stato un gran geometra se 
r avesse voluto , posto in diverse ragioni. I poeti 
stessi, gli oratori, gli storici di grido, perchè mai 
eglino sono così differenti? Forse perchè l'uno ha 
avuto minor o maggior genio dell'altro? No certo: 
ma perchè Eschilo, Sofocle ed Euripide, Lisia, De- 
mostene, Eschine, Iperide, Erodoto, Tucidide, Se- 
nofonte , hanno diversamente diretto i loro studi, 
oltre alla varietà de' tempi in cui vissero. Se Pla- 
tone , secondo il sentimento di Tullio (1) , avesse 
voluto esercitarsi nel foro , sarebbe divenuto un 
grande oratore; ed all'opposto se Demostene si fosse 
occupato in ciò che aveva appreso da Platone, ed 
esprimer l'avesse voluto, eseguito l'avrebbe con tutto 
quello splendore e quella eleganza che fu propria 
del maestro. La stessa cosa ei sente di Aristotele 
e d'Isocrate; l'uno e l'altro de' quali piacendosi del 
suo studio dispregiò l'altro; e così ognuno dei due 
si fermò e divenne grande in quello , in che ebbe 
diletto e si applicò. Lo stesso può dirsi .de' mo- 
derni, se si vogliano considerare il volere, i tempi, 
i luoghi e le circostanze di ognuno. 

11 genio, dice un moderno scrittore (2), non s'im- 
para , ma si alimenta colle ottime impressioni. II 



(1) Equidem et Platonem existimo, si genus forense di- 
cendi tractarevoluisset, gravissime et copiosissime potuisse di- 
cere; et Demosthenem si illa quae a Platone didicerat tenuis- 
set, et pronuntiare voluisset, ornate splendideque facerepo- 
luisset. Eodemque modo de Aristotele et Isocrate indico, quo- 
rum utcrque, suo studio delectalus, contempsit alterum. Cic. 
De officiis, proem. 

(2) Girolamo Veneziano, Della Calofilia lib. 3. 



126 
genio è la speciale attitudine dell* uomo, prodotta 
dalla eccellenza dei suoi organi , di ben percepire 
e di sentir fortemente siffatta bellezza ; ed il con- 
cetto è immediato effetto di questa attitudine , e 
l'atto di questa potenza. In sostanza ciò non altro 
vuol dire se non se, essere neWuomo organi di ben 
percepire, e quindi attitudine ai concetti, che quan- 
do vuole, ed è assistito da tutto ciò che lo attor- 
nia, produce cose grandi- Un altro parlando di Dan- 
te dice (1): « Egli ò nato con le medesime facoltà 
degli altri: non differisce da loro che per l'attività, 
l'ardore, e il movimento, di cui queste facoltà sono 
dotate ». Ma questa attività, quest'ardore ec, di- 
co io, nascono dal talento, dalla volontà come prin- 
cipio del movimento, e dagli obbietti circostanti , 
come incentivo al movimento stesso- Così l'Alighieri 
« offresi come simbolo terribile del medio evo », 
siccome Omero rappresenta la beltà ellenica nella 
sua originale purità. Ora ridotta la cosa a questi 
semplicissimi termini, a che ingarbugliar poi il tutto 
con le espressioni di emozioni, d'ispirazioni, di ar- 
dore, di attività, di creazione ispirata? Dicasi piut- 
tosto, ed allora si dirà bene , ed in breve , che il 
talento è unico in tutti , ma che poi trasformasi 
per le circostanze e gli obbietti svariati. 

Ma tutti senton della stessa maniera? Non tutti; 
preso il termine nel senso non di uniformità, ma di 
varietà originata dalle differenti disposizioni di cia- 
scuno, ed attitudine di sentire modificata e diretta 
da tutti gli amminicoli necessari e dalla volontà 

(3) Ugo Foscolo. 



127 

che vai'ia in ciascuno: poiché non tutti vogliono le 
stesse cose , né tutti vengono o vogliono essere a 
cose grandi incitati; cosicché il principio é unico, 
ina diventa poi svariato negli etfetti, secondo la di- 
versa direzione ed inclinazione derivata da mille e 
cento divergenze di tempo, di luogo, di studio, dì 
metodo , di opportunità ed altro riferito di sopra, 
che danno diversi risultati , comechè provenienti 
da unica e sola fonte. Si dice di Mctastasio, ch'egli 
era solito di rinchiudersi entro il suo gabinetto, e 
Vestro ubbidiva bene spesso al suo volere (1). Ecco 
Veslro soggetto al talento di quel poeta. 

« L'attuale disposizione a ricevere le impres- 
« sioni del bello, ed a significarle coi mezzi del- 
(i l'arte, è ciò che si chiama estro- Questa dispo- 
(( sizione dipende dallo stato dell' anima ; nessuna 
« forza ha potere diretto sopra di essa; la sola vo- 
li lenta può talora suscitarla e prolungarne la dura- 
« ta (2))). Ecco qui la volontà; cioè un semplice atto, 
che replicandosi costituisce l'abito di poter volendo 
suscitare l' estro poetico. Laonde non è necessa- 
rio ricorrere a vane idee d' ispirazioni, né ad ele- 
vazioni di potenze quasi soprannaturali, che mo- 
vono l'intelligenza a cose straordinarie: ma basta 
riguardar le vie ordinarie deli' intelletto e della 
volontà. 

Il gusto é stato considerato come una operazione 
dell'intelletto, meno impetuosa, ma più riflessiva di 



.(1) Seriola, Osservazioni sopra Metastasio. 
(2) Gherardini, Elementi di poesia compihiti ad uso delle 
scuole. 



128 

quella del genio; e che modera il genio slesso , e 
n'è il giudice (l). Dunque, secondo questo intendi- 
mento, sono ambe coleste operazioni dello intelletto, 
sebbene in minore o maggior graduazione, in mi- 
nore o maggiore attivila, ed intantochè si riducono 
ad unico principio, cioè al talento, il quale si mo- 
difica a tenore della volontà e delle posizioni in 
cui l'operante si rinviene. In questa maniera discor- 
rendo, le poesie d'Orazio, di Pope, di Voltaire ri- 
conoscono la medesima fonte, il talento, che è quello 
di tutti i poeti primitivi, che a preferenza diconsi 
di genio; poiché Omero, Pindaro, Dante, non hanno 
cantato per istinto (ch'è cieco), nò per obbedire al 
movimento della loro anima (che sono espressioni 
vuote di senso), ma per volontà spinta dall'impo- 
nenza degli obbietti che li circondavano , diversi 
da quelli che attorniarono Grazio, Pope, Voltaire , 
ed altri di simil tempra- Ed in vero, così spìegansi 
con unico e semplice divisamento gli svariali or- 
dini di talenti, che, perchè diversificati oltremodo, 
sono siali distinti in vari gradi, ma ciò ch'è peggio, 
gli ultimi di loro sonosi perduti di vista; e non già 
più riconosciuti, sono stati detti, ispirazioni, istinti, 
emoùoni interne deWanima, convulsioni, evoluzioni , 
senza che l'autore medesimo sappia quel che si fac- 
cia senza studio e senza travaglio; mentre sono in 
effetto il risultamenlo di severe e lunghe medita- 
zioni, di serie e prolungate osservazioni per toccare 



(1) Gherardini come sopra. 



129 

la desiata meta (1): le quali, perchè poscia l'abitu- 
dine ha rese naturali , addiconsi ad una forza in- 
terna, cieca, ed invisibile , e sono state con tratti 
poetici, e non già filosoficamente, espresse dagli e- 
slelici dei nostri giorni. Ritlettete infatti che De- 
mostene, il quale bombiva, tonava, e fulminava dalla 
bigoncia, che tutto in un colpo rapidamente ac- 
cendeva ed inceneriva (2), che quasi ispirato ed oc- 
cupato da febèo furore fece quel celebre giura- 
mento sclamando : Non avete errato , o aleniesi , 
non avete errato noy io lo giuro per quegli eroi che 
perirono in Maratona (3) : che colla sua eloquenza 
faceva la guerra al piiì potente re della Mace- 
donia, e lo debellava, e l'avrebbe interamente scon- 
fitto , se il popolo presso cui egli perorava non 
fosse molto da quello di pria degenerato; Demo- 
stene, io dico, le notti studiando vegliava; ed i 
giorni anche passava faticando e meditando sopra 
le materie, che doveva trattare e presentare, per-^ 
che Atene la libertà propugnasse- Tullio (4), quel 
grande oratore, che dai roghi quale ampio incen- 
dio in ogni dove aggirandosi tutto ardeva e con- 
sumava, avente in sé molta e costante forza di 



(1) Qui cupit optalam studio contingere metani - Multa 
tulit fecitque puer, sudavil et alsit, - Abstinuit Venere et vino. 
Hor. de Arte poet. 

(2) OTcy xocdiv zs. Dionys. Long. Op. cit. 

(3) 'AIX IttsjSjÌ KaOocmp kixnv£va9sìg i^oci'fvng vnò 
Osov, v.a.i otovzl (poi^ohinxo^ yzvófxi'jog, ròv t^Zv àptaréov 

,aà -uovg iv MocpoiBwi T:po>iwvòiVGa.vzoci;. 

(4) Lo stesso L. e. sopra. 
C.V.T.CLIX. ^ 



130 

bruciare, distribuita in sé stessa da tutte le parti, 
e successivamente sempre nutricata, non da altro 
riconobbe cotanto valore , se non se dallo studio 
fatto su' greci; da Lisia, da Iperide, da Demostene, 
da Isocrate, dai quali contrasse quella virtù ora- 
toria. Or chi niega che Demostene e Cicerone sieno 
i primi due grandi oratori del mondo, e due Geni? 
E giacché si è parlato dell' orator romano , che 
sommo divenne imitando i greci, e bilicando su 
quelli , è a proposito qui accennare , come gli 
scrittori latini tutti l'apice di grandezza toccarono 
perchè ellenisti (1). Basta rammentar Virgilio, il 
quale seguendo 1' orme di Omero si sublimò ne' 
primi posti dell'epica poesia, e come egli slesso 
diceva , quando gli si rimproverava d'esser troppo 
omerista, tolse la clava ad Ercole a fatica e lot- 
tando; ed a lui finalmente la ritolse il novello ita- 
liano Marone (2). 

Ma io preveggo che possa insorgere contra la 
mia opinione una forte difficoltà; ponendosi mente 
alle invenzioni maravigliose de' grandi uomini. Chi 
avrebbe potuto, dirassi , rinvenire nel bagno quel 
gran principio, che un corpo tuffato nell'acqua e- 
sclude un volume uguale al suo , se non il genio 
di Archimede? Quanti prima di lui eransi immersi in 
acqua per bagnarsi? Eppure l'invenzione di una ve- 
rità cosi feconda d' effetti era serbala al gran si- 
racusano. E che diremo di Empedocle , dal cui 



(1) Vos cxemplaria gracca - Nocturna versale nianu, ver- 
sale diurna. Hor. Ari. Pool. 

(2) Tasso. 



131 

divino petto uscivan versi che sì andavan cantando, 
versi che rivelavan misteri prima sconosciuti, co- 
sicché r agrigentino pareva appena nato da umana 
genia? Galileo dall'oscillazione d'una lampada stabilì 
la legge dei pendoli. Tutti quanti erano entrati in 
chiesa prima del filosofo fiorentino avevano con 
indifferenza veduto oscillare e lampade e lampadari, 
ma il genio ch'elevava dal rango comune di uomo 
quel grande sorprese la natura, e ne scoprì una legge. 
Newton, passeggiando in un giardino, da una mela 
cadutagli sulla testa fondò la legge dei gravi ; 
logge eterna che scoprì secreti dell' univer- 
so, e per la quale tutti i fenomeni si spiegano, 
si concatenano, s'uniscono in un tutto, e noi siamo, 
direi , i padroni della terra e del cielo , passando 
dall'una all'altro, come oggi facilmente i mari e le 
terre, non già camminando, ma volando si percor- 
rono. A chi non era caduta non una, ma mille mele 
sul capo ? Pure ad una mente celeste era dato, pei"- 
una scintilla impercettibile alla razza terrena, susci- 
tare un incendio ed illuminare le genti. 

E passando dai reperii, che derivano direttamente 
dall'intelletto, a quelli che dall'immaginazione hanno 
l'origine; quali non sono le stupende maraviglie, che 
noi vediamo sbucare da talune teste d'uomini vera- 
mente divini, che possonsi dir creatori? Omero e Dante 
sono i due soli sufficienti a mostrare questa verità; 
ed incominciando dal primo, qual cosa più rara e 
più stupenda nella natura, che scorgere un uomo, 
cui il Genio poche volte abbandona, produrre pro- 
digi, e presentare spettacoli sempre nuovi e sem- 
pre maravigliosi , e nel cielo entro le magioni di 



132 

Giove, ed in terra infra eroi e numi, ed in Averiio 
tra orrende divinità , ed uomini che per miracolo 
ivi discendono? Ed il secondo non è veramente uno 
stupore in vedendolo discendere nelle tenebre degli 
abissi, salire alla casa di Dio, e gir nelle slazióni che 
sono tra quelle e questa ? Che se il greco ha ab- 
bracciato col suo vasto genio il mare, la terra, il 
cielo; l'italiano ha percorso in persona , anche dal 
suo Genio guidato, le regioni più pure dell'Empireo, 
le più oscure delle bolge infernali, e quelle che miste 
di tenebre e di luce scostano le creature dal crea- 
tore sino a che la loro veste tutto acquisti l'albor 
della neve. Omero, mi sento dire da coloro cui dei 
geni il Genio spira, è un Dio, Dante è un Dio. Anzi 
la voce va echeggiando, e dice; Dei sono Archimede, 
Empedocle, Newton, Gahleo. (o concedo che i grandi 
uomini meritano il nome di divini: proseguo a so- 
stenere però che il solo talento e la volontà espressa, 
e poi circostanze opportune, li hanno sospinti a quel- 
l'alto grado che dagli uomini ordinari li hanno al- 
lontanali. Imperciocché Archimede esercitato nelle 
materie da lui studiate e profondamente meditate , 
stretto da Gerone a cercar la mistura del rame tra 
l'oro della regia corona , percosso vivamente dalla 
gloria di soddisfare un monarca, dovette naturalmente 
far degli sforzi per giungere allo scopo, cui giunse 
in effetto. Qualunque altro ancorché dotato di ta- 
lento , non avendo la mente diretta a ciò cui di- 
rigevasi il siracusano , non poteva mai scoprire 
quella verità. Suppongasi che in vece di Archimede 
si fosse tuffato nell' acqua Omeio ; avrebbe cer- 
tamente cantalo sulla soavità del bagno, e ci avrebbe 



1 



m 

Sull'assunto lasciiito qualche bellissimo poema. Ein-^ 
pedocle del pari, volta l'attenzione su'fenomeni dellii 
natura , ed alla filosoHa pitagorica , accompagnato 
dalla opportunità dei tempi, in che quella filosofia 
dominava, e di piiì favorito dal gusto di scrivere in 
versi e non in prosa, produsse quei poemi che gli 
hanno procacciato l'immortalità; mentre il suo ta- 
lento e la sua volontà a quelle materie lo circo- 
scrissero, d'essere cioè un fisiologo, come lo chiama 
Aristotile, e non già un poeta. Così il gran Galileo, 
così Newton avevano il pensiero rivolto a materie 
che per associazione d'idee là li conducevano dove 
per accidente furono condotti; e dal talento, e dalla 
volontà loro inclinata alle scienze che avevano stu- 
diate, vennero quelle scoperte tanto utili all'umanità. 
Sì vero , lo studio prolungato , il voler veramente 
progredire, forma il grand'uomo in quel branco di 
sapere, in cui si è consumato, ed ivi ancora potrà 
scoprire nuove cose e nuovi rapportÌ5 purché vi con- 
corra non meno la fortuna. Ed incuti si osserva 
che poiché un uomo si è consacrato ad una scienza, 
ad una dottrina qualunque , in quella spicca ed è 
grande, in altre non mai. Newton, così maraviglioso 
in fisica ed in matematica , fu povero teologo al- 
lorché volle interpretar l'Apocalisse (1). Ma Galileo 



(1) Newton nell'ultimo periodo di sua vita imprese a scri- 
veve sopra argomenti di divinità. — Si volle cimentare nelle 
interpretazioni delle profezie di Daniele e specialmente in quelle 
contenute nell'Apocalisse. — L'opera è intitolata; Osservazioni 
sulle profezie della Sacra Scrittura : Profetis of loly Script. ^ 
part. 1, cap. 2. 



134 

e Newton sarebbero stati poeti ? E pei'cbò no, se 
invece di essersi applicati alle scienze avessero ri- 
volto tutto il loro talento e la volontà loro alle 
muse? Newton, uscito dal teatro dopo d'essere stato 
presente ad un dramma, doveva senza dubbio dire 
ad un suo amico, cbe il dramma ora mancato di di- 
mostrazione (1). Nulladimeno sareltbe stato un gran 
poeta teatrale se avesse studiato come Altieri : e 
questi sarebbe stato un Newton, se si fosse rivolto 
alle scienze e le avesse veramente volute apprendere, 
inteso sempre però favorito da tutto ciò che per 
riuscir v'abbisogna. 

Forse si converrà meco in quanto si è detto per 
gli uomini di scienze, non così per li poeti: con- 
ciossiacchè a questi, oltre al talento e alla volontà, 
è necessaria una immaginazione viva, ed una ec- 
cellenza di organi di ben percepire e di sentire 
fortemente. Non v'ha dubbio che la poesia ha di bi- 
sogno immaginazione e forza di percezione. Pure 
anche l'eloquenza ne abbisogna; nondimeno Demo- 
stene per via di studio e d'improba fatica diventò 
il primo di tutti gli oratori- E per altro , siccome 
si è da noi detto di sopra , 1' estro viene eccitato 
dalla volontà. Metastasio ne ha porto l'esejnpio; ed 
Eschilo, padre della tragedia greca, si sforzava a risve- 
gliarlo col vino qualora il voleva: donde il motteggio 
di Sofocle che gli diceva non esser lui l'autore delle 
sue tragedie, ma piuttosto il vino che abbondante be- 



(1) Se anche non fosse vero quanto su di ciò se ne dice, 
pure il discorso di Newton sarebbe congruente alle abitudini 
dei suoi studi. 



135 

vevn. Nonpertanto Kscliilo poteva rispondere che vo- 
leva il vino, e voleva le tragedie, allorquando pieno 
di Bacco faceva i suoi versi biecamente guardando 
a guisa d'un toro (1). La poesia ditiramibica abbi- 
sognava di vino per esser ben trattata. Diceva Epi- 
carmo non darsi ditirambi là dove bevevasi acqua. 
Anche Platone riconobbe lo stilo ditirambico, di cui 
poteva farsi uso scrivendo anche in prosa, eccitan- 
done l'estro. Ed allora Socrate dovendo dir cose al- 
tissime, arcane, e diffìcili ad esser comprese, come 
da un nume percosso, prendeva il tuono ditirambico. 
Celebre ò un passo di Platone nel Fedro, ove So- 



(1) T«Uj3vj5òv £"/3).£7r£. Arisi, parlando di Eschilo. Diceva 
Didimo Chierico , ch'Eschilo era un bel rovo infocato sopra 
un monte deserto, e Shakspeare una selva incendiata, che fa- 
ceva bel vedere di notte, e che mandava fumo noioso di giorno. 
Or l'uno e l'altro di questi due grandi uomini pose grande 
studio a divinir tragico di una sublime tempra. — Né è vero 
quanto taluni asseriscono di Shakspeare, essere stato un uomoT 
rozzo, e rude ingenium secondo la espressione di Orazio: ma 
era, al dir di Schlegel , sufficientemente istruito nelle lettere 
sapendo anche di greco e di latino. Soprattutto egli era ver- 
satissimo nella letteratura inglese, ed era altresì, quanto ba- 
stava, pratico della mitologia, servendosene all'uopo come ar- 
gomento allegorico. — Oltreché conosceva lo spirito della 
storia romana, e profondamente la storia del proprio paese , 
che avea studiato sin nelle più minute circostanze ed in tutti 
i suoi minimi particolari. In somma Shakspeare era un uomo 
addottrinato e conoscitore insieme del cuore umano , su cui 
avea indefessamente meditato, intantochè a ragione vien detto 
lo scrutatore de'cuori. Laonde le sue poetiche invenzioni non 
sono, come pensano taluni, il prodotto di un genio selvaggio 
ed irriflessivo , ma di un sommo pensatore , il quale combi- 
nava le sue opere non a caso , ma con matura e ponderata 
riflessione. V. Schlegel, Corso di lett. dranim. Lez. XIII. 



136 

era te (^osì sì espriiiìe: .Se procedendo nel discoi\'io ap- 
paio preso da ìinfalico furore^ non te ne dèi maravi- 
gliare, poiché adesso non parlo piti fuori dello stile 
ditirambico (1). Era il ditirambico un inno che si can- 
tava al dio del vino. Volendo dunque, suscitavasi una 
specie d'estro per dir cose, che poi sembravano al 
volgo ispirate. Questa è la vena ricca, l'estro di cui 
parla Orazio (2), il quale mentre lo ricerca per la 
perfetta poesia, raccomanda poi moltissimo lo studio. 
Eppure quella ricca vena non è altro che Pestro , 
il quale volendo puossi eccitare nelle opportunità in 
che l'uomo si trova. 

Si dirà: Omero fu un ignorante (3) che per sola 
ispirazione partorì i suoi prodigiosi poemi, ed Ali- 



(1) 'Eàv àpu -JDij/fol-tìKTog npo^óvrog lóyou '/s'vw/Jiaj /xvj, 
©aujuàjvjg , là vuv yàp ovy. ìzc nóyorjì ^iOupot[j.^o)v cpOiy- 
yoiioci. 

(2) Ego nec studium sine divile vena — Nec cude quid 
prosit video ingenium .... \rl. poet. 

(3) Alcuni hanno credulo che Omero fosse slato un poeta 
idiota: ed havvi pur chi opina esser lui sialo soggetto ideale. 
Che Omero sia stalo ignorante , si pretende provare per la 
ragione che ai tempi, in che egli visse, Varte di scrivere non 
si era ancora introdotta. La qual cosa, ancor che fosse vera, 
nulla conclude, potendo star bene che Omero fosse stato un 
uomo dolio ed istruito senza scrittura; dettando i versi e ri- 
tenendoli, e facendoti ritenere a meuìoria da tulli, come suc- 
cesse sino ai tempi di Pisislralo , quando furono raccolti ed 
ordinati Ma che diremo de'pooti anteriori? Furon dessi igno- 
rantissimi, perchè più probabilmente allora non si conosceva 
r arte di scrivere? Un'arte costituisce il sapere e la dottrina? 
Non entriamo in questo ginepraio, donde ancora distrigandoci 
uon avrcm colto fruito. — L'esistenza del gran poeta fu messa: 



137 

ghiei'i visse in tempi più rozzi di quelli del cantor 
d'Achille. Fui'on dunque poeti solamente di genio- 



in dubbio nel secolo XVII, mentre per lo innanzi non se n'era 
affatto dubitato. In Francia Perault negò l'esistenza della per- 
sona di Omero. In Italia Giambatista Vico sostenne la stessa 
opinione. Ma come si può questa sostenere, se sette città con- 
tesero a vicenda tra loro per attribuirsi la gloria di aver dato, 
anzi l'una che l'altra, i natali a sì grand'uomo? Se pur non 
ci fossero altre prove , tirate principalmente dallo stile dei 
poemi sempre uniforme, basterebbe questa sola a far vedere 
quanto sia strano ed insussistente il negarne la esistenza. 
Conciossiachè non è affatto verisimile, che quelle sette città 
avessero contrastato tanto se Omero non fosse stato mai, come 
da taluni sofisticando si è voluto dare a credere in quest'ultimi 
tempi. — Si aggiunga a questo la grave autorità di Tucidide, 
il quale riferisce come autentico l' inno di Omero in lode di 
Apollo Delio : e in un verso di qucst' inno si ricava essere 
Omero abitatore di Chio, che viene interpretato come nativo 
di quest' isola. Dal che si vede che l'istorico greco riteneva 
il poeta cosi esistente, che gli dà una patria tra le contrastate.'- 
oltrechè riferisce come Omero fa menzione di se stesso nei 
versi rapportati. Ma quando ragionamenti troppo metafisici 
voglionsi introdurre nella storia delle nazioni, la politica non 
che la scienza delle stesse va a rovesciarsi. Per amor di 
novità (vizio molto comune dei nostri tempi) si spargono pa- 
radossi, che soli per gusto dei nostri secoli fanno colpo, e pro- 
caccian fama a'promotori. LeMenier nel 1785 riprodusse questa 
ricerca che erasi sopita, tenendo presso a poco lo stesso ra- 
gionamento che tennero gli autori sopra citali. — Grazie però 
al buon senso, gli assennati, benché sempre in minor numero, 
san valutare le opinioni distorte ed attenersi alla costante tra- 
dizione , che ci dà Omere per un uomo particolare , e non 
per un carattere, il quale ci rappresenti la nazione dei 
greci. 

Ma del rimanente, e poi vero che in quella stagione era 
sconosciuta l'arte di scrivere? Nella Iliade vi sono due passi 
che, secondo l'avviso di parecciii, fan vedere il contrario. — 



138 

Ma chi non sa che ii greco visse allora che vari 
poemi s'erano fatti sopra l'eccìdio ili Troia? I poeti 
ciclici furono di quel cerchio che noi diremmo col- 
lana, i quali pressoché tutti trattarono lo stesso ar- 
gomento. È quindi molto probabile che il grande 
epico li avesse studiati ; e come Dante non fu il 
primo poeta de'suoi tempi, ma ebbe dei modelli cui 



II P è nel lib. YIl, v. 175, dove si parla delle sorti che tras- 
sero i greci , quando provocati da Ettore a singoiar tenzone 
con lui, volenterosi s' offersero nove guerrieri, tra' quali uscì 
Aiace. — Ma in questo luogo, a dir vero, non si scorge con- 
trassegno di scrittura ; e perciò male a proposito si adduce 
come prova di questa. — Non così però è da dire dell'altro 
luogo che è nel lib. VI, v. 168. — Preto volendosi disfare 
di Bellerofonte, senza ch'ei ne pigliasse sospetto, lo mandò ad 
Acrisio re di Lidia, ch'era suo suocero, e gli die'per consegnare 
allo stesso una tavoletta compiegata, e piena di note. 

. . . . ndpzv ^'ó'yé arip^octcx, \vypci 
rpd^ag kv 7xiva.xt tttuxtw $v^c(p$òpu r.cWu. 

Wolf, intento a sostenere non esservi scrittura, crede che 
neanco questo luogo provi di esser nota 1' arte di scrivere. 
Ma il marchese Lucchcsini, confutando la opinione di quell'au- 
tore con scnnale e giudiziose osservazioni, fondate nella sana 
logica d'ogni diritto ragionare maestra, si avvale anche del 
riferito passo mostrando come non si possa intendere che in 
esso si accenni ad un segno inciso nella tavola, come il Wolf 
pretende , ma chiaramente si parli di lettere o scrittura. 
Imperocché nella tavola ch'era compiegata, tituxtm, erano 
incise scritte molte cose : il che esclude la idea di con- 
tener la stessa un semplice segno. —Laonde il Lucchesini ne 
conclude, che 1' avviso del Wolf viene smentito dalle parole 
stesse di Omero : oltreché il suo argomento non si regge al 
crogiuolo della buona logica. V. Lucchesini, Congetture intorno 
al primivo alfabeto greco. 



( 



139 

potè mirai'e, cosi Omero neanclie fu il primo; ed è 
una pazzia il solo pensare che un uomo, il qua- 
le fa mostra di tanto sapere ne'suoi poemi, sìa 
slato un ignorante e senza lettere (1). Quindi a m'e 
pare cosa da non potersi concepire, che opere sì 



(1) UDa serie di antichissime favole, di cui l'una si rat- 
laccava con l'altra, finiva nella guerra troiana, e poi nei ri- 
torni {vcarot) e così componevasi tutto il ciclo epico. I poeti 
anteriori alla guerra di Troia, vale a dire prima del giudizio 
di Paride e del ratto di Elena , formavano la prima serie. 
Gli argomenti riferivansi alla guerra troiana dal giudizio di 
Paride, e dal rapimento di Elena sino alla morte di Ulisse co- 
stituivano la seconda. Siagro, il quale si mette avanti di Omero 
(o al tempo di questo poeta) , avea composto xà xpwKdi*)- 
Stasino di Cipro, o secondo altri Egesia daSalamina, fu autore dei 
versi detti Ciprii (rà y.vnpiot. ìn'n) in undici libri, cominciando 
dalle nozze di Peleo e di Teli sino a che Giove si dichiara 
suscitare contese tra Achille ed Agamennone, dove comincia- 
r Iliade di Omero. Si rapporta ancora Antipatro di Darete , 
che prima di Omero scrisse la guerra troiana. Corinno troiano, 
discepolo di Palamede, secondo l'autorità di Suida, trattò del- 
l'Iliade prima di Omero cui apprestò l'argomento. 

Cotesti ed altri sono i poeti ciclici anteriori, che uniti ai po- 
steriori fanno quel cerchio detto cjc/jco, che noi diremmo quasi 
collana intera di poeti anteriori e posteriori (**). Or il gran 
cantor di Achille e di Ulisse è da riporsi nella seconda serie, 
che potè aver presenti i poeti della prima. 

Oltre a ciò , secondo la testimonianza di Tolomeo Efe- 
stione, riferito da Fozio, egli fe'uso nella Iliade e nell'Odissea 
de'poemi di una certa Fantasia, la quale pur essa scrisse la 
guerra di Troia, ed i viaggi di Ulisse : i quali poemi Omero 
veduti aveva, secondo che asserisce lo stesso Tolomeo. Pure 
un certo Naucrate, che racconta lo stesso fatto, dice chiara- 
ramente ch'ei non acquistò, ma rubò, gli scritti di Fantasia che 



l 



uo 

maravigliose non fossero il prodotto di lungo studio 
e di profonda meditazione sì per le cose esposte, 
come per la maniera della espressione. Ed a vero 
dire ; troviamo in Dante vastità di dottrine, va- 
rietà di concetti , e forza di veiseggiare da farci 
stupire: che sono appunto il prodotto di fatiche im- 
mense, e di studi non interrotti. 11 talento, la vo- 
lontà de'due poeti, l'accidente d'esser nati nei tempi 
in cui nacquero , che attirarono la loro attenzione 
e colpirono le loro menti, diedero alla luce quei di- 
vini poemi- Noi che ci fermiamo soltanto nei ri- 



trovavansi conservati nella biblioteca del tempio di Vulcano 
a Memfi (oggi il gran Cairo) come riferisce Eustazio (in proem. 
in Odysseam). 

(V. Andres e. It sugli antichi poeti). 

Or se esistevano questi scritti conservati in biblioteca , 
ed Omero se ne giovò, come si può dire che a' tempi di lui 
era ignota l'arte di scrivere, e che egli era un ignorante? Questo 
fatto anzi mostra non solamente che la scrittura sì conosceva 
in tempi anteriori ad Omero, ma sì conferma in conseguenza 
quel che si è detto nella nota antecedente circa il passo del- 
l'Iliade, cioè che ivi si tratta non già di semplice segno, ma 
di lettere incise o scritte in una tavola. 

Tra le donne ancora celebri per dottrina si annovera Dafne 
figlia di Tiresia , eccellente nel corapor versi, dalla quale si 
crede avesse Omero attinto non poco per abbellire i suoi 
poemi. 

(V. Coel. Rodig. Mb. 14, cap. I). 

(*) 'H Ss' vjffTOjOf'a napx Izxc^vcòTta toc Kvnptocnmo' 
lYff.óti eìnovri oÙTcog 

SchoT. Hora. II. A. 5. 

(**) Lo Scriplor cycUcus di Orazio fu probabilmente una 
del ciclo epico (Causab.) 



141 

sultamenti delle cose senza analizzare il filo ed il 
progredimento, che non vediamo donde il prodotto 
sia derivato, attribuiamo a cause occulte, e soprat- 
tutto in poesia, ciò che nasce da puro e semplice 
principio- Dal che io ne concludo, essere in noi sol- 
tanto un intelletto che dai greci fu chiamato buon 
naturale, ed ingegno dai latini, che unito alla vo- 
lontà, allo studio, alla meditazione, alle circostanze, 
effettua gran cose negli uomini; che scorte alla fine, 
e non già nell' origine e nelPandamento, invece di 
venire addette all'unico e solo talento, ne fan fare 
gradazioni, con dare al genio il più alto posto che 
s'avvicini alle potenze divine ed invisibili. Quindi ne 
viene che si assegnano gradi inferiori all'estro, all'in- 
gegno, al talento, allo spirito, al gusto: laddove tutti 
si riducono ad uno, al talento volente, aiutato dalle 
posizioni circostanti , e principalmente allo studio", 
che profondo, ben diretto, e toccante poi la meta^_ 
produce maraviglie. 

Si lascino dunque le vane idee d'ispirazioni di- 
vine e spontanee di Geni occulti e soprannaturali; 
e rimossa l'infingardaggine nata dalla fantasia di cre- 
dere erser guidati da potenze interne ed arcane, 
per cui spesso si urta in paradossi, assurdità, stra- 
vaganze, spropositi , nuovi solamente perchè spro- 
positi, volgasi l'attenzione all' unico germe delPin- 
tellelto, e poscia allo studio, che , confortati dalle 
opportunità , sono i veri operatori dell' umana sa- 
pienza, e fanno portenti. 



142 
APPENDICE 

al discorso sul Genio. 

Compiuto il discorso sul Genio in quel modo ed 
in quella veduln, in che ho creduto di presentarlo, 
scostandomi dalle tracce comunemente tenute, in- 
sorse un dubbio contro le dottrine da me esposte, 
che , perchè restino ferme le basi su cui V edifizio 
si è innalzato, dileguarsi bisogna. 

L'esperienza c'insegna, mi è stato detto, esservi 
creature evidentemente privilegiate , le quali senza 
studio e senza ammaestramento alcuno fan mostra 
di saper ciò che altri dopo lunghe meditazioni a 
stento van palesando. Vaglian di esempio que' ra- 
gazzi prodigiosi nati tra noi, che la natura ha fatto 
matematici; che appena giunti agli anni della ragione, 
o come direbbe Gali allo sviluppo delle fibre dell'in- 
lelligenza, han fatto arrossire i provetti e consumali 
nello studio, facendo calcolazioni che secondo il me- 
todo della scienza richiedono studio e tempo; e che 
veri degni del nome di Geni , ci hanno finalmente 
convinti essere il naturale ingegno , secondo disse 
Democrito, dell'arte miserabile più fortunato (I). Per 
maggiore insistenza al dubbio, tralasciando quc'sog- 
getti , che delle arti pure meccaniche s' adducono 
come naturalmente valorosi (perchè del Genio nello 

(l) Ingenium misera quia forlunalius arte — Credit et 
excludit saiios llelicone poelas. — Deaiocrilus . . . Hor. Art. 
Poet. 



143 

intelletto ho inteso soltanto parlare), aggiungo altre 
due creature, che nella prima età apparvero due ma- 
raviglie di natura, Giovan Pico dalla Mirandola , e 
Biagio Pascal. Pico essendo ancor fanciullo faceva 
maravigliar gli ascoltanti per le risposte acute ch'ei 
dava, effetto di un grande ingegno, e per una me- 
moria non ordinaria (1). Pascal, anch'ei in tenera età, 
avendo inteso che la matematica fornisce mezzi per 
formar figure infallibilmente giusle^ vi si mise a ri- 
flettere, e giunse da sé a tanto che con linguaggio 
proprio suo ehbe a dimostrare, senza che ne fosse 
stato affatto prima istruito , la trentesima seconda 
proposizione del primo libro di Euclide. 

Ora ammettendo nell'uomo la facoltà di percepire 
come unico principio d'intelligenza, ch'io sostituendo 
direi naturale talento, qual unico fonte del sapere, 
ben si comprenderà non doversi confondere col sa- 
pere medesimo, che accumulato e ben diretto al suo 
scopo, quando sarà mediante le fatiche perfettamente" 
asseguito, costituisce l'uomo di genio nell'ultimo ri- 
sultamento e nella riuscita. Prima non è che un 
germe piìi o meno efficace , il quale non conduce 
l'uomo alla cieca per vie occulte ed oscure, ma per 
mezzo della riflessione e dello studio al compimento 
dell'opera ; anzi se quel germe non venga , diciam 



(1) Giovan Pico dalla Mirandola giovinotlo frequentò le 
l'università d'Italia. Collo studio , al quale era ardentemente 
trasportato , divenne così dotto in ogni genere d' erudizione, 
che sembrava per le sue cognizioni vecchio, non avendo allora 
che ventitré anni. Fanciullo ripeteva in ordine retrogrado i 
versi che ascoltava. — Tiraboscbi. 



U4 

così, inaffiato tla studi, da metodi esatti, e da buone 
istituzioni, o resteià infruttuoso , o produnà frutti 
inutili, ad alle volle dannosi. 

Facevano calcolazioni i nostri; ma pure tali cal- 
colazioni non avanzavano il problema di 1° grado, 
e qualche volta di secondo, di quelli fatti secondo 
le scuole; e s'arrestarono in questi principi!, perche 
mancarono loro gli studi lunghi e indefessi. Pico non^ 
diede che risultamenti di poca o di ninna impor- 
tanza: perchè, attesi i pregiudizi d'allora, il suo ta- 
lento fu male diretto alla magìa naturale, sebbene 
i 12 libri contro l'astrologia giudiziaria sieno la mi- 
glior opera di lui ede'tempi. Pascal stordì suo padrà, 
con sua la dimostrazione: ma ei diventò poi grande 
collo studio, che fu così forte che gli produsse cro- 
nica malattia nel cervello- Sono dovute alle immense 
sue applicazioni la macchina di aritmetica, ed il 
trattato delle sezioni coniche. In età di anni 24 si 
diede a leggere alcuni scritti di pietà, donde poi di- 
ventò grande e singolare anche in teologia. Mi si 
dica per poco qui : furono due geni che lo con- 
dussero ciecamente per due diverse strade, strasci- 
nandolo a loro posta ora per Tuna, ora per l'altra? 
fu il solo e stesso talento , eh' ei pose in opera 
per giungere allo scopo che ebbesi prefisso, onde 
ineritare in seguito il nome di Genio? 

Ma penetriamo un po' pili addentro la materia 
per soddisfar meglio coloro che serbano ancor me- 
moria de'nostri ragazzi come prodigi di natura. L'oc- 
casione si è presentata di parlarne adesso , che , 
spento quell'entusiasmo ch'era divenuto manìa , ne 
dà l'agio di assumere le parti di freddo ragionatore; 



U5 

che allora le grida, le quali d'ogni dove come d'io 
triumplie risonavano, assorda van la ragione, e davan 
luogo alla sola fantasia. 

La percezione può avere i suoi gradi, ed essere 
meno facile, o più facile. La memoria, che non è 
altro se non se o prolungata percezione, o reiterata, 
può del pari o meno o piiì facilmente prolungarsi 
o reiterarsi. Così in Pico, il quale fanciullo ripeteva 
in ordine retrogrado i versi che ascoltato aveva, la 
percezione facile si prolungava, ed era tenace a segno 
che riteneva il verso d'ambo i lati. Da ciò bene si 
scorge la facilità di percepire comune a tutti gli 
uomini, salvochè non siano stupidi, essere la base 
dell'intelletto, o sia naturale talento, che operando 
il tutto eseguisce; unico germe, ripetiamolo, unico 
principio. Ma allora vuoisi chiamare Genio quando 
facile si ha la percezione, e vieppiù allorché nell'età 
puerile si ritrova? E perchè, io dico, innalzarla a que- 
sto grado, ch'è il sommo, mentre sta nell'imo? E 
anche così ed in questo primo grado può dirsi ispi- 
razione, ed avere esclusivamente e sola il dono di 
creare? Può chiamarsi impulso volontario che forza 
a scegliere, ed essere impelo cieco dell'ingegno? L'il- 
lusione è nata appunto perchè si è veduta in fan- 
ciulli, e si è esagerata; mentre in adulti, che unita 
allo studio, ha ftitto veramente cose stupende , ha 
scosso meno le menti ; e quando ha già eretto e 
finito l'edifizio, meno si è stimata. Archimede, Ga- 
lileo, Cartesio, Leibnizio, Newton, Laplace godevano 
senza dubbio il dono della facile e pronta perce- 
zione; però della loro fanciullezza nulla noi sappia- 
piamo. Ma perchè eglino in età giusta dimostrarono 
G.A.T.GLIX. 10 



U6 

i loro portenti , meno agitarono le fantasie degli 
uomini , che i ragazzetti i quali non altro fecero , 
se non se appalesare buona e pronta percezione ; 
laddove i primi, che dovettero certamente esserne 
ben dotati, furono creatori e veri Geni in matema- 
tica. Non v'ha dubbio, la fantasia sempre va al di 
là della ragione, e travolge i ragionamenti. Ondechè 
si disse, che i nostri fanciulletli comincerebbero in 
matematica di là dove avea finito Archimede: qua- 
siché per la sola povera mostra della loro perce- 
zione fossero già passati per tutto lo stadio , che 
aveva percorso il grande di Siracusa. Eppure ne- 
anche ciò si avrebbe potuto asserire di Pascal, quan- 
tunque avesse pubblicato opere degne di Archimede 
stesso e di Euclide- L'analisi di Cartesio, ed i cal- 
coli di Leibnizio e di Newton, non si mette in qui- 
stione essere stati prodotti che si attribuiscono a 
Geni ; pure non si nega che costarono loro lun- 
ghe meditazioni; anzi ognun si persuade esser do- 
vuto così andar la cosa, giacché quanto pili cogni- 
zioni studiando si acquistano nelle date materie , 
tanto più rapporti vi si scorgono, e così nuove idee 
succedono alle prime, e si scuoprono nuovi mondi. 
La sola buona e pronta percezione che farà senza 
materiali? Che si aspetterà dalla sola intelligenza , 
dal solo talento? Si aspetterà ciò che potrà ei so- 
lamente dare nel ristretto suo cerchio , come fece 
ne'nostri fanciulletli nelle pompose mostre che essi 
diedero, dei quali nessuno poi in matematica riuscì, 
comechè avessero avuto per maestri i migliori nostri 
matematici, tra'quali io, che ne fui testimonio, cito 
Gaetano Batà professore di calcolo sublime in questa 



147 

nostra università di Palermo. E giacche ho citato 
me stesso per testimone, dico in ossequio della ve- 
rità che il primo dei tre , il quale più degli altri 
menò grido, era svogliatissimo nello studio, ed av- 
verso alle matematiche a segno che un giorno chia- 
mato in esame , in cui io fui presente, non seppe 
affatto dimostrare la 47 proposizione del 1° libro 
di Euclide, dopo anni di studio di matematica sotto 
la guida dell'illustre professore- Il secondo proseguì 
a studiare ed ascese al sacerdozio : ma sebbene ei 
desse indizi di buon ingegno, pure dava nello strano, 
e vagava fuori la linea dritta delle matematiche di- 
scipline. Il terzo finalmente piiì sobrio degli altri 
due, e più amante dello studio, riuscirà come in altre 
materie, così nella matematica, applicandovi quella 
facilità di percepire , di cui abbiamo a ribocco di 
sopra ragionato. Ma io voglio ancora far vedere pra- 
ticamente in che consisteva la valenza de'ragazzi di 
cui abbiamo tenuto discorso, perchè si scorga esser 
ciò che eglino facevano proprio di tutti, colla dif- 
ferenza della facile e pronta percezione istante e 
reiterata di cose, i cui elementi nascono con noi, 
come quelli del linguaggio e del raziocinio naturale. 



U8 
IM{ B L E M A 

DETTO NELLE SCUOLE DI 1" GRADO. 

Mettete dei (jettoni nelle vostre mani ; se ne farete 
passare uno dalla man destra alla sinistra , ne 
avrete tanti nelVuna quanti nelV altra; e se ne fa- 
rete passare uno dalla sinistra alla destra, ne avrete 
in questa il doppio. Si domanda quale è il numero 
dei gettoni posto da bel principio nelle vostre mani. 

Questo numero si trova naturalmente ragionando. 
Dalla proposta si scorge chiaro esser due le con- 
dizioni nella domanda ; il passaggio di uno dalla 
destra ne darà tanti nell'una quanti nell'altra: il pas- 
saggio di uno dalla sinistra alla destra, in questa ne 
darà il doppio. Una mente qualunque, cui non manca 
il dono di percepire, dalla situazione chiara del que- 
sito andrà senza stento a trovarne il numero ri- 
chiesto così. 

1° Se la destra scemata di uno pareggiar dee 
la sinistra accresciuta di uno, dunque la destra tutta 
senza scemamento sarà pari alla sinistra accresciuta 
di due; giacche nel primo caso l'uno meno fa che 
la destra sia pari alla sinistra, accresciuta di uno; 
nel secondo tutta la destra dee essere pari alla si- 
nistra accresciuta di due; perchè aumentata l'una , 
cui si restituì l'uno, dee crescere 1' altra anche di 
uno. 

2" La destra aumentata di uno è doppia della 
sinistra diminuita di uno; vuol dire, che la destra 



149 

è due sinistre diminuite di due; perchè una sinistra 
fu diminuita di uno che passò alla destra, la quale 
essendo doppia, le sinistre sono due , e perciò di- 
minuite di due. Ma la destra divenne doppia della 
sinistra, perchè cresciuta di uno; dunque la destra 
sola senza l' aumento dell' uno debbe pareggiar la 
sinistra, perchè cresciuta di uno; dunque la destra 
sola senza l'aumento dell'uno debbe pareggiar la si- 
nistra diminuita di tre; poiché prima aumentata 
di uno pareggiava la sinistra diminuita di due, la 
quale sinistra dee ora esser diminuita di tre, stante- 
che uno di più unito alla destra doveva pareggiar 
la sinistra diminuita di due ; ed ora uno di meno 
debbe pareggarla diminuita di tre- 

3" Destra intera pari alla sinistra aumentata di 
due. 

Destra intera pari a due sinistre diminuite di 
tre. 

Dunque la stessa destra è pari alla sinistra au- 
mentata di due, e la stessa destra è pari a due si- 
nistre diminuite di tre. Donde chiaro emerge, essere 
la sinistra aumentata di due, uguale alla destra , e 
le due sinistre diminuite di tre anche uguali. Perciò, 
la sola sinistra senza l'aumento di due è uguale a 
due sinistre diminuite di cinque; giacché essendo 
rimasta la sinistra senza due, deve esser pari a due 
sinistre diminuite del tre, propria diminuzione delle 
due sinistre, e del due, diminuzione d'una sinistra. 
Or se una sinistra è uguale a due sinistre meno 
cinque, una sinistra resta uguale a cinque. Dunque 
la sinistra avrà cinque gettoni. 



150 

Ecco sciolto il problema: giacche la destra, pas- 
sandone uno dalla sinistra, conterrà, secondo le con- 
dizioni, il doppio della sinistra stessa. Passato uno 
alla destra, da cinque restano quattro, il cui dop- 
pio è otto, meno uno sette; meno uno, perchè uno 
appartiene alla sinistra passato alla destra per con- 
dizione. Dunque la destra avrà sette gettoni. 

Si potrebbe proseguire il ragionamento, volgen- 
dolo e rivolgendolo da tutti i lati. Trovato cinque 
il numero della sinistra, il suo doppio è dieci; così 
che se si dovessero raddoppiare tutti i gettoni della 
sinistra, nella destra sarebbero dieci; ma per con- 
dizione debbe venir minorato di uno, che deve pas- 
sare all'altra; dunque resteranno quattro meno uno 
che bisogna aggiungere alla dèstra , la quale così 
avrà il doppio de'gettoni; ondechè uno non è suo, 
e però tolto l'aggiunto restano sette. 

Restringiamo il raziocinio Posizione. — Uno 

dalla destra alla sinistra, gettoni uguali in ambe 

Uno dalla sinistra alla destra, il doppio di questa. — 
Quanti furono i gettoni posti nelle mani? — Destra 
meno uno pari alla sinistra più uno- — Destra piiì 
uno doppia della sinistra più due. — Dunque la de- 
stra è due sinistre meno due. — Destra intera pari 
alla sinistra più due. — Destra intera pari a due 
sinistre meno tre. — Dunque destra stessa pari a si- 
nistra più due e a due sinistre meno tre. — Dun- 
que sinistra più due uguale a due sinistre meno 
tre. — Sinistra uguale a due sinistre meno cin- 
que. — Sinistra uguale a cinque, destra uguale a 
sette. 



151 

In segni algebrici: x destra — , y sinistra. 

^ -H 1 = 2y — 2 



X = IJ -H 2 

X = 2y — 3 

a; -H 2 = 2y — 3 
y = 2y ~ 5 
1/ = 5, oj = 7. 



Tutto cotesto ragionamento è riposto in un discor- 
so naturale; così che facendosi senza segni algebrici 
venta comune a tutti, purché siavi pronta percezione 
a concepire le proposte, vi si applichi l'attenzione 
e siavi rivolto il talento, e la volontà decisa a pe- 
netrarvi. In tal guisa considerando la cosa, se l'al- 
gebra è scienza (1) è scienza pari alla logica (detta 
arte di ragionare); e perciò arte di ragionare è an- 
che l'algebra, sebbene il suo metodo per l'esattezza 
del linguaggio rende ancora più esatto e più sin- 

(Ij La matematica vien detta così dalla voce ixcSrìii<xxiv.-ó 
p.(x.$r}<Jt? udOYjiia, disciplina, apprendimento. 



152 

cero il raziocinio (1). Coll'addotto esempio si è pro- 
cesso primo naturalmente colle ragioni che da sé 
stesse si appreseutano, poi si è camminato col me- 
todo (2). 

Or i ragazzi, sia per una penetrazione naturale 
(che non sarebbe giusta nomenclatura il chiamar con 
alto tuono Genio d'ispirazione, cosa divina, spirito 
invisibile ed inconcepibile), sia per un certo avvia- 
mento dato loro da qualche maestro per imporre, 
od anche per far fortuna, hanno stordito il mondo, 
che si lascia non di rado trascinar dalla piena che 
tutto a sé lira e sconvolge , e molto piiì quando 
subentra l'entusiasmo comune, che occupa gli animi 
di tutti, ed impedisce l'analisi in momenti di tra- 
sporto, come successe allora (3). Né mi si dica es- 
sere il mio ragionamento, ch'ò stato cotanto lungo, 
contrario alla rapidità con che i fanciulli tantosto 
davano i risultamenti de' problemi ^loro proposti ; 
poiché io ne ho fatto tutto lo sviluppo per far ve- 
dere, nascer con noi il discorso numerico delle quan- 
tità, come dicono , discrete : il quale insomma sì 
risolve in aggiunzioni e diminuzioni, che si appel- 



(1) L'algebra è un metodo analitico riposto in un linguag- 
gio suo proprio. Condili. Log. 

(2) Condillac ha fatto uso dello stesso con uno scopo di- 
verso. 

(3) Anche uomini insigni si lasciarono avvolgere. Se ne 
potranno leggere gli scritti, che si diedero allora alla luce, per 
vedere a che giugne la mente umana elevata da fanatico fu- 
rore. 

Quei fanciulli si preferivano di gran lunga ad Archimede 
con espressioni putide che movcvan nausea. 



153 

lano somme e sottrazioni fatte in vari e diversi sensi, 
e che può anche eseguirsi da ignoranti di nuofierica 
facoltà. Ragionamento per altro, che puossi restrin- 
gere, com'è stato da me fatto, senza termini me- 
todici, ma comuni; che poi vieppiù si abbrevia coi 
segni di convenzione: anzi potrà venir molto con- 
centrato con rapido colpo d'occhio così: — La pro- 
posta si aggira tra 3 e 5, tra 5 e 7, tra 7 e 9 : 
ma^e da 5 passa 1 sarà bensì pari 4 e 4, non sarà 
però doppio 6 di 2 se da 3 passi 1 al 5- Lo stesso 
avviene tra 7 e 9. Dunque resta 5 e 7, in cui si 
avverano le condizioni del quesito. Questo però è 
poco in un problema di numero radicale. In numero 
quadratico avverrà lo stesso. Serva di guida lo stesso 
problema dei gettoni. Prima condizione. — Se la de- 
stra avesse un numero quadrato di gettoni , e da 
questo si sottraessero dodici gettoni che passassero 
alla sinistra , si troverebbe in questa un numero 
uguale a quello che resta nella destra. Seconda con- 
dizione. — Se dal numero dei gettoni della sinistra 
se ne togliessero 6, e questo passasse alla destra, 
il numero dei gettoni diverrebbe nella destra il set- 
tuplo di quello rimasto nella sinistra. Si domanda 
il numero de'geltoni posto da principio nell'una e 
nell'altra mano. Rapidamente il pensiero va a cer- 
care il quadrato di un numero che stia tra 3, 4, 
e 6; ma il quadrato de' primi non soddisfa il que- 
sito. Bisogna ricorrere al 6: 6 per 6, 36. Ecco sciolto 
il problema; giacché da 36 tolti 12 restano 24 uguali 
a quelli della sinistra: perchè questa per condizione 
coll'incremento di 12 dee essere uguale a quel che 
rosta nella destra. Dunque 12 erano esistenti nella 
sinistra. Passati 6 alla destra, che uniti al 36 fanno 



154 . 
4-2, sono il settuplo di 6 restati nella sinistra, ch'ò 
la seconda condizione. In segni algebrici è d'uopo 
usar degli andirivieni per giungere allo scioglimento 
del problema, come segue: 

2 

a;— 12= J/-K12 

y^ 6 = ^2 -+-6 







7 








2 




7(!/- 


-6) = 


= a;-H6 
2 




71/ - 


-42 = 
2 


= a;-+-6, 






X -H 


6-4-42 




y = 


2 


7 






X H- 


48 




y--= 


7 






2 




r'^ 




X— 


-12 = 


-•^-4-48 








7 -^ 


12. 


2 




2 




Ix- 


-84 = 


= OJ -H 48 -4- 


84 


2 


2 






lx = 


r^C -+- 


48-4-84-4- 


84 


2 


2 






Ix- 


- X = 

2 


216 




Qx =■ 


.216 






2 








X =. 


:36 






X~ 


= 6. 







155 

Io quindi opino potersi dare una percezione pron- 
ta così, che veda subito i rapporti de' numeri, ed 
essere la stessa forte e prolungata a trattenerli in 
mente (il che costituisce la memoria, anche neces- 
saria in siffatte operazioni) come succede colle pa- 
role: donde sòn venuti gl'improvvisatori , che non 
sono stati poi mica buoni poeti, né buoni oratori; 
percezione, che l'esercizio potrà far progredire del 
pari che si vede in effetto in coloro, che aringano 
e verseggiano improvvisando (1). Per la qual cosa 
senza più ammirarli di troppo quali geni disce si 
dal cielo, potremo avere pronti calcolatori mecca- 
nici, con certi principii generali da loro adottati , 
come veggiamo materiali improvvisanti; ma lo stu- 
dio finalmente col dovuto corredo compie l'opera; 
e sebbene anche di più tarda percezione produce i 
grandi uomini, i quali pacatamente potranno vedere 
nuovi rapporti, e nuove qualità scoprire negli ob- 
bietti; ed anche correggere errori, se ve ne sieno 
ne' metodi. 

Si crede che le quantità continue sieno piiì dif- 
fìcili a misurarsi che le discrete. Perlochè Pascal, 
il quale in età di anni 12 dimostrò da se la 32 
proposizione del 1 libro di Euclide, fa piiì mara- 
viglia che i nostri, i quali hanno sciolto problemi 
numerici. Mi si permetta, ch'io mi trattenga un poco 
ancora su questo- Quel giovinotto, avendo inteso che 
la matematica fornisce mezzi per formare figure iii- 

(1) Io son (li parere che si possono' coH'esercizio, posta 
buona percezione ed avviamento, sciogliere così molti pro- 
blemi anche più complicati de' riferiti, almeno di quei che son 
più comuni, e di dati volgari, esposti airinlelligeuza di tutti. 



156 

fallibilmente giuste, si mise a rifletlere sopra di que- 
sto nelle ore della ricreazione (1). Non si nega la 
grande sua inclinazione a ciò fare, e la somma per- 
spicacia nello avere dimostrato quella proposizione; 
ma bisogna riflettere, ch'ei, comechè fanciullo , vi 
meditò per lunga pezza; ed avendo una felice per- 
cezione, giunse a conoscer da sé stesso, che qualun- 
que angolo esterno d'ogni triangolo è uguale ai due 
interni del triangolo stesso. La sola ispezione fa ve- 
dere, che l'angolo al vertice di un triangolo è uguale 
al suo opposto ; d'onde se ne deduce, essere tutto 
un angolo esterno di un triangolo uguale ai due 
della base. Io non dissento esser cosa ammirabile 
siffatto riconoscimento in un ragazzo, senza che ne 
sia stato prima istruito; ma non ammetto altro in 
ciò se non una felice percezione istante, e poi pro- 
lungata, unita ad una forte inclinazione alla cosa: 
ossia, in ultimo risultamento, il talento. Per altro 
anche suppongo esagerazione in quel che si rapporta, 
cioè di non aver voluto mai suo padre parlargli di 
geometria ; anzi da quel che si accenna nella sua 
vita, vale a dire d'aver lui inteso, apprestar la ma- 
tematica i mezzi di far giuste figure , sospetto che 
qualche cosa di più n'abbia egli saputo in casa di 
suo padre che matematici di grido frequentavano. 
Finalmente, per chiuder bene quest'appendice del 
mio discorso , non mi convien dissimulare quanto 
sulle teste degli uomini i moderni frenologi riferi- 
scono. I celebri crani di Gali contengono, per quel 
che se ne dice, i se2;ni della facoltà e delle incli- 



(2) V. Vita di Biagio Pascal scritta dalla signora Perrier 
di lui sorella. 



i 



157 

nazioni innate nell'uomo; donde si pretende provare 
potersi conoscere differenti disposizioni e svariate 
inclinazioni dalle protuberanze e dalle depressioni 
che si trovano sulla testa e sul cranio (1). So che 
i nostri frenologi vengon tacciati di materialismo. 
Ma sia di ciò quel che si voglia, per lo scopo del 
mio discorso basta che sia nelP uomo il principio 
dell'intelligenza, la quale poi collo studio e le serie 
applicazioni diverrà gigante, e produrrà i geni. Ri- 
sieda nella parte frontale, e vi sleno delle fibre per 
tale facoltà (2), sempre sta fermo il ragionamento 
che non sono in noi se non se inclinazioni, facoltà 
d'intelligenza, vale a dire, gli elementi da mettersi 
quindi in opera a formare i grandi colla meditazione, 
collo studio, cogl'improbi travagli, uniti a tutte le 
circostanze nel discorso riferite; ed anche a vincere 
i difetti e le contrarie inclinazioni, e non già i geni 
belli e compiti dentro de' crani , malgrado che si 
voglia per poco aderire alle osservazioni fatte sulle 
teste degli uomini di genio , che offrono sviluppi 
considerevoli in tutte le direzioni , come rapporta 
Broussais (3); sviluppi che per altro possono attri- 
buirsi a reazioni di lunghi esercizi di quelle partì, 
fatti dagli studi e dalle continue meditazioni. In- 
fatti il famoso frenologo (4) afferma, che la forza 



(1) Gali, Lettere a M. loseph Fr. Deretur sur les fon- 
ctions dii cerveau chez l'honime et Ics animaux. 

(2) Broussais, Lecons de phrénologie. 

(3) Broussais I. e, ove dice ancora , che nei tristi gl'i- 
stinti predominano le l'acoltà intellettuali. V. più sotto. 

(4) N'agit que.... cn verta de la réflexion. Id. 



158 
intellettuale opera in virtù della riflessione , nelle 
occasioni che se le prosentano : e Gali stesso dice 
chiaramente , potersi correggere e regolare le in- 
clinazioni naturali (1), quantunque vi abbisognino 
grandissimi sforzi. Così può del pari dirigersi l'in- 
iclligcnza, e governarsi dal sito dov'è locala, come 
possono regolarsi gl'istinti e le inclinazioni, i sen- 
timenti ed i movimenti, ammesso anche sieno at- 
taccati ad organi particolari del cervello (2). Del 
resto si sa che gli strumenti materiali delle facoltà 
intellettuali sono stati sempre nel cerebro riposti , 
e sin da tempi remotissimi si ò parlato della con- 
formazione della testa e della fìsonomia (3). Io citai 
nel mio discorso il famoso fatto di Zopiro fisono- 
mista nel vedere Socrate. Tutti gli astanti però die- 
dero nelle risa; che in quei tempi, sebbene non po- 
chi esempi abbiamo di osservazioni in fatto di 
fisiognomia , pure non s' era fatto cotanto studio 
ne' crani, come oggi , per i mezzi che vi sono , 
e la troppo voga che si ha di spiegar tutto ciò 
che a questa materia si appartiene, colTanatomia e 
la fisiologia si è fatto. II gran Bacone da Verula- 
mio si lagnava che Platone aveva confuso la teo- 
logia con la filosofia; Aristotele la logica colla me- 
tafisica; e Proclo la filosofia stessa colla matematica. 
A'nostri dì potremmo forse lagnarci che l'anatomia 

(1) Gali, Lcitcre C. S. 

(2j Lo stesso Broussais dice che il cervello venendo sli- 
molato reagisce. Ei ne divide gli alti in islinii, bisogni, in- 
clinazioni, sentimenti, facoltà inleUcttuali, e mooimenli. Op. 
cit. 

(.'{) 1(1. Op. (il. 



n ti« Utsiotogìn in iniuit) ili titillili villino iiniirphiiiliì 
(lì tiiippo i iliiUli ilnllii p*3Ìt'oliiglii. poi iiDii iliin olid 
Ifiiiiliiiin n ()ÌDtiiig|{iirlM (I) Mii in iii'nv vello, oho iii(ii(fi 
fnlnti In nin^t^n (ruliri: nniInrliA pon^n Dnt) n qi(ttfil0 
lalii ipii ho mnirtiliorrliiiilo PiiH'iiflmnilo. 



(I) Srtinhlir i\n ilrcjtlrnoci tin lunintiii) (m ijiiroli criniuo 
H^^('|^^ tii (,Yf-ee(iM» (It'l (iKhIdIIÌ plii tilili. h Mtritt» prrit nltl»l, « 
Niuiiiclrinlr fili fa iiihcliori i|iii oecrrviuo. tlip Unii uolnlt» 'Il 
iiinltnirtliaiiiti proloclHvn unii iiilr>iitliM pnrluri^ d^ litui <:»% ilnllp 
tunnMiiirtnoiii (Ii^IIp luelp . o(iii«itl(Mnlo i oiiin unii eliiiiiii'iilf» . 
in (Ili l'/oióMfi tu \(^ tìiii^ ii|inrh^i(>iii ('.(•':) |ioii<:niiil(!. (iMiiiiiM|im 
niNiK M iiviiHfiiit ttittm ili Mm\ . ft nonipro fitrmii oliit, i>i4«n'= 
lift ^ u/^ filiirilo) un) *puitufiu tumintf, tnnip itliM»ii(» i iiir^ 
l(ili<iM i. in i|iiollii si ^<:ort iiii / M)/)ti«.«i' /ì.«it «>. i|iifliiliiiii|iit> non 
"n iir iMipsn 1 (i|iir» rinifinsmii iiilliiniiKH Ir» iliu» uosliilKi? •!• 
lori* iiiiluiit ilici^fui'ìli 



160 



Sulle lingue italiana , francese , inglese e spagnuolut 
ragionamento letto alla pontificia accademia Tibe- 
rina nella tornata ordinaria del giorno 14 mar- 
zo 1859 da Paolo lamer dottore in legge^ socio 
della detta accademia. 



0. 



'ccupando le lingue italiana , francese , inglese e 
spagnuola il più onorevole posto fra le moderne lin- 
gue europee, sì per la perfezione di loro organismo, 
sì per la importanza delle rispettive letterature, cui 
danno forma, ò mio divisamento nel presente discorso 
tratteggiare le genuine fattezze di ciascheduna, rin- 
tracciandone dalla storia 1' origine , lo sviluppo , il 
perfezionamento; e dalla filologia l'indole, la pro- 
prietà, le bellezze. A raccorre pertanto sì ubertosa 
materia nei più discreti limiti della brevità , senza 
iattura dell'ordine e della chiarezza, divido l'intero 
ragionare in due parti, serbando alla prima quanto 
concerne considerazioni storiche , ed alla seconda 
quanto spetta a filologiche investigazioni. 

E pi'imieramente sulla lingua italiana. 

A rinvergare la originaria lingua di nostra pe- 
nisola farebbe d'uopo immergersi nel buio della più 
rimota antichità , conoscerne i primi abitatori, se- 
guirne le trasmigrazioni: in una parola, ad aver il 
bandolo per rintracciare il linguaggio, sarìa mestieri 
aver fissate con certezza le origini italiche. Ma quanta 



161 

luce siasi diffusa in tale materia , lo dicano i vari 
sistemi contraddiltoiii avvicendatisi gli uni agli altri. 
Tra i moderni il Micali , scrittore di sana critica, 
parve aver finalmente superate le difìicoltà , e su 
stabili basi fondato un sistema lagionevole. Ei dalle 
storie degli antichi popoli, e specialmente di quelli 
ch'ebber commercio coi primi italiani, vale a dire 
greci e romani, stabilisce gli aborigeni in Italia a 
tempo antichissimo (1). Dal tronco di questi abo- 
rigeni fa discendere una serie injmensa di popoli , 
che benché di medesimo sangue , dividendosi ed 
allargandosi in territorio acquistano diversi nomi. 
Tra i primi i siculi', gli umbri; i ra-seni (dai greci 
detti tirreni , e dai romani elruschi o Insci) ; gli 
osci opici, dai <|uali sabini, piceni, casci , o pri- 
schi latini , rululi , ernici , equi , volsci , aurunci , 
campani, sanniti; liguri, iberi, fenicii, cartaginesi , 
greci. In quanto alla lingua due idiomi si parlavano 
massimamente da questi popoli; l'osco e V etrusco ; 
lingue da gran tempo perdute nell'obblivione, e che 
diseppellite dipoi ne' monumenti , hanno esercitato 
più o meno fruttuosamente gli sforzi de' filologi 
ed antiquari. Lo stesso Micali fondandosi sulle sco- 
perte osserva, che « Tosco volgare antichissimo in 
« alcuni particolari era affine all'etrusco; in ambedue 
« la scrittura da destra a sinistra; che l'elemento prin- 
« cipale della lingua osca si rinviene chiaramente nel 
« prisco latino. Voci o elocuzioni direttamente osche 
« porgono i frammenti di Ennio, o le commedie in 



(1) Full cnini gens anliqiiissima Italiae . . . Fcslits. 
G.A.T.CLIX. 11 



162 

« dialetto osco si capivano anche da'romani.In quanto 
« all'etrusco, dice l'autore medesimo, radici, o ana- 
« logie più dirette, o primitive, dovrebbonsi cercare 
« nell'antico illirico, tiilt'altro che nella lingua slava, 
« e di cui par vero , che l'idioma degli shippetars 
« conservi ancora temi originali o derivati: essendo 
« fatto indubitato e certo , che ora sotto il nome 
a generico di pelasghi, ora d'illirici , e di liburni , 
« razze straniere giuntevi di più lontano, passarono 
« dall'altra sponda dell'Adriatico, dandovi cagione a 
« quei movimenti e scorrimenti di popoli che ab- 
M biamo per avanti considerato qual massimo evento 
(( delle nostre storie (1) ». 

A'nostri giorni però avendo il eh. P. Camillo 
Tarquini d. C. d. G, con replicati sperimenti veri- 
ficato, che le iscrizioni monumentarie etrusche, che 
colla versione greco-latina davano un significato nullo 
inadequato, danno per mezzo della lingua ebraica 
una versione completa, e rispondente alle circostan- 
ze artistiche de' monuu)enti medesimi , è venuto a 
produrre un nuovo, e secondo tutte le ragioni un 
vero sistema, per il quale scoperto la chiave della 
lingua etrusca esser l'ebraica , e questa secondo il 
Gesenio esser affine alla lingua fenicia, si deduce , 
che la natura della lingua etrusca si rinviene nella 
lingua fenicia, e che nella classificazione de' popoli 
italiani debbano in conseguenza le colonie fenicie 
ottenere il luogo principale. Da prima dunque que- 



(1) Micali, Storia degli antichi popoli ilaliani. Gap. XXIX 
»as, 353. 



ì 



163 

sle (lue lingue con altri affini dialetli si parlarono 
in Italia, più lardi s' introdusse la lingua greca , e 
fu ne' due primi secoli dell'era romana quando co- 
lonie cretesi , achcc , e doriche, venute dall' antica 
Eliade, s'impadronirono di quella parte dell'Italia in- 
feriore che dalla Campania si stende al mar siciliano, 
e vi fondarono la Magna Grecia, portandovi la lingua 
e la cultura greca d'oltremare. Da poi si perdettero, 
o in parte si trasfusero nella nuova lingua de'con- 
quistatori. Infatti Roma, non avendo una stirpe pro- 
pria , fu da principio un accozza(nento di latini , 
etruschi e sabini ; e quindi 1' eIea)ento informante 
il linguaggio fu un mescuglio d' osco e d'etrusco , 
finche lo schiavo greco Livio Andronico , Nevio , 
Ennio, Pacuvio, Plauto, Terenzio, ed altri dotti pro- 
satori e poeti non lo rivestirono di forme elleni- 
che ed coliche. Quando poi i romani divenuti con- 
quistatori dilatarono il dominio verso la bassa Italia 
circa il principio del quinto secolo, la lingua Ialina 
diventò la lingua d'Italia; ma rozzo essendo il lin- 
guaggio de' vincitori , si perfezionò ed ingentilì col 
contatto principalmente degli etruschi e degli ita- 
lioti. Così il latino abbellendosi sempre più , sino 
ad attingere il suo splendore al tempo di Cesare 
ed Augusto, in cui fiorirono Cicerone, Virgilio, Ora- 
zio, Ovidio, Catullo, fu il linguaggio predominante 
dell'Italia sino alla caduta dell'impero, in cui sorse 
la nuova lingua , cioè la nostra italiana. Ma qui è 
difficile lo spiegare in qual modo formossi questo 
nuovo linguaggio; da che vari scrittori scindendosi 
in opposte sentenze hanno lasciata indeterminata la 
questione- Però in succinto può osservarsi, che al- 



164 

cuni, come il Bruni, il Quadrio, e ij Bembo, per aver 
rinvenuto in Plauto e Terenzio alcune frasi e vo- 
caboli di natura italiana, si diedero a credere l'ita- 
liana favella antica al pari della latina; e opinarono", 
fosse parlata dal volgo nell'uso famigliare. Altri poi, 
e fra questi il Tiraboscbi (1), sostennero essersi for- 
mato l'italiano posteriormente al latino , mediante 
il mescolamento colla lingua teutonica succeduto 
nell'invasione de'barbari in Italia. A mio avviso que- 
sta opinione è la più plausibile, sia perchè rispon- 
dente alla analogìa degli altii linguaggi, che allora 
si corruppero, e si foggiarono a nuove forme quando 
vi s'interpose un elemento straniero, sia perchè con- 
fermata dall'analisi filologica che lascia visibile que- 
st' epoca di transizione da latino a nuova lingua 
negli scritti italiani de' secoli Xll e XllI : come 
può rilevarsi in questo brano, riportato dal nomi- 
nato Tiraboscbi (2), scritto nel 1264: 

Como Deo a facto lo mondo 
Et corno de tei'ra fo lo homo forma 
Cum' el descendé de cel in terra 
In la vergene regal polzella 
Et cum el sostenc passion 
Per la nostra grande salvation 
Et cum vera el dì del ira 
La o sera la grande roina 



(1] Storia della Icllcratura italiana. Tom. HI. Prefazione 
(2) Loc. cit. 



165 

Al peccato!' darà granieza 
Lo lusto avrà grande alcgreza 
Ben è. raxon ke l'homo intenda 
De que traita està legenda. 

In fine del codice si legge: 

In mille duxento sexanta et quatro 

Questo libro si fo facto 

Et de iunio si era lo prumer dì 

Quando questo dito se fenì. 

Petro de Barsegapè ke era un Fanton 

Si a facto sto sermon 

Sì il compillio et sì la scriplo 

Ad honor de Jhu-Xpo. 

Ora perchè non attenerci a questa seconda opi- 
nione , quando la storia ci addita come e quando 
avvenne tal decadimento avvertito dalla filologia ?^ 
Furono le falangi de' goti , e poi de' longobardi , 
che smantellato l'impero d'occidente ne rovinarono 
eziandio la lingua; ed abbenchè il sentimento na- 
zionale italiano opponesse una lunga e continua 
reazione al vincitore, sì che il rozzo idioma di que- 
sti non- prevalesse interamente alla dolce ed ar- 
moniosa favella nativa, luttavolta accadde di neces- 
sità una decomposizione e ricostruzione d'ambedue 
i linguaggi, donde formossi l'embrione di quell'ita- 
liano , che quando toccò l'apice dello sviluppo ot- 
tenne il primato tra le vulgari favelle. Un senso di 
curiosità peraltro ci fa investigare come sì lento 
ed incerto procedesse il dirozzamento del nuovo 



166 

idioma. Tre cause mi piace riconosceie fra le al- 
tre. La prima, lo stalo di continua guerra tra gli 
stessi barbari, e l'invadere di essi a vicenda il suolo 
italico. L'altra, i moltiplici dialetti che si formaron 
nella penisola. La terza, il rovescio e la sconfitta che 
s'ebber le lettere in quei secoli di ferro. E per verità 
quel rimescolamento continuo di genti straniere ren- 
deva più difficile la coalizione del linguaggio; ed il 
numero rimarchevole de' dialetti, che immantinente 
si generarono, lo suddividea indefinitamente. 

Riinontando infatti alle origini, abbiamo rinve- 
nuto in Italia una moltitudine di popoli , che ab- 
benchè discendenti da' piimitivi stipiti osco ed e- 
trusco aveano differenti nomi e dialetti. Però la 
stessa lingua latina, che si diffuse per le varie Pro- 
vincie italiche, non fu da tutte ricevuta egualmente, 
ma il sabino , 1' umbro , il campano la innestò e 
modificò all'originario dialetto, mescendovi i favo- 
riti idiotismi; e nella sintassi, come nella pronun- 
zia, discriminandola di molto dalla pura lingua di 
Roma. Ora il medesimo processo ebbe luogo nel 
nuovo informarsi della lingua alla scuola nortica ; 
che questi rispettivi dialetti, ricomponendosi all'ele- 
mento straniero, conservavano tuttavia gran parie 
dell'antiche tradizioni, e rendevano così impossibile 
la unità della lingua. Al secolo XIV fu dato rischia- 
rare l'orizzonte letterario producendo i tre grandi 
maestri della lingua italiana Dante, Petrarca, Boc- 
caccio , che col loro sommo genio prepararono i 
confini a quel rigonfio fiume di barbarismi, devian- 
done le acque impure, e dando ai posteri ne' loro 
scritti eccellenti modelli da inìilare. Ma come potò 



I 



167 

Dante sopra tutti nobilitare per modo la lingua , 
da esserne meritamente riputato il padre e il fon- 
datore ? Trasse egli dal proprio cervello gli ele- 
menti acconci a tant'opera, o si servì d' altri ma- 
teriali ? La risposta a tali domande si rinviene 
negli scritti dello stesso Dante, e specialmente nel 
suo trattalo « De viilgan eloquio » dove ei dice che 
esaminando lo stato della lingua , la trovava mol- 
teplice , divisa in dialetti , in guisa che si poteva 
dire ogni città d'Italia aver la sua lingua munici- 
pale; ma la vera lingua aulica, ìnagnifica, aurea, co- 
m' ei si esprime, non riposava in alcuna di esse. 
Quindi ei concepì il grande ed insieme l'arduo di- 
segno di trarre da tutti quei dialetti, o almeno dal 
maggior numero, la parte più nobile ed espressiva, 
e spogliatosi d'ogni pregiudizio municipale s'accinse 
a fondare una lingua nazionale che servisse alla in- 
tera Italia ; giacché avea osservato che gli sforzi 
del suo maestro Brunetto Latini , di Gino da Pi- 
stoia, e di Guittone d'Arezzo erano riusciti incompleti 
appunto perchè si restringevano al solo dialetto to- 
scano. A Dante dunque la gloria di avere con franca 
arditezza fissata e formala una e nazionale quella 
lingua, che resa municipale dai Ghislieri e Guiniz- 
zelli in Bologna, dai Giorgi in Venezia , dai Calvi 
e Doria in Genova , dai Sordelli in Mantova , dai 
Brandini in Padova , dai Bonaggiunla in Lucca , 
dai lacoponi in Todi, dai Pier delle Vigne in Capua, 
progrediva indefinitamente divisa e imperfetta. Ma 
esiste realmente un termine fisso, oltre il quale non 
possa la lingua perfezionarsi maggiormente? Mi gio- 
va risolvere questa difticolià applicabile a tutti iìin- 



168 
gunggi , pria di passare a traceiai-e la slaiia della 
lingua francese , con quella brevità che la predile- 
zione nazionale mi ha fatto alquanto dimenticare 
nella italiana. 

Si opina generalmente che le lingue dalla roz- 
zezza piimitiva giungano per gl'adi ad un punto di 
sviluppo massimo, che non possono oltrepassare sen- 
za viziarsi, lo peraltio porto o[)inione , che come 
la maggior parte delle cose quaggiù tende alia per- 
fettibilità , così anche il linguaggio ; e che volerlo 
incatenale in una ceichia, da cui non debba allon- 
tanarsi, sia come inceppare il pensiero e l'idea, di 
cui esso è Tospressione, la traduzione , o la forma 
estrinseca. Infatti le scienze e le arti hanno fatto 
tanti progressi, che naturalmente le idee correlative 
hanno acquistato una circonferenza altrettato mag- 
giore, e quindi si è aumentato il numero delle voci 
e delle frasi a lappresentar quelle. Nò ciò riguar- 
da solo la parte tecnica , ma altresì quella parte 
della lingua, che concerne il socievole conversare; 
che la moderna civiltà dista buondato dalla sem- 
plicità primitiva ; gli agi , i comodi , il lusso , la 
squisitezza del tratto hanno di necessità introdotto 
nuovi vocaboli; e come da un lato esiste quest'in- 
cremento, così da un altro deve esistere un decre- 
imento ; vale a dire una infinità di voci deve ca- 
dere in desuetudine, sia perchè il consenso generale 
le lascia invecchiare, sia perchè l'idea che esse rap- 
presentano disgusta per la sua stranezza, lohnson 
autore del dizionario inglese dice essere i suoni di 
natura così volubile e sottile, che sfuggono ad ogni 
precauzione; e il porsi in ca})o d'incatenar le sillabe 



169 

esser follia eguale a quella di percuotere il vento 
colla sferza. Gli accademici della Crusca ad impe- 
dire nuova corruzione nel linguaggio tentarono di 
fissarlo; ma poco dopo il Monti nella sua Proposta 
appuntò il dizionario mancante d'una notevole ap- 
pendice. Concludo dunque dicendo , che nel senso 
in cui lo considera il filologo, ogni linguaggio debba 
dirsi progressivo; nel senso letterario poi possa dirsi 
epoca d'oro d'una lingua quella, in cui ottimi scrit- 
tori pel consenso universale ne raggiunsero la mag- 
gior possibile perfezione; e, parlando in specie di 
nostra favella, può dirsi il trecento l'aureo secolo 
della lingua, siccome il cinquecento l'aureo secolo 
della letteratura italiana. 

Volendo ora rintracciare la originaria lingua delle 
Gallio, mi riporto a quell'epoca d'incerta data quan- 
do alcuni popoli incolti chiamati galli, o celli, ab- 
bandonate le antiche foreste si gettarono coi loro 
sacerdoti Druidi nel territorio delle Gallie disputan- 
done agli aborigeni il possesso > e fondandovi il 
loro linguaggio celtico rozzo e conciso. La storia 
de' galli e loro lingua finisce col primo secolo del- 
l'era romana , e ne' quattro secoli seguenti la Cal- 
ila non è che una provincia dell' impero romano ; 
giacché Giulio Cesare con una potente armata ro- 
mana soggiogò le Gallie, anzi quasi le distrusse co- 
m'ei vanamente s'esprime (I); e così la lingua la- 
tina si fuse colla celtica , formando il così detto 
romanum rusiicum, ossia il romanzo, di cui si ha qual- 
che vestigio anche oggi nel cantone de' Grigioni 



(t) Tul. Caes. Coiìimonl. de lidio gallico cap. <'29, pI pas- 
sim. 



no 

0. nel Valese (I). Nel quinto secolo vennero i Iran- 
chi, gente germanica , a combattere coi gallo-ro- 
mani, coi quali incorporatisi indi a poco, riuscirono 
a formare una sola nazione. Ma la loro lingua te- 
desca pochissimo si fuse col romanzo, restando in 
certo modo isolala nella corte ove parlossi sino al 
tempo di Carlo il Calvo. Il trattato di Verdun nel 
843 cangiò le condizioni della lingua, siccome ri- 
formò politicamente la nazione: dappoiché i tre 
fratelli Carlo il Calvo, Luigi il germanico, e Lotario 
figli di Luigi il Buono, posero col detto trattato un 
fine alle loro contese, fondando la divisione finale 
dell'impero di Carlo Magno. A Carlo toccò esclu- 
sivamente la Francia, a Luigi la Germania, e a Lo- 
tario l'Italia; sicché la lingua, come la nazione, re- 



fi) Un saggio di lingua romanza si ha nel giuramento 
d'alleanza tra Luigi e Carlo il Calvo. 

« Pro Deo amur , et prò Christian poblo , et nostro 
« coramun salvament, dist di en avant in quant Deus savir, 
« et podir me dunat , si salvarai eo cist meon fradre Karlo 
« et in adjuhda, et in cadunha cosa , si cum hom per dreit 
« son fradra salvar dist in o quid il mi altresì fazit , et ab 
« Ludher nul plaid nuraquam prindrai, qui meon voi cist mon 
« fradre Karlo in damno sit ». 

Che nel francese moderno vuol dire: 

« Pour l'amour de Dieu, et du peuple chrétien, et notre 
« commun salut, de ce jour en avant, en lant que Dicu me 
« donne savoir et pouvoir , ainsi sauverai-je ce mon frère 
« Charles et en aide et en chaque chose comme on doit pour 
« droil sauver son frère en ce qu'il en ferait autant à moi. 
« Et de Lothaire je ne prendrai jamais aucun plaid qui à ma 
« volente soit en dommage de ce mon frère Charles, 



171 

slò indipendente, e segregata dagli alemanni e da- 
gli italiani. Tolta dunque la parte tedesca divenuta 
lingua esclusiva della Germania, il francese venne 
ingentilendosi , e acquistando forma regolare circa 
il decimo secolo (1) , e al principio dell'undecimo 
elevossi con qualche decoro all'onore de' libri. 

Nel secolo duodecimo la lingua s' accrebbe ed 
arricchì nelle scienze mediche e filosofiche del greco 
parlatosi già in- Mai-siglia, ove i focesi, colonia gre- 
ca , s' introdussero circa 600 anni avanti G. C. ; 
e dopo Carlo Vili acquistò eziandio una parte di 
voci italiane. Siccome però gli scrittori facevan uso 
nelle loro opere piuttosto della lingua latina uni- 
versale , che della nazionale , avveniva che questa 
procedesse irregolare ed imperfetta ; e peiò Fran- 
cesco 1 vi porse rimedio , ordinando che nel foro 
e nella giudicatura si adoperasse il francese: per lo 
che molti scrittori fecero opera di coltivarlo- Ma 
siccome lo spirito sociale s'informava alle frivolez- 
ze e a' piaceri più che ai forti e severi studi, così 
il linguaggio del pari fu fecondo di voci lepide e 
burlesche, e mancante di parole nobili ed elevate : 
e quindi i due scrittori di quel tempo Marol ed 
Amyot poco riuscirono nello stile serio- Montaigne 
nei suoi scritti accrebbe e rafforzò la lingua , e 
Ronsard la rese quindi armoniosa nella sua lirica, 
ove apparisce imitatore, diiei quasi, servile de'no- 
stri poeti italiani , massime dal Petrarca e del 
Bembo. 



(1) Il romanzo di Filomena, scritto in quest'epoca, riticiie 
ancora le radici Ialino, celtiche, e tedesche. 



172 

Il Malhei'be fé progiedire il linguaggio sceve- 
randolo dalle voci composte alla greca introdotte 
dal Ronsard, le quali non affacendosi alla natura del 
linguaggio francese, lo guastavano invece d'abbel- 
lirlo. Istituita finalmente nel 1635 l'accademia fran- 
cese sotto gli auspici del cardinal Richelieu, la lin- 
gua ottenne incremento e riforma, e nel secolo di 
Luigi XIV toccò la sua epoca d'oro per gli scritti 
de' Fenelon , de' Bossuet, de' Bourdalouo e di tanti 
altri sommi letterati. 

Colla medesima concisione attingendo dalla sto- 
ria d'Inghilterra i vari stadi del linguaggio inglese 
dai suoi primordi al suo perfezionamento, si rileva 
che la prima colonia de'bretoni fu costituita ezian- 
dio dai galli celti. Parimenti Giulio Cesare l'an- 
no 55 avanti G. C, vinte le Calile, si portò a con- 
quistare la Bretagna più per amor di fama , che 
di ricchezze, mentre queste isole distantissime dal- 
l'impero erano quasi sconosciute ai romani , e ri- 
putavansi un nuovo mondo. Questa conquista pe- 
raltro fu più nominale , che reale ; poiché Cesare 
fu presto costretto a ritornare in Roma per sedare 
le interne turbolenze. Gli altri imperatori non si 
curarono di riprendere quelle isole. Claudio riportò 
l'insigne vittoria del re Caractaco; e finalmente sotto 
Vespasiano la Bretagna fu sottomessa all'impero; e 
dopo un lasso di quattro secoli i romani le dettero 
il finale addio l'anno 448, quando avvicinandosi la 
caduta dell'impero, furono chiamate a difenderlo 
tutte le romane legioni, che erano nelle più remole 
Provincie- 



173 

li linguaggio latino, che si eia innestato abba- 
stanza al celtico da formarne la parte principale, 
ora scompare , perchè la Bretagna diviene scena 
di altri barbari, che ne tolgono quasi ogni vestigio, 
I sassoni, o anglo-sassoni (feroce e valorosa tribiì 
germanica che dal nord dell'Alemagna e del Cher- 
soneso Cimbrio si era estesa nella lutlandia e Nor- 
vegia) , trovando quasi spopolata la Bretagna , se 
ne impadronirono circa il 500 costiingendo i 
bretoni a rifugiarsi nelle montagne di Galles e di 
Cambria. Fugato pertanto co' bretoni anche il loro 
linguaggio , il sassone predominò per ben cinque 
secoli nella Bretagna modificato accidentalmente 
dalle scorrerle de' danesi , e dalla vicinanza degli 
stessi bretoni. Ma una alterazione profonda e quasi 
totale distruzione subì il sassone nel 1066, quando 
Guglielmo 1 duca di Normandia, invasa co' suoi nor- 
manni la Bretagna, fece ogni sforzo a porre in onore 
il linguaiì'2;io francese, ordinando che s' insegnasse 
nelle scuole (la qua! consuetudine si mantenne sin 
dopo Edoardo HI) e' che si usasse nelle leggi, negli 
editti , e nelle cause. Allora fu che nella corte si 
parlò solo questa lingua, mentre i genllcmoi, ver- 
gognandosi quasi del loro avvilito paese, gareggia- 
vano di emergere nell'idioma straniero. E avvenne 
in pari tempo, che una massa di voci francesi ot- 
tenne la cittadinanza a scapito di molte voci sas- 
soni, che caddero in desuetudine; la qual cosa andò 
progredendo, secondo il dottor Swift, quando i fran- 
cesi sotto Enrico II cominciarono a possedere sul 
continente britannico grandi territori paterni e dotali 
che aprirono un più lai'go commercio tra la Francia 



174 

0. V Inghilterra. Dalki fusione pertanto del sassone 
col normanno si ha da ripetere h formazione del- 
l'inglese n)oderno, il quale mediante le negoziazioni 
si è arricchito di altri dialetti stranieri, e dietro gli 
sforzi di sommi scrittori, massime di quelli che sotto 
la regina Anna ne fissarono 1' epoca d' oro , come 
Addison e Sleele, è giunto a porsi nel numero de' 
pili pregevoli linguaggi. Infine prima di passare allo 
spagnuolo mi piace notare che la lingua inglese ò 
nel senso filologico eminentemente progressiva. La 
lingua italiana del Petrarca è intesa nel nostro se- 
colo da ognuno senza la menoma difficoltà; ma la 
lingua inglese del Chaucer, contemporaneo di quel 
grand'uo.'DO, il primo che scrivesse con purezza e 
regolarità , a mala pena si legge e s'intende al dì 
d'oggi. La ragione, a mio avviso, ò latente nella or- 
toepia che coll'incertezza e volubilità de' suoni sol- 
lecita lo sviluppo forzato della lingua; che una emis- 
sione di voce più meno esatta altera il signifi- 
cato de' vocaboli ; e 1' alterazione della pronunzia 
porta seco quella dell'ortografìa e della parola scrit- 
ta. Alla qual peculiare ragione se aggiungiamo la 
colluvie di voci nuove introdotte da molti scrittori, 
specialmente romanzieri, che abusarono senza limiti 
del vezzo di loro lingua che si presta a meraviglia 
alla composizione de' vocaboli, conosceremo perchè 
l'inglese sia divenuto oggimai colossale ed inesau- 
ribile , e perchè non siano riusciti a fissarlo Ben 
lohnson, Milton, Cowley, Tillotson e Waller. 

Rintracciando la lingua spagnuola con analisi sto- 
rica, siccome ho fatto delle precedenti, trovo esser 
essa un composto di ceìlico, ialino ed arabo- I pri- 



175 

mi abitatoli della Spagna chiamati iberi parlavano 
la lingua viscaina o canlahrica, della quale s'iianno 
appena i frammenti conservati dal Merula. Si per- 
dette massimamente perchè avvenute forti siccità 
e pestilenze, restando spopolata la Spagna, vennero i 
celti ad imparentarsi co' sopravvissuti iberi , donde 
formaronsi i celtiberi (1); e la lingua divenne un 
dialetto celtico. Ma ecco, che la Spagna cade sotto il 
dominio de'cartaginesi, e diviene in seguito il teatro 
delle guerre puniche , quando i romani vengono a 
guerra con quelli. Finalmente cede alle armi vitto- 
riose de'romani, e quindi la lingua latina v'entra con 
passo gigante; che tutti gli imperatori, da Ottaviano 
ad Augustolo , furono tutti signori della Spagna. 
Il linguaggio primitivo fu in conseguenza disperso, 
secondo alcuni rifugiossi nella parte maestrale 
della Spagna, ove alcune famiglie cantabriche difese 
dai Pirenei poterono conservare gli antichi costumi 
e la lingua. Dall' esser pertanto soggiornata tanto 
tempo la lingua latina in Ispagna quasi assoluta do- 
minatrice, si spiega la prevalenza che ha ottenuto nel 
linguaggio spagnuolo sopra le altre fusioni e misture 
che succedettero di poi, operatesi in minor lasso di 
tempo, e con una reazione altrettanto maggiore. Il 
secondo periodo della lingua spagnuola è nella metà 
del secolo quinto, quando dalle Gallie e dall'Italia 



(1) . . . . profugique a gente vetusta 
Galloruin cellae miscentes noraen iberi. 
• Lucan. 1. 4. Phars. 
e Marziale 1. 4 epigr. 55: 

Nms cellis jj:enili el ex ibcris. 



176 

gettatisi nella Spagna vandali, alani, svevi, silingi, 
e goti , e fondatovi un impero di più di trecento 
anni , 1' elemento nortico serpeggiò nella lingua e 
divenne attivo nella coalizione : donde spiegasi la 
sorellevole simiglianza che ha lo spagnuolo colTita- 
liano e francese anche in quelle voci che non sono 
di radice latina, appunto perchè il medesimo ele- 
mento, che alterò quelle , corruppe il latino degli 
spagnuoli. Il terzo periodo, che occupa un luogo pili 
distìnto nella storia di Spagna, e l'invasione de'mori 
od arabi. Entrarono essi nel 713 per la prima volta 
in Siviglia , e con replicale e fiere battaglie ven- 
nero impadronendosi delle più belle città di quella 
penisola , e vi soggiornarono per quasi otto secoli. 
Allora il linguaggio , eh' era un misto di latino e 
celtico , acquistò la parte araba copiosa e bella ; 
ma feconda di aspirazioni e di gutturali , per cui 
si vennero ad udire con strano mescuglio parole 
pronunziate con accento dolce e sonoro ; altre con 
aspro e scilinguato- Ad esempio V j che si pronunzia 
(hhota), ed il g (hhi), hanno avanti le vocali e i un 
suono di h aspiralo fortemente : così la z e il e 
avanti e i hanno un suono scilinguato mollo somi- 
gliante al ih duro degl'inglesi; le quali anomalìe, non 
essendo nell' armoniosa favella latina, debbono dirsi 
acquistate dall'arabo; tanto più che la parte celtica 
cominciò a perdere in ragione che guadagnava la 
lingua dei mori. Da questo stato pertanto d'informe 
composizione dirozzandosi a gradi la favella spa- 
gnuola, venne nella metà del secolo duodecimo a 
fare la prima comparsa nella raccolta di leggende j 
popolari , nelle romanze , e nelle cronache rimate. 



177 

come 1' epoca cavalleresca di Alessandro iMagno; e 
nel poema del Cid (voce araba che significa signore), 
ove con sutficente proprietà sono descritte le gloriosa 
geste e gl'infortuni dell'illustre guerriero spagnuolo 
Don Rodrigo , o Ruy Diaz conte di Bivar. Arric- 
chitasi poscia nel secolo XIV, per gli scritti dello 
storico Fernando Perez de Guznian, di luan de la 
Encina, e di Fernando Roias, giunse in fine al suo 
secolo d'oro sotto Carlo V e Filippo II mercè gli 
sforzi di Vincenzo Espinel , dei due Figueroa , di 
Guevara, di de Solis, di Mariana e di D. Miguel Cer- 
vantes de Saavedra a tutti noto pel suo famoso Hi- 
dalgo D. Quixote de la Mancha, parodia ingegnosis- 
sima de' romanzi cavallereschi precedenti de'Palme- 
lini e dc'Primalconi. 



Dallo studio finquì fatto nella storia sulla for- 
mazione e vicissitudini di questi idiomi, potremmo 
ottenere un filo quasi sicuro per le investigazioni 
etimologiche ; che consci de' vari elementi compo- 
nenti il linguaggio, facilmente si rinvengono le ra- 
dici e le derivazioni delle voci; ma gl'inutili sforzi 
d'ottimi linguisti ci devono convincere, che la mera 
analisi storica è insufficiente a stabilire le etimolo- 
gie, avendo nella costituzione de'vocaboli una parte 
somma l'arbitrio e l'uso, a testimonianza dello stesso 
Orazio (1). Quindi, omessa la parte etimologica, fac- 
ciamo piuttosto alcune osservazioni di filologia sulla 



(1) .... Si volet usus. 
Quelli pencs arl)itriuni est , et ius el norma loqucndi. 
G.A.T.CLIX. 12 



178 
sintassi e sull'indole degli esposti linguaggi , onde 
formare un discreto giudizio sul loro rispettivo va- 
lore. E siccome abbiamo veduto, che la favella ita- 
liana, francese e spagnuola, ed in parte la inglese, 
si sono informate massimamente dal latino, parrebbe 
che anche nella sintassi a questo dovesser avvici- 
narsi ; ma si scorge chiaramente , che le orde del 
sellentrione ottennero la preponderanza anche nol- 
l'intcrna costituzione di questi idiomi; e mentre ne 
corruppero i vocaboli , del pari ne travisarono la 
sintassi, infondendovi il proprio genio, e il proprio 
modo di veder le cose, e di esprimerle. Che se ciò 
fu manifesto immantinenti al primo formarsi di tali 
favelle, maggiormente ottenne e si consolidò quando 
vennero alla loro perfetta organizzazione. Allora que- 
ste figlie si protestarono indipendenti dalla loro ma- 
dre, e ciascuna fieramente chiudendosi nella sua na- 
zionalità, condannò cotne ribelle chi tentavasi rifog- 
giarla nelle latine sembianze. Di qui è , che non 
ostante l'alta riverenza e il grande amore pel sommo 
Boccaccio, i posteri ne riprovarono unanimi la scon- 
torta costruzione, la quale abbenchè non pecchi con- 
tro la vera sintassi (che ei ne fu maestro), tuttavia 
siccome si affa all'indole latina fu delta da evitarsi, 
e a tal uopo le fu appiccato il titolo di siile boc- 
caccevole^ condannato poi acremente in quegli scrit- 
tori del cinquecento , che ne abusarono. Di qui è 
parimenti che nella Spagna nel secolo decimosesto 
biasimo ottennero i due fratelli Argcnsola, che non 
contenti d' imitare i classici italiani, adulteravano i 
loro carmi aila scuola d'Orazio; e Stefano di Villcgas, 
che poetò le sue Erotiche dietro il modello di Ana- 



179 

Creonte, conservando gli antichi metri classici. Che 
se poi vogliamo analizare in che massimamente que- 
ste vulgari favelle si differenzino dal latino , può 
dirsi, per tacere d'altro, in due capi specialmente: 
negli arlicoli e ne'verbi ausiliari. La lingua latina, 
dotta e filosofica nel suo meccanismo , nell* enun- 
ciare il nojne p. es. rex includeva tre idee , ossia 
lo riguardava in tre modi diversi : illimitatamente 
re; indeterminatamente un re; definitamente il re; i 
quali sensi venivano spiegati dal contesto e dal re- 
gime. Le lingue vulgari, sia ad imitazione de' greci, 
sia per addarsi allo spirito nortico, distinsero queste 
tre maniere , e per dare un valore determinato al 
nome introdussero l'articolo definito (articolo signi- 
ficando quasi piccolo membro, o giuntura). In quanto 
poi ad esprimere le dipendenze, o relazioni del nome, 
ovvero i casi, i latini li distinguevano dalla termi- 
nazione , o modo in che cade la voce ( casus a 
cadendo), mentre le lingue vulgari da certe partii 
celle segni de'casi uniti all'articolo; la qual'unione 
delle particelle all'articolo, che chiamasi contrazione, 
ha luogo nell'italiano , francese e spagnuolo ; non 
nell'inglese. Ad esempio, invece di dire in italiano 
di il coltello si dice del coltello; in francese, invece 
di de le couteau, du couteau; in spagnuolo, invece di 
de ci cuchillo, del cuchillo ; ma in inglese of ihe 
kniftì segnacaso ed articolo non contratto. Che se il 
genitivo fosse un essere intelligente, allora usa l'in- 
glese la contrazione alla maniera tedesca, mettendo 
il genitivo con un s preceduto da apostrofo avanti 
il nome che lo regge: come Boccaccio 's Decameron, 
il Dccamerone di Boccaccio; Ihjron's works, le opere 



180 

di Byion. In inglese poi rarticolo è affatto (o?to , 
quando il nome sia preso astrattamente , o deno- 
tante tutto il genere , o tutta la specie: p« es. la 
bellezza è un dono, beauty is a gifl. Il tempo è da- 
naro (proverbio inglese), time is money. E gli spa- 
gnuoli pongono talvolta l'articolo dove gli altri non 
usano : P' es. nosostros los espanolesy noi spaghuoli; 
lodo lo piisieron à fuego y a sangre^ tutto misero a 
ferro e a fuoco. Le quali brevi ' osservazioni mo- 
strano esser stato l'articolo introdotto dagli stranieri; 
e quanto all'inglese si rileva esser tolto dal tedesco 
diey p« es- die band in tedesco, the hand in inglese 
(la mano); e lo spagnuolo el può derivarsi dall'ara- 
bo al. Ma quanto all' italiano e francese alcuni 
filologi pensano abbiano tolto il loro articolo defi- 
nito dal latino ìlle illa illud, per accorciamento di- 
venuti le la pel francese, e ilio la per l'italiano; la 
qual'opinione, comechò speciosa per la derivazione 
filologica, non varrà a provare che queWille illa illtid 
facesse in latino funzione di vero articolo, ma sì di 
pronome dimostrativo; e quindi non osta a quanto 
ho asserito , 1' articolo non essere di latina prove- 
nienza. 

Mollo meno sono di latina origine i verbi an- 
siliari. 1 latini a differenza de'greci, che ad espri- 
mere il tempo passato hanno anche gli aoristi, si 
servono di un solo tempo dixi, vidi; vale a dire non 
adoperano i verbi ausiliari: parimenti ne'passivi dicij 
videri. In questo punto adunque senza alcuna ob- 
biezione le lingue moderne differenziano dalla loro 
madre ; ma non tutte egualmente- In primo luogo 
gli spagnuoli, abbenchò abbiano gli ausiliari, prefe- 



181 

l'ìscono i tempi semplici ai composti, mentre i fran- 
cesi fanno più uso di questi: p. es. // y a qualre ann 
fai élé à Naples. ~ Hace cuatro anos esluve cn Nd- 
poles, e non heeslado. Oltre a ciò v'è diversità nella 
formazione del passato composto dell'ausiliare essere 
tra la lingua italiana e le altre. In italiano dicesi 
io sono slato; nelle altre Io ho sialo: fai élé; he sido; 
i have been. E infine liavvi gran differenza nell'uso 
di questi ausiliari co'verbi neutri- Dappoiché alcuni 
prendono il verbo avere; altri il verbo essere , ma 
a capriccio; su di che secondo i grammatici fa d'uopo 
rimettersi al solo uso. V'ha peraltro una regola co- 
stante tra l'italiano e l'inglese ne'verbi neutri pas- 
sivi, altrimenti delti riflessivi o reciproci; cioè che 
in italiano prendono sempre il verbo essere, e in in- 
glese il verbo avere. Ora sarebbe pregio del discorso 
lo addentrarmi nei penetrali di questi singoli idiomi» 
e notomizzarne per così dire le parti; ma presen- 
tendo che tal minuta diceria riuscirebbe noiosa anzi- 
chenò, mi terrò sulle generali, e dirò poi incidente- 
mente degli idiotismi. Essendo la parola, o il discorso, 
la espressione e svolgimento delle id8e;e queste essen- 
do comuni a tutti gli uomini: ne conseguita , che 
comune parimenti ed eguale sia il modo d'esternar- 
le. Il clima e varie altre circostanze influiranno sull'ar- 
ticolazione de'suoni; ma l'idea annessa, come risul- 
tato d' un giudizio della mente, sarà la stessa per 
tutti. Quindi è, ch'esiste una grammatica generale^ che 
non e altro che l'analisi del pensiero, e delle ope- 
razioni della mente; e però logica e fdosofica; e in 
questo senso dice Quintiliano: « Grammatica plus ha- 
het in recessu, qiiam in fronte promitlit, » Ma poi 



182 

ogni nazione lia modi vari di vedere; forma, rap- 
porti relazioni fra gli oggetti a sua voglia, seguendo 
l'indole propria o il capriccio; quindi sorgono le gram- 
maliche particolari, che presuppongono il linguaggio 
costituito ed autorizzato dall'uso, ed in conseguenza 
sono aiialiliche. Tutte cotesle sono simili in ciò 
che prendono dalla grammatica generale: quindi tutte 
hanno il nome, il verbo, l' avverbio . . . Sono di- 
scordanti nella parte, la quale esprime le dipendenze 
e le relazioni ; ossìa nella sintassi , la quale è du- 
plice di concordanza e di reggimento. La prima con 
qualche limitazione ò la medesima in tutte quattro: 
p. es. r aggettivo accorda col sostantivo in genere 
e numero. Nell'inglese peraltro l'aggettivo è come 
l'articolo invariabile , e serve a lutti i generi e a 
tutti i numeri. Così è anche riguardo al participio 
passivo; senonchè gli spagnuoli si allontanano da- 
gli italiani e francesi nel participio attivo, il quale 
resta invariabile, mentre presso quelli accorda col 
pronome: p. es. Ilio veduto , e Vlio veduta: je Vai 
vuj je l'ai vue, in spagnuolo le he visto, la he vi- 
sto. Ma la disparità grande esiste nella sintassi di 
reggimento, la quale essendo generalmente arbitraria 
viene stabilita dall'uso. Così vi sono dei sostantivi 
che in italiano vogliono il genitivo o ablativo, e in 
francese il dativo : p. es. Una fanciulla dagli, o degli 
occhi azzurri: Une fìlle aux yeux bleus (1). In quanto 
al reggime de'verbi,gli spagnuoli hanno un modo par- 
ticolarissimo, ed è di porre l'oggetto del verbo indif- 



(1) In inglese si adoprerebbe la preposizione con: le girl 
with blue eyes. 



183 

ferenlemenlc in dativo o in accusativo, ma meglio 
nel primo: p. es. Matar a los hombres: uccidere gli 
uomini. Gl'inglesi son molto incostanti nel reggime 
de'verbi: diranno i ikink of you col genitivo, mentie 
in francese je pense à voust e in italiano penso a voit 
col dativo, e così via discorrendo. Le quali parti- 
colarità, studiate sulle rispettive grammatiche, som- 
ministrano la vera idea dello spirito e meccanismo 
d'una lingua, e pongono in grado di darne un ade- 
quato giudizio. Seguendo pertanto ciascheduna lin- 
gua la sua indole e il suo talento nella organizza- 
zione, avviene che ciascheduna possegga un fondo 
di frasi e modi di dire caratteristici, che quasi piante 
esotiche se si traducono in lingua straniera non ve- 
getano se non sotto certe condizioni. Questi dai gram- 
matici sono chiamati idiotismi da làco^, proprio, pe- 
culiare: vale a dire sono frasi o maniere di parlare 
peculiari ad una lingua; né possono tradursi verbo 
a verbo in un' altra ; e secondo la lingua, cui son 
propri, acquistano nome speciale di gallicismi, an- 
glicismi , italianismi. Così in francese ad esprimere 
un'azione recentemenlo fatta , ovvero una da farsi 
suir istante, si usano i verbi venir e aller, piut- 
tostochè il tempo passato e il futuro. Quindi ab- 
biamo ora finito di studiare traducesi: noiis venons 
d'étiidier; parimenti: partiremo alV istante ; nous al- 
lons partir: i quali modi essendo gallicismi rispetto 
al nostro idioma, non vi si possono trasportare alla 
lettera senza svisarlo ed offenderlo. In inglese poi 
sonovi delle maniere sì strane e difficili per noi , 
che talvolta appena vi si discifra il senso: p. es, 
lo wear ueUy alla lettera portar bene, significa aver 



184 

buona dumta; lo ivliip into good manners, alla lettera 
frustare dentro buoni costumi^ vuol dire frustare per 
far divenire migliori; e possono eziandio riguardarsi 
come altrettanti idiotismi inglesi i verbi seguiti da 
preposizioni, le quali hanno forza di mutare ed al- 
terare il significato primo del verbo, e di formare 
talora una fraseologìa intricatissima. Uno spagnuolo 
parimenti dirà: Acaban de dar las dos, corrispondente 
alla maniera francese il vieni de sonner deuxheuresi 
son sonate le due. Sarà in fine un italianismo per 
un francese ed un inglese il dire Non vedo Coì'adi'.., 
ovvero Mi par mille anni di . . . dicendo il primo 
il me tarde de. - . . • e il secondo i long lo . • . e per 
uno spagnuolo dar un occhiata: echar de ver. 

Ora se questi idiotismi formano il vezzo e la 
bellezza della lingua cui appartengono, appunto per- 
chè consentanei all' indole e spirito di quella , di- 
vengono per lo contrario sconci e deformi se tra- 
piantati nelle medesinìe sembianze in una lingua di 
natura diversa. Lo che pur troppo in varie epoche 
si è sperimentalo? Come nella seconda mela del se- 
colo decimo ottavo, in cui la nostra favella corse il 
prossimo pericolo d' imbastardire co' gallicismi ', se 
non che trovò fortunatamente la potente reazione 
d'un Alfieri, d'un Parini , e d'un Caleani Napione- 
Guastasi generalmente una lingua pel contatto di 
gente straniera, e per le cattive traduzioni. Queste 
se eseguite da persone non abbastanza dotte sì nella 
propria , sì nella straniera lingua , sono il veicolo 
della corruzione. Oh quante traduzioni, specialmente 
dal francese, muovono a dispetto per la servilità non- 
ché della sintassi, delle parole! Quanto trascurasi il 



185 
precetto oraziano « Nec verbnm verbo curabis red- 

deve fidus huerpres »! La traduzione, riputata 

lavoro da tutti, è a mio credere opera da pochi per 
le difficoltà ch'offre la lingua, ed eziandio per gli 
svantaggi che ha il traduttore sopra l'autore. 11 rit- 
mo, la venustà de' modi , la disposizion delle voci 
che vestono e colorano un linguaggio, a mala pena 
si trasporteranno medesimamente in un altro. La 
nostra fiìvella più delle altre è gelosa di sue bel- 
lezze, e nella sua letteratura specialmente, là dove 
campeggia la forma e lo stile, non permette nò al 
franco, né al britanno di porre la mano con felice 
riuscita. 11 gran Chaucer nelle sue novelle di Can- 
terbury [Canterbury tales) imitò il Decamerone di 
Boccaccio; ma non lo tradusse. Volle tradurre ben- 
sì il canto dell'Ugolino di Dante; ma sì infelicemente 
da farlo credere una parodìa. Lo tradusse in prosa 
con fedeltà il sig, Riccardo Ceroni ne'suoi Frasta- 
gli (1). È innegabile pertanto che i pregi di un au- 



(1) « E un giorno avvenne, che in quell'ora m cut sole- 
« van portargli la carne (è il poeta che racconta, non Ugo- 
« lino) il carceriere chiuse le porle alla torre: egli udì , ma 
« si stette zitto. Gli venne in cuore un pensiero che il vo- 
« lessero far perire di fame. Ah, disse egli, perchè fui mai 
« creato ! E le lagrime gli cadeano, ciò dicendo, dagli occhi. 
« Il giovinetto suo liglio , che appena conlava tre anni: Pa- 
ce dre, gli disse: e perchè piangi? Quando ci porterà il car- 
« ceriere la minestra ? Non avete in serbo un morsellino di 
« pane per me? Ho tanta fame, che dormir non posso. Oh 
« il ciel volesse (prosegue il fanciullo di tre anni) che io m'ad- 
« dormissi per sempre ! La fame allor non slrisceria pel ven- 
« tre! Di giorno in giorno così si querelava il fanciullo, fin- 
« che nel grembo di suo padre ei cadde e disse: padre, io 



186 
lorc originale, il cui merito consiste specialmente in 
fatto di lingua, scemano e divengono quasi irrico- 
noscibili, tolta quella forma, e indossatane la pro- 
pria al linguaggio in cui si tiaducC' E in ciò, oltre 
la natura della lingua, ha parte eziandio il genio 
della nazione, come dirò in seguito. Ciò non esclude 
peraltro, che si possano avere buone traduzioni. Se 
l'ostacolo precipuo sono gì' idiotismi della lingua , 
e lo stile peculiare dell'autore, un ingegno elevato 
che penetrando lo spirilo di quella , e il carattere 
di questi, fedelmente li riproduca nel proprio idioma 
non in sembiante peregrino, ma indigeno, avrà ben 
soddisfatto al suo incarico: se pur non diasi talvolta, 
siccome nella pittura, che la copia gareggi coll'ori- 
ginale. 

Noi italiani possiamo smentire il detto francese 
che nella nostra lingua Iradultore suonai traditore (forse 
perchè nella sola nostra favella si presta il giuoco 
di parole); dappoiché vantiamo più di altri superbe 
traduzioni onore di nostra lingua; le poesie di Os- 
sian tradotte dal Cesarotti; il Sofocle dal Belletti ; 
l'Iliade dal Monti; l'Eneide da Annibal Caro; le Me- 
tamorfosi da Gianandrea dell'Anguillara; la Natura 
delle cose da Alessandro Marchetti; e tante altre , 



« ti saluto, e muoio ». E baciò il padre, e morì in quel gior- 

« no istesso. E allorché il padre ciò vide , ambe le braccia 

« per dolor si morse, e disse: Ah fortuna va là, va! La tua 

« falsa ruota!.. E quei credendo che per fame ei manicasse 

« le jdue braccia, e non per duolo, esclamarono: « Padre, non 

« far cosi, non farlo ! » 

Sia ne' medesimi racconti di Canterbury 
sotto il titolo « UgoUne of Pise ». 



187 
senza dire del cavalier Maffei, che con penna im- 
pareggiabile ci ha riportati gli Amori degli angeli 
di Moore ; la Maria Stuarda di Schiller ; la Danza 
de' morti di Goèihe. Se adunque le traduzioni fosser 
sempre parti di sì grandi uomini, pieni di dottrina 
e di amor patrio, certamente la lingua, anziché pe- 
ricolo di guasto , avrebbe propugnacolo di difesa. 
Lo stesso infatti si verifica presso gli stranieri: che 
splendore, piuttostochè corruzione, si ebbe la lingua 
inglese dall'Iliade di Pope; la francese dalle Geor- 
giche di Delille ; e la tedesca dalle traduzioni dì 
Goethe. 

A completare da ultimo questo mio qualunque 
discorso slimo opportuno ed insieme aggradevole , 
avendo bastantemente esaminati quest' idiomi nella 
loro parte interna, gettare uno sguardo complessivo 
sui loro pregi e bellezze estrinseche, dalle quali mi 
argomento far discendere alcune osservazioni fisio- 
logiche sul tipo morale delle rispettive nazioni- Forse 
l'amor soverchio « Del bel paese là dove il sì suona » 
mi farà credere pregiudicato nella mia assertiva; ma 
io sostengo per convinzione,epel consenso degl'intelli- 
genti, l'italiana favella esser una delle pili perfette; 
e messa a paraggio coll'emule sorelle, anziché ceder 
loro, vincerle nelle bellezze e ne' vantaggi. Taccio 
aver ella il dono esclusivo di pronunziarsi come è 
scritta; e nella ortoepìa esser scevra da suoni aspri, 
gutturali, e aspirati ; talché l'uomo del nord , che 
dalle nebbie e dai geli nativi si porti in questo 
nostro giardino, attonito da prima all'azzurro de'cieli, 
alla mitezza del clima e al profumo de'fìori, udendo 
poscia sì armonioso linguaggio, è costretto a diman- 



188 
iìiìv a se stesso se sia stato o no inventato espres- 
samente pei' la musica ; dirò solo, che quasi per- 
fetta fin dal suo nascere, uscita a guisa di Minerva 
tutta armata dal cervello di Giove, come dice l'Al- 
fieri , la lingua italiana conta inoltre sei secoli di 
fiorente letteratura, ne' quali uomini di vaglia con- 
sci appunto non esser il linguaggio per noi un og- 
getto indifferente siccome alle altre nazioni, ma sì 
uno de' più stimabili tesori che abbellino il nostro 
paese, hanno sempre fatto opera, nonché di conser- 
varla, ma di arricchirla, sì che corrispondesse alla 
riputazione che gode presso d' ognuno. Non evvi 
quindi oggetto vuoi d'arte, vuoi di scienza, o d'uso 
famigliare, che essa a dovizia di termini non espri- 
ma. Ogni concetto della mente trova nella lingua 
onde colorirsi, non in una sola foggia, ma in sva- 
riate, in molteplici da allettare col dir semplice, da 
persuadere col nerboruto e veemente, da rapire col 
sublime ed elevalo. E siccome stimo ragione, e non 
stiracchiamento, dedurre dall'indole d'una lingua l'in- 
dole di chi la parla, quando la parola sia la vera 
espressione del pensiero ; da quella abbondanza di 
voci piane, lunghe, e talvolta prolungate di sover- 
chio, m'appare il tipo dell'italiano pensoso, medi- 
tabondo, che non parla all'avventata; ma nel prof- 
ferire quelle lunghe voci riflette ad ogni sillaba , 
quasi temendo che il pensiero gli sfugga troppo 
presto, non abbastanza pesato sulle bilance del cri- 
terio. Ma mentre per questa parte esso ci si mostra 
grave, assennato, e più amante del solido che del 
frivolo, non già difetta di vivacità, d'argutezza , e 
di brio: che sì le voci tronche e sdrucciole, sì la 



189 
sintassi ellittica, sì i modi equivoci, si prestano mi- 
rabilmente al lepido ed al gioviale. Sventuratamente 
però là dove noi accenniamo un pregio, i francesi 
appuntano un difetto. A scusare la nudità di loro 
lingua in confronto degli ornamenti della nostra , 
dicono che gli italiani parlano sol per esser ammi- 
rati ; e osano paragonare 1' italiana favella a vana 
femmina che attira gli altrui sguardi mostrando so- 
verchiamente le sue forme. Poco ci cale di que- 
st'accusa, la quale invero non fa che porci in troppa 
luce la meschinità del loro idioma. Sia pure un 
pregio incontrastabile, impareggiabile di loro lingua 
la semplicità e la chiarezza ; ma appunto questa 
semplicità, o mediocrità, che impedendole di slan- 
ciarsi , e di volgersi in tutti i sensi le pone una 
catena di servitù a' piedi, e le dice: Non oltrepas- 
sare questo passo obbligato, monotono, uniforme ; 
la rende inferiore, inferiorissima alla nostra. Infatti, 
benché perfezionata da tanti buoni scrittori, la lin- 
gua francese trovasi in moltissimi casi priva de'giu- 
sti termini ad esprìmere i concetti, ed è costretta 
a ravvolgeì'si, e ricori'fere alle circonlocuzioni. Non 
v^ ha dubbio , che il genio della lingua francese è 
la chiarezza e l'ordine. Disponendo essa le parole, 
e costruendo le sue frasi nell'ordine naturale delle 
idee , senza trasposizioni o inversioni, è in conse- 
guenza una lingua facile e dolce; e perciò piacevole 
a tutti i popoli. Sin dal suo principio fu in lei ri- 
conosciuta tal dote, e perciò la ritroviamo usata an- 
che da alcuni stranieri in preferenza del proprio lin- 
guaggio. Trovo per esempio un certo Martino da 
Canale che nel 1267 scriveva la cronaca de' vini- 



190 

zìani in francese piuttostochè in italiano, e dà egli 
stesso questa ragione: a Por ce qiie lengiie franceise 
cori parmi le monde, et est plus delitable à lire, et 
à oir que nule autre »• Parole che corrispondono a 
quelle di Brunetto Latini nel suo Tesoro: « Perciò 
che la parlatura francesca è più dilettevole , e più. 
comune che tutti gli altri linguaggi ». Ed oggi e- 
ziandio per queste medesime ragioni è stata adot- 
tata per lingua universale nel commercio; ma ò vero 
altresì, che la sua veste disadorna la rende infeli- 
cissima in ciò che noi abbiamo di più superbo e 
prezioso, nella poesia. Lo stesso Voltaire lo con- 
fessa, dicendo che in questa paite ha meno risorse 
dell'italiano e dell'inglese (1). Sebbene soggiunga in 
Gnor delle sue tragedie, che la schiavitù e tortura 
della sintassi la rendono atta alla tragedia e alla 
commedia più di qualunque altra lingua d'Europa; 
lo che sarebbe peraltro da esaminarsi. Che se dal- 
l'analisi della lingua francese ne vogliamo indagare 
eziandio il tipo del cittadino, troveremo, che le voci 
quasi tutte con l'accento sull'ultima sillaba produ- 
cendo una pronunzia rapida e viva; e le molte sil- 
labe nasali, aggiungendo un non so che di impetuoso 
e di concitato, dipingono e svelano quel tutto brio 
e tutto fuoco nazionale. Di più il fiancesc ha un 



(1) Elle a moins de ressources en ce (fenre que l' italien 
et l'anglais. 

Enciclop. inol. Francais. 

Mais cette (jène, et cet esclavage ìnéme, la rendent plus pro- 
pre à la . tragedie et à la comédie quaucune langue de l'Eu- 
rope. Loc. cit. 



191 

repertorio inesauribile di motti lepidi e frivoli ; di 
oggetti di mode e di ghiribizzi ; mentre è nelle 
strettezze intorno a vocaboli e modi gravi e seri. 
Quindi si manifesta la sua tendenza e superiorità 
a molte nazioni in fatto di galanteria^ cortesia , e 
giocondità; e di qui infine il buon successo che 
ottengono in Francia quei romanzi che per noi sa- 
rebbero un accozzamento di smancerie e di scipi- 
tezze; e quelle commedie, che riprodotte talora nelle 
scene italiane , in cambio de' romorosi plausi che 
riscossero da' nazionali , s'ebber da noi 1' onor dei 
fischi. 

Osserviamo lo spagnuolo. Ecco un caballero che 
parla- Seguitelo dal suo bnenos dias, senor, sino al- 
Và Dios. II suo discorso vi avrà suscitato strane im- 
pressioni. Se non l'assomigliate ad un vulcano che 
erutta, sarete almeno compreso da stupore all'udire 
quell'accozzamento di voci gonfie , lunghe e stre- 
pitose. E per vero la natura della lingua spagnuola 
rifugge dalla semplicità; non sa dipingere un pen- 
siero con tinte modeste, ma si nei termini, sì ne' 
concetti cerca la pom[>a e 1' ammirazione. Che se 
la nostra lingua nel delirante seicento colle ecces- 
sive metafore e fantasticaggiw si allontanava dalla 
natura, gli scrittori spagnuoli per vezzo indispensa- 
bile di loro favella perennemente e costantemente 
la oltrepassano. Quindi non possiamo negare , che 
l'indole dell'idioma spagnuolo ci dipinge al vivo il 
carattere nazionale che distinguesi per l'orgoglio e 
la ostentazione. Ma in quanto alle bellezze della 
lingua essa ò una delle più pregevoli favelle , co- 
piosa, sonora, energica, maestosa, ed eminentemente 



192 

poetica. Peraltro non arriva a superare il nostro 
idioma. Anzi a trionfo del veio si ha da confessare, 
che una parte de' suoi pregi li ha derivali dalla lin- 
gua italiana. Ed invero quando nel secolo decimo- 
sesto gli spagnuoli acquistarono il dominio sulla 
maggior parte d'Italia , allora fa che specialmente 
in Napoli ed in Milano la loro lingua attinse molto 
dalla nostra letteratura. E nella poesia si adottò la 
misura de' versi italiani , endecasillahi e settenari ; 
le forme del sonetto , delle ottave , delle terzine , 
delle canzoni ; e il gusto italiano si sparse nello 
spagnuolo cogli scritti di Boscan , di Garcilaso de 
la Vega, di Diego Hurtado de Mendosa, e di tanti 
altri , e minacciò di troppo adulterarlo ; senonchè 
sorse Castilleio e la sua scuola , che con energìa 
si sforzò di porre nuovamente in fiore lo stile e 
la forma nazionale. 

Da ultimo l' inglese è il linguaggio che merita 
qualche investigazione più profonda. Se lo conside- 
riamo dalla parte della pronunzia, ha piuttosto di- 
fetto che pregio; poiché le molte aspirazioni, l'in- 
certezza e varietà de' suoni, lo scilinguamento del 
ihf i eh (cci) e sh (sci) che s'incontrano sì spesso, e che 
assomigliano al cinguettìo degli uccelli, lo rendono 
imperfetto se non dissi disgustoso. Ma se lo miriamo 
dal lato della grammatica , pochi idiomi possono 
stargli in paragone. Il suo meccanismo è semplicis- 
simo. Un solo articolo definito per tutti generi e 
numeri: addiettivi, pronomi (1), e participi invaria- 
bili. Un solo tipo per tutti i verbi regolari- Gli ir- 



(1) A meno del pronome possessivo his, her, iis. 



193 

regolari lo sono solainenle nelFimperfello, e parti- 
cipio passato. Le doti poi e perfezioni di questa 
lingua sono di gran momento. Posta al parallelo 
colla nostra viene acremente alle prese, e minaccia 
sopraffarla. Assistiamo brevemente a questo boxìng 
(partita pugillistica), ed avremo la consolazione di 
non veder la nostra lingua cedere alla lotta. In pri- 
mo luogo l'inglese è conciso; imperocché la massa 
principale de' vocaboli tratti specialmente dal sas- 
sone è composta di monosillabi. Ora essendo questi 
molto espressivi e concettosi (mentre racchiudono 
talvolta in una sillaba un' idea che abbisogna di 
molte voci in un'altra lingua, come to shriig scuoter 
le spalle in segno di dispregio) fanno sì che l'in- 
glese esprima felicemente i suoi pensieri con esat- 
tezza e brevità , e insieme con grazia ed energia. 
Dice Voltaire che gl'inglesi guadagnano due ore al 
giorno sui francesi per la rapidità delle loro parole; 
noi italiani dovremmo dire quattro ore al giorno. 
Ma ciò non si riguardi nò come pregio nò come 
difetto, poiché sì quei che corre, sì quei che va a 
rilento arriva in egual modo alla meta: quello che 
è pregio sì è la forza ed energìa , che da questi 
monosillabi e da questa concisione risulta- Si leg- 
gano Robertson, Hume, e Gibbon, quei tre storici su- 
blimi , e si vedrà come vive e forti appaiano le 
loro espressioni sotto il manto de' monosillabi. Si 
leggano i poeti Spencer, Shakspeare, Dryden e Mil- 
ton, e molto più patenti si rileveranno i detti van- 
taggi; che se la frase prolissa snerva la poesia, la 
concisa le dà vigore e maestà- Lo stesso verso di 
Creech tutto monosillabi 
G.A.T.LIX. 13 



194 

« Nor could the ivoeld have hornr 
so (ierce a (lame » 

è bello senza durezza, e dà una idea di quel verso 
virgiliano di gran forza appunto perchè tutto spondei: 

Luctantes ventos, tempestatesque sonoras. 

Ad accrescere poi questa energia e concisione han- 
no una gran parte le voci composte sul modello 
delle greche, e prese direttamente dai tedeschi. Per 
loro mezzo si evitano i giri di parole, e il discorso 
procede naturale e stringato. A dare un'idea di que- 
sto vezzo della lingua traduco in inglese « una fan- 
ciulla col cappello di paglia ». A slratv-hatted girl. 
Alla lettera n ima paglia-cappellata fanciidla )ì . Vale 
a dire quel qualificativo della fanciulla mediante la 
voce composta diviene un vero addiettivo , lo che 
è conciso ed eminentemente logico- A fronte di que- 
ste prerogative però non indietreggia la nostra lìn- 
gua quasi si reputasse da meno; poiché se non ha 
questi medesimi pregi , per altra via ottiene i ri- 
sultati medesimi. Chi negherà la forza, l'energìa, la 
maestà alla Divina Commedia, che descrive fondo 
a tutto lo universo; o alle prose del Certaldese sì 
vivo ed energico, che lo stesso Byron lo chiama il 
bardo della prosa italiana ? E il Davanzali con qual 
concisione e vivezza non scrisse la coltivazione to- 
scana, la storia dello scisma d'Inghilterra; e il vol- 
garizzamento di Tacito suo capolavoro, che dall'Al- 
garotti fu detto « miracolo di nostra lingua » la 



i 



195 

quale avendo saputo riprodurre inirabihiiente il breve 
e stringato stile dello storico latino, farà mai sempre 
fede che essa non difetta neppure nella concisione? 
In mancanza poi delle voci composte noi abbiamo 
gli accrescitivi e diminutivi, de' quali mancano gl'in- 
glesi e i francesi. Non ostante la sua grande con- 
cisione non può l'inglese spaziare con un solo vo- 
cabolo per quelle direi quasi ombreggiature di vez- 
zeggiativo, di affettuoso, di dispregio , d'ingrandi- 
mento- Quando l'italiano dice « un fiorellino » con 
una voce esprime tre idee. Fiore, fiore piccolo, fiore 
bello; ma l'inglese e il francese è obbligato a dare 
a ciascuna idea una voce: 

A pretty little flower: 
Une jolie petite fleur. 

Non sarà questo un argomento, che se non superi, 
compensi almanco l'anzidetto svantaggio ? 

Altro pregio della lingua inglese si e 1' abbon- 
dare immensamente di vocaboli. Appunto perchè ha 
preso da tanti dialetti, può riprodurre una stessa idea 
con molte voci sinonime. Il sig. di Greenwood ci 
porge parecchi esempi; per la voce striking (percossa, 
o percuotere) più di trenta espressioni equivalenti; e 
per la voce anger (collera) quaranta. Così il verbo 
cuocere ha varie voci secondo la materia che bolle, 
p. es, to seelh ovvero to boil meat, cuocer la carne; 
lo stew mushrooms, bollire i funghi; to poach eggs, 
bollire uovi. In questa parte ancora non iscapita la 
nostra lingua; giacche per la soprabbondanza di si- 
nonimi può una espressione italiana riprodursi come 



196 

Proteo in svariatìssime forme; e per testimonianza 
degli stessi inglesi, che apparano il nostro bell'idioma, 
è questo per essi il lato più difficile e scabroso dì 
nostra lingua. Finalmente il sig. Welstead chiama 
l'inglese superiore a tutte le lingue moderne nelle 
doti poetiche, vuoi per la varietà degli accenti, in 
guisa che non vi sarebbe bisogno di rima a dar bel- 
lezza alla versificazione: tanto la sola forza de'nu- 
meri e della quantità la sostiene e le dà armonia, 
come ò a vedersi ne'blank ver3es{\evsi sciolti); vuoi 
per le molte misure di cui è suscettiva, avendo in 
comune col latino e greco il giambico e il trocheo, 
le cesure e le trasposizioni; e vuoi in fine per la 
spontaneità con cui si presenta ad ogni passo la 
rima. Per verità se il francese si ponesse al pa- 
reggio con questi veri meriti della poesia inglese 
cadrebbe come corpo morto cade; ma la lingua no- 
stra discende volonterosa alla lotta, sicura di vincere: 
che non solo possiede tutti questi vanti, ma in grado 
superlativo. Tasso nel Mondo creato; Alamanni nella 
Coltivazione ; Rucellai nelle Àpi', Parini nel Mezzo- 
giorno, non ci porgono saggi di versi sciolti sublimi, 
forti, e nel tempo stesso dolci, ai quali la rima nulla 
potrebbe aggiungere di meglio? Qual prosodia più 
perfetta della nostra , che dal verso binario con- 
duce all'endecasillabo con tal venustà e magistero, 
da emulare gli antichi Pindari ed Anacieonti? Co- 
noscendosi pertanto abbastanza le condizioni del pa- 
rallelo, vediamo di trarre in sul finire una idea del 
carattere nazionale britannico dall' idioma istesso. 
Se la lingua inglese, come abbiamo osservato , ha 
jiel suo totale prerogative distintissime, che le danno 



197 

un posto elevalo tra le moderne , ha però il suo 
lato debole; e questo è la mancanza della dolcezza 
e delicatezza che abbiamo rinvenuto nelle altre, la 
quale abbenchè dal sig. Svvift si spieghi col dire 
che le altre favelle più meridionali furono addolcite dal 
latino, che dimorato più lungamente tra quelle potè 
più agevolmente incorporarsi ed agire, mentre nel 
suolo britannico fu presto fugato dalle orde germa- 
niche; tuttavia a me piace farla discendere dal ca- 
rattere morale dell'inglese, il quale ha trasfuso nel- 
l'idioma la sua freddezza ed impassibilità, la sua af- 
fettata indipendenza, e soverchio disprezzo per gli 
ornamenti; donde è che difficilmente l'inglese gusta 
nell'originale istesso quei classici italiani da noi te- 
nuti in conto per fatto di lingua, mentre scambia 
sovente ciò che è vezzo ed eleganza in iscipitezza e 
verbosità. Esaurite pertanto le proposte condizioni,^ 
se il tedio, che suol esser quasi indispensabile in 
simili materie, fosse stato da me vinto per le utili ri- 
flessioni sparse nello sterile campo , terreimi aver 
conseguito lo scopo, come promise il poeta: 

a. Omne tulil pimctmn qui misciiil utile diilci ». 



198 



Discorso siilVinfluenza della letteratura nella società^ 
tenuto all'accademia Tiberina nel giorno 1 1 mag- 
gio 1857 da monsig. Francesco Tavani cameriere 
secreto sopranumerario di Sua Santità. 



N 



on è meraviglia , o signori , se non avvisandosi 
dal più di coloro che l'animo intendono allo studio 
della umana letteratura, quanto sia dignitosa ed utile 
la missione che venne a questa fidata dalla civil so- 
cietà, scadendo quasi dalla primiera altezza in che 
Kavean collocata i padri nostri, sia poi divenuta a 
quella noncuranza e disistima che noi indarno forse 
a lunga pezza deploreremo. Infatti quando il magi- 
stero di lei a nulla più dovesse valere che a for- 
nirci il mezzo onde compatire con luuga e stem- 
perata trenodia agli angosciosi affanni di un amante 
sventurato; od alla esposizione di qualche romantica 
storiella, dalla quale se ne eccettui le bastarde e- 
spressioni, non so dove razzolate, ma certo più de- 
gne dell'oltramontano che del nostro applauso, nulla 
l'avvien di lodare; mi disgraderei quasi (comunque 
ne sia riuscito il successo) d'aver logorato in essa 
alcun tempo della mia vita, ne la riterrei certo tale 
da tenerne discorso in sì rispettabile consesso. Ma 
rechiamcel pure a fortuna, che non è dessa poi quello 
studio di così piccolo momento, onde gli ignoranti 
sfacciatamente la disconoscono , gli spirti leggieri 
la vilipendono. Stolti! i primi 1' hanno in conto di 
nulla , ed essi stessi non ne sanno per facil guisa 



199 

il perchè; la dicono inutile ornamento dell' umana 
civiltà, e forse non ebbero mai il bene d'accostarla; 
la dichiarano una occupazion giovanile, e non sono 
a lei sufficienti anche in età piii che adulta. Vor- 
rebbero per questa guisa dare a credere agli altri, 
che tutto il loro ingegno resti assorto dalla severità 
delle scienze, e non si accorgono di far piuttosto 
conoscere d' essere probabilmente come di quella , 
così di queste, insipienti. Che la letteratura non ha 
fatto mai divorzio dalla scienza; né la scienza dalla 
vera e sobria e grave letteratura; ma aiutandosi di 
vicendevole conforto , se la prima prese il nerbo , 
l'impronta, l'erudizion dalla seconda; la seconda ap- 
parò quasi dalla prima , come 1' adito od il varco 
ad entrar nell'animo dell'uomo, così il mezzo istesso 
che le procacciava la manifestazione e la vita. Gli 
altri poi lo studio delle belle lettere vilipendono , 
in quantochè o coH'usare troppo alla dimestica con 
esse, coH'andar meno che cauti nel giudicarle di 
agevole apprendimento, messo in non cale quello 
dell'illustre Menzini, cioè: 

Che la parte lasciar terrestre ed ima 
Sol quegli può che per natura ed arte 
Sovra degli altri il suo pensier sublima : 

sciorinandoti poco meno che ad ogni pie sospinto, 
e per qualsivoglia ciscostanza diasi loro innanzi, non 
so se un profluvio, od una tempesta di produzioni, 
le strappano a viva forza quella gravità e posatezza 
di che peculiarmente la improntarono i nostri sommi 
italiani a costo di tanti sparsi sudori e di tante notti 



200 

veglialo. Distruggono in pochi istanti quello clic fu 
già coir opera di molti secoli edificato, e gettano, 
a così dire, nella prostrazione e nell'avvilimento le 
lettere naufraganti in un oceano di parole . • . Ma 
le parole, quantunque peraltro degne di ogni studio 
e riguardo, non sono però l'unico scopo della let- 
teratura , non ne costituiscono 1' essenza. Essa ha 
ben altra importanza che il molcere onninamente 
gli orecchi altrui colla dolcezza del suono, o colla 
soavità del verso armonioso. Chi da vicino la co- 
nosce , e non ignora per altro canto le condizioni 
ed i bisogni sociali, non può non vedere l'influenza 
che le lettere esercitano nella civil società; di guisa 
che per nulla io mi perito d'asseriie, che esse lanlo 
debbono a questa seconda interessare, quanto le sta 
a cuore l'istessa pubblica moralità, che è senza dub- 
bio tutto quel più di perfezione ond'ella si possa ra- 
gionevolmente gloriare. E perchè la educazione mo- 
rale di un popolo dipende in ispecial modo da quella 
onde si informa nella primiera età l'animo della gio- 
ventiì , che ne è la porzione più viva , ricevendo 
questa dalle lettere non che l'alimento, come Tul- 
lio scriveva, ma gh stessi primi semi d' onde svi- 
luppa e germoglia 1' albero di sua vitalità , ne di- 
scende per giusta conseguenza che dalla buona, o 
dalla cattiva letteratuaa derivi in gran parte la buo- 
na o la cattiva riuscita della civil società- Né mi 
si neghi per avventura cotesta influenza delle lettere 
nella società; perchè mi accingo a provarla appunto 
stasera , se all'altezza del subietto non mi verrà 
meno la parola, e se alla pochezza del dire supplirà 
la singoiar vostra cortesia. Per questa guisa posta 



201 
in luce, come meglio verrammi fatto, la importanza 
della letteratura, le avrò reso tutto quel più d'omag- 
gio che per me si poteva, ed avrò curato almeno 
d'impor silenzio alle profane lingue di coloro che o 
di niun conto la dicono, o di facile apprendimento 
la dichiarano. 

Il vero che è proprio dell' intelletto , il buono 
che è amato dalla volontà, il bello che si riferisce 
al sentimento, eccovi, o signori, tre idee primitive 
e fondamentali che per essere ineienti allo stesso 
soggetto, ossia all'animo dell'uomo, quantunque in 
fra di loro distinte, non ponno però non aver stret- 
tissime relazioni. Ora se la letteratura in ultima 
analisi non si riduce che alla ricerca, e alla ripro- 
duzione del bello, la moralità sociale all' assegui- 
mento del buono, indicatole quasi a dito dal vero, 
chi potrà negarmi che fra questa e quella altresì 
non intercedano le più forti attinenze ? Il bello poi, 
onde non solo si informano, ma che vivifica a così 
dire, le produzioni letterarie, consistendo nella rap- 
presentazion dell'idea, l'unione individua del tipo in- 
telligibile sotto forma sensibile conveniente più 
che ad altra facoltà, come di facil guisa compren- 
desi, si riferisce alla fantasia, e del ministero di lei 
si vale per dar vaga mostra di se stesso sì nelle 
opere dell'arie e si in quelle delle lettere. Dunque 
le relazioni che corrono tra la letteratura e la mo- 
rale si riducono a quelle che intercedono fra la cor- 
tasia e la volontà lumeggiata dall'intelletto, che sono 
appunto i due principali eonstitulivi della moralità 
di nostre azioni. Ma strettissime sono queste, od a 
meglio esprimermi onerosissima è 1' influenza che 



202 
la fantasia esercita suH' intelletto e sulla volontà ; 
dunque operosissima pure esser dovrà 1' influenza 
che esercita la letteratura sulla pubblica morale dei 
popoli, e per necessario conseguente sulla società. 
Senonchè , poste ancora dall' un de' lati le ragioni 
fin qui derivate dall' intima natura del bello e del 
buono, che potrebbero di leggieri ad altro ramo di 
scienza appartenere da quel che io or non intenda, 
dico fortissimi essere e tenacissimi i legami, onde 
il ben sociale e le lettere vicendevolmente si ag- 
giungono. Infatti chi non sa le indivisibili compa- 
gne, anzi maestre e scorte di quella tenera età , dalla 
quale siccome da principio la buona o la mal riu- 
scita dei giovani dipende? AftVancato appena l'animo 
loro dalle grammaticali torture, che per quantunque 
necessarie, non può far però che amaramente non 
gli riescano a noia, schiudesi tutto quanto alle soa- 
vità letterarie, che son poi forse le sole vere dol- 
cezze dì questa fuggevole vita- 

Per esse la loro mente quasi a novella esistenza 
rinasce, l'ingegno si svolge, la memoria si esercita, 
il cuore si apre , il genio sviluppasi , l'immagina- 
zione si accende. E perchè ciò avviene appunto ad 
un tempo, in cui l'animo del giovine è tutto in eru- 
dirsi, ed in far tesoro di quanto ha recentemente 
apparate; ad un tempo, nel quale, piiì che in ogni 
altro, è facile a ricever le impronte , le modifica- 
zioni, le forme, che vi debbon poscia nella rima- 
nente vita durare; spetta alle lettere adunque non 
solo il nudrirlo di generosi sentimenti e di nobili 
pensieri, ma il dirigerlo per guisa, che venendo a 
prospero crescimento di sapere, ricco d' ogni bella 



203 
virtù arrechi poi alla religione, alla patria, alla so- 
cietà quel servizio e quell' onore che sono loro a 
lutto dritto dovuti.... Arduo magistero, o signori, 
e più importante assai che altri noi crede , come 
quello da cui buoni derivar possono o cattivi gli 
elementi più vitali dell' umana società ! Alcuni , e 
ciò nei tempi a noi più vicini, se non ancor con- 
temporanei, avendolo per cosa da nulla, e credendosi 
ad esso bastanti, quando non lo erano a se stessi, vi 
apposero a comun sventura la mano. Quindi di nulla 
più solleciti che di accattarsi lettori, invasa, non so 
con qual diritto, la nobile palestra della grave let- 
teratura, tenuta già dai grandi che ebbersi il nome 
di classici,, si dettero ad una novella compilazione 
di romanzi, di leggende, e d'altre simili inezie che 
l'avvilirono, la sconvolsero, la deturparono. In questi 
ben lungi dall'apprestare il dovuto pascolo all'animo 
ancor debole della gioventù, perfidiando piuttosto nel 
pazzo loro divisamento d' istituirla cioè in modo 
del tutto nuovo, non vergognarono d'assecondare le 
più nocive inclinazioni e di sbrigliare da ogni le- 
game la fantasia, già per se stessa troppo riottosa 
del freno. Ma qual frutto impertanto, qual prò ne 
raccolsero ? Non parlo del letterario, conciossiachè 
dall'andare, che usan costoro, sempre all'incerta , 
dall'affollar delle immagini sempre oscure e miste- 
riose, perchè non precedute da luce, dall'accumular 
non interrotto di metafore mal prese , di iperboli 
sperticate, di pensieri esagerati, a sufficienza si pare 
il danno e lo sconcio che le lettere ricevettero da 
cotesto furibondo modo di scrivere detto dalla co- 
mune romantico ; parlo bensì del frutto sociale 



204 

che è non solo il più importante , ma quello che 
richiamai stasera ad una speciale disanima. E pur 
troppo, non è gran tempo, o signori, che noi l'a- 
vemmo con amarezza a deplorare; e par che anche 
oggi l'animo rifugga e la mente tremi in sol ripen- 
sarlo! Trasportati gli animi dei giovani in un mondo 
che, tutt'altro dal reale e naturale (da cui abbor- 
rono 1 romantici), non è che l'embrione di una mente 
sfrenata, videro il bene dove bene non era, e det- 
tero in vaneggiamenti i piiì ridicoli e vergognosi. 
Non ascoltando piiì le voci della ragione, ed i con- 
sigli della prudenza, seguendo senza riguardo la in- 
consideratezza e l'impeto primo della passione, por- 
tarono nella società quello sconvolgimento , quella 
turbolenza , quel disordine istesso che i romantici 
avean poco prima introdotti nella letteratura, e per 
mezzo di questa nella maggior parte degli ani- 
mi umani. Tanto è vero , o signori , quanto fin 
da principio asseriva; operosissima esser cioè l'in- 
fluenza che le lettere esercitano nella civil società; 
e dalla buona o dalla cattiva letteratura dipendere 
in gran parte la buona o la cattiva riuscita di que- 
sta. Fingiamo infatti per un istante che non po- 
chi fra 1 giovani dell'età nostra , in cambio d' es- 
sere cresciuti alle novelle scuole del Byron , di 
Soulié, del Vittor Hugo e di tant'altri di simile ge- 
nia, avessero attinto piuttosto alle originali fonti del 
classicismo, come si è quella d'un Omero fra i greci, 
d'un Virgilio fra i latini, d'un Lessingo, d'un Gessner 
fra gli alemanni , d'un Milton o d'un Tompson fra 
gli inglesi, di Racine , di Boileau, di Molière fra i 
francesi; dell' Alighieri, del Petrarca e di quei tanti 



205 

fra noi che, se non eguagliano questi due, pur da 
vicino li seguono. Fingiamo che in luogo di venire 
travolti dall'empie dottrine della Sand, che ardisce 
proclamare la necessità della passione nella Valeìitina 
e nel Giacomo, ed innalzarla al grado di dogma nello 
Spiridione e nel Consuelo; e dalle infamie del Sue, 
che nei troppo noti Misteri di Parigi ti mette a pro- 
tagonisti una femmina ladra, una giovine perduta, 
uno sgozzatore assassino; o dalla irreligione di Bal- 
zac, che travisa colla piij scaltra malizia il nobile 
fine del matrimonio nelle Memorie dei due giovani 
sposi; poniamo, io diceva, che non pochi in cambio 
di crescere a queste scuole si fossero ispirati piut- 
tosto alla sublimità di coloro che, dall'epoca in cui 
si dettero a conoscere venendo fino alla nostra, fu- 
ron sempre riguardati come i padri, le glorie, i co- 
rifei dell'umana letteratura; qual effetto, qual frutto 
non ne avrebbe ammirato la società , diverso da 
quello che fu (pur ieri) costretta a deplorare? Non 
sarebbesi da lei le mille volte applaudito alla be- 
nefica influenza dalle lettere arrecatale ? I giovani 
nel cercare i volumi di quei sommi, che apparvero 
di tempo in tempo ad ingentilire e nobilitare le 
menti , ed a dirigerle , direi quasi , per le vie del 
vero sublime ed ideale, qual vantanggio non ne a- 
vrebber ritratto? Gli animi loro ammirando, nelle o- 
pere dei nostri classici specialmente, levata a ciel 
la virtù , il vizio e la passion vilipesi ; come non 
avrebbero atteso ad ornarsi di quella ed a com- 
battere questi ? E quand' anche ad altro su di ciò 
non si fossero applicati che allo studio dell'incom- 
parabile Alighieri, onde sì altamente l' Italia nostra 



206 
s* onora , il cui maggior lavoro alcun epiteto non 
trovò meglio gli convenisse che quello di divino , 
quai generosi sentimenti non vi avrebbero appresi, 
quali gravi sentenze, quai pensieri nobilissimi? Ma 
a'giorni nostri particolarmente, in cui buona parte 
degli uomini inbaldanziti fino alla follia di se stessi 
par che ad altro non attendano che ad idoleggiare 
per così dir l'umana ragione; ed a renderla libera 
per modo da negar 1' ossequio dell' assenso a quel 
moltissimo di sovraintelligibile che essa compren- 
dere non può, siccome d'un ordine a lei superiore; 
quale miglioramento non avrebbe risentito la società, 
se si fossero spesso rilette le frequenti proteste onde 
quell'altissimo ingegno alle rivelate cose umilmente 
sottostava, come si legge appunto al decimo nono 
del Paradiso ? 

Lume non è se non vien dal sereno 
Che non si turba mai, anzi ò tenèbra 
Od ombra della carne o suo veneno. 

e poco dopo: 

Or tu chi se' che vuoi sedere a scranna 
Per giudicar da lungi mille miglia 
Con la veduta corta d'una spanna: 

l'altra che bellamente introduce nel canto terzo 
del Purgatorio: 

Malto è «;hi spera che nostra ragione 
Possa trascorrer l'infinita via 
Che tiene una sostanza in tre persone. 



207 
State contenti umana gente al quia: 
Che se potuto aveste veder tutto, 
Mestier non era partorir Maria. 

Desiderabile sarebbe pertanto che in maggior conto 
si avesse di quel che da molti non si tiene cotesta 
classica letteratura col ben sociale sì da vicino le- 
gala; che tali studi a tutto potere si promovessero; 
e che si vegliasse cosi su di loro come su di cosa 
che i pubblici ed i privati interessi riguarda. Tanto 
più, quanto che anzi si può senza dubbio affer- 
mare nulla influire maggiormente nella buona o nella 
cattiva riuscita della società di quel che faccian le 
lettere. Lo studio delle scienze non è di tutti. Po- 
chi sono che vi si applichino; pochissimi fra questi 
che vi attendano in modo da levare alto il grido 
di se. Non va così colle lettere. Quantunque il di- 
venir in esse valente a non molti sia dato perchè 
dipende da uno specialissimo dono che 

A pochi eletti il ciel largo comparte, 

nulla ostante moltissimi sono quelli che ad esse 
r animo intendono di guisa che ki influenza della 
letteratura nella società è alle mille volte maggiore 
di quella che non vi esercitino le scienze. Essa è 
universalmente diramata. Ogni ceto, direi quasi, ed 
ogni età di persone la risente. I libri letterari si 
trovano egualmente sul pesante scrittoio dell'uomo 
d'affari, e sull'elegante tavolino della disoccupata ma- 
trona ; e dalle callose mani dell'artiere e dell'ope- 
raio passano fra le delicate dita dei garzonetti e 



208 
delle fanciulle- Questo vero fu dal sullodato ingegno 
dell' Alighieri per modo riconosciuto , che avendo 
seco medesimo divisato diffondere alcune sue mas- 
sime nel cuore della società a lui contemporanea, 
meglio che nei libri del Convito, del Volgare eloquio 
e della Monarchiay pensò riuscirvi in quelle sue can- 
tiche che formarono e formeranno la meraviglia di 
tutti i secoli che avran la sorte di leggerle. Cice- 
rone istesso accennar volle alla universalità ed alla 
sociale influenza di questi studi allorquando ci disse 
nella orazione tenuta in favore d'Archia, che « haec 
studia adolescenliam agunt, seneclulem obleclanl, se- 
ciindas res ornanl,adversis perfugium ac solatium prae- 
bent, deleclant domi, peregrinantiir, rnslicanlur. Ani- 
miamoci pertanto a proseguirli, a diffonderli, ad ani- 
marli, e poniamo ogni impegno e facciamo tutta 
opera di opporre un argine all'invasione onde i no- 
velli romantici devastando (e non si sa con qual 
dritto) la moderna letteratura, lungi dal volgerla (co- 
m' era dovere) in giovamento sociale, a soqquadro 
l'han recata piuttosto , a disordine , a distruzione. 
Fermiamoci profondamente nell'animo che noi ita- 
liani in ispccial modo abbiam sortito il pregevo- 
lissimo letaggio di una nobile, e maestosa, e grave ^ 
letteratura ; e non che andare miserabilmente ad 
accatto da chi spreme a forza le sue ispirazioni o 
dalle selve delia Moravia e della Stiria, o dalle lan- 
de della Siberia e della Laponia , o dagli scoscesi 
burroni della Scozia, o dalle ghiacciaie del Baltico 
e dell'Islanda, abbiamo anzi onde invitar ragionevol- 
mente gli stranieri a risvegliare il loro genio alla 
dolcezza del nostro clima , all' azzurro del nostro 



I 



209 
cielo, all'amenità dei nostri colli, al prosperare in 
somma di questa terra fortunatissima ove insieme 
col latte le immutabili leggi si bevono del hello, óeU 
l'ideale, del sublime. Spogliamoci delle false opinioni, 
degli stolti pregiudizi, onde non pochi anche fra i 
nobili ingegni con istranezza tiranneggiati, par che 
ad altro più non sappiano applicarsi che alla lettu- 
ra, all'elogio, all'ammirazione di qualunque più mi- 
serabile romanzuccio ci venga sgraziatamente dalla 
Senna, Ripigliamo la nostra classica letteratura, ri- 
mettiamola nel primiero lustro e splendore , rido- 
niamole quella slima che le fu tolta da pochi; e la 
religione avrà uomini che nutriranno verso di lei 
quei sentimenti di venerazione e rispetto che le sono 
dovuti; la patria avrà onesti cittadini e fermi di- 
fensori che le presteranno tutela ; la società infine 
abbonderà di membri che ricolmi d'ogni più bella 
virtù le procureranno quella tranquillità, quell'ordine, 
quella pace, che sono appunto gli effetti dell'influenza 
che esercitar deve in lei una sobria e grave e lo- 
devole letteratura. 



G.A.T.LIX. U 



210 



Di un giudizio del Crepuscolo, giornale di Milano, sulle 
convinzioni estetiche necessarie ai poeti e agli 
artisti. 



I 



signor Carlo Tenca nel n. 33 del Crepuscolo con- 
sacra un lungo articolo per esaminare ed oppugnare 
parecchie dottrine del mio libretto di convinzioni 
estetiche necessarie ai poeti e agli artisti. Chi è uso 
a leggere quel giornale, e specialmente gli articoli 
del Tenca, ben si avvede come questi va noverato 
tra i più audaci e intrepidi campioni delle splen- 
dide teoriche surte e combattenti ai dì nostri, e 
che pur non mostrano di voler cedere il campo. 
Persuaso egli come i principii intorno alle lettere 
ed alle belle arti sonosi elevati oggidì meglio che 
nei secoli scorsi, e ciò particolarmente in seguito 
delle profonde investigazioni dei critici oltremon- 
tani, non sa darsi pace appena s'accorge che alcuno 
scrittore tenta di richiamare gl'italiani a quanto fu 
pensato e scritto su queste materie in altri tempi, 
e da critici italiani. Pronto a giurare sul progresso 
letterario ed artistico , così visibile in questa for- 
tunata età nostra, non altrimenti che sopra un ar- 
ticolo di fede, appena ode qua e là o miscrederlo 
o negarlo , s'empie d'ira eloquente e fa piombarla 
terribile sui traviati. Ne qui voglio io , cui tanto 
empito di fiera bile non isgomenta , entrare in i- 
speciali osservazioni sulla critica del Crepuscolo: nò 
veramente, in tante calamità private e pubbliche , 



211 

mi par bello e opportuno ricominciare formalmenle 
le lolle sui principii già troppo agitate, e finite sem- 
pre con danno e ludibrio del nome italiano- Abbia 
pur no ragione il Tenca, patrocini bene o male 
la causa dei nostri studi sull'arte, io non mi credo 
che in un solo debito, e questo adempirò ; dimo- 
strare cioè com' egli esaminando le opinioni mie , 
abbia dato prova novella (e cento altre non man' 
cano) di levità nei giudizi , e di frantesa , perchè 
superficiale, lettura del mio libretto stesso. E a fine 
che ognuno giudichi da se, e ninno sospetti da me 
alterate a posta le critiche del Tenca , le riferirò 
per intero, premettendole alle risposte mie. Il buon 
senso dei lettori non critici di professione, e però 
non annebbiati dalle solite passioni letterate, saprà 
giudicarne. 

(( Ci stanno sott'occbio (così il Tenca) alcuni pen- 
sieri sull'estetica, considerati principalmente nelle sue 
applicazioni alle lettore, coi quali un vivace ingegno 
palermitano tenta risolvere il problema dell'arte, già 
tanto agitato dai critici , specialmente stranieri. È 
un breve opuscolo , nel quale l'A. s' è studiato di 
condensare il meglio, non diremo delle dottrine da 
lui seguile, il che forse sarebbe troppo, ma di al- 
cuni principii direttivi, che a lui sembrano inoppu- 
gnabili da chiunque non voglia tralignare dalla retta 
via. Il suo scritto s'intitola appunto Convinzioni e- 
stetiche (Pai., tip. Lao, 1858), ed è dedicato alla 
gioventù italiana, affinchè rinnovelli gli antichi esem- 
pi- L'A. è di quelli che accusano l'età nostra d'es- 
sere pili ciarliera che operosa , é di sperder tutto 



212 

nelle dispute sul bello quell'alti vita che invece do- 
vrebb' esser rivolta a conquistarne qualche nuovo 
aspetto. Egli ha anzi certa qual' avversione all'este- 
tica , e la stima vuota e superflua quasi sempre , 
quando pure non sia dannosa alle creazioni dell'arte. 
Nel che veramente egli confonde ed inverte tra loro 
effetto e causa, ascrivendo alla tendenza critica del 
nostro tempo la sterilità d'invenzione degl'ingegni, 
laddove quella non farebbe che riempire il vuoto 
lasciato da questa: e, a dir più giusto, l'una e l'al- 
tra obbediscono a leggi più alte che governano il 
corso dell' umana civiltà. Chi volesse ribattere coi 
fatti r opinione del signor Villareale non avrebbe 
che a ricordargli la Germania, dove non solo la cri- 
tica non ha inaridito le fonti creative del bello, ma 
le ha arricchite invece, e condotte essa sola a fe- 
condare l'intera letteratura. Ma è precisamente nella 
Germania che l'A. scorge il danno dell'estetica, ina- 
bissata, a suo credere, in un mare di sottigliezze 
di oscurità, e divenuta gergo di moda e lusso di 
strane teoriche, solo atta a intenebrare e traviare 
grintelletti che vi si affidano. Nel che, egli non fa 
che ripetere il lamento di quei nostri critici di tren- 
t'anni fa, i quali affaticavansi a far argine alle idee 
oltramontane, e gridavano al forestierume, e si sca- 
gliavano contro i novatori letterari, sorti a procla- 
mare un più largo indirizzo al pensiero. È adunque 
un difensore della vecchia scuola quello che ci si 
offre nell'opuscolo da noi annunziato, un avversa- 
rio pertinace di tutto ciò che sa di moderno , il 
quale non riconosce altro codice del buon gusto , 
in quanto ai principii costitutivi del bello, fuorché 



213 

Ja Poetica d'Orazio, e i Principii di belle lettere de! 
Parini. Questi due scritti bastano, egli dice, al cri- 
terio estetico generale; quanto alle osservazioni spe- 
ciali, gli pare opportuno il Cesarotti, e tutto il re- 
sto, egli conclude, giova poco o nulla. Tutt'al più 
le quistioni che insorgono sull'indole del bello e su' 
modi d'imitazione dell'arte, potranno esser risolte, 
a suo dire, con un pò di buon senso. 

« Non fa d'uopo, crediamo, d'avvertire l'angustia 
di siffatte opinioni, e il modo inadeguato con cui 
è posto il quesito dell'arte- Il signor Villareale non 
s'accorge di aggirarsi in un circolo vizioso, cosic- 
ché, nel mentre s'ingegna di sconsiderare le teori- 
che del bello, egli stesso ne prova la necessità nel 
linguaggio incerto e contraddicente che adopera. 
Quand'egli a disvezzare gl'ingegni dalle vacuità dot- 
trinali ingiunge loro di star fedeli ai principii eterni 
delia ragione, e di mirar sempre ai lini dell'arte , 
che altro fa se non racchiudere in queste due frasi 
tutto un programma d'estetica ? Ora a chi gli chie- 
desse quali sono questi principii eterni della ragio- 
ne, e questi fini supremi dell'arte, come altrimenti 
egli risponderebbe senza quelle ricerche metafisiche 
da lui proclamate inutili ? Non è egli già anzi nel 
campo- proprio della filosofia ? E può egli credere 
che ad indagare nientemeno che i principii eterni 
della ragione sia sufficiente un pò di buon senso? 
Finch'egli fosse stato pago a condannare le esage- 
razioni dell'estetica, e l'abuso delle formole, e gli 
ambiziosi arzigogoli che avviluppano la mente e le 
tolgono la serena comprensione del belio , la sua 
censura sarebbe rimasta nel vero, e ci avrebbe tro- 



214 

vnti consenzienti; ma, perdio altri disapprova il so- 
verchio teorizzare dei tedeschi, non è il caso di re- 
spingere da noi la vasta e nutriente dottrina dei 
critici di quella nazione, e di farci contentare d'un 
pò d'Orazio e di Parini, con qualche giunta del Ce- 
sarotti. Ben è vero che il signor Villareale di- 
chiara che' il bello è uno e immutabile e incapace 
di progresso; per il che tenendo egli che gli antichi 
scrittori ne stabilissero i più fondati principii, non 
pensa che siavi bisogno di ricorrere ad altri che 
a quelli per ben conoscerne la natura ed i mezzi. 
Ma posta anche giusta - il che non è - la sua pri- 
ma asserzione, non ne conseguirebbe ancora l'inu- 
tilità degli studi successivi intorno al bello. Quanto 
più la cultura aumenta, e il sapere progredendo fa 
scoprire nuovi aspetti e nuovi rapporti nelle cose 
già note, tanto più il bello, anche già estrinsecato 
nell'arte, si viene esplicando e rivela sembianze non 
anco avvertite. Il signor Villareale non vorrà ne- 
garci che oggidì noi siamo assai meglio in grado 
di conoscere e gustare i classici antichi , di quel 
che lo fossero gli studiosi di qualche secolo fa, an- 
cor privi di molti di quei sussidi che noi posse- 
diamo. Senza respingere adunque quanto lasciarono 
scritto i vecchi legislatori del bello, noi dobbiamo 
accostarci a quel di più che fu dato vedere ai mo- 
derni. Ora poi aggiungiamo che il bello non può 
dirsi immutabile, se non da chi intenda solamente 
la sua essenza , la quale è infatti una e costante 
sempre; ma negli aspetti esso può variare all'infi- 
nito, come è vario il modo di atteggiarsi della vita, 
di cui è lo splendido riflesso- Quale enorme diver- 



215 

sita, per esempio, tra il bello significato dagli an- 
tichi e quello espresso dai moderni! Per quanto il 
signor Villareale possa supporne raggiunto l'estremo 
limite presso i grandi scrittori ed artefici dell'anti- 
chità, non vorrà certo disconoscere qual nuovo ele- 
mento vi conferì la civiltà succeduta col cristiane- 
simo- Idealizzar 1' uomo e la natura nelle sue re- 
lazioni colla vita presente, come fu il compito del- 
l'arte antica, è forse lo stesso che raffigurarlo nei 
suoi vincoli e nelle sue aspirazioni ad una vita oltre 
l'umana, secondo lo spirito dell'arte moderna? E il 
bello delle statue greche è forse lo stesso bello de- 
gli artefici italiani del quattrocento? Non crediamo 
che il signor Villareale vorrebbe sostenerlo, e forse 
egli non ha inteso di spingere a questo punto la 
sua opposizione alla odierna esletica; ma non pos- 
siamo non avvertir ciò tanto, eh' egli non sembra 
rendersi ben conto del concetto contenuto nelle sue 
frasi. Infatti, quand'egli dice che il bello è incapace 
di progresso, pronuncia non solo una sentenza er- 
ronea , ma anche una locuzione inesatta. Il bello 
non è che una qualità inerente ad un dato oggetto 
e per tale accettato dall'altrui giudizio; esso quindi 
non progredisce nel proprio significato della parola; 
ma è più meno espresso coi mezzi dell'arte , e 
pili meno riconosciuto dal criterio generale- È 
l'arte e il criterio che progrediscono nel trovare e 
nel comprendere il bello, il quelle s'amplia, si eleva, 
si esplica, secondo il modo con cui è concepito, ma 
non ha corso suo proprio. Che poi non già il bello, 
ma il concetto del bello possa progredire, crediamo 
non faccia d'uopo dimostrarlo con esempi, dacché 



216 

la sloria delle arti presso tutte le nazioni ci atte- 
sta la sua necessaria evoluzione dagl' informi pri- 
mordi alle età più affinate ed elette. Ciò risponde 
anche a quell'altro assioma espresso dal signor Vil- 
lareale sull'assoluta obiettività del bello, ch'egli af- 
ferma risedere solo nell'oggetto, senza che lo spi- 
rito del contemplante nulla possa aggiungervi nò 
diminuirvi. Qui pure ò un modo inesatto di signi- 
ficare una verità, la quale , esagerata , si direbbe 
trascorrere all'errore. Perchè, stando a quell'assio- 
ma, converrebbe accettare un bello assoluto, costan- 
te, unico in tutti i tempi e luoghi, una qualità in- 
fine estranea e superiore alla mente che lo com- 
prende. Ma il bello, se ha principio immutabile, ha 
però sostanza e forma mobilissime, e che sono il 
risultato, oltre delle leggi razionali, anche della ci- 
viltà d'un popolo e d'un tempo. Se il bello fosse 
tutto nell'oggetto, non si vedrebbe perchè la Venere 
dei Medici non dovesse servir di modello alle ver- 
gini raffaellesche: e perchè mentre pure diciam bel- 
lissima un'opera antica, chi la riproducesse tal quale 
oggidì non soddisferebbe alle esigenze dell'arte. Il 
signor Yillareale, il quale pur s'annunzia aborrente 
dalle astrazioni^ cade qui pure neU'astrarre appunto 
il bello da ogni contingenza di tempo e di società: 
e quando dichiara bello ciò ch'è conforme all'uma- 
na ragione, dimentica che questa ragione si svolge 
e si amplia anch' es&a a seconda delle circostanze 
tra cui s'esercita. 

c( Noi non seguiremo il signor Villareale nelle va- 
rie parti del suo discorso, nelle quali tratta dell'u- 
nità del bello e dell'arte, del vero e dell'ideale, del 



I 



217 

brutto nell'arte, e finalmente della forma nell'arte. 
Ci basterà dire che in tutte v'ha certo qual fondo 
di savi principii, però commisti con molli pregiu- 
dizi, e con molte opinioni false ed esagerate. Certo 
il richiamare gl'ingegni al culto degli antichi è o- 
pera lodevolissima ; ma il porre , com'egli fa , un 
punto culminante ai bello, e dire agli artisti: Non 
si va oltre a quanto fu fatto in passato: è metter 
limite all'umana potenza, e condannar l'arte ad un 
lungo ed inevitabile decadimento. Per buona sorte 
l'unità, che è legge del bello , non s' oppone alla 
continua sua mobilità, e questa lo rende suscettivo 
di ampliamento e di perfezione. Dove l'A- ci sem- 
bra recare migliori argomentazioni al suo assunto, 
e questo gli esce più giusto ed accettabile, ò nella 
parte che tratta dell'ideale e del vero, nella quale 
veramente egli si mostra del pari avverso e all'idea- 
lità fantastica, e alla pedestre realità. Anche le sue 
idee intorno alla deformità, adoperata come elemento 
d'arte, offrono piìi d'un lato opportuno e lodevole. 
E lo stesso è da dire del capitolo ove tratta della 
forma. Se non che questi quesiti sono appena sfio- 
rati , e dopo il tanto che ne scrissero autori dot- 
tissimi e con profondità di vedute essi chiedevano 
trattazione pili larga e insieme più acuta. E che i 
pregiudizi v' abbondino basterà a provarlo quanto 
si dice in ultimo del Manzoni, che cioè egli è di- 
venuto sovrano poeta per la sola eccellenza dello 
stile, la quale l'ha salvato dal prevaricare, seguendo 
quelle sue teoriche, per cui moltissimi furono me- 
nati A rovina. II Manzoni non sarebbe sfuggito a 
questo destino senza quell'arte mirabile , end' egli 



218 

compose i versi in morte dell' Imbonati e il poe- 
metto l'Urania. Ma il signor Villareale, che pone e 
giustamente molta attenzione alla forma, non può 
non avvertire che tra quei primi versi del Manzo- 
ni e i successivi è una radicale differenza d' arte : 
tanto radicale, che il Manzoni nella raccolta delle 
sue opere varie li distinse al punto da volerneli 
omessi ». 

Il critico di Milano comincia dall'osservare, che 
io male attribuisco all'abuso degli studi estetici la 
notabile povertà, ch'egli stesso confessa, di grandi 
opere artistiche: e sapete perchè? Perchè, a suo di- 
re, la cosa va perfettamente al rovescio , essendo 
appunto gli studi estetici cotanto oggi sviluppati 
ed accresciuti, che compensano il difetto delle o- 
pere. Di guisa che non è punto a dolersi , se al 
presente ci vediamo così scarsi di quadri, di sta- 
tue, di edifici e di poemi eccellenti, quando ci tro- 
viamo in ricambio felici possessori di importantis- 
sime investigazioni sul bello e sull'arte. Credo che 
a questa peregrina osservazione non occorra rispo- 
sta in sul serio : e , se ben m'avveggo, sul labbro 
dei lettori sensati spunta già quell'allegro riso elo- 
quente, che in certi casi equivale a qualsivoglia più 
ampio comenlo. E quasi che il Tenca prevegga que- 
sto, s'afferra, quasi naufrago che tenta ogni tavola 
per salvarsi, ad un'altra ragione: e conclude che in- 
fine tanto la tendenza alla critica, quanto la steri- 
lità d'invenzione degl'ingegni, obbediscono alle leggi 
necessarie, che governano il corso dell'umana civiltà. 
Il che niente altro significa, che la cosa deve andar co- 



219 
sì, pei'chè i tempi son tali e non posson mutarsi, e che 
oggi in fatto di critica e di belle aiti avviene appunto 
quello che successe in tutte le epoche della civiltà n- 
mana, quando per troppo raffinamento, e quindi per 
impossibilità di creare, alle opere tenner dietro i trat- 
tati , e le quistioni metafisiche , e le quisquiglie 
dei retori. Questo in verità cel sapevamo : e pur 
sapevamo che ogni effetto argomenta una causa, e 
che però la odierna pochezza degl'ingegni nel crea- 
re e neir eseguire suppone una crudele necessità 
nelle condizioni dei tempi e della civiltà ; e non- 
dimeno non credemmo inutile d' avvertirlo , e nel 
corso dei nostri ragionamenti pur ci sforzammo di 
suggerire parecchi rimedi a diminuire la triste in- 
fluenza delle presenti condizioni socievoli sulle let- 
tere e sulle arti. Ciò che poi veramente reca me- 
raviglia , e non lascia trovar modo di spiegazione, 
è come il Tenca, dato appena un passo, dimentica 
sé stesso ; se pure non voglia ciò spiegarsi come 
una necessaria conseguenza dello scrivere troppo 
in fretta per quella terribile necessità di metter fuo- 
ri ogni settimana il giornale. Avea confessato il 
Tenca la odierna sterilità degl'ingegni; ma tutto ad 
un tratto ci asserisce che la critica tedesca ha fe- 
condato essa sola la intera letteratura- Ma fecondare 
non esprime egli rendere atta la terra a produrre 
abbondcvoli frutta? Or se queste non sono, secondo 
la sua stessa confessione , che ha fecondato mai , 
chiediamo di grazia, la critica alemanna ? 

11 signor Tenca nell'oppugnare 1' avversione da 
me mostrata per l'estetica dei tedeschi , mi chia- 
ma ripetitore delle dottrine, che già s'affaticarono a 



220 

mettere in voga trenta anni fa , contro la preva- 
lenza delle idee oltremontane, i più valenti critici 
d'Italia. Di tale rivelazione gli sono veramente ob- 
bligato, e mi trovo interamente d'accordo con lui, 
perchè io non mi proposi che ripetere', e mi pro- 
testai di non aver messo nel mio libriccino alcuna 
cosa di nuovo. Ma il signor Tenca, così osservando, 
non accusa me, ma i critici che fiorirono sui prin- 
cipii di questo secolo: e ch'egli accenni al Giordani, 
al Monti , al Foscolo , al Gherardini, al Puoti , al 
Beiti, al Niccolini, e ad altri di simili studi , non 
v'ha chi possa dubitare: e se l'egregio signor Tenca 
giudica gretta quella loro critica, e avversa alla lar- 
ga e filosofica veduta dei principi! , io non so che 
rispondere; ognuno si tenga e gusti il suo; il Tenca 
l'Hegel, il Ficker, e lo Schlegel; io, che ho dentini 
da bambino, mi resto volentieri con quei crilicuzzi 
di trenta o quaranta anni fa. 

Ma il sig. Tenca, sempre più procedendo il cor- 
rere dell'acuto suo sguardo, smanioso d' impigliar- 
mi in contraddizione, scuopre che mentre io mi sforzo 
di screditare gli studi filosofici sul bello, ne dimo- 
stro, senza punto volerlo , la necessità. Quando io 
dico, che l'artista dee por mente ai principii eter- 
ni della ragione, e ai fini dell'arte, altro io non fo, 
secondo, la sua sentenza, che racchiudere in queste 
due frasi tutto un programma di estetica. Io non 
so bene se il sig. Tenca esigeva da me in un li- 
briccino di avvertimenti agli artisti un trattato com- 
pleto di psicologia , e come un esame di tutte le 
dottrine intorno alla i*agione da Aristotele e Pla- 
tone sino a Gioberti. e Rosmini; ma s'egli mi parla, 



221 

eome io debbo credere, della ragione artistica, cioè 
dei principii che secondo ragione dee seguire l'ar- 
tista, torno a dire ch'egli ha letto ben leggermente 
e senza alcuna ponderazione il mio opuscolo. 

Egli ha; creduto , che io abbia messo a fascio 
le vane metafisicherie co'principii fdosotici dell'ar- 
te. Se io mi fossi prefisso di scrivere un trattalello 
di estetica, avrei ben dovuto, se non altro, riassu- 
mere questi principii, e presentarli alla considera- 
zione dei giovani; ma essendo stato mio scopo quel- 
lo di parlare un poco ad essi inlorno a parecchie 
verità fondamentali dell'arte più avversate o disprez- 
zate oggidì , era sufficiente rimandaili , in quanto 
a' principi razionali {1), a due operette che ne con- 
tengono come la più squisita essenza , vale a dire 
alla Poetica d'Orazio ed ai Principii del Parini. Se 
questi maestri, Orazio segnatamente , abbiano sa- 
puto no insegnare abbastanza qual sia e qual deb- 
ba essere questa ragione artistica , così tremenda- 
mente annunziata dal sig. Tenca , e quali questi 
fini dell'arte, dicano i più solenni uomini d'Italia : 
dicanlo quanti ancora serbano sano il giudizio , e 
non guasto dagli umori della nuova setta. Ma il sig. 
Tenca sogghigna qui , e schernisce chi , notando 
in mezzo a tanta luce filosofica del secolo , crede 
ancora che la Poetica d' Orazio , essa sola e bene 
interpretata e senza le tormentose pedanterie delle 
scuole e delle accademie , basti a dare i principii 
eterni della ragione artistica, e i fini supremi del- 
l'arte. Se io mi arrabattassi a persuaderlo di ciò con 

(1) V. Convinz. est. pag. 10. 



222 

lunghe dimostrazioni, fallirei certo allo scopo: poi- 
ché quando nella testa de' critici seguaci d' un si- 
stema si è fìtta un'idea, non basterebbero mille ar- 
gomentazioni a cavarla via. Poi si è troppo decla- 
mato contro questi libri dell'antichità: l'abuso fat- 
tone dai maestri di scuola ne ha sminuito il cre- 
dito, non già in faccia a' veggenti, ma alla turba in- 
finita de' critici o mediocri o superficiali o novizi. 
11 sig. Tenca, quantunque non appartenga a questi 
ultimi, pure in quella epistola non ha fede. Ma che 
dirà egli quando udrà rammentarsi, che alcuni prin- 
cìpii universali di estetica, ch'egli crede modernis- 
simi , anzi di ieri , sono appunto lì in quella vec- 
chia anzi decrepita lettera del Venosino ? Dovrei 
rammentargli, per esempio, che l' importantissimo 
principio della convenienza delle parti col tutto», 
che il Tommaseo (cito uno scrittore che il Tenca 
riverisce assai) estima derivato direttamente dal prin- 
cipio dell'unità, cardine del suo sistema estetico, è 
lì sui primi versi della Poetica, nò più né meno? 
Dovrei rammentargli, che gli altri principii della sem- 
plicità, dell'affetto, della filosofica imitazione de'ca- 
ratteri secondo la storica verità, che pure dal Tom- 
maseo senza posa s'inculcano (1), sono qua eia, e 
con insistenza quasi soverchia, raccomandati da quel 
vero legislatore dei poeti e degli artisti? Ma senza 
numero sarebbero gli esempi a dimostrare come 
nulla di nuovo si è speculato (ne può specularsi) 
su'principii filosofici dell'arte: e se nuovo si è mes- 
ci) Civiltà e bellezza — Ispirazione e arte — Le Mou- 
nier 1857-1858 — passim. 



223 

so, ò appunto 1' annebbiamento di dottrine per sé 
stesse chiarissime alTocchio di chi è nato artista e 
poeta, non a quello di chi vuol diventarlo a dispetto 
della natura ; chiarissime alfocchio del critico , il 
quale non perde mai di vista quel vero da pochi 
inteso; potere cioè stare la bellezaa e l'affetto con 
forme svariatissime, purché la essenza della bellez- 
za medesima e dell' affetto sia con religioso culto 
rispettata e serbata. Ma dell' essenza una , e delle 
forme mutabili, sarà detto distesamente tra poco- 
Ma sia pure , esclama il Tenca , che Orazio e 
gli antichi abbiano dato i migliori precetti sull'ar- 
te: bisogna per questo astenersi dal continuare sif- 
fatti studi? Non arriva per essi la mente a scoprire 
nuove relazioni tra le cose già note , e dall' allar- 
garsi il cerchio delle conoscenze non s'estende ed 
approfondisce il sentimento del bello? - E questo 
chi il nega, egregio sig. Tenca? V'ha forse nel mio 
opuscolo una sola sillaba che vieti gli studi della 
bellezza , o li proclami inutili? Se voi aveste ben 
posto mente alle mie parole, non vi sarebbe sfuggito 
che da me si riprendono sempi'e le vane sofisterie, 
e le oziose distinzioni, e le false deduzioni, e tutte 
quelle trascendenti indagini, che non possono gio- 
vare all'arte, ma che, involucrandola , le nocciono 
in vece» Qui non si tratta di rigettare i moderni , 
ma di vedere quali di essi possano davvero servire 
all'arte; si tratta anche, se il volete , di sceverare 
il troppo, e di ridurre i principii a quella sempli- 
cità, ch'è dell'arte caratteristica essenza. - Sceve- 
rare il troppo, diciamo: e molte dottrine acutamente 
ingegnose dei tedeschi son troppe- La quislione , 



224 

per esempio, delPideale non fu risoluta brevemente 
nella nota lettera al Castiglione, meglio che dalle 
nebulose teoriche, or tanto in voga, insegnanti quella 
più che platonica idealità, che ci fa dimenticare il 
reale, e cadere nel mistico, nel generico, e sovente 
nel vaporoso e nel nullo (1)? Qual documento a ec- 
celse opere caverà l'artista da quel continuo grida- 
re, che oggi si fa: Bellezza eterna, sovrasensibile , 
infinita? 11 qual sistema, nelle pagine di molti dot- 
tissimi alemanni, assai malagevolmente si snocciola 
e traduce nel fatto ; di guisa che , posto che tali 
dottrine si volessero insegnare agli artisti, vi si tro- 
verebbero questi intrigati dall'astratto e penoso lin- 
guaggio. Le arti sono per natura fatte ad operare, 
non già a speculare; mal si fa a gettare in una 
pomposa metafisica quel tempo , che meglio vuol 
essere speso nell' acquistare, i mozzi propri di un 
arte, e nel ricavare dalle storie e dall'attenta osser- 
vazione del cuore umano e della società la vera lu- 
ce filosofica per ben guidarsi nel concetto e nel- 
l'espressione del bello. 11 buon senso (che pure il 
signor Guizot (2) chiama il genio dell'umanità) non 
è poi tanto impotente, come crede il Tenca, a dare 
d'un'arte tutta pratica i principii universali ben con- 
ducenti allo scopo; e certo è poi che i buoni e 



• (1) Egregiamente il signor Baldacchini: La realtà umana 
sia veduta nella nudità sua, quale realmente elfè.I fatti., 
che si compiono negli ordini del finito, quanto più sian ve-: 
duti nella loro contingenza e nella loro mobilità, più posso- 
no indurci a salire all'idea ec. 

(2) Histoirc generale de la civilisaliou en Euro{)e. HrU-' 
xelles 184S. 



\ 



225 

valorosi artisti, più che dalle estetiche tedesche, si 
fanno dal buon senso guidare a comprendere in 
qual modo debbano imitar la natura , e a sapere 
o no se vi siano principii necessari e immutabili. 
Doveva poi il sig. Tenca comprendere che quando 
io dissi , essere un pò di buon senso ben atto a 
sciogliere molte quistioni sull'arte oggi complicate 
dal soverchio amore di speculare, intesi adoperare 
un'espressione, che non dovesse intendersi nel suo 
stretto significato, ma potesse bene essere contrap- 
posta all'idea delle dispute oziose ed inutili. Un pò 
di buon senso filosofico, e non volgare; e chi ben 
vedrà l'intero costrutto di quel periodo, non crede- 
rà certo che quel pò debba intendersi alla lettera, 
anziché n€l modo largo onde suol prendersi questa 
frase. Ma il signor Tenca, leggendo di furia , non 
poteva dare alle locuzioni mie quel senso eh* era 
loro conveniente. 

La smania di voler difendere e sostenere ad ogni 
costo le estetiche de' tedeschi trascina l'illustre cri- 
lieo ad asserzioni meno credibili e affatto gratuite, 
Mercè quelle dotte e profonde indagini noi ci tro- 
viamo meglio in istato d'intendere e di gustare i 
classici! Ma perchè non provarci la verità di questa 
peregrina scoverta? - Ad alcuni anzi può parere il 
contrario. Le vere e grandi bellezze de' sommi, più 
che discutersi, si sentono; e per chi non sente, qua- 
hmque comento è frustraneo. Quali osservazioni, per 
quanto si voglia dotte e bene appurate, potranno far 
sentire l'affetto ineffabile di questi versi ? 

» Tum pavidac tectis matres ingcntibus errant. 

» Amplcxacque tencntpostes,atque oscula figunt. 
(..A.T.LIX 15 



226 
e di questi altri ? 

» Bis conatus erat casus efìfìngere in auro, 
» Bis patriae cecidere manus. 

Spesso anzi Taffastellare osservazioni troppo nuo- 
ce alla comprensione piena di quei tratti, ov'è Tar- 
te vera, l'arte che nella sua divina semplicità indo- 
vina l'affetto , e con potenza irresistibile nei cuori 
altrui lo trasfonde. Convengo nondimeno che alcu- 
na volta le investigazioni dei critici oltramontani 
possano giovare all' intendimento de" classici : ma 
quali investigazioni ? Non l'estetiche, ma le filolo- 
giche e le storiche, dove in verità la nazione te- 
desca può essere maestra a noi , che sventurata- 
mente nel campo della filologia greca e romana an- 
diamo di giorno in giorno impoverendo, mentre colà 
le dovizie della erudizione mirabilmente s' accre- 
scono. 

Dalle oppugnazioni , che seguono , il Tenca dà 
più chiaramente a divedere di aver male e con trop- 
pa fretta interpetrato le mie dottrine. Egli convie- 
ne con me che il bello ha essenza immutabile; ma 
tosto soggiunge che esso negli aspetti può variare 
all'infinito, com'è vario il modo di atteggiarsi della 
vita , di cui è lo splendido riflesso. Questa critica 
parrà maravigliosa a chiunque si farà a leggere nel 
nel mio libretto a pag- 21 le seguenti parole: Ma 
Varie, assolutamente una nella sua essenza, è capace 
cV innumerevoli forme nei modi deW essere suo. Que- 
ste forme, onde la natura umana può essere ritratta, 
pe'tipi ideali d''ogni società e per Vindividua potenza 



i 



227 

creatrice diversissime, costiluiscono i diversi concepi- 
menti e i molteplici stili, che ammiriamo nei grandi 
artisti. Miran tutti ad una mela, ma vi arrivano per 
vie diverse ; Virgilio e Dante, i greci scidtori e Mi- 
chelangelo , Sofocle e Shakspeare, nelle forme onde 
esplicarono le loro divine creazioni si scostan assai 
Vuno duWaltro; e pure asseguiscono perfettamente lo 
slesso fine, il fine supremo deirarte; ci dilettano, ci 
trasportano, ci riempiono di entusiasmo e di maravi- 
glia. E che sono dunque, di grazia, quei tipi ideali 
d'ogni socie/à che danno varie forme ed aspetti al- 
l'arte? E quei grandi, di tempi e di nazione diver- 
sissimi , messi insieme non confermano colla evi- 
denza del fatto il principio della influenza delle 
varie civiltà sulle forme dell'arte , principio che il 
Tenca con veracità di critico si piace di asserire ai 
suoi lettori omesso e non avvertito da me? Ciò che 
io mi sforzai di conseguire in quel mio libriccino 
egli non vide, o forse non volle vedere ; mentre io 
raccomandava ai giovani di non guastare l'essenza 
del bello, senza mostrar la menoma predilezione per 
questa o quell'altra forma (tutte le forme io reputo 
buono purché all'arte riescano), egli affacciavasi alle 
solite quistioni di scuola circa la forma, quistioni che 
hanno reso la critica in Italia un ludibrio ; e guai 
chi vi s'impiglia ! 

Cogliendo l'esimio critico questa favorevole occa- 
sione, si lancia a pie pari a ripeterci quella vecchia 
vecchissima differenza, che oramai sanno persino i 
fanciulli, tanto ne han parlato gli estetici, tra arte 
pagana e arte cristiana- Ma se egli, anziché fermarsi 
a distinzioni suparficiali, e facili ad abbraccciarsi da 



228 
chi più che al vero ticn dietro ai sistemi, si fosse po- 
sto a considerare questa materia con occhio filoso- 
fico, avrebbe veduto che il cristianesimo non l'arte, 
ma il concetto unicamente rifece- Il concetto mu- 
tato muterà, per quanto si voglia, le forme che dal 
concetto s'incarnano ; non sarà però mai possibile 
che muti l'arte; se il potesse, vi sarebbero due arti, 
cioè due bellezze ; il che manifestamente ripugna. 
Mutarono, per esempio, le forme dell'epopea e del 
dramma , che fanno entrambi ritratto della vita 
molteplice de' moderni popoli : ma l'arte che Vir- 
gilio, Dante, Tasso, Eschilo e Schiller adoperarono 
nel condurre le lore epopee e i loro drammi , nel 
rappresentare la natura sensibile e le umane pas- 
sioni, raffrontasi. La quistione della imitazione, agi- 
tata da moltissimi, è puerile; non si imita una forma, 
ma l'arte. II genio abbracciando il creato, l'uomo, 
la società, i suoi tempi, collo sguardo possente del- 
l'aquila scerne il lato vero della natura e dell'af- 
fetto ; e questo lato vero, intimo, profondo, univer- 
sale d'entrambi, ò appunto l'arte nel suo pili largo 
e libero svolgimento. Osservarla nei grandi esem- 
plari giova al genio, non è però necessario ; purché 
al genio si offra una società a ritrarre. Ma Dante, 
perchè nei sommi modelli vide, fallì meno del tra- 
gico inglese, al cui ingegno creatore e divino poco 
riflettea l'antica perfezione- Chi insegna che l'arte 
vera è la greca , che altra da essa diversa non ve 
n'ha, nò ve ne può essere, non lo fa per raccomandare 
quella vera peste dell'imitazione, più terribile di tutte 
le pesti , perchè ci ammorba qualcosa di più su- 
blime della creta inferma e caduca, ma per far com- 



229 

prendere che colà solo sono i principi! veramente 
filosofici (iell'arle, e che, spregiali questi, l'arte stessa 
è perduta. Principii eterni , come l'idea e il senti-- 
mento umano; non capaci mai di modificazione an- 
che menoma ; principii, che se pur potessero in de- 
bita guisa formularsi, si ridiuTcbbero a questi : uno 
nel vario, convenienza delle parti col tutto, sempli- 
cità , ideale desunto dalla pubblica credenza e dal 
vero, affetto, corrispondenza dei mezzi col fine, ed 
uso squisito di essi. Ove un solo di questi principii 
manchi , evvi più arte ? E qual popolo, se non il 
greco, insegnò prima ad osservarli, e a tradurli in 
opere d'infinita bellezza ? 

Se niuno potrà disconvenire della necessità di 
questi elementi, perchè arte vera vi sia, dovrà pur 
concedere che dal cristianesimo non potea crearsi 
un' arte nuova, appunto perchè quei principii non 
poteano rifarsi. Bisognava mutar la natura e l'uo- 
mo. Dimanda il sig. Tenca, se l'ideale del cristiane- 
simo, che insegna a guardar oltre la tomba e a vi- 
vere la vita dello spirito, sieno per avventura gli stessi. 
E se questa differenza d'ideale ci è, non può mettersi 
in dubbio che un'arte nuova, e dall'antica diversa ci 
sia. Il concetto non è l'arte, ripetiamo. Difatti nei pri- 
mi secoli del cristianesimo, quando il sentimento reli- 
gioso era pili che mai vero e profondo, quel sen- 
timento di cui il Tenca ci parla , non si vide al- 
cuna traccia di arte. E quando questa cominciò a 
mostrasi, non in altra guisa si governarono gli ar- 
tisti che seguendo le pratiche dell' arte comune. 
Con quelle stesse norme, onde le cose religiose, di- 
pingeansi pur le profane: né l'arte in quelle ed in 



230 

queste vie diverse segnava. E osservi Tillustre cri- 
tico, che allora solo le arti del disegno toccarono della 
bellezza la cima, quando non già il sentimento re- 
ligioso, ma la squisita imitazione della natura e -la 
ragione filosofica dell'arie arrivarono al colmo. Le 
statue del quattrocento dall'avversario citate pre- 
sentano, è vero, un bello di espressione dall'antico 
diverso, appunto perchè quei sommi scultori dalla 
ispirazione religiosa liberamente faceansi guidare ; 
ma nella finezza del lavoro e nella bontà delle 
forme squisitissime non sono essi tali da farci cre- 
dere a ragione che quegli artisti nelle statue an- 
tiche mirassero? E se pure non vi avessero mirato, 
sì regolarono con altre norme ? imitarono in altro 
modo la vera e vivente natura ? E i divini del cin- 
quecento, il gran secolo delle arti, inspirandosi an- 
ch'essi dal cristianesimo, non rinnovarono l'antica 
Atene ? 

Ottimamente il Mamiani avverte che l'arte s'ef- 
fettua per l'unità compiuta del sentimenio e delle 
forme. Dove queste non sono, qualunque sentimento 
riuscirà inefficace. E le forme che nelle arti della 
parola attegiantisi secondo l'ideale della società sono 
capaci di continuo mutamento, non lo sono del pari 
in quelle del disegno, che hanno tipo costante, cioè 
la umana figura. Perciò dove il Tenca dice con la 
sua solita asseveranza, che chi oggi riproducesse tal 
quale un'opera antica, quantunque bellissima, non 
soddisferebbe alle esigenze dell'arte , non so come 
sarebbe accolto da un artista che bene intende la 
forma. Se la riproducesse senza convenienza di 
espressione (come molti già fecero), cioè adattando 



231 

l'ideale della mitologia all'ideale cristiano, eie forme 
proprie d'un soggetto trasportato materialmente ad 
un altro dissimile , farebbe opera non bella ; ma 
bellissima al contrario, se in quelle forme eccellenti 
dell'arte greca il suo concetto appropriatamente rap- 
presentasse. E perchè (sclama il prof Betti, al quale 
l'esimio Tenca concederà un pochetto di autorità in 
fatto di belle arti) perchè le forme di una statua greca 
non potranno essere altresì le forme di una statua 
cristiana? Ebbero forse altri capi , altri petti, altre 
braccia quei martiri e quelle vergini ? Serbando , 
ei soggiunge , l'incomparabile idea del bello greco, 
diano gli artisti agli argomenti cristiani quello spi- 
rito di santità, che non può insegnarsi, ma che si 
trova nell'anima alla luce di quella fede, senza cui 
è vano in queste cose cercare che l'arte viva, e in 
qualche modo sia degna di Dio ; luce che illuminò 
supremamente l'intelletto, e in tanti dipinti di soa- 
vissima divozione guidò la mano di Giotto, di Ma- 
saccio, il frate Giovanni Angelico, del Gozzoli, del 
Ghirlandaio, e di altri che furono religiosissimi (!)• 
Né dall'opinione del prof. Betti scostasi punto il 
Mamiani (2) quando richiama le lodi date al Ca- 
nova per avere nella sua Maddalena miste insieme 
e soavemente contemperate la idea cristiana e la ^ 
forma greca, Io spirito di penitenza e l'alito delle 
grazie (3). 



(1) L'illuslre Italia — cdiz. di Torino, pag. 317. 

(2) Lettera al Barbier — Poesie. Le Mounier, 1857. 

(3) Quando sul finire del passato e sul principiare di 
questo secolo con niaravigliosa potenza d'ingegno si restau- 
rarono tutte le arti , non altro si fece che tornare al greco: 
e prose, e poesie, e pitture, e scolture, e monumenti archi- 
tettonici su quei principi si rifecero a bellezza immortale. 



232 

E per dir qualche cosa della forma arcliìtetlo- 
nìca, osserverò che questa assai meno della pittura 
e della scultura è soggetta a mutazioni , appunto 
perchè essa non ritrae la natura vivente, ma ubbi- 
disce a quegli ordini e spartimenti trovali per tener 
ferma ed inalterabile la grandiosa bellezza delle fab- 
briche (!)• Questi ordini e questi spartimenti sono 
appunto quelli dell'architettura greca e romana, che, 
al dir del Ranalli, è TarchiteUura dei popoli vera- 
mente civili. Dobbiamo supporre che al slg. Tenca, 
il quale pur si mostra uno dei più tenaci spiritua- 
listi del nostro secolo, piacer debba meglio la go- 
tica, a lui che della continua mutazion delle forme 
è sì alacre sostenitore. 

Sia qualsivoglia l'ambiente sociale, ove l'uomo 
eserciti la sua ragione, certo è che questa non può 
dirittamente appagarsi , che nelle forme del vero 
bello. Se così non fosse , le circostanze dei tempi 
formerebbero l'essenza del bello , e questo a leggi 
certe e necessarie più non andrebbe soggetto. Quei 
principii universali, che io poc'anzi accennai, ne- 
cessari a costituire la vera arte , diverrebbero 
una chimera; e tutte le forme create ora in un tempo 
ora in un altro, e sotto l'imperio di circostanze diverse, 
meriterebbero nome di belle. Dal creder questo pos- 
sono procedere, e difatti procedono, tutte le aber- 
razioni dell'arte. La natura dei vari popoli, in guise 
diverse diposti a ricevere le impressioni della natura 
e tratti dal modo particolare di vivere a concepire e 
ad esprimere, può creare arti varie; ma tra queste bi- 

(1) Ranalli, Storia delle belle arti in Ttalia — Firenze, soc. 
ed. firentina 1846, pag. 140. 



233 

sogna pure sceglierne una, ed è quella ove meglio si 
compenetrano i principii psicologici, alti a costituirla. 
Le forme gotiche non ebbero le loro buone ragioni di 
nascere e di sussistere ? Eppure chi le preferisse alle 
greche e italiane non darebbe argomento di ottimo 
gusto. Per l'osservazione appunto, che la vera bellezza 
è prodotta da quegli elementi, che non possono mai 
venir meno, qualunque sia lo spirito e la civiltà d'un 
luogo e d'un tempo, io scrissi che il bello è asso- 
lutamente nell'obbietto , e che lo spirito del con- 
templante nulla può aggiungervi né diminuirvi ; e 
che il bello, giunto al colmo della sua perfezione, 
non può gir oltre. Il bello incapace di progresso ! 
Questa sentenza parve piiì che una bestemmia non 
pure al Tenca, ma a molti altri giornalisti che die- 
dero conto del mio libro. Il critico del Crepuscolo 
notando quelle mie parole: incapace di progresso — 
saltò a piò pari le altre, che subito che vi fan se- 
guito, e sono il necessario commento: doversi sem- 
pre tener Vocchio in quei modelli , nei quali la bel- 
lezza è perfetta. Dunque da me si chiama incapace 
di progresso^ non già il bello in generale, ma il bello 
giunto nelle opere degli artisti al culmine di per- 
fezione. Potea quindi fare a meno il chiarissimo sig. 
Tenca di avvertire, che la storia delle arti presso tutte 
le nazioni ci attesta la necessaria evoluzione del bello 
dagl'informi principii alVelà piìi affinale ed elette. 
Il problema da me posto era, se esso, qui giunto, 
potesse anche progredire più avanti. Era questo che 
dovca risolvere il Tenca- Dire che l'arte giunta al- 
l'estremo del suo svolgimento non può più progre- 
dire, non è percludere agli artisti la via di tenta- 



234 

tivi novelli, richiamandoli per forza a calcare le orme 
dei passati. Il culmine d'un'opera d'arte, da me po- 
sto, fu questo : quando essa appaga pienamente la 
nostra fantasia e il nostro sentimento, e svolge tutti 
i mezzi di cui può disporre. — Di là da questo, che 
vi può esser di meglio ? Faccia questo l'artista, e lo 
faccia per mille guise, tentando tutte le novità che 
più gli verranno a talento, ma non travalichi quella 
fatale barriera. S'egli vorrà di troppo esercitare la 
nostra immaginativa, cadrà nello strano; se di troppo 
il nostro sentimento, darà nello sforzato e nel fred- 
do ; se cercherà di abbellir troppo Io stile, urterà 
nell'ampolloso e nel vuoto- La storia delle arti co- 
stantemente ci addita il passaggio istantaneo dalla 
perfezione all'esagerato ed al tronfio ; appunto per 
ismania ch'ebbero gli artisti di aggiungere e di far 
progredire di là dal termine assegnato l'arte. Que- 
ste e parecchie altre dottrine, da me rammentate in 
quel libretto da servir di memoria agli artisti del- 
l'età nostra, credo che abbiano molte buone ragioni, 
e palpino molte piaghe presenti, e non dovrebbero 
dispiacere se non a chi, come fa il Tenca, troppo 
si piace di adulare i suoi tempi. 

Altre due accuse del Crepuscolo mi obbligano 
ad aggiungere poche parole. Quel critico sul prin- 
cipio dell'articolo avea bene interpretato lo scopo di 
quel mio opuscolo, dicendo che io mi era sforzato 
di condensare non già il tneglio delle dottrine da me 
seguile, ma alcuni principi direttivi , da me stimati 
inoppugnabili per non fallire nella via delle arti. Sul 
finire ei sentenzia, che nei quattro capitoli delle Con- 
vinzioni (da lui pur degnali di qualche lode) richie- 
devasi trattazione piii larga e insieme piìi acuta. Vìù 



235 

larga ? ma questo faceva a calci col condensamento 
accennato , e collo scopo prefissomi di consigliare^ 
non di discutere. E insisto neiravvertiie, che quel 
mio libretto non ha nulla di simile con un trattato 
o trattatello che voglia dirsi di estetica ; ma è un 
semplice richiamo a principii oggidì più obliati. Più 
acuta ? Ma che intende per acume il Tenca ? Quello» 
io credo, di cui ha dato nel suo articolo prova sì 
splendida. 

Che nelle dottrine mie sieno pregiudizi, lo credo 
anch'io ; e chi può andarne senza ? Solo al Crepu- 
scolo è concesso tal privilegio. Ma in quanto al pre- 
giudizio intorno al Manzoni avrei desiderato aver 
dimostrato in che stia questa ì'adicale differenza di 
arte tra i versi sciolti, e le liriche, e le tragedie dì 
quel sommo. Ma la critica che prova, e prova dav- 
vero, non può richiedersi da tutti i giornalisti : e 
quindi me ne acquieto. Dovrei dimostrargli ben io, 
che questa differenza d'arte, dai suoi occhiali veduta, 
non e' è. Ma quando andrebbe a finire questa no- 
iosa filastrocca , se io volessi ancora intricarmi in 
quest'altro lecceto ? Mi basti solo rammentare, che 
il Tommaseo, dell'arte estimatore espertissimo, os- 
servava che nei due sciolti del Manzoni , del pari 
che nei posteriori componimenti , le locuzioni sono 
trasportate sovente da un'idea materiale e semplice 
ad una spirituale e profonda (1). Nel qual magistero 
appunto gran parte dell' arte manzoniana è riposta. 

MARIO VILLAREALE. 

(1) Disc, sul Manzoni — Is. e art. 



236 



Del chiericato rapporto al miglioramento sociale. Di- 
sertazione letta alla pont. accad. tiberina nel gior- 
no 2 maggio 1859 da monsig- Francesco Tavani. 

Ijhe il secolare e regolar chiericato , accademici 
prestantissimi, signori riveriti, abbia inleso in ogni 
tempo, ed oltre ad ogni dire conferisca pur di pre- 
sente, al miglioramento spirituale della umana so- 
cietà , ella è cosa per guisa tal comprovata dalla 
trascorsa e quotidiana esperienza, da non potersi in 
dubbio richiamare se non per chi abbia la comun 
sinderesi sgraziatamente perduta , o per chi, amando 
pili della luce le tenebre, chiuda fra queste per non 
aprire a quella lo sguardo. Né accade di molto af- 
faticarsi ad investigarne il motivo che è di per 
se stesso evidentissimo ; imperocché altro non 
essendo la società che la cospirazione, ossia con- 
cordia, di molti esseri intelligenti nell'amore di un 
bene da tutti conosciuto ed appetito ; e da altra 
parte non mai venendo meglio un essere in altezza 
di perfezione che alloraquando è raccostato allo in- 
tento, a cui sentesi da natura continuamente so- 
spinto, ne vien di legittima conseguenza che il chie- 
ricato, il quale ha ricevuto a gran ventura dall'Eterno 
l'altissima missione d'indirizzar gli uomini al cielo, 
non può fare a meno che non migliori radical- 
mente ed a dismisura la istessa società, o ritenen- 
dola nella unità del suo fine , o nell'armonia d'in- 
telligenze accordandola, o fortificandola nella con- 



237 

cordia di volontà e coordinazione di mezzi, su di clip 
tutto e gli elementi analitici appunto dell'esser so- 
ciale consistono e la maggiore perfettibilità ond'esso 
è capace si versa. Ma comunque non sia chi non 
abbia ciò per verissimo, non mancan però gli schi- 
filtosi nello ammettere che altrettanto dir si possa 
del clero rapporto al vantaggiare così detto pura- 
mente civile e materiale, mentre alcuni niegano alla 
recisa non avere gli ecclesiastici su di ciò parte 
veruna, altri tenuissima gliela concedono. Io potrei 
rispondere sì agli uni che agli altri , il migliora- 
mento sociale religioso andar per guisa congiunto 
col civile e materiale , che all'aumentare dell'uno 
deve necessariamente accrescersi pur l'altro, e che 
quindi chi fa opera di promuovere il primo viene 
altresì a procurare inevitabilmente il secondo. Nulla 
ostante, lasciando a questa fiata dall'un de'lati quel 
moltissimo d'argomenti che su tale proposito dedur 
si potrebbero dalla sopraccennata corrispondenza che 
intercede tra l'elemento civile e religioso, fo ragione 
di venir piuttosto direttamente mostrando quanto il 
chiericato anche al solo perfezionamento civile e 
materiale della società abbia fin qui conferito e di 
presente ancor conferisca, all'uopo che, rivendicata 
al ceto ecclesiastico una delle palme più antiche 
onde può andare ragionevolmente glorioso in faccia 
alla stessa società, cedano alfine il campo sbigottiti 
i malevoli che, ad essa invidiando, fecero e fan forse 
ogni prova di strappargliela: sebbene, non valendola 
ad altro, più coll'artificio d'ampollose parole che colla 
forza di convincienti ragioni, onde riesce loro impos- 
sibile il convalidarsi. Non posso tacere però come io 



238 
stesso m'avvisi di prender l'onda d'un oceano presso- 
ché insolcabile per la portentosa sua vastità, e nel 
quale tante sono nneraviglie e tesori quanti sono i be- 
nefizi arrecati dagli ecclesiastici alla società; ma la 
singoiar vostra cortesia e la ristrettezza del tempo 
che mi è concesso a parlarvi, spero mi scuseranno 
un lavoro piiì completo ed uno sviluppo pili esteso 
delle prove, alle quali nello svolgimento del propo- 
stomi tema verrò brevemente accennando. 

Il formare benefici asili a ricovero degli indi- 
genti e degli infermi ; case ove si conforti la de- 
bolezza dei vecchi ; istituti ove si tuteli il candore 
delle vergini ; scuole ove si provegga alla educazion 
dei fanciulli; il promovere il commercio additandone 
i mezzi pili acconci ad avvivarlo, il recare incremento 
all'agricoltura, lustro alle arti, animo alle lettere , 
splendore alle scienze, non è chi di tratto non veda 
esser queste opere, o signori, in alcune delle quali 
la evangelica carità apertamente si pare, in tulle 
poi il vero e più desiderabile miglioramento della 
civil società si rivela. Ora io veggo non già coope- 
ratori soltanto a tali opere gli ecclesiastici si se- 
colari che regolari; ma duci, a cosi dire, e fonda- 
tori di esse. Dunque non m' ebbi tutta la ragion 
d'affermare che il chiericato ha conferito e confe- 
risce a dismisura al miglioramento civile e mate- 
riale delle nazioni ? Tocchiamone, sebbene alla sfug- 
gita, le prove. Prima che gli ecclesiastici esistessero 
od avessero nella società quell'influenza che con 
tanto vantaggio vi han poscia esercitata, come prov- 
vedevasi alla languente umanità? .... Rifugge 
l'animo dal sol ripensarlo. Roma, questa istessa Roma, 



239 

nei tempi, onde facea più sfoggio di fasto e di gran- 
dezza, non avea poi luogo nella sua vastità ove si 
porgesse asilo e conforto agli infermi. I vecchi schia- 
vi ammalati , si ammassavano entro ad una de- 
serta isola del Tevere ; ed ivi lasciavansi struggere 
dal morho e dall'inedia, finché fra mille disagi e fra 
le agonie dell'abbandono esalassero miseramente la 
vita. Nelle famose pestilenze, che afflissero l'Affrica 
e r Asia , sotto Gallieno , sotto Comodo , sotto 
Massimiano, è un orrore il leggere come i poveri 
schiavi, tocchi dal morho, venissero gittati dallo fi- 
nestre e calpestati semivivi dagli idolatri concit- 
tadini. Nelle publiche calamità di Antiochia i filo- 
sofi gentili, che facean pur professione di virtù ed 
erano in opinione di sommi maestri del vero e del 
buono, si dettero nel maggior uopo ad una igno- 
miniosissima fuga. In Atene con tutto il loro areo- 
pago, accademie, ed affettata cortesia, gli infermi 
mendici , per la legge di Dracene, eran condannati 
all'ultimo supplizio. In Egitto non usavasi altramente, 
e Platone per somma clemenza si contentava di 
escluderli dalla sua immaginata repubblica. Così an- 
darono le cose finché il clero non venne ad eser- 
citare la sua benefica influenza. Ma non prima pose 
egli all'opera la mano, che di tratto surger si vi- 
dero per ogni dove caritatevoli istituti, fra i quali 
le case di rifugio in Oriente così dette di S. Laz- 
zaro, ove i lebbrosi raccoglievansi e gli ammalati, che 
messi in abbandono dagli stessi lor parenti langui- 
vano sulle pubbliche vie in orrore a tutti gli uo- 
mini. Ed ecco in Occidente lo stesso S. Girolamo 
animare co' suoi consigli la piissiuja Fabiola ad 



240 

apiirc ricetti agli infermi di questa città, ricetti 
pietosi che in breve andaron poi moltiplicando a 
dismisura e crescendo in rigogliosissime istituzioni 
per tutta quanta l'Italia ed altrove. Ecco rendersi 
più tardi il Caraffa fondatore d'un ordine dei pii 
operai, lo cui scopo altro non era che quello di rad- 
dolcire i dolori della soffrente umanità. Ecco un s. 
Bernardo de Menlon piantare fin sulle montagne 
più scoscese della Svizzera due grandiosi ospedali, 
affmchò fra quelle inculte pendici altresì non man- 
casse una perenne testimonianza del giovamento 
anche solo materiale recato in ogni tempo dagli ec- 
clasiastici alla società. Che dirò poi delle caritate- 
voli istituzioni di un san Giovanni di Dio, di un san 
Camillo de Lellis ? Che dirò di un S. Vincenzo dei 
Paoli, il cui ardente zelo di carità giunse a destare 
l'ammirazione degli stessi nemici della Chiesa ? Per 
fino gli schiavi di America, che, non avean luogo di 
rifugio nelle lor malattie, trovarono compassione nel 
cuor di Pietro di Betancourt consumato dall'amore 
dell'umanità, onde convertì una povera capanna in 
un ben fornito ospedale. Senonchò qual genere mai 
avvi di calamità, o qual condizion di persone al cui 
soccorso sollecita non si levasse la carità degli Eccle- 
siastici vuoi secolari vuoi regolari ? I contagiosi mor- 
bi vanno essi ad invadere sgraziatamente le città? Ed 
ecco che pronti accorrer vi si veggono i ministri del 
santuario dispcnsatori ad un tempo di consolazioni 
e di conforto. Li vide Napoli alloraquando nel secolo 
diciassettesimo travagliata fu da Dio con istraordi- 
naria e terribil pestilenza- Li videro Malaga , Ali- 
cante, Cartagena nelle Spagne, alloraquando invase 



241 

si trovarono da terribil contagio. E questo nostro 
medesimo secolo non è testimonio dell'ardentissima 
loro carità ? . . Mentre un' incredula filosofia in- 
ferociva a danno della religione dei popoli e ♦ 
vantando uno spettro lusinghiero di SAgnata li- 
bertà preceduta dal malefico genio rivoluzionario , 
insanguinava il seno dell' Europa, e tentava scon- 
volgere troni, fqgar monarchi, gettare popoli nella 
miseria , portare in trionfo il libertinaggio , ab- 
battere la religione, i delitti moltiplicarono a ribocco, 
e la divina giustizia acerbamente irritata roteò sul- 
l'Europa il flagello sterminatore, voglio dire l'asia- 
tico morbo dal 1831 fino al 1837, anzi fino a~ tempi 
a noi più vicini. Ahi ! giorni di terrore e di ven- 
detta ! Si videro orrendamente contaminate di stragi 
le Provincie della Russia e della Prussia , dell'Un- 
gheria e della Polonia, dell'Austria e dell'Inghilterra, 
della Spagna, della Francia, e dell'Italia. Fuggiaschi e 
tremebondi scorgeansi i cittadini andare in traccia di 
un luogo ospitale e sicuro nei paesi tocchi non per 
anco dal feralissimo morbo. Invano invano i popoli 
afflitti, sospirosi accoglieansi intorno al Galaad in 
cerca del balsamo risanatore- La spada, era questa 
spada, a due tagli, sovra la quale rosseggiava a let- 
tere di sangue « ira di Dio » spada vendicatrice, con 
cui l'Eterno scuote talor gli stupidi peccatori e li 
ammaestra in una maniera al tutto degna di sé. Or 
mentre questa spada di umane carni mietitrice col- 
piva porzione delle provincie d'Europa, chi furono 
gli uomini benefici che corsero affannosi al sollievo 
degli oppressi cittadini ? Furono i ministri dellg re- 
ligione , gli ecclesiastici sì secolari e sì regolari, i 
G.A.T.LIX. 16 



242 

quali lungi dal trarre occasione dall'orridezza dello 
spettacolo di spaventarsi e fuggire, presero anzi modo 
a rinfocolar maggiormente l'ardentissimo loro zelo 
di carità, che più non valeano a contenere nel petto. 
Ma qual meraviglia, o signori, che il chiericato 
abbia porto tanto di vantaggio alla società con que- 
ste opere, che alla fin fine formano una delle più 
nobili parti dell'altissimo suo ministero, se esso al- 
l'uopo di procurare il civile e material migliora- 
mento della medesima non è stato ritroso dall'oc- 
cuparsi in ciò che esterno al proprio stato sembre- 
rebbe? E qual cosa più aliena dagli ecclesiastici del 
tJociale commercio ? Eppure all'uopo di giovar la 
società, che non hanno essi adoperato a promuoverlo, 
avvivarlo, mantenerlo? Gli ecclesiastici, dice il Cha- 
teaubriand, estesero il commercio entro e fuori l'Eu- 
ropa. Molte fiere e mercati appartenevano alle ab- 
bazie ed erano state per esse stabilite. Ma v'è ancora 
di più- A prosperare il commercio fa mestieri la mol- 
tiplicazione dei villaggi e delle città. Ora quanto 
non giovò a questo il cattolico clero ? La città che 
siede sulle falde di Montecassino colle borgate che 
l'attorniano sono opera d' una congregazion reli- 
giosa. A Fulda, a Magonza, in tutti i circoli eccle- 
siastici dell' Alemagna, in Prussia, in Polonia, nella 
Svizzera, in Ispagna, in Inghilterra, una moltitudine 
di città ebbero a fondatori gli ordini monastici. 
Aperture di strade, erezioni di ponti, dissodamento 
di terreni agevolano il commercio* Ma chi piiì de- 
gli ecclesiastici cooperò a tai lavori ? Ad essi, sog- 
giunge eruditamente il Tassoni, dcbbonsi prosciu- 
gamenti di laghi, agevolazioni di corrispondenze, co- 



243 

struzion Ji passaggi, canali, apertuie, comunicazioni 
di strade. 

Le quali cose però riguardanti il commercio ed 
operate dal clero a prò del civile e materiale mi- 
glioramento della società riescono ad un nonnulla se 
per avventura messe vengono al paraggio di quel 
moltissimo, che esso venne facendo all'uopo di pro- 
muovere r agricoltura e le arti. Per quel che 
concerne la prima tornerebbe impossibile il fave 
di presente anche un solo novero dei campi sol- 
cali nelle Gallie dall' aratro dei religiosi. Innume- 
revoli sono i luoghi che quivi e nella Bretagna at- 
testano le immense fatiche e 1' indicibil migliora- 
mento portato dagli ecclesiastici nell' agricoltura. 
In Ispagna spiegarono i religiosi una eguale at- 
tività . Comprarono terre incolte sulle rive del 
Tago presso Toledo e vi fondarono un convento , 
dopo aver coperto di vigne e di aranci tutto il 
paese all'intorno. In Baviera operaronsi da S- Boni- 
fazio coi religiosi del suo ordine le più utili colti- 
vazioni sopra sterilissimi ed infecondi terreni. I be- 
nedettini di Fulda ridussero a coltivazione tra l'Asia, 
la Franconia e la Turingia un terreno d' ottomila 
passi geometrici di diametro, che è quanto dire ven- 
tiquattromila passi di circonferenza, ossia 16 leghe; 
di guisa che mercè gli ecclesiastici vennero a di- 
struggersi quei barbari pregiudizi , che rendevano 
spregevole l'arte che alimenta gli uomini. Il conta- 
dino imparò nei monasteri a svolgere le glebe , a 
fertilizzare i solchi. Il barone cominciò a cercare nel 
suo campo tesori più sicuri di quelli che egli si 
procurava colle armi, a segno che lo stesso Humc 



244 

che, come riflette il protestante Cobbet è inventore 
di scuse colle quali si studia di giustificare i pre- 
datori tì la loro riforma anglicana, e di cui Io scopo 
costante si è il denigrare le cattoliche istituzioni e 
specialmente la virtù e la condotta del clero , lo 
stesso Hume nella sua storia fu costretto a questa 
volta di riconoscere e confessare che gli ecclesia- 
stici furono 1 più caldi promotori maestri ed adiu- 
tori dell'agricoltura. 

Ma veniamo alle arti. Se io non tenessi in Roma 
il mio discorso dove, non ch'altro, le mura istesse 
ti rendono testimonianza del caldissimo zelo del 
chiericato nel favoreggiare le arti, io mi crederei in 
dovere di mettere in luce quanto a prò di esse ab- 
biano operato i pontefici; tna siccome la cosa parla da 
se; così usciamo dal ricinto di questa città, e per un 
tratto ancor dell'Italia, di cui Roma è il primo ar- 
tistico decoro. L'Inghilterra, dice il De-Toux, a pre- 
ferenza forse d' ogni altm provincia deve ai reli- 
giosi a lei spediti dal magno Gregorio i suoi van- 
taggi più grandi che riguardano le arti. La Germa- 
nia deve a S. Ronifazio teste nominato ed a' suoi 
religiosi lo studio delle arti più belle. Per opera 
di questi l'architettura che, secondo ne parla Ta- 
cito, era del ;utto incognita ai tedeschi, vi si intro- 
dusse se non colle belle proporzioni dei romani e 
dei greci, almeno in modo conveniente , e vi fece 
poi progressi mirabili mercè gli abati di Fulda che 
n'orano i benefìci e caldi promotori. Sebbene e chi 
fu se non il monaco Eccardo che accese nel cuor 
di Arrigo duca di Baviera, e nell'inclita sua figliuola 
Hadevige, 1' amor di quelle arti che poi brillarono 



245 

con tanto splendore nell'intera Alemagna ? Chi fu se 
non Sugerio abate di S. Dionisio che inspirò sensi 
i pili generosi a Lugi VII re di Francia per la pro- 
tezione delle arti belle ? Che se tanto venne ope- 
rando il chiericato in prò del civile e material mi- 
glioramento della società col commercio, coll'agri- 
coltura, colle arti, ponete poi ragione, o signori, che non 
avrà fatto colle lettere o colle scienze, a cui l'animo 
viemaggiormente applicò. Parlando io in questa pon- 
tificia accademia, che si gloria di fare peculiar pro- 
fessione di lettere, inutile cosa sarebbe il rammen- 
tare le glorie letterarie del chiericato, già troppo 
conosciute. Però vengo alle scientifiche e special- 
mente a quelle di cui pareva dovessero men curarsi 
gli ecclesiasti come le matematiche pure, nelle quali 
però i nomi dei Cassiodori in Italia , degli Isidori 
nelle Spagne, dei Beda e degli Alcuini, dei Gerberti, 
dei Baiami, sebbene antichi e noti, non possono però 
mai rammentarsi senza una somma compiacenza. 
Ma fra i meno antichi altresì chi non applaudirà 
al nome di Bonaventura Cavalieri, pel quale la geo- 
metria , sdegnando i confini entro a cui era stata 
fino allora ristretta, alzò intrepida e sicura ii volo, 
ed al suo impero conquistò mille verità, che sfug- 
gito aveano lo sforzo d'Archimede e degli anteriori 
geometri, e i fondamenti getto alle grandi scoperte 
del Leibniz e del Newton ? Cui non è noto fra i 
moderni l'Oriani, il quale padre già fu detto della 
sferoidica trigonometria ? Nell'idrodinamica il be- 
nedettino Castelli fu il primo che alle dottrine idro- 
statiche applicò le geometriche, di guisa che me- 
ritò il titolo di legislatore delle acque e die base 



246 

sicura a tutte le posteriori teorie. Il Grandi poi, il 
Ferrari, l'Avanzini e lo Ximenes sono pure per tale 
scienza rinomatissimi. Nell'ottica glorioso andrà il 
nome del monaco Ruggero Bacone, che in mezzo 
all'ignoranza ed ai pregiudizi del secolo XIII abban- 
donate le ciecamente seguite vie del peripato, e pre- 
scelta l'esperienza e l'osservazione a sue guide, mi- 
rabilmente avanzò questa scienza. Leone Battista 
Alberti, di cui attestava Angelo Poliziano che « nul- 
lae hunc hominem latuerunt quamlibet reconditae 
disciplinae: » il Boscovich, il cui nome veniva con- 
secrato all'immortalità dall'aureo stile del Morcelli, 
formeran sempre una gloria dal cattolico clero. Ma 
chi varrebbe mai a qui ripetere tutti i nomi di quei 
sommi ecclesiastici, i quali collo studio delle scieaze 
vantaggiarono a dismisura la società? Chi ridirà i 
grandi che si distmsero in meccanica, in astrono- 
mia, in geografia, in numismatica, in cronologia ? 
Io ben mi accorgo di non averne ricordati un mil- 
lesimo al paraggio di quelli che sono- Ma siccome, 
dirò qui coH'immortale Alighieri, 

Io non posso ritrar di tutti appieno, 
Perocché sì mi caccia il lungo tema 
Che molte volte al fatto il dir vien meno; 

così son costretto a tenermi pago a quei pochis- 
simi, ai quali ho brevemente accennato. Solamente 
prima di impor termine al mio qualunque siasi di- 
scorso, mi faccio a domandare, se gli ecclesiastici 
sovvennero in ogni tempo alla languente umanità, 
se sludiaronsi di promuovere il sociale commercio, 



247 

ragi'icoltura, le arti, le scienze, chi più di loro ha 
conferito al miglioramenlo sociale? Da voi che ot- 
timi siete non ne posso ritrarre altroché una favo- 
revolissima risposta; non cosi dai sedicenti filantropi, 
i quali da un secolo e mezzo in qua par non sap- 
piano che intinger la penna nel fiele alloraquando 
dei ministri del santuario accade loro di scrivere. 
Alziamo dunque fervido un voto all'Altissimo affin- 
chè il raggio della verità venga ad illuminare le 
loro menti per modo, che conoscendo essi pure i 
singolari benetìcii arrecati agli uomini dal clero, ab- 
biano questo in quel conto di venerazione che gli 
è a tutta ragione dovuta; di guisa che animati viep- 
più gli ecclesiastici nella operazione del bene, ri- 
tragga da essi la società tutto quel più di migliora- 
mento che può a tutto dritto ripeter dal chiericato, 
e che ha ripetuto fin qui, com'io mi sforzai colle 
debolissime mie forze di venir brevemente dimo- 
strando. 



INDICE 



Nola de' Compilatori e de' Collaboratori del gior- 
nale pag. Ili 

Giuliani, Sul moderno linguaggio della Toscana. » 1 
Cerroli, Memorie per servire alla storia deirinci- 

sione )) 30 

Mazzolanif Secondo saggio di poesie^ ...» 40 
Impressioni degli oggetti terrestri prodotte dalla fol- 
gore- ...... 51 

Gallo, lìitorno ad tm lavoro in maiolica di Luca 

della Robbia • ...» 59 

Tasso [Bernardo), Ode inedita. ..,..» 74 
Visconti, Iscrizioni ostiensi ....... 78 

Crispi, Discorso sul genio » 106 

lamer, Sulle lingue italiana , francese , inglese e 

spagnuola » 160 

Tavani, Sull'influenza della letteratura nella so- 

eietà » 198 

Villareale, Di un giudizio del Crepuscolo, giornale 

di Milano » 210 

Tavani, Del chiericato rapporto al miglioramento 

sociale . » 236 

\^^M.y.W IMPRIMÀTUR 

\éry^£Ì3?r Larco Ord. Praed. S. P. Ap. Mag. Socius 
IMPRIMATUR 
Fr. Ant. Ligi Archiep. Icon. Viccsgerens 




Nel giornale si dà.il sunto, o viene inse- 
rito l'annunzio, delle opere presentate in dop- 
pio esemplare alla Direzione. Esse debbono 
essere inviate franche d'ogni spesa di porto 
e dazio. 



^ 
& 



Le notizie di scienze, di lettere, e di belle 
arti, quelle di scoperte utili per 1' agricol- 
tura, industria ec, come anche i programmi dei 
concorsi accademici, dovranno similmente es- 
ser mandati franchi di posta alla Direzione. 



Chi si associa per dieci copie, o ne garan- 
tisce la vendita, avrà l'undecima gratis. 






Mil^ 



iiii 



mmm 



GIORNALE 

I>I SCIEIXZE, LETTERE ED ARTI 

TOMO XIV 
DELLA NUOVA SERIE 




ROMA 
Tipografla delle Belle Arti 

1859 

Piazza Poli num. 91 dentro il Palazzo. 



nmm 



GIORNALE 



DI 



SCIENZE 


:, LETTERE ED ARTI 




TOMO CLX 


DEL 


LA NUOVA SERIE 




XIV 




MARZO E APRILE 




1859 




c^ 



ROMA 

TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 
1859 



SuWorigine della fibrina. Osservazioni 
del prof. Maggiorani. 

wual' è l'origine deiln fibrina ? Non ve ne ha nel 
chimo, e si rinviene nel chilo, nella linfa, nel san- 
gue. La sua genesi è adunque nell'organismo: e qual 
ne è l'artifìcio ? Le formolo chimiche sono state fi- 
nora insufficienti a risolvere il problema, e la fisio- 
logia uon offre che qualche vaga esperienza diretta 
a illustrar l'argomento. 

Pensa il Beltrami che la fibrina circolante col 
sangue, in vece di essere destinata a nutrire i mu- 
scoli, ne costituisca anzi il rifiuto; che sia cioè il 
prodotto della meta{norfosi dissolvente delle masse 
carnose, ripreso dalle vene che ci scorron per entro, 
e riportato in circolo per soggiacervi a nuove mu- 
tazioni. Tale insegnamento , comunque sotfolto da 
acute osservazioni, è però lungi dal tenersi a salde 
ragioni. Gli sta contro il fatto, che la quantità della 
fibrina nella massa sanguigna è assai più proporzio- 
nata al processo nutriente che al dissolvente, tro- 
vandosene in maggior copia nel principio delle ma- 
lattie acute flogistiche, in vicinanza alla florida sa- 
nità, che nel corso delle infermità croniche, quando 
i tessuti si vanno struggendo a colpo d'occhio- 

Sostiene il Brùcke che non debba ammettersi 
nel sangue di un animale vivente l'esistenza di una 
peculiare sostanza, che meriti il nome speciale di 
fibrina liquida differente dall' albumina , e questa 



4 

prelesa fibrini» altro non essere cIj(3 una parte del- 
l'albuinina del sangue tramutatasi in una sostanza 
insolubile somigliante a quella cbe si ottiene de- 
componendo l'albuminato di potassa di Liebertum. 
Questa ipotesi, come ognun vede, in vece di scio- 
gliere la questione le cambia titolo. Rimarrà sem- 
pre, a investigarsi l'origine di questa albumina mo- 
dificata. 

Ho molti dati per credere, che la differenza delle 
due sostanze non consista unicamente nella densità, 
nella forma o nella disposizione delle molecole, ma 
che sia più tosto dinamica: in altri termini mi sem- 
bra che la fibrina non sia altro che albuiriina elet- 
trizzata. Le prove di questo assunto si deducono da 
esperimenti diretti, e da fatti fisiologici e patolo- 
gici che sono in perfetta corrispondenza con tal 
principio. 

1." Se in un vetro da orinolo e contenente siei'o 
del sangue limpido e perfettamente scevro di parte 
colorante immergasi l'estremità di un filo metallico 
comunicante colla macchina elettrica, e questa fac- 
ciasi operare per qualche ora, vedrassi che in mezzo 
al liquido si van formando de' fiocchetti biancastri, 
e laminette di egual colore si van deponendo sulle 
pareli e al fondo del vaso. Nulla di ciò apparisce 
in altra egual quantità dello stesso siero non sot- 
toposto all'azione elettrica. Le laminette e i fioc- 
chetti tendono ad aggrupparsi e sono affatto inso- 
lubili nell'acqua: trattasi adunque di una spontanea 
coagulazione sotto 1' infiusso elettrico, cioè di una 
formazione di fibrina: oltracciò tutto il liquido è 
divenuto più plastico e attaccaticcio. 



5 

2." Lo slesso siero scevro parìmeuti di qualun- 
que particella di parte colorante, oltre il deposito 
di materia fibrinosa, manifesta la presenza di cor- 
picelli globulari o discoidi natanti nel fluido, e so- 
miglianti ai noti globuli del sangne sì pel colore 
e si per la figura, ove all'estremità del conduttore 
annettasi un fiocco di sottili fili di ferro. Prolun- 
gando la elettrizzazione, tutto il fluido arrossa per 
l'azione del ferro sull'albumina , e si ha una imi- 
tazione del sangue. 

3." Se al siero sia mista una benché minima 
quantità di materia colorante si osserva che le la- 
minette e i fiocchetti nell' atto di lor formazione 
se ne impadroniscono e se ne arrossano , confer- 
mandosi la nota affinità della fibrina per la materia 
colorante. La fibrina adunque allo stato nascente 
se ne veste e vi si combina. 

4-° Se r elettricità si applichi all' uovo intiero 
dirigendola ai due poli <lel medesimo per due pic- 
coli pertugi , e 1' operazione si protragga per due 
settimane, facendo lavorare la macchina per circa 
tre ore ogni giorno, gli eff'etti dell'azione elettrica 
si rendono più cospicui. 11 guscio dell'uovo diviene 
più duro ed opaco, la membrana acquista sembianza 
di una sottil cartilagine, e l'albume penetratosi inti- 
manjente col tuorlo trovasi quasi tutto rappreso. 
L'esposizione all'aria in più larga superficie ne com- 
pie la coagulazione- Le sue apparenze differiscono af- 
fatto da quelle dell'albume coagulato dall'acqua bol- 
lente, dall'alcool, dagli acidi, e rappresentano in vece 
i caratteri della fibrina, liducendosi in masse fila- 
mentose battuta con un cilindro di vetro- 



6 

Si è preferito di applicare all'albumina la elet- 
tricità statica , perchè più debole essendo in essa 
l'azione chimica, non si è tentati di riferirne il rap- 
pigliamento o la conversione in fibrina alla decom- 
posizione dei sali. Sarebbe in fatti poco conforme 
alle note osservazioni, che la debole elettricità deri- 
vante da una piccola macchina a disco e condotta da 
un fiocchetto di punte metalliche immerse nella ri- 
detta sostanza, e operante per poche ore, possa de- 
terminare la decomposizione dei sali, sicché gli acidi 
liberi possano coagular l'albumina, come è noto av- 
venire al polo positivo della pila galvanica. 

Se adunque questa modificazione dell'albumina 
non può attribuirsi alla nota azione di acidi resi 
liberi dall'elettricità , se in questi esperimenti non 
vi è tale elevazione di temperatura che valga a con- 
densare la ridetta sostanza, a qual causa dovrà adun- 
que attribuirsi il fenomeno in discorso ? Ei pare che 
non se ne scorga altra pili ovvia, che la potenza 
dinamica dell'elettricità esercitata sull'albumina, e 
capace a determinarvi una catalisi isomerica. 

Tal deduzione viene anche appoggiata dai re- 
centi sperimenti di Brown-Sequard, coi quali egli 
ha veduto che formasi un po' di fibrina nei membri 
di animali separati dal corpo, e in cui iniettasi del 
sangue sfibrinato per mezzo dello sbattimento. Il 
chiaro autore ha inoltre verificato che se ne pro- 
duce in assai maggior quantità galvanizzando i mem- 
bri durante l'iniezione del sangue. 

Vengo ora ai documenti attinti alle fonti istesse 
della fisiologia. E innanzi tutto mi sì offre il fatto, 
che mentre si è tentato invano coi mezzi fisici di 



7 
scoprire e stabilire con prove indubitate una corrente 
elettrica naturale lunghesso i nervi , la elettricità 
invece del sangue è stata dimostrata da numerose 
esperienze. Basterebbero quelle del Bellingeri per 
attestare che il sangue gode di una elettricità sua 
propria, or maggiore or minore di quella de' corpi 
circostanti, e maggiore o minore secondo lo stato 
sano morboso. In questo sangue adunque, in cui 
dee compiersi o almeno iniziarsi la conversione del- 
l'albumina in fibrina, è presente l'elettrico- Non dob- 
biamo supporvelo con una ipotesi; è materia di fatto 
che vi esiste. L'origine di esso non è dubbiosa: lo 
riceviamo dall'aria ambiente nell'atto della respira- 
zione: in quell'atto medesimo in che l'ossigeno è as- 
sorbito del sangue a traverso le sottilissime pareti 
delle vescichette aeree e dei tenuissimi capillari san- 
guigni; ivi, senza ostacolo di strati isolanti, l'elet- 
trico si apre una via nel torrente della circolazione. 
Quindi quel senso di ben essere, e quell' aggiunta 
di vigor muscolare, ove respirisi un' aria fresca ed 
asciutta in luogo elevato ed aprico; in mezzo cioè 
al domìnio dell'elettricità positiva; ed al contrario 
quel senso di languore e di stanchezza allorché 
siasi circondati da un' atmosfera caldo- umida, bassa 
palustre, in mezzo cioè al regno dell' elettricità 
negativa. 

Il passaggio inoltre del sangue a traverso le sot- 
tilissime reti dei capillari non può aver luogo senza 
svolgimento di elettricità, e gli stessi gangli per cui 
e chilo e linfa debbono transitare possono conside- 
rarsi per la loro struttura come piccoli apparati 
elettrici. Ma la sorgente principale della elettricità 



8 
cnpace a tramutare 1" albumina in fibrina risiedo 
nelle contrazioni muscolari. 

Se da fonti perenni deriva elettricità al sangue, 
se la elettricità fuori del corpo palesa virtù di mu- 
tare l'albumina in fibrina, se conversione di albu- 
mina in fibrina avviene ad ogni momento nel sangue, 
non sembra che si trascendano i limiti imposti al- 
l'uso dell'argomento di analogia, e all'applicazione 
delle ricerche fisiche alla spiegazione de' fenomeni 
organici, se si concluda che la ignota origine della 
fibrina nel sangue possa cercarsi nell'elettricità. 

La condizione diversa del sangue nelle malattie 
diverse viene pure in conferma del nostro principio. 
Gli è sotto r impero della elettricità positiva che 
si producono i reumi, le flogosi, le febbri infiam- 
matorie, ove abbonda la fibrina: gli è al contrario 
sotto l'influsso dell' elettricità negativa che si ge- 
nerano le febbri intermittenti, le lifridi, la cachessia, 
ove essa scarseggia. Negli asfìttici in cui prima ad 
arrestarsi è la finizione del respiro, fonte piitnaria 
dell'elettrico, il sangue trovasi costantemente sciolto 
e sfibrato; nei generi poi di morte, nei quali superstite 
a tutte è la respirazione e che si distinguono per una 
lunga agonia sterterosa, i coaguli fibrinosi riempiono 
gli atri del cuore e porzione delle grandi arterie. 

Né a questa teoria, che attribuisce all'elettrico 
il potere di mutare 1' albumina in fibrina , oppon- 
gansi le esperienze di Edwardo che traendo scintille 
sui globuli del sangue li vide a cambiar forma e 
disgiungersi in più piccoli grani. La differenza di 
risultamenti è riposta nel modo di applicar la po- 
tenza elettrica. Anche nei fulminati il sangue suol 



9 
rinvenirsi piiì tosto disciolto che rappreso, e la scin- 
tilla ci rappresenta un fulmine in miniatura. Nei 
corpi nelle particelle di corpi sottoposti alla ful- 
minazione o alla scintillazione l'elettricità naturale 
dee decomporsi rapidamente:'e tale effetto è preci- 
samente r opposto dell' altro caso, in cui il fluido 
elettrico viene applicato lentamente e gradualmente: 
può allora esso fluido raccogliersi a poco a poco 
sulla superficie periferica dei curpicelli componenti 
il siero, la linfa , 1' albume, e accumularsi fino a 
compiuta saturazione. La luce e il calorico, che fanno 
parte anch'essi degli organismi, se sian loro appli- 
cati ad esorbitanza, in vece di favorire il processo 
organico, 1' offendono e lo perturbano. Chi voglia 
adunque studiare gli effetti dell' elettrico sui fluidi 
organici dee introdurvelo con modo e misura, ma 
per lungo tempo; imitando in ciò l'andamento della 
natura , la quale non ci tratta quotidianamente a 
scariche elettriche e a torrenti di luce e calorico, 
ma ne alimenta con parche e graduali distribuzioni 
di questi poderosi suoi agenti. 

A misura che nel torrente della circolazione l'al- 
bumina si va rendendo più plastica e più vicina a 
prender natura di perfetta fibrina, trasuda essa a tra- 
verso le pareti dei sottilissimi vasi e si depone nelle 
masse muscolari, ove tra le frequenti lor contrazioni 
si compie e si perfeziona questo materiale che ne co- 
stituisce gran parte- Or che altro sono i muscoli se 
non condensatori elettrici ? Già il Galvani gli aveva 
paragonati alla bottiglia di Leida, sostenendo che la 
contrazion muscolare non fosse che una scarica elei- 



10 

trica. In appresso altri fisici e fisiologici spiegarono 
pure colla elettricità i fenomeni della contrazion mu- 
scolare, ma partendo da teorie diverse da quelle del 
sommo italiano. Più tardi la trascuranza dei grandi 
fatti fisiologici e patologici fece attribuire intera- 
mente ai nervi quel che nella massima parte do- 
vevasi ai muscoli; e la teoria Alleriana dèlie irrita- 
bilità muscolare, che ne stabiliva la causa efficiente 
nella intima compage dei muscoli, fu sopraffatta da 
quella che lai causa cercava nella forza nervosa. 
Sarebbe inopportuno di qui ripetere gli argomenti 
addotti dall' una parte e dall'altra; mi farò però le- 
cito di rammentare alcuni fatti che dimostrano 
quanto il concetto di Galvani somigliasse più al 
vero , e quanto giustamente i recenti fisiologi at- 
tribuiscano alla contrattilità muscolare un' origine 
' diversa dalla forza motrice comunicata dai nervi. 

Notisi in primo luogo il fatto anatomico del 
niun rapporto che esiste fra lo sviluppo del sistema 
nerveo e del muscolare, ed anzi della inversa ra- 
gione in cui soglion trovarsi ; dacché gli uomini 
in cui prevalgono i nervi non abbondan di forza 
muscolare, e gli atleti non si distinguono certamente 
per dominio d'influenza nervosa- 

Aggiungasi il fatto fisiologico della contrazione 
spontanea dei muscoli tenuti lungo tempo nella in- 
azione. Noi abbiamo allora il sentimento che la 
contrazione sorge dal muscolo istesso senza il con- 
corso nervoso : accumulatavi cioè la elettricità vi 
accade la scarica spontanea senza l'intervento del- 
l'arco scaricatore. 



11 

Segua il fallo patologico delle contrazioni in- 
volontarie che avvengono a quando a quando nei 
muscoli paralizzati dai nervi motori non prestano 
più la loro influenza, ma purché le arterie adem- 
piano al loro uffizio di nutrire i muscoli, e vi de- 
depongono cioè nuova fihrina, questi muscoli ese- 
guiranno di tempo in tempo delle contrazioni , a 
malgrado della impotenza nervosa: la elettricità che 
vi si va accumulando ha bisogno di equilibrarsi. 

Si conferma questa teoria per le numerose espe- 
rienze sulle correnti muscolari , onde il Matteucci 
ha arricchita la scienza , e che quantunque siano 
istituite colla elettricità dinamica non cessano perciò 
di appartenere alla stessa e identica forza. Queste 
esperienze ne insegnano « che la corrente musco- 
lare è indipendente dal sistema nervoso cerebro- 
spirale, e che le condizioni le quali esercitano mag- 
gior influenza sulla sua intensità sono la respira- 
zione e la circolazione (quelle cioè elettrizzano il 
sangue e fìbrinizzano l' albumina), w Che i veleni, 
i quali manifestano la loro azione sul sistema ner- 
voso, non distruggono la corrente muscolare, ma la 
diminuisce notabilmente il gas idrogeno solforato, 
il quale agisce direttamente sulla vita del sangue- 
« Che la corrente muscolare è più o meno intensa 
persiste più o meno dopo la morte in ragione 
del rango che gli animali occupano nella scala degli 
esseri (ossia in ragione della maggiore o minore 
elaborazione organica). » Che il fenomeno delle con- 
trazioni indotte, o della induzion muscolare che si 
verifica anche con corpi interposti, non può spie- 
garsi plausibilmente se non con uno sviluppo di 



12 

elettricità durante la contrazion muscolare, comun- 
que questo sviluppo non si rilevi palesemente al- 
Tespeiienza. 

Questo cumolo di dati raccolti da ragioni ana- 
tomiche, fisiologiche, patologiche e fìsiche sembrano 
pesare a bastanza in favore del concetto di Galvani, 
che i muscoli siano organi capaci ad accumulare 
elettricità , e la contrazion muscolare una scarica 
della medesima. 

Or se da un lato si dimostra che 1' elettrico 
trova accesso nel sangue (e vi entra forse in com- 
binazione coll'ossigeno costituendo quel che chia- 
mano ozono); se è materia di fatto che negli spazi 
in cui muovesi il sangue si inizia la conversione 
dell'albumina in fibrina; se da concordi osservazioni 
risulta che le contrazioni de' muscoli, nei quali si 
compie la formazione della fibrina, è un fenomeno 
di elettricità accumulata: se d' altronde esperienze 
dirette assicurano che l'applicazione prolungata del- 
l'elettricità modifica l'albumina in modo da acqui- 
starle le apparenze della fibrina; io mi credo auto- 
rizzato a concludere che l'origine di questo mate- 
riale derivi principalmente dall'accumulazione del- 
l'elettrico. 



13 



La composizione del mondo di Ristoro d' Arezzo , 
testo italiano del t28'2 pubblicato da Enrico Nar- 
diicci. Roma 1859. 



u. 



In illustre poeta del secolo passato, tenuto a torto 
da molti per illustre filosofo, disse parlando del me- 
dio evo che quell'età non peraltro s'ha a conoscere 
che per disprezzarla. Ciò dicendo, egli non faceva che 
ricapitolare al solito in una sentenza pungente una 
opinione assai volgare a' tempi suoi. Oggi però le 
cose cambiarono di gran lunga; e chi ardisse pro- 
ferire una simile baia a' di nostri presto incorrerebbe 
nella meritata taccia d'ignorante e di spirito leggero- 
Uomini attivi, ingegni svegliati, pensatori profondi, 
eruditi infatigabili videro che ogni età ha le sue 
cause in quella che precede, come contiene in sé 
i germi di quella che segue; e poiché l'età presente 
ha superato in tutte le sfere dell' attività civile 
ed intellettuale le passate in modo da giganteggiar 
sovranamente su di esse , spinti da quel principio 
ch'è padre d'ogni umano sapere di rimontar dagli 
effetti alle cause, presero a studiare con gran cura 
l'epoca di mezzo: e non che dispi'egiarla, con gravi 
fatiche presero ad illustrarla , considerandola tanto 
ragguardevole rispetto all'età presente quanto lo è 
la causa relativamente all'effetto. Cosi avvenne che 
tutti gli ordini dell'attività umana s'andassero a stu- 
diare a traverso a que' tempi troppo vanamente 
detti oscuri, ed in quelli si cercassero e si trovas- 



u 

sero i semi del progresso civile ed intellettuale mo- 
derno. Filosofi, storici, politici, economisti, linguisti, 
letterati, scienziati d'ogni sorta rivolsero tutti lo sguar- 
do a que'secoli, interrogandone i monumenti affine 
di conoscere la relazione fra Io stato d'allora della 
scienza e lo stato attuale di essa, onde giovarsene a 
definire le cause che ne prepararono, favorirono, pre- 
disposero il progresso. Ed è ben naturale. Quando si 
vegga taluno esser giunto a sommità altissima, ed as- 
sai difficile a raggiungersi, qual meraviglia se si do- 
manda quale sia la strada ch'ei tenne? Dietro tali con- 
siderazioni ben ho io luogo a credere, che ad onta della 
luce che sulle scienze matematiche e fisiche si dif- 
fonde a mezzo il secolo decimonono, pure in que- 
st'epoca stessa debba parer degno d'attenzione que- 
sto trattato Sulla composizione did mondo di un 
oscuro aretino del secolo XIII, che il sig.'^ Narducci 
or pone a luce per prima volta. 

Il secolo XIII è l'epoca in cui già cominciando 
a succeder la calma alle burrasche molteplici e con- 
tinuamente avvicendate de' secoli precedenti , ed ì 
principii e gli ordinamenti civili delle moderne na- 
zioni cominciando a consolidarsi, si vede la classe 
clericale o ieratica tornar di bel nuovo a riporre 
nelle mani della classe laicale il prezioso deposito 
della sapienza tradizionale, come se l'una classe non 
meno che l'altra si volesse trovar disposta e pre- 
parata a quel lampo di nuova luce che aveva a na- 
scere del ravvicinamento della stirpe ellenica colla 
stirpe latina. E poiché il laicato greco-latino pres- 
soché nulla aveva prodotto nei secoli di mezzo di 



15 

nuovo di bello nelle scienze e nelle lettere, quindi 
avviene che gli autori, ai quali generalmente sogliono 
riportarsi i nostri trecentisti, o sono chierici della 
stirpe latina, od anco della germanica, o sono laici 
di quell'ammirabile stirpe araba, la quale giunse a 
que' tempi al massimo dello sviluppo intellettuale a 
cui potesse giungere senza sottrarsi a quell'esistenza 
contrariata sempre e contrariante che, com'è noto, 
in modo tanto sublime e veridico è predetta nelle 
divine scritture ai figli d'Ismaele. Onde non è a ma- 
ravigliare se il nostro Ristoro appartenendo a quel- 
l'epoca, nella quale prima d'avviarsi a nuove ricer- 
che facea duopo raccogliere il fino allora conosciuto, 
si riporta principalmente a scrittori di quelle classi 
che ho menzionate, ed in ispecial modo agli arabi 
spesso citandoli e più spesso ancora adoperandoli 
senza citarli. L'opera sua, come può rilevarsi dal ti- 
tolo, altro nen è che un trattato di fìsica generale. 
Nei due libri che la compongono egli congiunge fe- 
nomeni terrestri e celesti medianti le insuperabili 
dottrine astrologiche. Dei fatti che narra, delle spie- 
gazioni che dà, cita in generale, conforme al metodo 
di que' tempi, per grande argomento il detto de' savi; 
nello spiegare i fenomeni celesti ti conduce al so- 
lito per l'intricato labirinto di quel sistema che fece 
proferire al re d'Aragona la celebre bestemmia. Fa- 
voriti da scoperte che possono dirsi di conseguenza 
vitale per le scienze, rischiarati da nuovi metodi di 
ricerca e di trattazione scientifica, forti per una coo- 
perazione intellettuale nuova , inaudita e potentis- 
sima per l'efficacia di mezzi ignoti e negati ad ogni 
altra età , è ben naturale che sentiamo nascere il 



16 

liso sulle labbra quando togliamo in mano il libro 
(li quest' umile fisico trecentista non partecipe di 
tanto bene. Chi però ben rifletta, troverà che que- 
sto non è già il riso dello scherno e del disprezzo; 
ma sì piuttosto è simile per natura a quello che 
spontaneo egualmente suol nascere quando torniamo 
a mente alcun fatto de' nostri primissimi anni. E 
cagione di compiacenza per noi il vedere gli uomini 
in tutte le età affaticarsi per quello stesso fine per 
cui noi ci affatichiamo, vederli con mezzi scarsissimi 
tendere a scoprire quei veri, ai quali noi siamo giunti 
con tali mezzi quali essi erano ben lungi dal po- 
ter immaginare. La semplicità poi, la ninna preten- 
sione che regna nell'opera di Ristoro, produce un 
certo singoiar effetto nell'animo, quasi facendo de- 
siderare d'averlo presente e potergli parlare onde 
porlo a parte del moderno sapere. Umiliante però 
d'altro lato riesce d'assai il trovare spesso da lui 
accennate tali questioni, intorno alle quali l'istessa 
luce moderna poco o nulla di più ci fa sapere di 
quello ch'egli stesso sapesse. La qual cosa vale mi- 
rabilmente a farne guardar con occhio più benigno 
quell'opera, rintuzzando la nostra baldanza, e per- 
suadendoci che quel principio dell'indefinita perfetti- 
bilità del sapere umano, che Seneca (1) nella massima 
tanto solennemente avverata seppe accennare, non è 
men vero a'tempi nostri di quello ch'a' suoi lo fosse. 
Quantunque, come accennai, il nome di Ristoro 
sia ©scurissimo, e pressoché nulla ne sia dato sa- 
pere dell' esser suo, pure la sua Composizione del 
mondo da gran tempo è conosciuta, e si trova ci- 
tata da molti scrittori , le testimonianze de' quali 



17 

raccolse il sig. Narducci con grandissima cura. Tali 
sono l'Allacci, il Cinelli, l'Aliotti, il Rossi (Fran- 
cesco), il Lanzi, PAngelucci, il Fontani, il Pignotti, 
rjnghirami, il Vaunucci (Michele), e finalmente quel 
tanto illustre conoscitore di nostra lingua che fu 
Vincenzo Nannucci. Fra questi, come si vede, figu- 
rano molti antiquari; e ciò vuoisi attribuire ad un 
capitolo dell'opera di Ristoro, nel quale parla dif- 
fusamente dei vasi antichi che a' tempi suoi s'an- 
davano scoprendo in Arezzo, città che com'è noto 
fu celebre un tempo per siffatti lavori. Non sola- 
mente però a coloro che cercano nella storia delle 
scienze fisiche, ed agli antiquari, deve riuscire in- 
teressante la pubblicazione di questo libro, ma sì 
principalmente a coloro ai quali è a cuore la storia 
della nostra lingua. Sotto il quale aspetto quanto 
sia interessante, oltre alla data che porta, giova a 
porlo in chiaro l'autorità del Nannucci, il quale lunghi 
brani ne ha inseriti nel suo libro , e nelle notizie 
che a questi premette dice in proposito dell'opera 
a cui appartengono: u Essa è sparsa qua è là di 
)) latinismi , e di voci proprie della lingua muni- 
» cipale dell'autore, e vi si ravvisa quella che Ci- 
» cerone chiamò nello XII tavole anliquilalis effigies, 
» et verhorum prisca vetuslas; ma vi s' incontrano, 
« conje notò il Fontaaì, i vocaboli piìi puri e pur- 
)) gati modi di dire di dolce e sonora struttura , 
» non ricercati, ma fluidi e naturali, frasi e con- 
)) ducimento di periodo da sembrare composto nel- 
» l'epoca migliore del trecento. » 

!l sig. Narducci, seguendo il costume che sì suol 
tenere in siffatte nubblicazioni, ha dato in fine del 
C.A.T.CI.X. 2 



18 
suo libro un catalogo delle voci che in quello si 
trovano non registrate nel vocabolario della Crusca, 
e queste ascendono a circa 250. Nello scorrere quel 
catalogo ci avveniamo in forme più o meno rozze 
ed in significati nuovi di vocaboli già conosciuti , 
in termini astronomici d'origine araba, che la scienza 
non ritiene come fa dì tant'altri di simile orìgine, 
e finalmente in parole affatto nuove. 

Fra queste ultime mi par che sia degna d' os- 
servazione la parola angola in significato d'ago magne- 
tico. Ristoro, parlando delle maravigliose proprietà di 
alcune sostanze, annovera fra queste Vangala che guida 
li marinari^ che per la virtù del cielo è tratta e rivolta 
alla stella, la quale è chiamata tramontana. Questa 
voce d' indole esclusivamente neo- latina io credo 
altro non possa essere che 1' istessa parola angolo 
in desinenza femminile. So bene che tale etimologia 
parrà strana a prima giunta, ed a taluno farà forse 
tornare alla mente le tanto celebri Varronìane. Ces- 
serà però dal parer tale quando si consideri, che 
Ristoro ebbe certamente alle mani l'opera De la- 
pidibus notissima in quel secolo pel nome d'Aristo- 
tile che a torto portava , oppure ebbe alle mani 
l'opera di tale che a quella su tal fatto si riferiva, 
come appunto fanno Alberto Magno e Vincenzo di 
Beauvais. Ora è da osservarsi che nelle pessime 
versioni latine di quel libro si trovano chiaramente 
chiamati angoli della calamita quelli che il volga- 
rizzatore di Brunetto (2) chiama facce, e che noi 
chiamiamo poli: ed inoltre si dice che uno di questi 
angoli ha la proprietà di volgersi sempre a setten- 
trione, e che di quesC angolo fanno uso i marinari: 



19 

angulus magnetis et hoc utuntur nantae (3). 

Dopo tutto ciò è facile comprendere come Ristoro, 
riportando rozzamente ciò che trovava scritto, chiami 
angola l'intero ago calamitato, od anco la calamita 
stessa , scegliendo forse quel nome come più op- 
portuno a caratterizzare la proprietà direttrice di 
quel minerale, a preferenza dell'altra d' attrarre il 
ferro. 

Degna pure d'osservazione è la parola nicchilo 
invece della volgarmente conosciuta niccolo- Oltre- 
ché l'autorità del Baldinucci, che cita il Vocabola- 
rio sotto la voce Niccolo, non può paragonarsi in 
valore a quella di Ristoro: qnest'ultimo indica così 
bene il senso in cui adopera quel vocabolo, che me- 
glio non potrebbe desiderarsi. Parlando egli infatti 
del mirabile artificio della natura nel disporre i vari 
colori delle pietre, osserva a carte 110: « E la vir- 
» tude del cielo, la quale ha in sé di fare e ado- 
» perare quella pietra , la quale è chiamata nic- 
» chilo, calcedonio, sardonio, allistata di bianco, e 
)) e di nero e d'altro, dalla prima creazione aduna 
» e mescola gli elementi insieme che si conven- 
» gono a ciò, per fare questa sua operazione; la- 
» vorando sempre istà intesa per non fallire ; la- 
» vorando sempre del bianco fa la lista del bianco; 
» lo quale noi chiamiamo calcidonio; lavorando sem- 
» pre Io nero , facendo sempre la lista del nero , 
» la quale noi chiamiamo nicchilo; facendo sempre 
» uno colore mescolato di bianco e di nero, lo quale 

1» noi chiamiamo sardonio, facendo sempre un'altra 
» lista divisata da queste. )> Nel qual passo, come 



20 

che si distinguono particolaimente col nome di agaie 
onicif ne acceenna le varietà risultanti dalla diffe- 
renza de' colori con tanta esattezza e chiarezza di 
distinzioni, che quel ch'oggi diciamo su quel sog- 
getto non è punto diverso da quel ch'ei dice. In- 
fatti chi voglia darsi la pena di leggere 1' articolo 
onice nel Dizionario delle scienze naturali (Firenze, 
Battèlli) troverà che « L'agata onice propriamente 
» detta può considerarsi come una riunione di cal- 
» cedonio , di sardonica , e di corniola, disposti a 
» strati d' una grossezza sensibile , paralleli fra 
» loro. 5) Onde si convien conchiudere che nel passo 
di Ristoro per nicchilo altro non s' intenda che la 
corniola, la quale appunto, come tutti sanno, pre- 
sentando spesso un color rosso sanguigno tale da 
parer nero a chi non la guardi contro la luce, con- 
viene pienamente con quel ch'ei dice della lista del 
nero. Curioso di saper l'etimologia di questa parola 
niccolo nicchilo, trovai che 1' autore dell'articolo 
niccolo nel summenzionato Dizionario delle scienze 
naturali asserisce, che questa deriva dal nome di 
due celebri fratelli Niccolo incisori di pietre dure- 
Ma oltreché , forse per mia grande ignoranza , io 
non ho notizia di questi due artisti , è certo che 
Ristoro è anteriore a qualsivoglia celebre moderno 
incisore di pietre dure. 11 Vocabolaiio universale 
della lingua italiana (Mantova 1852) vorrebbe far 
derivare questa voce da onychulus. lo però non so 
che siasi mai adoperato questo diminutivo, nò mi 
par verisimile che sia stato tanto in uso da venir 
a costituire un sostantivo assoluto nella nostra lin- 
gua. Si trova veramente onychulus in Alberto ma- 



21 

gno (4): ma egli se no serve in modo da far co- 
noscere che piuttosto onychulus deriva da niccolo 
che viceversa. Infatti nel dire omjchiilus, ut dicunt 
quidam , ci fa intendere eh' ei latinizza la parola 
onikel (5) adoperata appunto in tal senso dai suoi 
tedeschi. Io non pretendo risolvere del tutto tal 
questione , ma mi pare siavi un' osservazione da 
farsi non del tutto spregevole. È noto che la pa- 
rola onyx si deve ai greci; ora è certo che al se- 
colo di Kistoro la lingua greca era già cambiata , 
o meglio era pressoché spenta, avendo ceduto il posto 
al greco moderno. Si può dunque con certezza as- 
serire che in quel secolo il moderno yy;ì^jcv, o piiì 
volgarmente vJ;)(^«, fosse già entrato a tenere il posto 
dell'antico vocabolo cw^, e quindi può supporsi che 
i mercanti greci, adoperando quella parola, la faces- 
sero adottare ai mercanti italiani, e questi al nostro 
volgo, i quali nell'adoperarla le diedero una desi- 
nenza tale che la facesse partecipare dell'indole di 
nostra lingua. Secondo questa etimologia si vede 
chiaro che la forma nicchilo adoperata da Ristoro 
sarebbe più prossima alla voce radicale , che non 
la comune niccolo adoperata anche a' dì nostri. 

Aggiungerò un'altra osservazione che può ser- 
vire a diffonder luce sulla questione dell'età a cui 
appartiene quel poema intitolato Vlntelligenza, che fu 
attribuito a Dino Compagni (6). Chi ha letto quel 
poema sa bene come in quello si trovi riportato 
per intero il libro di Marbodo De virtutihus lapi- 
dum- Ora quantunque, come osserva Mehus (7), que- 
sto libro si rendesse molto popolare in Toscana in- 
sieme alle sentenze di Catone ed altri libri siffatti. 



22 

pure in Ristoro non se ne trova la minima trac- 
cia: che anzi in un luogo, ove costui parla delle pro- 
prietà maravigliose dello smeraldo, è ben lungi dal 
trovarsi d'accordo con Marbodo, Ciò tanto più rie- 
sce singolare, che Ristoro fa grande uso dogli aralìi, 
e Marbodo professa di tradurre o compendiare l'opera 
di Evace re degli arabi. D'altronde, s'io non erro, 
la medesima osservazione si può fare anche in Bru- 
netto ed in altri simili scrittori Italiani anteriori al- 
l' ultimo scorcio del secolo XIII. A me pare adun- 
que che quel libro non cominciasse a diffondersi 
fra noi che verso gli ultimi anni di quel secolo , 
seguitando poi ad esser letto e adoperato lungo tutto 
il secolo XIV. Così, quantunque io sia ben lungi dal 
credere che il poema deW Intelligenza possa appar- 
tenere a Dino Compagni, si conferma però l'opi- 
niene d'Ozanam, in quanto crede poter quel poema 
esser benissimo scritto a' tempi di quello storico, 
a preferenza di quella del Nannucci che crede 
debba esser piiì antico- Il libro di Marbodo fu cer- 
tamente fatto conoscere all' Italia , sia nel testo 
sia nella traduzione, dai provenzali. Molte traduzioni 
se ne conoscono in provenzale ed in romanzo (langue 
d'oil), le quali appartengono, a quanto sembra, ai 
secoli XIII e XIV. È da notarsi però che 1' età di 
queste traduzioni noi conosciamo in gran parte solo 
pel giudizio che ne ha dato La Porte du Theil (8), 
il quale giunge ad asserire ohe la traduzione ro- 
manza pubblicata da Beaugeandre (9) non può esser 
posteriore al secolo XII. Poiché però egli non porta 
prove di tali suoi giudizi, spero mi si vorrà perdo- 
nare se ardisco dubitarne. L' unica traduzione , o 
meglio epitome provenzale di certa data eh' io ne 



23 

conosca, è quella di Pier de' Bonifazi del secolo XIV, 
Ed appunto in questo secolo troviamo quel libro 
assai diffuso fra noi , come , oltre ai molti codici 
che se ne trovano nelle nostre biblioteche, possono 
attestarlo la traduzione di Zuccaro Bencivenni che 
esiste inedita in più codici, ed il ristretto in prosa 
di Franco Sacchetti recentemente pubblicato (10). 
Ma torniamo a noi. 

Il sig. Narducci non ha risparmiato noia o fa- 
tica perchè il suo libro avesse a riuscir compito da 
ogni lato; e chi voglia convincersene non ha che 
a leggere la notizia eh' ei premette circa i codici, 
da' quali ha tratto il suo testo , la quale è tanto 
esatta e circostanziata che a taluno potrebbe anco 
parer minuziosa. Il che avviene perchè non sem- 
pre né da tutti si può prevedere l'utile di certe no- 
tizie, delle quali solo coloro che sono avvezzi a ri- 
cerche di simil natura possono conoscere ed ap- 
prezzare il valore. Ma l'esattezza scrupolosa dell'edi- 
tore spicca assai eminentemeute quando si consi- 
deri, che l'opera di Ristoro si trova nel suo libro 
riprodotta in due differenti maniere. Infatti essendo, 
com'è noto, coloro che si occupano degli antichi no- 
stri scrittori divisi in due classi , delle quali una 
vuole che si pubblichino ridotti all'ortografia mo- 
derna , l'altra ritiene che nell'edizione principe si 
debba riprodurre il MS. tal quale senza menoma- 
mente alterarlo; egli all'una ed all'altra ha soddis- 
fatto, dando prima il testo secondo la moderna or- 
tografia, e poi riproducendo scrupolosamente il MS. 
Chigiano segnato M. Vili 169. Nella qual cosa se 
per l'esattezza , la pazienza, e la fatica è lodevole 



24 

il sig. Narducci, non meno lodevole per la generosità 
è il sig. D. Baldassare Boncompagni,.che oltre ad 
avergliene suggerito l'idea gli fornì i mezzi per ese- 
guirla , facendo stampare il libro a proprie spese. 
lo non istarò qui a dir le lodi di questo dotto si- 
gnore , perchè assai mi dorrebbe che altri, ignaro 
del mio modo di pensare, mi tacciasse d'adulazione. 
D'altronde il patrocinio ch'egli accorda agli studi è 
cosa notissima , e credo possa dirsi con tutta sin- 
cerità che questo è tanto più commendevole, quanto 
più a' dì nostri è fuor di moda. 

Certamente vana lusinga sarebbe la mia quan- 
d'io credessi che il mio elogio avesse valore d'in- 
coraggiare altrui ; imperocché so bene che il nome 
d'un giovane oscuro ed ignorato non può esser se- 
guito da quell'effetto che accompagna i nomi ac- 
creditati ed autorevoli. Quindi avviene che quan- 
tunque io desideri che il sig. Narducci prosegua a 
battere quella strada, nella quale tanto bene seppe 
incamminarsi , ciò piuttosto dal suo buon volere 
che dalle mie parole mi giovi aspettare. Tutto quello 
poi ch'io dissi fin qui , solamente volli dirlo onde 
mostrare che se non manca fra noi chi sa dedicare 
la vita e le fatiche al bene delle lettere e delle 
scienze, neppur manca fra noi chi sappia essergliene 
riconoscente. 

Roma 15 aprile 185*>. 

Domenico Compare ni. 



25 
NOTE 



(1) Multum adhuc restai operis, multumque restabit, nec 
ulli nato post mille saecula praecludetur occasio aliquid adhuc 
adilcendi. Senec. Eplst. LXIV. 

(2) Tesoro, II, 49. 

(3) Albert. Magn. De Minerai, traci. Ili, 4. 

(4) De Minerai. Il, 13. 

(5) De Boot, Gemmar, hisl. II, 81. 

(6) Tracchi, Poesie italiane inedite I, 1. - Ozanam, Do- 
cumens inédits eie. pag. 321. - Nannuucci, Manuuale eie. I, 
pag. 488 (2. ediz.) 

(7] Yit. Ambros. Caraaldul. I. pag. 211. 

(8) Notices et extrails etc. voi. V. pag. 689 sgg. 

(9) Nell'ediz. delle opere di S. Udelberto. 

(10) Da Gigli. : I sermoni evangelici le lettere ed altri 
scritti inediti o rari di Franco Sacchetti. Firenze. Le Mon- 
nier 1857, pag. 262. 



26 



Tre sonetti di Batista da Montefeltro e due dì Ma- 
latesta Malatesti pubblicati per cura del prof. 
Giuliano Vaìizolini- 



Al eh. Francesco Zambrini. 



0. 



l^uella Batista Malatesti , della quale voi pub- 
blicaste, sono dieci anni e più, le Laude ed altre 
lime spirituali^ in appendice alle rime d^autori ro- 
magnoli, piena com'era di religione, scrisse un giorno 
un sonetto intorno a' sette doni dello Spirito SantOi 
e dedicollo al sig. Malatesta suo suocero- Come cosa 
assai bella , e come scritta da tanta donna e a sì 
gentil poeta intitolata , si diffuse tosto per tutta 
Pesaro, sì che ogni colta persona lo sapea a mente, 
e chi lodavalo di qua e chi di là. 

DEL SPIRITO SANTO 

Al sig- Malatesta suo suocero. 

Clementissimo Spirito, ardente Amore 

Dal Padre eterno e dal Verbo emanante (1), 



(1) Emanante, Part. di Emanare. V. di reg. Romani [N). 
Ecco tutto ciò che ne dice su questa parola il Vocabolario 
universale della lingua italiana. Mantova ecc. Negretti. Bel- 
l'esempio è dunque questo del nostro specialmente per teo- 
logia. 



27 

Summa Benignità cooperante 

Quel (1) nfìistero ch'esalta il nostro core, 

Nella mia mente infondi (2) il tuo timore. 
Pietà, consiglio, e poi, sommo Creante (3), 
Dammi (4) fortezza e scienza fugante (5) 
Da l'alma razionai ciascuno (6) errore; 

Solleva (7) l'intelletto al ben superno 
Illuminandol tanto che disforme (8) 
Non sia da quella fé' che al ciel ne (9) scorge; 

Donami sapienzia con eterno 

Gusto di tua dolcezza, o Settiforme, 

Sì ch'io dispregi ciò che '1 mondo porge. 

Quando il giorno appresso ignota mano sparse 
per la città un sonetto per le stesse rime di quello 
della Batista, nel quale tacciavasì d'arrogante e di 
presuntuosa quella piissima principessa, come colei 
che osava parlare di così alto mistero senza ros- 
sore ; e la s' invitava a correggere la sua enorme 
vita. 



(1) Un altro codice legge: Latto. 

(2) Altro cod. Infondi in la mia mente. 

(3) Creante manca d'es. al Voc. nel senso teologico di 
Creatore. 

(4) Al. Me dà. 

(5) Anche di questo fugante il Vocab. non dice altro se 
non quel che si è detto di emanante. 

(6) Al. Ciascheuno. 

(7) Al. Sublima. 

(8) Al. Difforme. 

(9) Al. ci. 



28 



Responsiva eiiisdem D. ne Baliste a sé medesima 
riprendendosi di si allo parlare. 

La tua superbia me dà gran stupore (l), 
Alma presuntuosa et arrogante, 
Cum tanto ardir la lua voce elevante (2) 
A quel sublime et immenso splendore. 

L'angelico consorzio cum fervore 
El glorioso obbietto contemplante, 
Bencbè beato, pur vi sta tremante; 
Et tu parlar presumi, o vii fetore ? (3} 

Vuoi gustar qui l'aura dell'amor eterno (4) 
E non corregge (5) la tua vita enorme ? 
Ma del tuo vaneggiar Dio ben s'accorge. 

Lassa star dunque il vivere in quaterno (6), 
Piangi, sospira amando, e segui l'orme 
Degli iimil cui Iddio la man riporge (7). 

Pensate voi se il suocero potè comportare in 
pace tanta vallania fotta alla sua nuora eh' egli 
amava e stimava sopra ogni eredere. Per iscoprire 
l'autore di tanto insulto mise sossopra tutta Pesaro: 



(1) Al. m'è di gran stupore. 

(2) Elevante manca d'es. antico al Voc. e non n'ha che 
uno del Salvini. 

(3) Al. E tu ardisci parlar senza rossore ? 

(5) Il verso ha una sillaba più. S' io l'avessi a raccon- 
ciare leverei quel qui; ma 1' averlo trovato in tutti i codici 
che ho visti di questi sonetti, me n'ha ritenuto. 

(5) Corregge; desinenza originale dal latino Corrige. 

(6) Al. // viver basso dunque prendi a scherno. 

(7) Al. La man sua porge. 



29 
ed io vi so dire che con tutta la sua bontà se 
r avesse potuto aver tra le mani gli avrebbe fatto 
per un buon pezzo vedere il sole a scacchi. Ma per 
ricerche eh' e' facesse non potè venire a capo di 
nulla. Onde come poeta eh' egli era, non trovando 
allo sdegno suo altro rimedio, disfogollo in un so- 
netto, proprio per le rime, contro l'gnoto satirico, 
dicendogli tra l'altre cose, eh' e' vedea le festuche 
negli occhi altrui e non la trave ne' propri. 

Uesponsiva del sig- Malalesta, non sapendo chi 
avesse falla la prima resposta. 

Non so chi sei che con tanto furoie 
Biaseml (I) le parole oneste e sante, 
Prolale, grave, dolce et elegante (2), 
Piene (3) di condimento e di sapore. 

vero il fai per proprio tuo livore, 
tu sei (4) grosso, rozo et ignorante; 
Que superbia retrovi tu fra tante (5) 
Laude seri te de Dio per gloria e onore ? 



(1) Al. Biasimi. 

(2) Grave, dolce et elegante, per dolci, gravi ecc.; che 
in antico gli agg. della terza declin. in plur. si configurarono 
su quella de' latini. 

Altro cod. legge: Prolate in modo dolce et elegante; ma 
è assai più moderno. 

(3) Pieno chi legge in modo ecc. 

(4) Al. se. 

(5) Al. Quale superbia trovi tu fra tante; msi chi non vi 
sente la mano d' un audace correttore? Que poi dissero gli 
antichi prima di che, o cerio scrissero; che forse potean scri- 
vere a un modo e pronunciar a un altro , coni' è d' altre 
lingue- 



30 

Quest'ora el sommo Amor nel stil materno (1) 
Con suoi doni gli dia voglia conforme 
Al fonte vivo, chiar che sempre sorge (2). 

Certo ben po' dir lei, se '1 ver discerno (3): 
tu chi sei che vói festuca tórme 
Dell'occhio, ove nel tuo trabe resorge (4) ? 

E a questo sonetto diede la maggior ditYusione, 
tanto per difesa della nuora, quanto per disacerbar 
l'animo suo. Quand' ecco giugnerli un suo fido e 
dirgli: È scoperto finalmente 1' autore del sonetto 
contro madonna Batista. — E chi fu mai ? — chiese 
tra irato e curioso Malatesta. — Ella medesima — 
ripigliò l'altro. Immaginate ora voi qual si facesse 
Malatesta a s\ inaspettata novella. E' non la potea 
mandar giù; che non tanto gli dolca di vedersi bur- 
lato da una donna, come che sua nuora fosse, quanto 
vergognavasi di non averne riconosciuto lo stile. 



(1) Al. Qui SQorre el sommo Amor nel stil materno. 
Al. Quest'ora el sommo Amor nel seti materno. 

(2) Questa terzina ecco come è stala raffazzonata a suo 
talento da un tale, di cui tacerò il nome. 

Chi canta il sommo Amore in stil materno 
Abbia co' doni suoi voglia conforme 
Al vivo fonte ch'ognor chiaro sorge. 

(3) Al. Certo bene puoi dir , se 7 ver discerno. Ma il 
Malatesta ha voluto dire che mad. Batista potea ben dire a 
queir invido o ignorante che 1' avea censurala ecc. Lei per 
Ella, come dice anch'oggi il popolo. 

(4) Al. se', vuoi, dall' , trave. 



31 

Così, tutto in collera com'era, le scrisse dunque un 
sonetto assai bruschetto in principio, ma che poi 
finiva col dirle che si preparasse a far l'ammenda 
del fallo con iscrivergli rime che lo riconfortassero 
dal ricevuto dolore. 

Missiva del sig. Malatesta alla predicta madonna Ba- 
tista, quando fu certo di quel che dubitava che 
lei medesima avesse fatta la prima risposta- 
Sili inganni il padre tuo, ingrata persona (1), 
Chi porrà ma' (2) di te prender fidanza ? 
Stu inganni me, che so tuo scudo e lanza (3). 
Come porrai (4) portar degna corona ? 
Se tu me 'inganni, tua fama, che sona 
In molte parti, ara presto mancanza (5); 
Se tu m' inganni, come arò speranza 
In persona giamai che mostri bona ? (6) 
Ma penso che farai come d'Achille 
Solca la lancia, che prima feriva, 
Poi rimessa nel vulno (7) risanava. 



(1) 11 cod. più recente cangia il stu in se e qui e al terzo 
verso. 

(2) Al. Potrà mai. 

(3) So dall'ani, sere per sono. Di lanza per lancia, ab- 
biamo al Voc. un es. del Boccaccio. 

(4) Al Potrai. 

(8) Al. avrà tosto mancanza. 

(6) Al. In pessona che ornai non sembra bonari 

(7) Questo vulno, che ha tanti figli, manca al Vocab. 



32 

Presta alla penna oniai la man che scrìva 
Rime, che '1 petto mio presto distille (1) 
Liquor (2) che sani (3) la ferita prava- 
Ed ella il fece con un altro sonetto e con si 

bel garbo , che ebbe agevolmente placato il lieve 

corruccio di lui. 

Responsiva eiusdem D. ne Baliste ad eumdem 
D. num Maìatestam. 

Il dolce punger tuo, padre, me sprona 
A tinger il papir con ignoranza (4), 
Né di far scusa debita ho possanza; 
Ma l'affetto paterno ardir me dona. 

Signor, non creder mai che fosse (5) prona 
Ad ingannar quel che in saver m' avanza (6) 
Tutti i mortai, che sempre equo belanza (7), 
E '1 tuo aspetto par ch'altri al ben disponga. 

Ma Agendo le mie mortai pupille 
Nella tua carta che non sofferiva 
Senza molestia, e che '1 mio dir biasmava, 



(1) Rime onde al petto, ecc. 

(2) Al. Licor 

(3) Al. sane. 

(4) Al. // papiro a vergar con ignoranza. 

(5) Al. fossi; ma gli antichi terminarono in e tutto il sing. 
di questo tempo con maggior attaccamento al latino. 

(6) Al. avanza senza il mi. 

CI) Al. Tutti i mortali, e sempre equo bilanza. Belanzare 
bilanzare non è rigistrato al Voc. il quale ha però bilanza 
con es. della Bella mano non riportato. 



33 

Tanto me deleltava che tranquille 

Non eran le mie voglie, s' io impediva 
Quell'armonia che tal piacer me dava. 

E qui nuir altro mi resta da aggiungere, salvo 
che del concedervi la facoltà, quanto il desideriate, 
d'inserirli in codesto vostro giornale che già mena 
di se tanto grido , insieme alle appostevi note- 
relle e varianti. Infine pregandovi a conservarmi 
l'amicizia vostra, vi fo i saluti del cuore. 

Vostro affmo amico 
Giuliano Vanzolini. 



G.A.T.CLX. 



34 



Due brani di lettere che i dollari Santarelli e Denti 
inviano al prof. Maggiorani chiedente istorie di 
fulminati' 

I. 



Sig. professore chiarissimo 



Nessun caso di fulminazione, da 

poter completamente interessare la medicina legale, 
mi fu dato osservare nei vent'anni di mio medico 
esercizio- Tuttavia mi piace narrarle due fatti, de' 
quali fui ocular testimonio. 

Nel maggio 1830, mentre lo recavami, in unione 
del sig. dott. chirurgo Stagni, a Pennabilli e tra- 
versava una praterìa che trovasi immediatamente a 
fianco della montagna di Carpegna, in mezzo ad un 
temporale orribile, vennero, a cinquanta passi da 
noi, da una sola scarica fulminati due giovani sposi, 
che malaccortamente eransi ricoverati sotto un vec- 
chio ed isolato albero. Essi tenevansi per mano , 
e così caddero rimanendo estinti immediatamente. — 
Scendemmo dalle nostre cavalcature per soccorrerli 
ad onta di un diluvio di pioggia e di grandine che 
ci si riversava addosso. — Con l'aiuto di parecchi 
falciatori di fieno che eran presenti improvvisammo, 
si può dire, in pochi minuti un capanno, ove con 
la maggior possibile diligenza trasportammo i due 
fulminati, tagliandone le vestimenta. — Né dalle vene 
del braccio , né dalle iugulari potemmo ottener 



35 

sangue all' infuori tii poche gocce ; così pure inu- 
tilmente incidemmo le temporali- — Una macchia 
rotonda rosacea, aggrinzila, e più larga di un pol- 
lice, riscontrammo nella spalla destra del maschio. — 
Deturpata e malconcia , quasi avesse subito un 
imperfetto grado di fusione, riscontrammo una me- 
dagliuzza che giaceva quasi so[)ra la metà della re- 
gione sternale, ove la cute, per quasi un pollice di 
diametro, era assai scolorala ed anche qui un poco 
aggrinzila, come se fosse. stata combusta. — 1 peli 
del petto avcan arso, ed all'infuori di questo nessun 
altro che di anormale in tutta la persona, che ri- 
mase flessibilissima- — Nella femmina, che trova- 
vasi per certo in tempo delle regole , osservammo 
invece rigidità tetanica delle membra, ed inoltre un 
arrossamento raggiato nel dorso della mano che com- 
municava con quella del compagno, e nel cui dito 
esisteva un anello d' oro. — Osservammo ancora 
due piccoli punii lenlicolari di lieve arrossamento 
sui fori delle orecchie, da cui il fulmine avea strap- 
pati i pendenti di similoro, trasportandone uno molli 
passi lontano dal luogo della disgrazia. — La fiso- 
nomia della giovine esprimeva terrore (mentre forse 
era in preda a gran paura prima di esser fulminata), 
e gli occhi vedevansi orribilmente sporgenti e con- 
torli. — Lo spillone argenteo infitto nei capelli era 
inlallo ! — Quando noi partimmo dalla praterìa 
(quasi tre ore dopo la fulminazione), i' uomo era 
freddo, ma la donna conservava calda la cute del 
ventre e del petto. — Dopo alcuni mesi seppi che 
la putrefazione fosse alquanto sollecita nel marito, 
ma che nella sposa tardò ([uatlro giorni ad onta 



36 

della stagione calda. -^ Forse chi sa che con mi- 
gliori e più savi soccorsi, che non si potevan ap- 
prestate in quel deserto luogo (e che io allora gio- 
vanissimo non conosceva), non si fosse potuta ria- 
vere ? — 

In Cannara , nell' ottobre 1832 (se non erro) , 
dopo una grandine caduta in sul mezzodì vi fu nuova 
minaccia di temporale verso le due ore di sera. In 
questo, s'introdusse per la cappa di un cammino un 
fulmine mentre due vecchierelli, moglie e marito, 
stavano d' intorno al focolare a scaldarsi. — lì ful- 
mine si divertì a lanciar lontano dal ceneraio una 
vecchia e logora pala di ferro che vi trovò, ed a 
bruciare tutt'i peli dei genitali di entrambi i coniugi, 
i quali un anno avanti avevano in tali parti usata 
una frizione con un unguento contro gl'insetti. Nes- 
sun altro danno recò ad essi all'infuori della paura, 
a cui riferii le piccole e brevi convulsioni che con- 
secutivamente sostenne la povera vecchia. 



I). Santarelli. 



II. 

Signor professore. 



In un giorno di giugno, per isfuggire una dirotta piog- 
gia, mal sì ricoverava il bifolco Antonio Capparella 
sotto i rami di annosa quercia. Al continuo lampeg- 
giare succedeva il romorio del tuono, finche gli elet- 
trici equilibri determinarono il fulmine, che investì 



37 

il misero Capparella: i gridi di alcuni villici a poca 
disianza accompagnarono il bifolco, che come corpo 
morto rotolava per la sottoposta china di un colle. 
Dopo pochi momenti fu tratto il misero, che dal re- 
spiro languidissimo dava ancora segni di sua esistenza. 
Quell'uomo sul torno dei cinquant'anni presentava 
una costituzione sanissima, robusta, ed era di un tem- 
peramento biblioso sanguigno: posto su di un paglia- 
riccio , giaceva supino ; il respiro era rantoloso ; i 
polsi piccoli, duri e depressi; lo sguardo fisso, la de- 
glutizione difficile, la loquela sospesa, nessun udito, 
in una quasi completa tensione tetanica il còrpo. I cir- 
costanti si erano rattenuti fino alla mia venuta di 
spogliarlo dei suoi vestimenti di lana, dacché ad ogni 
moto che volesse imprimergllsi metteva altissime 
grida. Giunto presso il fulminato osservai un forame 
rotondo nella parte destra del cappello, ed altro fo- 
rame irregolare di circa mezzo pollice di diametro 
nella scai-pa del medesimo lato in cori'ispondenza del 
dito grosso del piede- Tolte le vesti con apposita 
maniera, non rinvenni alcuna alterazione nelle regioni 
in corrispondenza dei detti forami. Però le tracce 
deireleltrico erano manifeste in tutta la superficie 
cutanea, presentandosi delle linee raggiate in varie 
forme specialmente i^^l petto e nel lato destro: una 
piaga a guisa di scottatura al secondo grado oc- 
cupava la metà del poplite sinistro, ed altra assai 
più piccola esisteva nel piede destro. Nella regione 
sincipitale fu rinvenuta una ferita cruciforme di circa 
un pollice, e un poco irregolare: quella ferita giu- 
dicai esser prodotta da qualche pietra nella caduta, 
che fece l'infermo in seguito della fulminazione- Un 



38 
abbondante sanguigna fu il primo rimedio da me 
consigliato; ed altra di minor quantità ne feci ripe- 
tere dopo poche ore: quindi ordinai un saguisugio 
alle temporali, e delle fomentazioni separate alle estre- 
mità: ebbi cura che non si trascurassero le piaghe con 
apposita semplicissima medicatura: aggiunsi una so- 
luzione di solfato di magnesia, che veniva con dif- 
tìcollà deglutita. La notte era trascorsa inquieta; ma 
nella visita del mattino trovai 1' infermo tornato ai 
sensi, sebbene esistesse una qualche confusione nelle 
sue idee, non rammentava affatto l'accaduto; aveva 
una tìsonomia spaventata, e continuamente si lamen- 
tava di un formicolio fastidiosissimo nelle regioni sca- 
polari, non che di un senso bruciante e doloroso nelle 
descritte piaghe. Si era sviluppata una febre assai 
risentita, ed erano manifesti i segni di profondo ga- 
stricismo- La ferita della testa non era per me senza 
conseguenza , temendo di un qualche versamento 
per uno stato di commozione che io scorgeva nel 
mio infermo. In questo stato di cose ripetei un sa- 
lasso, ed ordinai oncia una e mezza di olio di ri- 
cino, essendosi resa facile la deglutizione: si otten- 
nero varie scariche coll'emissione di molti lombrici. 
Al terzo giorno l' infermo, più libero nelle facoltà 
mentali, seguita a lamentarsi del solito dolore nelle 
regioni scapolari, e manda di tanto in tanto, spe- 
cialmente nelle ore notturne, le solile grida: avver- 
tito, risponde con ira- Si prescrive un salasso di li- 
bra una, e bevanda diluente tartarizzata: ottimi ef- 
fetti si ebbero in seguito di tali ordinazioni. Nei 
giorni che sopravvennero si seguitò la cura del ga- 
stricismo verminoso , né si perde di vista lo stato 



39 
della testa : vi fu duopo di una quinta sanguigna , 
che giudicò assolutamente la malattia , rimanendo 
solo dopo il ventesimo giorno un senso di formico- 
lio e di dolore, che erasi anche reso pila forte, e 
diffuso per le superiori estremità. Siccome stimai , 
che tali alterazioni fossero ora puramente nervose, 
ordinai ai centri nervosi le frizioni di lenimento vo- 
latile, ma con pochissimo vantaggio- Erano trascorsi 
circa dieci giorni di convalescenza, ed il Capparella 
era inquieto; gridava specialmente nella notte, aveva 
una fame insaziabile , camminava con stento , era 
curvo, e nella impossibilità di muovere liberamente 
le superiori estremità: talora se lo fìssavi, ti rassem- 
brava un maniaco: interrogato sulle grida notturne, 
disse avere delle immagini spaventose, e dei sussulti 
che r obbligavano a gridare- L' insistenza dei cal- 
manti, specialmente del giusquiamo, le frizioni con- 
tinuate di tintura di cantaridi apportarono un no- 
tabile miglioramento- L'aria campestre , il ritorno 
alle usate occupazioni villaresche, i bagni alla tem- 
peratura ordinaria praticati per vari giorni ritorna- 
rono il Capparella alla sua primiera robusta salute 
dopo lo spazio di circa due mesi dall'accaduto. 

Il Capparella, da me più volte veduto in varie 
epoche nel corso di due anni dopo questa malattia, 
fu sempre osservato nella piiì perfetta salute senza 
che avesse piiì sotfcrto di altro incomodo. 



D- D 



ENTI. 



40 



Del pili amico codice greco della biblioteca vaticana 
e deiredizione che ne fece il cardinal Mai. Disser- 
tazione letta alla pontificia accademia romana di 
archeologia dal socio ordinario e censore P- D. 
Carlo Vercellcne procuratore generale de' barnabiti. 



Lolli doti! hanno di recente sollevala la loro voce 
in tutta l'Europa ed anche in America per parlare 
d'un codice, che forma il piiì bello ornamento della 
rinomatissima biblioteca vaticana; e per sentenziare 
intorno alla pubblicazione che ne fu fatta dall'eru- 
ditissimo card. Angelo Mai di sempre gloriosa me- 
moria. Ognuno di voi già comprende che io accenno 
al codice greco valicano designato col numero 1209. 
il quale contiene la Bibbia. Nessuno ignora le lun- 
ghe fatiche sostenute dall'instancabile card. Mai, che 
pel primo volle darlo alla luce colle stampe- Voi sa- 
pete che l'impresa del dottissimo card, fu salutata 
cogli applausi di tutta 1' Europa, e fu noverata tra 
le più gloriose ed importanti opere di lui. Or bene, 
se pressoché tutti i giornali letterari del mondo 
hanno ragionato in questi due ultimi anni, quale più, 
quale meno dirittamente di un monumento che gran- 
demente onora Roma , e di un fatto che a Roma 
si attiene, e che sotto gli occhi nostri fu felicemente 
compito ; a me sembra essere ormai tempo anche 
per jaoi di rompere questo lungo silenzio per far 
palese ciò che maggiormente ci può interessare nel 



41 

monumento che ha attirato gli sguardi ed eccitato 
la meraviglia di tutti i dotti: è tempo, dico, di ri- 
volgere la nostra attenzione a quel codice di cui 
tanto si è favellato, a quella edizione che ha dato 
luogo a tanti giudizi, parte veri, parte poco esatti, 
e parte falsi. Né credo sia mestieri di avvertire che 
ciò facendo io non esco dai confini assegnati ai no- 
stri lavori- Con ciò sia che alla nostra accademia 
certamente spettano le grandi quistioni di storia, dr 
critica, di filologia e di paleografìa, intorno alle quali 
io intendo di trattenervi brevemente. Debbo piut- 
tosto supplicare la vostra indulgenza se io non tanto 
per la brevità del tempo prefinitomi, quanto per la 
mia pochezza, sarò costretto a toccare quasi pur di 
passata alcuni punti che certo meriterebbero un più 
ampio svolgimento- Il mio breve discorso si divide 
in due parti. Nella prima dirò del codice, ponderan- 
done l'origine, la storia ed il valore: nell'altra l'uso 
che ne fu fatto, e ciò che rimane tuttavia a fare. 
Le notizie storiche risguardanti il nostro codice 
cominciano solo dal 1475, cioè dall'epoca in cui il 
celebre Platina per ordine del pont. Sisto IV stese 
il primo inventario che abbiamo dei codici della va- 
ticana, allora detta palatina, ove egli ce lo descrisse 
con poche parole, dicendo che nel primo banco della 
biblioteca dei libri greci eravi il codice Biblia in tri- 
bus cohimnis ex membrana. Il qual cenno non può 
riferirsi ad altro libro fuorché ai nostro; poiché non 
si sa che la vaticana abbia mai posseduto altra Bib- 
bia greca a tre colonne dalla nostra in fuori. Ma si 
toglie ogni dubbio nell' altro inventario fatto nel 
1533, ove del medesimo codice si nota (secondo lo 



42 

stile singolarissimo seguito in questo nuovo inven- 
tario), che la prima pagina del terzo foglio termina 
con la parola s/SSs/avj, la qual cosa non si verifica 
se non nella nostra Bibbia. Adunque siamo certi 
che essa si trovò nella vaticana fin dai primordi di 
questa insigne biblioteca , cioè allorquando fu fon- 
data dal pont. Sisto IV- Questa, come ho detto, è 
la prima notizia storica che noi abbiamo del nostro 
famosissimo codice , ignorandosi pienamente come 
e quando fosse portato a Roma- lo ho pubblicalo, 
or sono due anni, questi ed altri non pochi docu- 
menti relativi alla storia del nostro codice in una 
lunga lettera che fu quasi tutta inserita dal dotto 
Tischendorf nei prolegomeni alla settima edizione 
del Nuovo Testamento greco, che egli pubblicò in 
Lipsia in quest'anno, or sono pochi mesi. Ma debbo 
avvertire aver egli per errore scritto, che dagli an- 
tichi cataloghi della vaticana risulta che questo co- 
dice aule medium seculum XVI in eadem bibliotheca 
suum locum habuil (pag. CXXXVII); ove dovea scri- 
vere seculo XV. Alcuni si sono maravigliati che il 
dotto Platina siasi contenuto in così brevi parole nel 
registrarlo. Coloro che fanno queste meraviglie danno 
a conoscere d'ignorare in quale stato si trovasse la 
dottrina paleografica nel secolo XV. Ma voi ben sa- 
pete che non era di quella stagione il saper distin- 
guere l'età dei codici senza quei mexzi che ora pos- 
sediamo. Che se a taluno sembra strano che non si 
trovino notizie storiche anteriori all'epoca suddetta 
intorno ad un così insigne documento, noi alla no- 
stra volta domanderemo che cosa dovrà dirsi del- 
l'egregio codice del Vangelo scritto a caratteri ar- 



i3 

genici sopra membrane purpuree nel quinto secolo, 
che ora si conserva nella biblioteca palatina di Vien- 
na, e che fu pubblicato dal Tischendorf nel 1847, 
del qual codice il eh. editore ci attesta che s'ignora 
perfettamente aiU linde, aiit jìer qiiem veneril, seb- 
bene sia certo che fu aggiunto a quella biblioteca 
solo dopo la morte del Denisio, cioè in principio di 
questo secolo? [Evang. Palai- j Lips. 1847. Proleg. 
p. X) Quale maraviglia dunque che noi ignoriamo 
la provenienza d' un codice che sin dal secolo XV 
apparteneva alla vaticana, se la biblioteca di Vienna 
non può farci conoscere d'onde sia venuto uno dei 
più rari suoi manoscritti acquistato or sono forse ap- 
pena cinquant'anni ? 

Se non che, lasciando in disparte inutili ricerche 
di notizie storiche intorno al codice vaticano , noi 
dalla natura e dagli intrinseci caratteri del codice 
stesso possiamo con fondamento risalire alla sua ori- 
gine: anzi noi troviamo buoni argomenti per affer- 
mare alcuni fatti di grande importanza che giovano 
assai ad apprezzarne il valore. Noi dunque diciamo 
che esso fu scritto nel IV secolo della chiesa; che 
fu scritto in Alessandria d'Egitto e che fu destinato 
all' uso pubblico della liturgia nella chiesa. Queste 
conclusioni ci condurranno a riconoscere che il co- 
dice vaticano, di cui ragioniamo, è il più antico di 
quanti codici si conoscono al mondo ; giacché di 
quella età, oltre questo codice, non esistono se non 
pochi e rarissimi frammenti di libri, i quali come- 
chè più meno copiosi , come sono quelli che di 
fresco ebbe la fortuna di scoprire in Oriente il eh. 



u 

Tischendorf, non possono mettersi a confronto col 
vaticano. 

Ed in prima, quanto all'età del nostro codice, 
non v'ha quasi più al presente uomo dotto che ne 
dubiti. Per verità nel secolo XV e XVI si credeva 
bensì da molti (tra i quali possiamo ricordare il 
Masio, il Sirleto, il Morino, Luca Brugense, e gli 
editori romani della Bibbia greca Sistina), che questo 
fosse uno de' più pregevoli esemplari; ma nessuno 
sospettava che la sua origine potesse rimontare ad 
una età cotanto lontana. Solo nel XVII secolo e nel 
seguente cominciò a credersi che appartenesse al V 
o al VI secolo; e così fu giudicato da quel grande 
paleografo del suo tempo , che fu il Montfaucon 
{Biblioth. Bihlioihecar- tom. 1 />• 3) ; ma anche 
questo giudizio non sembrava a tutti abbastanza fon- 
dato sul vero; ed eravi ancora chi attribuiva al nostro 
codice un età molto meno vetusta , come fu il 
Le-Long {Bibl sacra t. 1 p- 160). È però da av- 
vertire che molti di coloro, i quali negarono la 
grande antichità di questo libro , o non lo videro 
mai, e tra questi fu Erasmo ed il Le-Long; o non 
possedevano quelle cognizioni di paleografìa, che si 
richiedono per un siffatto giudizio: il che possiamo 
dire di tutti quelli che vissero prima che rivedessero 
la luce i molti papiri greci di non dubbia età, ed 
i palimpsesli che oggi possediamo. Imperocché il 
principalissimo argomento per giudicare 1' età del 
nostro codice ci è somministrato dalla paleografia, 
e questa prende luce dagli scritti di età certa che 
si conoscono. Ora è manifestissima ed irrepugnabile 
la grande affinità che si trova fra la scrittura dei 



45 

migliori papiri ercolanesi ed il nostro codice. 11 
principal divario che corre fra questo e quelli con- 
siste in ciò, che l'uno è scritto da un perfetto cal- 
h'grafo con somma eleganza, purità e semplicità di 
caratteri: laddove negli altri v'ha minor studio di 
eleganza, minor purità di forma- Nel resto tanto il 
codice vaticano quanto i papiri o volumi ercolanesi 
• sono scritti a lettere unciali o maiuscole , netta- 
mente espresse, della medesima grandezza, tutte di 
seguito in ciascuna linea, senza alcuna distinzione 
di parole, nessun accento o spirito, rarissime inter- 
punzioni, quasi nessuna parola scritta in compendio 
o abbreviata; nessuna lettera iniziale maggiore o di- 
stinta dalle altre, neppure ove comincia un libro. 
Queste note, considerate nel loro complesso, potreb- 
bero bastare alla vostra sapienza per comprendere 
che non può esservi dubbio di softa, che il codice 
in cui si trovano è anteriore al V secolo. Ma pos- 
siamo aggiungere non poche altre avvertenze che 
vieppiù ne rendono palese l'età- Fu già notato che 
la forma materiale del codice ci fa segno dell'epoca 
in cui dall'uso dei rotoli, propriamente detti volu- 
mi, si fece passaggio a quello dei codici [De anti- 
quitale codicis vaticani , Comm- Jo- Leonardi Hug , 
Friburgi Brisgoviae, 1810 p- 13)- Perocché ogni fac- 
ciata è distinta in tre colonne, cosicché aprendo il 
libro si presentano allo sguardo sei colonne; la sua 
altezza corrisponde a quella ordinaria dei volumi ; 
e per ciò esso è di forma quadrata. Inoltre qui pure, 
come nei volumi, ogni libro, o parte della Bibbia, 
ha il suo semplice titolo in principio egualmente 
che in fine, senz'altra aggiunta. Così, per esempio, il 



4tì 
libro dei Numeri porta il suo semplice titolo API6M0I 
tanto in principio quanto in fine- Di qui io ricavo 
la ragione per cui solo in fine del Genesi si legge 
KATA TOri; EBAOMHKONTA, mentre si sarebbe po- 
tuto mettere il medesimo aggiunto a tutti gli altri 
libri cbe appartengono ai settanta interpreti. La ra- 
gione adunque è, perchè l'amanuense volle anche qui, 
secondo il suo costume, ripetere in fine del libro il 
medesimo titolo che stava in principio. E siccome 
in principio del codice (ora acefalo) dovea esservi 
quell'aggiunto KatA TOYS EBAOMHKONTA, il quale 
apparteneva a tutti i seguenti libri dell'Antico Te- 
stamento, egli lo ripetè in fine del Genesi. Da ul- 
timo tra le prove che dimostrano l'età del codice 
non è da tacere come in esso nel Nuovo Testa- 
mento non si trovi alcun vestigio delle sessioni dette 
di Ammonio, o dei canoni Eusebiani, <:he nei codici 
dal V secolo in poi non si sogliono più tralasciare. 
Le divisioni e gli argomenti posti da Eutalio, e che 
si trovano negli altri codici d'età poco posteriori al 
nostro, furono totalmente ignoti a chi scrisse questo 
codice- Pare dunque che possa dirsi dimostrata, per 
le cose fin qui accennate, l'età del codice vaticano. 
Ma ciò che io sono per dire, a fine di dimostrar- 
vene la patria, confermerà maggiortnente la stessa 
sentenza. 

Dunque io asserisco che questo codice fu scritto 
in Alessandria d'Egitto. E da prima a provare questa 
mia asserzione prendo a considerare le membrane 
che lo compongono; poi la sua esimia caligrafia ; 
in terzo luogo l'ortografia con cui è scritto; e final- 
mente aggiungerò alcune altre ragioni, con cui il 



47 
Tischendorf provò la patria del codice Federico- 
Augustano da lui illustrato , le quali convengono 
perfettamente anche al nostro codice. Le membrane, 
di cui consta il codice vaticano, sono pelli d' una 
specie di antilope, che tuttora abbonda nelPEgitto 
e nella Libia: queste pelli sono sottilissime, lucide 
e lavorate con isquisita perfezione. Due fogli del 
codice formano, come sembra, V intera pelle del- 
l'animale. I famosi codici alessandrino ed efremitico, 
che alla età del vaticano^ si accostano, e che pro- 
vengono dall' Egitto, sono composti di membrane 
somigliantissime a quelle del vaticano. D' altronde 
sappiamo che gli alessandrini erano celebri sin dal 
secondo e terzo secolo per 1' arte con cui accon- 
ciavano le membrane per la formazione dei codici. 
Dunque abbiamo nella materia slessa, non dirò una 
prova assoluta , ma un primo indizio della patriii 
del codice vaticano- Alquanto piiì grave è 1' argo- 
mento che si deriva dalla caligrafia. Imperocché 
per una parte incontriamo una simile semplicità ed 
eleganza di scrittura nei soli codici provenienti da 
Alessandria; e per altra parte sappiamo dalla storia 
che fin dai tempi dei Tolomei Alessandria fu insigne 
per la greca caligrafia ; ed il lodato Montfaucon 
[Palaeogr. graeca, p. 108) attesta che: «Alexandria 
» Celebris graecarum omnium iiocB-^az'j^v schola, ele- 
» gantissimaeque scriptionis graecae ofiiciiia fuit. « 
A quale altra città potrà dunque meglio e più 
giustamente essere attribuito il nostro codice , il 
quale per confessione di tutti è scritto con una ma- 
ravigliosa perizia ed insuperabile squisitezza di ca- 
ligrafìa ? Ma v' ha di più. L' ortografìa del nostro 



48 
codice ci somministra un nuovo e gravissimo ar- 
gomento a dimostrarne la patria: e ciò vuole essere 
alquanto dichiarato. Tutti sanno che la greca ver- 
sione della Bibbia detta dei settanta interpreti appar- 
tiene al dialetto alessandrino, perchè fu fatta dagli elle- 
nisti d'Alessandria. Noi dunque non possiamo tener 
conto delle forme proprie del dialetto alessandrino 
che s' incontrano nel nostro codice per giudicarne 
della patria ; poiché in qualunque paese si poteva 
copiare quella traduzione colle sue forme native (1). 
È bensì vero che spesso i copisti fuori d' Egitto a 
quelle forme sostituirono altri modi piiì attici; ma 
siccome non possiamo dire che ciò si facesse sem- 
pre e da tutti, massime in quei primi tempi, nulla 
possiamo argomentare dagli ellenismi alessandrini 
che vi si trovano. All'incontro le forme ortografiche 
proprie degli amanuensi d'Alessandria, e dipendenti 
dalla peculiar maniera di pronunzia che regnava in 
quella città, non si propagarono altrove. E se noi le 
troviamo mantenute nel nostro codice, abbiamo ogni 
ragione di giudicarlo scritto in Alessandria (2). Che 
se taluno mi domanderà in qual modo noi possiamo 
stabilire e conoscere questa specie di ortografia ales- 
sandrina, mi pare che la risposta sia facile ed evi- 
dente. Primieramente la possiamo conoscere dagli 
altri codici sopracitati , provenienti dall' Egitto , e 
scritti in tempi assai prossimi al IV secolo. In se- 



fi) Il card. Mai nella sua Co//ec^. Scripp. Vett. t. 2. p. 
684 pubblicò Theodori Metochitae, quod omnes qui in Aegypto 
instituti fuerunt asperiore oralionis genere uti soleant. 

(2) Vedi il Woide, Praef. ad N. T. pag. VI. §. 33. 



49 

condì) luogo, non vi sono le lapidi, che ci manten- 
gono intatte le stesse maniere alessandrine ? Ma so- 
pra tutto non abbiamo noi una buona serie di pa- 
piri greci scritti in Alessandria ? Ora questi non es- 
sendo mai slati trascritti dai copisti, giacché sono 
autografi , siccome ha saviamente osservato il eh. 
Peyron, mantengono senza fallo l'istessa ortografia 
che era volgarmente ricevuta nel basso Egitto {Pey- 
ron, Papijri graeci , parte 1 p. 22). Ciò posto noi 
diciamo, che mentre questi documenti ci rendono ra- 
gione di quelle forme insolite che s' incontrano di 
continuo nel codice valicano , ce ne dimostrano la 
patria- Poiché da nessun altro paese poteva venirci 
quel iotacismo frequentissimo; quei molti dittonghi 
posti in cambio delle vocali lunghe; quel v s^zXxvGviyJv 
posto avanti le consonanti (1), ed altrettali maniere 
di scrivere solo proprie degli ellenisti alessandrini 
(vedi Hug, op. cit- pag. 15)- Parimenti nessun altro 
fuorché un copista d'Alessandria poteva darci inBp.f\)Vj 
per Im^cT, auXk-rjp.^-/} per (juXXvjti^j; X-rin^psa^e per XvjticaSe; 
X'niif'òr^azxoii per XvjyS/jasTaj; le quali forme coli' epen- 
tesi del p. come sono frequentissime nel codice va- 
ticano, così si trovano nei frammenti greco-tebaici 
del museo Borgiano, nei papiri greci di Torino, nella 
liturgia copta, come si può vedere presso il Georgi, 
il Peyron e l'Assemani (2)- Il dotto Leonardo Hug, 

(1) Georg. Fragni. Ev. s. Jon. p. 67. 168. ed altrove. 

(2) Il Georgi e l'Assemani sono citati presso il lodato Hug; 
quanto al Peyron vedi Papyri graeci R. Taurinensis musei 
Aegyptii. Papiro III. lin. 48. Si veda anche Tischcndorf Frag- 
menta sacra palimps., Lipsiac 1855, pag. XV. XXVI. XXXIII. 

tì.A.T.CLX. i 



50 
nella sua dissertazione sull'antichità del codice va- 
ticano, non ha potuto dissimulare questo fatto; anzi 
si è studiato di dargli tutto il peso che merita. Ma 
ora noi possiamo vieppiii incalzare Taigomento ser- 
vendoci dei documenti greco-egiziani, e massime dei 
papiri tolemaici venuti in luce dopo che fu puhbli- 
cata la dissertazione dell' Hug; anzi potremmo pur 
giovarci non poco dei progressi che ora ha fatto lo 
studio della lingua copta per chiarir meglio la ra- 
gione, sulla quale è fondata quella speciale ortogra- 
fia degli alessandrini- Ma per non protrarre sover- 
chiamente quest'argomento, mi restringerò ad accen- 
narvi due cose che non debbo pretermettere. La 
prima è che il card. Mai non ignorò l'affinità che 
pei' questo lato passa fra il codice vaticano ed i mo- 
numenti greco-egizi; poiché nel margine della sua 
edizione al capo XV di s. Giovanni avvertì, che la 
forma {lyorsocj per sj/^y, che si trova nel nostro co- 
dice, si riscontra con simile esempio in un papiro 
tolemaico della vaticana. L'altra cosa è, che il no- 
me del preside romano di cui si fa menzione negli 
Atti apostolici (XXIV, 22), cioè Felice, nel nostro 
codice è scritto ^^'^'q, come appunto si scrive nei 
frammenti della versione copta pubblicata dal Woi- 
de (1). Persuaso che le prove da me accennate 
bastino ad accertare l'ortografia alessandrina del no- 
Iro codice, passerò all' altro argomento con cui a 



XLV.; id. FragmenlaUv. Lucae etGenes., Lipsiae 1857, pag. 
XVII. XXV. 

(1) Si noli che la lèttera ye coptica si confonde nel suono 
colle vocali e coi dittonghi che suonano». VediPeyron,Gramm. 
ling. copi. pag. 4. 



51 

giudizio del Tischendorf si può accertare la patria 
dello stesso codice. Il pensiero del lodato autore , 
che ora io esporrò, potrà sembrare a primo aspetto 
assai strano; ma se si vuole ponderare bene la cosa 
si comprenderà che esso non è privo di buon fon- 
damento. Egli dice che tutti i codici scritti dagli 
elegantissimi caligratì alessandrini si distinguono pei 
molti errori che contengono [Cod. Friderico-Augu- 
slanus , prol- §. 10). Sembra infatti naturale che 
quanto più V amanuense sì occupa della eleganza 
della scrittura , tanto meno possa badare alla cor- 
rezione. Abbiamo inoltre la testimonianza di s. Gi- 
rolamo, il quale affermando che egli si contentava 
di codici miserabili, ma li voleva corretti, manife- 
stò il suo disprezzo pei codici scritti con grande 
lusso in caratteri unciali, ma pieni di difetti [Praef. 
in Job- ; cf Joh. Clirys. hom- XXXII in Johan.) 
Colle quali parole sembra che il dottor massimo ac- 
cennasse chiaro ai codici alessandrini. Ma è egli vero 
che a questo infelice ragguaglio il codice vaticano 
si faccia conoscere di appartenere alla famìglia dei 
codici alessandrini ? Il Tischendorf l'afferma recisa- 
mente, ed io non dubito di confermarlo. Anzi ag- 
giungo esser difficile trovare un altro codice che per 
questo verso superi il vaticano: e credo necessario 
dichiarare bene e mantenere questa tesi, perchè da 
essa ne derivano importantissime conseguenze, non 
già a scapito del valore del codice , ma in difesa 
della verità del testo ricevuto dalla Chiesa cattolica. 
Gli sbagli commessi dall' amanuense, che scrisse il 
codice vaticano, sono in realtà frequentissimi ; ma 
consistono quasi tutti in semplici omissioni, ora di 



52 

una, due, o tre parole, ora d'un mezzo periodo, 
ora d' un periodo intero , ed alcuna fiata anche di 
due o tre versetti, e più ancora. Ciò accade al no- 
stro amanuense quando s'incontrano a poca distanza 
due parole simili. Se per esempio due membri fini- 
scono o cominciano colla stessa parola o frase , il 
nostro copista, passando senza addarsene dal primo 
al secondo luogo, tralascia le voci intermedie. Tutti 
sanno che a questa specie di errori vanno soggetti 
tutti gli amanuensi, anzi perfino quelli che scolpi- 
scono le lettere sui marmi, ed i nostri stampatori 
ce ne danno non pochi esempi. Tuttavia la frequenza 
di simili sviste è veramente straordinaria nel codice 
vaticano: ed io non esito di affermare che in tutto 
il codice, il quale ora consta di oltre a mille quat- 
trocento sessanta pagine, è più facile trovare un fo- 
glio che ha due o tre di queste omissioni, che non 
incontrarne uno che non ne abbia alcuna (!)• Ta- 
lora queste omissioni non recano notabile danno al 
senso; ma non di rado avviene che il periodo rimane 
non solo guasto e sconcio, ma pur anche privo af- 
fatto d' ogni senso e costrutto- È inutile avvertire 
che quasi tutti questi errori furono poi corretti per 
opera d'una seconda mano: io parlo solo del copi- 
sta, non del correttore del codice. Ciò prova che 
l'amanuense spesso scriveva intento unicamente alla 
chiarezza materiale delle lettere , senza prendersi 



(1) Non computando i supplementi falli in tempi più re- 
centi, il codice valicano consta di 73 quinlerni, e due fogli. 
Secondo il nostro computo mancano quattro quinlerni in prin- 
cipio, uno nel Salterio, due in fine. Dunque dovea essere di 
80 quinlerni. 



53 

pensiero del senso. Adunque sebbene sia vero non 
mancare esempi di copisti d' altri paesi proclivi a 
simili errori, si dovrà pur confessare che anche per 
questa circostanza la condizione del codice vaticano 
conviene egregiamente agli amanuensi d'Alessandria. 
Ho poi detto essere questa considerazione di gran- 
dissimo momento per la critica. Imperocché di qui 
noi comprendiamo che invano molti critici, massime 
tra i protestanti, nelTetà scorsa appellavano all'au- 
torità del codice vaticano per rigettare dal contesto 
delia s. Scrittura alcuni brani , che essi negavano 
di ammettere come genuini. Per tal modo ora stu- 
diata meglio e conosciuta pienamente V indole del 
nostro codice, hanno perduto ogni valore quelle ob- 
biezioni che nell'età passata sembravano gravissime, 
e pressoché insolubili. Noi abbiamo ogni ragione di 
metterci in guardia e sospettare d'una semplice svi- 
sta dell'amanuense ogni qual volta incontriamo nel 
nostro codice una qualche mancanza. Tanto é vero 
che il progresso de'buoui studi critici giova sempre, 
anzi che nuocere, alla causa della religione. Se io 
non sapessi di ragionare al cospetto d' uomini sa- 
pienti, come voi siete, mi crederei obbligato di pro- 
vare (e mi sarebbe agevolissimo il farlo) , che le 
mendosità, che ho notato nel codice vaticano, non 
possono scemare il sommo pregio di quel codice , 
né attenuarne 1' impareggiabile valore. Ma sapendo 
che questa difficoltà non può venire in mente se non 
a coloro che sono affatto digiuni di studi critici, io 
me ne passo volentieri per non recarvi noia. 

Se dal complesso delle ragioni che ho accen- 
nate si può dirittamente conchiudere che il codice 



f^/- 



.)4. 

viiticano fu scritto nel IV secolo in Alessandria, io 
credo di non essere temerario se ardisco fare un 
passo più innanzi nel rintracciarne l'origine. A voi 
spetterà il giudicare quale e quanta sia la proba- 
bilità delle mie illazioni. Noi sappiamo da Eusebio 
[Vita Constantiniy IV, 3-i, segg.), che Costantino il 
grande, dopo aver edificato non poche chiese in 
Costantinopoli, pensò a fornirle degli oggetti neces- 
sari al culto religioso; e conoscendo che a tal fine 
tra le altre cose faceva d'uopo provvedere un buon 
numero di esemplari delle sante scritture, indirizzò 
una sua lettera allo stesso Eusebio in Alessandria 
esortandolo a darsi tutta la sollecitudine perchè fos- 
sero apparecchiati cinquanta esemplari della Bibbia 
greca ad uso delle chiese di Costantinopoli: (1) 
Upéncv yixp y.o^'^tqiiy.vio, xò òrj'kr2aai tvj avj avvB'aet, ono)g &v 
TrsvTvjxovTcc ac>)p.dricx. Iv ^tfOiptxig iyy^ocrocaynvoig, ìvuvx'^'JO)~ 
aztx T£ x«j nphg f^y xp>3<7fv kv^ixaxé[j.iarx, vnh xtyyirw 
xaXXt'/jSaywy xocì ù-xpifiSìg tv^v xiyyfi)^ iniaxocixzvcov y(pa«p^V(xi 
■Htkivaeiocg. zw Scjwv SvjXa^vj ypa(fS>v, wy [xolhoxix x. t. X. 
« Conveniens enim visum est significare prudentiae 
» tuae, ut facias describi in membranis probe ap- 
» paratis quinquaginta codices [ac-iuartcx, non rotoli) 
» divinarum scripturarum, leclu et ad usum tran- 
» sportala faciles, ab arlificibus antiquariis et arlis 
» illius peritissimis. » Si noti che Costantino per 
avere ottime membrane e buoni caligrafi si rivolge 
ad Alessandria. Nel seguito della lettera l'impera - 



(1) Sono noli i molti lavori biblici di Eusebio; ne parla 
dottamente anche il card. Mai nella Nova bibUoth. pa- 
trum, tv, 318. 



00 

tore avveiio Eusebio essere stati spediti gli ordini 
opportuni al prefetto o tesoriere d'Egitto , affinchè 
somministrasse le somme necessarie pel compimento 
di questa impresa. Non è a dire con quanta sol- 
lecitudine fossero eseguiti gli ordini del pio mo- 
narca- Dopo pochi mesi Eusebio già cominciava a 
spedire a Costantinopoli buona quantità di codici 
':vj)(ici -cpiaoù xoù zfrpxaoà. (1), scritti dai migliori co- 
pisti. Fin qui la storia- Veniamo all' applicazione. 
Noi abbiamo il codice greco vaticano della Bibbia 
scritto certamente circa Tetà di Eusebio, scritto in 
Alessandria d'Egitto, scritto in formato comodo a 
maneggiarsi, scritto sopra membrane preparate con 
regale magnificenza, scritto da perfettissimo caligrafo; 
scritto ad uso ecclesiastico, come ce lo dimostrano 
le sigle con cui sono distinte le sessioni (2). Quale 
difficoltà adunque che si asserisca anche scritto per 
ordine del grande Costantino ? Certo mentre abbiamo 
molte ragioni che rendono probabile questa con- 
clusione , non si troverà facilmente un solo argo- 
mento che ci possa obbligare a rigettarla. Tuttavia 
non oso dare troppo peso a questa mia congettura; 



(1) Il dotto Montfaucon non avea presenti queste parole 
di Eusebio allorché scrisse: « In chronico quodam bibliothecae 
» regiae terniones et qiiaterniones, zptaGoc et rerpccadà vo- 
» cantur: quae vocabula nusquam alias me vidisse memini. » 
Palaeogr. graeca, Uh. 1 e. IV. 

(2) Ciò che notò il Bianchini descrivendo il celebre codice 
canlabrigiense [Evang. Qmdrupl. pag. CDLXXXl) si può 
dire anche del vaticano, nel cui margine si incontrano le voci 
àpX'Òì TeXog, Xr/j, wds, c7t>5'x£. 



56 
ma mi contento d'averla accennata e sottomessa al 
sapiente vostro giudizio (1). 

Ma è tempo che io passi alla seconda parte del 
proposto tema ; e vi dica di quale uso fin qui è 
stato il nostro codice , e qual frutto possa recare 
ad incremento de' buoni studi. E qui, sia perchè 
voglio essere brevissimo, sia perchè non debbo ri- 
peterete cose che già ho pubblicate, tacerò della 
opinione di quelli , che stimarono aver Leone X 
mandato il nostro codice allo Ximenes in Alcalà , 
la quale è poco verisimile: e di quelli , che cre- 
dettero aver Sisto V pubblicato il Vecchio Testa- 
mento secondo la lezione di questo codice, il che 
è falso. Tacerò di quella lunga schiera di dotti e 
nostrani ed esteri, i quali dalla metà del secolo XVI 
sino alla fine del secolo scorso , con incredibile 
ardore si affaticarono, per quanto era loro conce- 
duto , e si studiarono di raccoglierne le varie le- 
zioni, massime nel Nuovo Testamento. Nulla dirò 
dei grandi lavori fatti da uomini dottissimi sul nostro 
codice in principio di questo secolo in Parigi, ove 



(1) Il codice vaticano nel fine dei Treni, di Ezechiele, di 
s. Giovanni, e degli Atti apostolici ha prima manu un gra- 
zioso ornamento che è sormontato dal monogramma di Cristo 
in questa forma g. Anche il codice alessandrino al fine del se- 
condo libro dei Re, e del primo di Esdra, ha il monogramma 
in forma poco dissimile dalla precedente. Il dotto cav. Giam- 
battista De-Rossi, cui ho comunicato questa notizia , mi ha 
promesso di farne materia d'una lettera che servirà di appen- 
dice all'erudito suo lavoro su questa materia, ed alla presente 
dissertazione. 



57 
esso fu trasportato; nulla di quanto avvf^nne dopo 
che alla vaticana fu restituito. Queste cose io tra- 
lascio per occuparmi solo di ciò che risguarda la pub- 
blicazione di questo insigne monumento. Già fin dal 
principio del secolo XVII, cioè poco dopo che erasi 
pubblicato l'antico Testamento greco per ordine di 
Sisto V , si pensò di dare alla luce collo stesso 
metodo anche il Nuovo Testamento: furono adun- 
que designati uomini dottissimi, i quali col sussidio 
di questo e di molti altri codici dovessero prepa- 
rare un testo purgato per la stampa. Ma essendo 
mancato Paolo V, questo lavoro fu disgraziatamente 
abbandonato. E ciò (che giova il dissimularlo ?) non 
senza grave danno per la scienza. Perciocché per 
una parte non essendo mai apparso un Nuovo Te- 
stamento greco impresso in Roma ; e d' altronde 
essendosi propagate le edizioni del Ximenes , di 
Erasmo, di Roberto Stefano e degli Elzevir, tutte 
tra loro discordanti, i critici che vennero in seguito, 
mancando di base certa e comunemente ricevuta , 
aumentarono la confusione; e non fu piiì possibile 
stabilire quale dovesse aversi in conto di testo ri- 
cevuto. Il quale disordine come fu impedito, per ciò 
che spetta al Vecchio Testamento greco, colla edi- 
zione di Sisto V , così pel Nuovo Testamento sa- 
rebbesi evitato con una edizione fatta in Roma. Ma 
forse niuno poteva in quella età prevedere queste 
conseguenze. Noi però possiauìo trarne una rifles- 
sione non meno giusta che utile. Questo fatto di- 
mostra che non v' ha al mondo autorità eguale a 
quella di Roma. Roma pubblica il testo della ver- 



58 
sione dei settanta; ed ecco che non pure i cattolici, 
ma gli eretici stessi e gli scismatici lo ricevono come 
lesto comune- Roma non produce il testo del Nuovo 
Testamento: ed ecco che a nessuno riesce di fer- 
marne e stabilirne la lezione ricevuta per comune. 
Ai tempi di Pio VI, l'ab. Spoletti ebbe qualche 
pensiero di pubblicare il nostro codice, ma non potè 
averne il permesso- I protestanti, avuto notizia di 
questo rifiuto, cominciarono a scagliare molte in- 
giurie contro il pontefice, cui attribuivano 1' aver 
impedito un impresa così utile- Ma il dotto orien- 
talista Giambernardo De~Rossi, giovandosi delle sue 
buone relazioni letterarie coi tedeschi, scrisse una 
lunga lettera al Michaelis in difesa del pontefice ; 
la quale essendo stata pubblicata dallo stesso Mi- 
chaelis nel tomo XXIII della Biblioteca Orientale, 
produsse per allora un buon effetto , e servì a di- 
mostrare che i pontefici, lungi dall'osteggiare, favo- 
rivano il progresso de' buoni studi; e che se ancora 
non si aveva una edizione che rappresentasse il 
codice vaticano, ciò proveniva da ben altre cause, 
che non dalla opposizione della romana chiesa, la 
quale nulla avoa a temere- Il fatto recentemente 
compitosi ha dimostrato che il De-Rossi in ciò si 
apponeva- Ma intanto sempre piiì veniva crescendo 
nei dotti la brama di avere colle stampe il codice 
vaticano : e come di mano in mano dalle pili in- 
signi biblioteche d'Europa si davano alla luce i più 
pregevoli codici della Bibbia greca , la brama di 
aver quello che a tutti sovrastava per la sua età 
e rinomanza cominciava a degenerare in una specie 



59 
di smania. Quando poi si conobLe che il card. Mai 
si era accinto all'ardua impresa, e che perciò non 
poteva essere accordato liberamente ai dotti f'ora- 
slieri l'uso del codice, passarono alcuni anni di aspet- 
tazione. Ma trascorsi dieci, quindici, vent'anni, senza 
che nulla comparisse al pubblico, è incredibile quali 
e quante calunnie da ogni parte prorompessero con- 
tro Roma. Ed io credo non essere questa l'ultima 
tra le glorie del pontificato di Pio IX, 1' avere d'un 
tratto obbligati al silenzio e ridotti alla vergogna 
i nemici della santa sede; i quali mentre piiì bal- 
danzosi predicavano che i papi mantengono le loro 
dottrine coll'occultare gli antichi documenti che le 
smentirebbero: mentre ci dicevano promotori del- 
l'ignoranza e nemici dei progresso delle scienze; e 
confermavano le loro imputazioni col fatto del co- 
dice vaticano, giurando che Roma non ne avrebbe 
niai permessa la sincera pubblicazione: mentre per 
tal modo essi davano sfogo alle mal represse pas- 
sioni , non solo esce alla luce il bramato codice , 
ma si pubblicano i documenti che chiariscono es- 
sersi fatta questa stampa mediante il benevolo con- 
senso ed il sovrano favore prestato dagli ultimi quat- 
tro pontefici. Molte cose potrei aggiungere intorno 
a questa memoranda impresa del card. Mai, se non 
temessi di abusare della vostra cortesia. Mi restrin- 
gerò dunque ad una sola avvertenza che più importa 
al nostro scopo, che cioè quantunque la stampa del 
Mai non sia senza qualche imperfezione , e perciò 
possa essere migliorata, nissuno ha potuto sin qui, 
nò potrà in seguito, ragionevolmente sospettare aver 



60 

egli alterata a bello studio, cioè per mala fede, la 
lezione del codice- II Mai conosceva molto bene il 
mal vezzo dei nemici di Roma, e per ciò nella sua 
prefazione li sfida ad esaminare 1' istesso codice : 
H Bonae fidei lectores (ei dice) codicem in valica- 
)) nae bibliothecae lumine exposilum conferant; ni- 
ìì hil nisi fideliter bonaque voluntate factum repe- 
» rient. » Or vengano i protestanti a dirci che Ro- 
ma odia la luce, nasconde i monumenti, falsifica i 
testi, perseguita la scienza- A noi basterà per ismen- 
tirli ricordare il codice vaticano. 



61 



Memoria ed osservazioni del dottor Domenico Bomba, 
laureato dalla facoltà medica-chirurgica nella ro- 
mana nniversità,sopra im caso di nevralgia del nervo 
solC -orbitario curata con la escisione dal dott- Co- 
stanzo Mazzoni- 

Nil ultra quara res loquilur 
sapere audeo. 

Sydhenam. 



k^embrerà a primo aspetto a molti cultori dell'arte 
opera oziosa e mancante d'intento che a'nostri giorni 
si prenda a subbietto di memoria originale una ma- 
lattia sì ben descritta, ripresa sì al vivo, con tinte 
si veritiere dagli odierni scrittori, principalmente dal 
Valleix , dal Martinet , dal Neucourt ec- Sembrerà 
vana l'esposizione di un metodo curativo proposto 
perfino ed adottato dai chirurgi del passato seco- 
lo (1). Ed in verità se nel percorreie le pagine dei 
sommi trattatisti delle nevralgie , se nell' indagare 
le risultanze ottenute dai piij valenti chirurgi con 
il taglio dei vari tronchi nervosi presi dalla dolo- 
rosa affezione, io avessi rilevato unanimità di opi- 
nione intorno l'indole, la natura, le cause della ne- 
vralgia, unanime assenso per la escisione del nervo 



(1) Nel 1768 Viellard prese a discutere innanzi la facoltà 
medica di Parigi la tesi concepita nei seguenti termini « Utrum 
in fortioribus capilis et faciei doloribus aliquid prodesse possit 
sectio ramorum quinti paris. ». 



62 
affetto nei casi di ribelli ed ostinate nevralgie, e fe- 
licità di resultato almanco nella maggioranza dei 
casi; eertamente io avrei inutilmente speso un tem- 
po prezioso per altre ricerche- Ma in qualunque an- 
golo dello scibile medico-chirurgico io gitto lo sguar- 
do, sia anco l'argomento piìi chiaro e più semplice, 
ovunque rinvengo discrepanze di sentimenti , con- 
traddittorie sentenze sostenute da uomini d'ambo i 
lati i più insigni e più colti: quindi in ogni passo, 
in ogni tratto, in qualsiasi subbietto necessità sem- 
pre emerge di ulteriore disamina, di nuove osser- 
vazioni , di nuove esperienze ; e quando tu creda 
d'imbatterti in subbietto a tuo parere ben chiaro e 
dimostrato, e su quello tua mente trasvoli con si- 
curo sguardo, forse in quel momento le ali il tuo 
pensiero vivace e sconsigliato libra sopra il falso: che 
soventi dolorosa esperienza provò come sotto l'am- 
manto della maggiore chiarezza e semplicità il falso 
si ascondeva e l'assurdo. La diatesica dottrina, che 
nei trascorsi giorni cotanto ammaliò le menti dei 
medici, e tutta ammorbò, affascinò, travolse nello 
errore la medica repubblica, sotto la bugiarda larva 
di chiarezza , di semplicità , di facile applicazione 
velava a sua base capricciosa ipotesi, assurdo prin- 
cipio. E perciò che , al giusto dire del Bonnet , il 
nostro destino attuale sia di non vedere altro che 
la superfìcie degli esseri, di rampicarsi di un fiìtto 
in un altro, di analizzare questi fatti, di paragonarli 
fra loro, e di inferirne alcuni resultati più o meno 
immediati (ecco tutta la nostra scienza): così in ogni 
punto si prova urgente bisogno di replicate osser- 
vazioni, di reiterati esperiincnti per consolidare vie 



63 

meglio gli adottati principii ed i nuovi insegnamenti 
saggiare con la tempra della corrispondenza de' fatti. 
Ed assumendo più a proposto calzante esempio dal 
nostro stesso argomento , pria delle bellissime ri- 
cerche fisiologiche del Mueller, del Longet, di Carlo 
Bell del Berard, ninno dubitava che il nervo faciale 
fosse la sede di quella insoffribile e dolorosissima 
affezione della faccia, che André chirurgo di Ver- 
sailles nel 1756 chiamò tic doloroso (tic-douloureux), 
a cui Fothergill nel 1776 die' nome di prosopal- 
gìa (1). Se però in oggi, grazie allo immenso pro- 
gresso de' studi fisiologici , fonte uberrima di so- 
stanziali cangiamenti e modificazioni nelle dottrine 
patologiche, bandito il titolo di nevralgia del nervo 
faciale ognun comprende sotto V appellazione del 
tic doloroso, di prosopalgìa la tormentosa affezione 
delle varie branche del trigemello (2) ; eguale ac- 



(1) Painful, Affection of the face. 

(2) Per quanto BischofT, Barthold, e Gaedechens ed anche 
F. Bellingeri abbiano provato di sorreggere la crollante dot- 
trina della sensibilità propria del nervo del settimo paio con 
l'anotomia; le brillanti esperienze di Magendie , di Blacker , 
del Lund , del Longet , del Berard , di Bell hanno posto ad 
evidenza l' insensibilità del settimo paio, ascrivendo alle di- 
ramazioni del mascellare inferiore e del nervo grande occipi- 
tale, (Berard) , che si -associano alle ramificazioni del faciale 
quelle nevralgie, le quali per seguire appunto il tragitto del 
faciale sembravano ancora in qualche parte fiaccare la dot- 
trina del Bell, dalla quale si esclude alla nevralgia la possibi- 
lità di aver sua sede nel settimo paio destinato solamente ai 
movimenti della faccia, e sprovvisto di sensibilità. « Aucun fait 
ne prouve, cadono a proposito le parole del Valleix, que la 
nevralgie ait réellement existé dans lenerf moteur de la face. 
Les cas qu'on a donnés comnie exemples de nevralgie du ncrf 
facial, appartiennent presque tous à la nevralgie cervico-occi- 
pitale (trait. dcs névr. p. 87) «. 



04 

cordo non regna sopra le cause, l'indole, la natura, 
l'andamento, il rinnovarsi di questa affezione; come 
che in specie a tutti non arrida l'applicazione troppo 
smodata delle teorie elettriche chiamate in soccorso 
per ispiegaie i parossismi spontanei, la rapida ces- 
sazione del dolore: eguale armonia non spicca so- 
pra il metodo curativo , e singolarmente sopra 
l'estremo espediente della sezione e della escisione, 
il quale se fu sorgente di successi stupendi nelle 
mani di Velpeaux, di Berard, di G. Boux, t|pBHI 
HmilPl di Bonnet, non incontrò Tapprovazione del- 
l'immortale Antonio Scarpa, e mancò di prospero even- 
to nelle mani di Delpech (1), di Klein di Stutgard (2). 

Del rimanente vedrà il lettore in seguito della 
narrazione del nostro fatto di quante vantaggiose 
considerazioni, non infruttuose al certo, possa esser 
esso sorgente e base. 

Nel volgere 1' anno quarantaquattresimo di sua 
vita, nel mezzo della piti ridente salute, Giuseppe 
Cornia, marescalco di condizione, di temperamento 
sanguigno-bilioso , di abito robusto di corpo , vo- 
gliono essere omai cinque anni, in una mane della 
estiva stagione, nello stropicciarsi il viso avvertì im- 
provvisamente nella medietà del solco che divide 
l'ala del naso dalla destra gota, e precisamente in 
corrispondenza del forame sotto orbitario, un dolore 
sordo, non intenso, fugace- Per il lasso di tre sta- 
gioni estive consecutive pressoché costantemente nel- 
lo stropicciare e fregare il viso, a ragione di net- 
tezza, il nostro Cornia risentiva il solito dolore sem- 



(1) Sur les maladies réputées chirurgicales t. IH. 

(2) lournal de Greel' Walther t. III. 1822. 



65 
pre fisso nella indicata regione , restandone libero 
all'entrar dell'autunno- Ma egualmente non andò la 
cosa al sopravvenire della state dell'anno 1858; per- 
ciocché in un bel giorno fu sorpreso di repente 
nella menzionata località da un acerbissimo dolore 
lanciante , ma fugace altresì; il (juale in un mo- 
mento passando a guisa di fulmine scompariva, e 
ripigliava ad intervalli pili o meno lunghi (1). Que- 
sto dolore limitato , nel primo suo periodo , al 
punto di uscita del nervo mascellare superiore dal 
foro infra-orbi tarlo , non tardò ad irradiarsi nella 
nuova sua comparsa al labro superiore corrispon- 
dente ed alla inferiore palpebra. Lo spasimo ec- 
citato dalla intensità della doglia induceva per legge 
di movimento riflesso agitazione convulsiva, e con- 
trazione dei muscoli motori del labbro superiore e 
della pinna del naso, arrossamento e gonfiore della 
gota. Le trafitture, gli slanci dolorifici pili rari e 
meno acuti, con il ripetersi dell'accesso nevralgico 
si fecero piiì frequenti e più intensi. Così se nel 
principio le acerbe e vive lancinate si manifesta- 
vano a lunghi intervalli di tempo , nel corso dei 
quali il malato non sentiva alcuna specie di dolore, 
in seguito rimaneva nel mezzo della gota, nel punto 
di emergenza del nervo infra-orbitario, un dolore 
permanente, contusivo, inducente talora una sen- 
sazione d'intormentimento, di pesantezza, di stira- 
mento lieve ed altra fiata di semplice formicolio. 

(1) Cotugno pinse in modo veritiero ed energico il ra- 
pido sviluppo delie trafitture acutissime nelle nevralgie, no- 
mandole lampi di dolore (Fulgura doloris) 
G.A.T.CLX. 5 



66 
La pressione esercitata con l'estremi tà del dito su 
questo punto ben circoscritto esasperava il dolore 
persistente, gravativo, e suscitava il più delle volte 
i dolori lancinanti, gli stiramenti spasmodici, le tra- 
fitture. Cessava l'estiva stagione, ma per questo anno 
indarno il paziente attese la solita cessazione delle 
soflerenze rese omai troppo gravi e smaniose; che 
nell'autunno, e nel seguente verno più acerbo, più 
tormentoso ad irregolari distanze ricomparve il ne- 
vialgico accesso. Pendente un dato tempo la du- 
rata del parossismo non oltrepassava le due , le 
tre ore, lungo il qual tempo gli spasimi paragonati 
dal nostro infermo a stiramenti, ora a strappature, 
a punture , ed ora a forte bruciore, si ripetevano 
ad ogni quarto di ora, ad ogni mezz'ora, restando 
nello intervallo di questi il solito dolore gravativo, 
contusivo non solo in corrispondenza del foro sot- 
t'-orbìtario, ma anco nel mezzo della palpebra in- 
feriore ed in un punto circoscritto del labbro su- 
periore, sotto cioè alla rispondente pinna del naso, 
là ove fra le fibbre dello orbicolare delle labbra 
confonde ed immischia le proprie l'elevator comune 
della pinna del naso e del labbro superiore. Invigo- 
riva nel verno dell'anno 1859 la nevralgìa: il do- 
lore intermittente , sotto la solita forma di lace- 
razione, di trafitture, si suscitava soventi volte non 
solo spontaneamente, senza la più benché menoma 
causa, ma repentinamente altresì si ridestava spes- 
sissimo in seguito alla masticazione , ad uno sba- 
diglio, ad uno starnuto, alla loquela; sicché quelle 
ore, che per la comune dei mortali sono di con- 
forto e sollievo, per il Cornia a quella vece erano 



67 
dolorose e scorfontanti. Una serie però di doloi'i 
di sofferenze oltremodo gravi attendeva il nostro 
infermo nella primavera e nella state. Gli accessi 
nevralgici crebbero di numero , di gagliardìa , di 
estensione. Se pria fra un parossismo e 1' altro si 
notava un intervallo, una calma di quattro o cinque 
giorni, di una settimana, e talvolta anco di qual- 
che mese, ora si manifestano ogni giorno, più volte 
nella stessa giornata; ed in ogni parossismo gli spa- 
simi, i dolori lancinanti si rinnovano ad intervalli 
sì ravvicinati, che tal fiata si veggono rinascere ad 
ogni minuto. Con l'aumentare la violenza e la fre- 
quenza degli accessi si accrebbe anche l'estensione 
della nevralgia; perciocché le lanciate, i frizzi do- 
lorosi montavano la destra pinna del naso irradian- 
dosi alla radice del naso stesso , e poscia a tutto 
il sopracciglio corrispondente. 

Procedendo in tal guisa la cosa il dì 1 luglio 
del corrente anno fui chiamato per la prima volta 
a visitare il Cornia. Egli mi fece un'esattissima de- 
scrizione del principio e dell 'andamento della sua 
malattia , com' è solito di chi vide gradatamente 
sviluppare ed accrescere la propria malattia. Gli in- 
tervalli , le pause erano a quest'epoca ben rare e 
brevi, e gli accessi vicinissimi uno all'altro, sicché 
a prima giunta per l'apparente continuità del doloie 
poteva quasi dubitarsi di nevrite- Da quattro punti 
accennava l'infermo originarsi e dipartirsi gli slanci 
dolorosi, tre de' quali ho di sopra già indicato; il 
quarto corrispondeva alla parte laterale e superiore 
della destra narice poco sotto al luogo d'inserzione 
del tendine del muscolo elevatore comune dell'ala 



68 
del naso e del labbro superiore. Infatti premendo con 
r estremità dell' indice bruscamente sopra 1 citali 
punti, ove poi al dire dello infermo dopo la ces- 
sazione degli spasimi rimaneva sempre un fastidioso 
e continuo dolore , incontanente si ridestavano le 
fìtte atroci. Durante gli accessi si produceva un 
gonfiore considerevole con arrossimento , e calore 
ardente di tutto il lato affetto della faccia accom- 
pagnato da convulsioni e spasmodie dei muscoli , 
da fotofobia , da lagrimazione acre e cocente , da 
turgore delle vene, da arrossimento dell'occhio, che 
neir ultimo periodo della nevralgia era anco non 
rare volte invaso dallo spasimo (oftalmodinia). Nes- 
sun dolore d'altronde si era mai destato, o si de- 
stava nella volta palatina, nelle arcate dentarie, nei 
zigomi , nelle tempie od in altri punti. Né la ne- 
vralgia nella sua comparsa assunse e mostrò mai 
reale periodicità , cioè un determinato ordine di 
periodi nelle sue manifestazioni. Del rimanente in 
mezzo a tanta vivezza di dolori , di sofferenze , il 
polso era appena frequente, il respiro calmo, e la 
nutrizione generale punto non deteriorata. 

Rintracciando la causa eccitatrice della malattia 
in discorso , non fu malagevole rinvenirla nella 
esposizione del corpo al freddo-umido , causa po- 
tissima d' ogni varietà di nevralgie ; perciocché 
il Cernia di notte tempo attendeva di sovente al 
santo e pietoso ufficio di raccorrò per le nostre 
campagne le salme di quelli infelici villici, che la 
morte spesso sorprende lungi dalle proprie dimore- 
Quando si rifletta che il nostro infermo chiese soc- 
corso durante il quinquennio pressoché a tutti i più 



69 
valenti ed accreditati medici e chirurgi di Roma 
senza ritrarre il menomo sollievo del suo malore, 
si comprenderà di leggieri che quasi tutto in pari 
tempo debba avere esaurito il novero di quei ri- 
medi che si vantano a cura delle nevralgie: quindi 
mi passo dalla loro esposizione. 

Riuscita infruttuosa anco V elettro-puntura da 
me prescritta, confortato dal consiglio dell' eccmo 
prof. Mazzoni mi determinai di ricorrere allo estremo 
espediente della escisione, affidandone V esecuzione, 
con sicurezza dell' esito, alla esperimentata abilità 
del citato professore. 

Avanti di esporre il metodo tenuto dal sullodato 
operatore, mi sìa lecito di dare un breve e topo- 
grafico cenno su la distribuzione del mascellare su- 
periore dopo la sortita dal foro sott-orbitario. 
. I rami sott'-orbitali costituenti il termine del 
mascellar superiore riuniti in un fascette , perve- 
nuti alla estremità anteriore del canale infra-orbi- 
taria, si discostano Tun dall'altro ad angolo acuto, e 
sparpagliandosi in tutte le direzioni, a guisa di raggi 
da comune centro , s' intrecciano e s' incrociano 
con i filamenti corrispondenti del faciale: dal quale 
incrociamento od intreccio risulta poi quel plesso a 
maglie quadrilatere detto per la sua posizione sol- 
f-orbitale, e per la sua figura zampa (foca. A di- 
scoprirlo basta togliere il muscolo elevator proprio 
del labbro superiore, e parte anco dell'elevator co- 
mune. Formano i rami sott'orbitali per la diversa 
loro direzione tre divisioni, che comprendono i na- 
sali, i labiali superiori, i palpebrali inferiori. 



70 

I rami nasali, o interni, si spandono sul dorso, 
sulla pinna, sulla muccosa dell'ala nasale e sopra i 
muscoli elevator comune e trasversale del naso. 

1 rami labiali superiori, o discendenti, si dirama- 
no nei muscoli, nella cute, e nella muccosa del lab- 
bro superiore. 

I rami palpebrali inferiori, o ascendenti, sottili 
e poco numerosi traversano 1' elevator proprio del 
labbro superiore per distribuirsi alla pelle ed alla con- 
giuntiva della palpebra inferiore, al muscolo pira- 
midale, alla caruncula, al sacco lagrimale. Fra que- 
sti a^^vene uno degno di particolarissima attenzio- 
ne, non considerato fin qui da verun autore di ana- 
tomia descrittiva e topografica, cbe montando in- 
ternamente e costeggiando le inferiori ed interne 
fibre dello orbicolare delle palpebre in vicinanza 
dello interno canto dell'orbita va ad anastomizzarsi 
con il sopratrocleatore e con il nasale esterno (1). 
Da questo stesso ramo nella sua origine si diparte 
un piccolo rametto, che rasentando il bordo del fo- 
rame infra-orbitario e ripiegandosi sopra se mede- 
simo in forma di cerchio, si porta in alto, allo ester-. 
no, e quinci internamente ed inferiormente, passa 
al di sotto del fascette dei rami labiali, e diffonde 
le sue sottilissime propagini alle fibre dello eleva- 
tor comune e proprio del labbro superiore; si ana- 
stomizza in tal punto con i labiali superiori, e serve 
così di mezzo di congiunzione fra i rami palpebrali 



(1) Adottiamo la voce anastomosi per alludere alla unione 
dei filamenti dei vari rami, e non alla fusione sostanziale della 
polpa nervosa, come pretendeano gli antichi anatomici. 



71 

ed i labiali. Nella preparazione del plesso sott'orbi- 
tai'io egli è molto malagevole rinlraeciare e disco- 
prire il descritto ramoscello palpebrale con la sua 
ramificazione; l." perchè esso sì rinvenga a molta 
profondità e rasenti il periostio; 2." perchè trascor- 
rendo il canale sott'orbitale, poco pria di sortire si 
divide dagli altri rami componenti il fascetto del 
mascellar superiore; sorte così diviso e si discosta 
dagli stessi rami palpebrali inferiori od ascendenti. 
Questo ramo palpebrale, che per il suo cammino 
si merita il nome di palpebro- nasale , non si rin- 
viene descritto ed illustrato in alcun autore sì an- 
tico che recente di anatomia descrittiva e topogra- 
fica. La estrema cortesia verso di me sempre addi- 
mostrata dall'ottimo mio amico dott- Costanzo Maz- 
zoni mi offriva non ha guari occasione di osservare 
il detto nervo in una sua preparazione eseguita uni- 
camente per questo scopo. Designa, egli è vero, il 
prof. Calori nelle sue tavole anatomiche un rametto 
palpebrale, che montando in alto verso l'interno an- 
golo dell'orbila si anastomizza con una ramificazione 
discendente dal frontale interno: pero nella spiega- 
zione a fronte non lo considera in specialità, lo cal- 
cola nel gruppo dei palpebrali, non gli dà peculiare 
appellazione; omette poi del tutto di designare e no- 
tare la secondaria ramificazione che bordeggia il fo- 
rame infra-orbitario (1). Qualche traccia del nervo 
palpebro-nasale offre il prof. Sappey nel suo trat- 
tato di anatomia descrittiva; in quanto che fra i rami 



(1) Prof. L. Calori, Tav. anat. rappresentanti la struttura 
del corpo umano. Tav. II. fìg. I. Nevrologia. 



72 
ascendenti del sott' orbitale indica un ramo che si 
anastomizza con il nasale esterno: « parmi ces ra- 
meaux (rameaux ascendants) il en est qui se porte 
en dedans et qui va s' anastomoser avec le nasal 
externe « (!)• Omette anch'egli la descrizione della 
secondaria ramificazione che attornia il forame sot- 
t'orbitario. grossolanamente poi marca il tragitto del 
ramo anastomotico palpebrale; ond'è a credere che 
non precisamente il nostro ramo palpebrale abbia 
egli, come il Calori, inteso dimostrare; sibbene uno 
qualunque di quei rami palpebrali, che diffondendosi 
al muscolo piramidale del naso, alla caruncula, al 
sacco lagrimale, si anastomizzano con le ramificazioni 
del nasale esterno e del sopratrocleatorej formando 
il nostro ramo una delle varie, e non l'unica ana- 
stomosi dei rami palpebrali coi nasali e frontali. 
Dopo tutto ciò, con buona pace degli antichi e re- 
centi anatomici, io credo debba totalmente lo sco- 
primento di questo ramo anastomotico attribuirsi al 
dott. Mazzoni, ed a lui debba l'arte chirurgica saper 
buon grado della bella ed utilissima applicazione di 
questo suo studio anatomico alla pratica chirurgica, 
come avremo luogo a vedere nelle considerazioni. 
E concediamo pure a qualche sofìstico oppositore, 
che gli insigni sopracitati anatomici abbiano unica- 
mente inteso di fornire indizio del nostro ramo. 
Questo indizio mi si concederà altresì che in confronto 
della nostra illustrazione è si oscuro, si incompleto, 
si difettoso, che per niun conto toglie al dolt. Maz- 



(1) Traile d'anatomie descriplivo par. Ph. C. Sappey. 
p. 227 fig. 210. 



73 

zonl il merito della scoperta e della applicazione alla 
pratica chirurgica; tanto piiì che da veruno pria del 
Mazzoni si fa il menomo cenno della secondaria di- 
ramazione, la quale perciò esso lui intieramente ri- 
guarda per proprio scopritore. 

Richiamando ora alla memoria i punti dolorosi 
della nostra nevralgia, si rileva chiaramente che il 
dolore fisso al di sotto dell' orbita nella direzione 
del primo dente molare comprende il punto di emer- 
genza del nervo mascellar superiore dal forame sot- 
t'orbitale; corrispondono gli altri ai punti di termi- 
nazione periferica delle sue divisioni. Il dolore fis- 
sato neir ultimo periodo della nevralgia alla parte 
superiore e laterale del naso, capace sotto la pres- 
sione di suscitare gli slanci dolorifici, segna per l'ap- 
punto l'estremità periferica di quel ramo ascendente 
da noi più particolarmente indicato nella descrizione 
dei ramoscelli palpebrali, o meglio segna il punto 
anastomotico con le diramazioni del frontale inter- 
no (1). 

Veniamo ora alla esposizione del processo ope- 
rativo- 



(1) Tavola dei punti dolorosi. 

e .*' U-» 1 ] Emergenza del mascellare sunerio- 
bott orbitale a ì e .x' i •. • 

j re dal toro sott orbitano. 

Labiale I d .• ;i- 4 • • -e - 

Palnebrale runti di terminazione periferica. 

V' 1 I Punto anastomotico del mascellare 

I superiore con il frontale. 



74 

Situato il malato nella posizione orizzontale e sot- 
toposto all'ispirazione dei vapori del cloroforme, il 
dott. Mazzoni, assistito dal dott. Tassi e da me, pra- 
ticò un'incisione che cominciando a poche linee dal- 
l'ala destra del naso scendeva obliquamente all'ester- 
no ed in basso per la estensione di un pollice circa 
verso lo zigoma corrispondente, seguendo l' anda- 
mento naturale del solco naso-iugale. Divisi i te- 
gumenti, respìnta all'esterno la vena faciale, vennero 
anche divisi molti rametti arteriosi, che resero meno 
facile la ricerca del nervo sotto-orbitario. II quale, 
dopo avere con una sonda scanalata scansato l'adipe, 
respinto all'indentro il muscolo elevatore proprio del 
labbro, e portato all'infuori il muscolo canino, fu rin- 
venuto ed escisso con le forbici per la estensione 
di quattro linee circa. 

Il malato si sentì come per incanto sollevato 
dagli acerbi dolori, da cui era tormentato, e sotto 
una pressione metodicamente esercitata nei diversi 
punti, in cui s'irradiava il nervo, percepiva una sen- 
sazione di torpore, eccettuala la pinna del naso in 
cui provava pressoché le stesse molestie. 

Bastò questo fatto , perchè il dott- Mazzoni si 
decidesse con più risolutezza alla ricerca del nervo 
anastomatico: ricerca che costò moltissima pazienza 
al malato, e fornì una prova di più del sangue freddo 
dell'operatore. Aggiunse egli al taglio fatto una pic- 
cola incisione , che incominciava nel mezzo della 
prima e scendeva in basso in modo da formare un 
ipsilon rovesciato; e dopo venti minuti circa di pa- 
zienti indagini rinvenne il nervetto, lo recise per la 
estensione di tre linee circa, ed il malato si sentì 



75 
liberato da ogni mininio faslirlio, ed anzi la pinna 
stessa del naso si rese insensibile. 

La ferita fu riunita per prima intenzione mediante 
l'applicazione di due spille; si apposero la pezza bu- 
carellata, le filaccia, le lunghette e la solita fasciatura 
contentiva. L'operazione avea luogo il giorno 9 lu- 
glio dell'anno 1859 alle ore 10 ant. Seguiva l'ope- 
razione il dileguo totale della nevralgia; però veniva 
in scena poche ore dopo un apparato di sintomi che 
per qualche giorno tenne l'animo agitato nella tema 
di perdere l'infermo per fatto di una mera ed acci- 
dentale complicazione capace in poco tempo di per- 
dere qualunque infermo , sia desso colto da pura 
malattia medica o puramente chirurgica, sia operato 
o da operarsi. Eccone la storia dettagliata. 

Ore 9 pomeridiane. Smania, inquietezza, abbat- 
timento di animo, febbre preceduta da freddo con 
polso pieno e vibrato, cefalea, dolore al luogo della 
incisione cutanea, lingua velata di lieve intonaco gial- 
lastro, senso di bruciore allo stomaco. Prescrivo una 
semplice limonata ghiacciata e raccomando la quiete. 

Notte insonne: la febbre nelle ultime ore not- 
turne rimette con sudore generale, fluiscono orine 
scarse, rosse e sedimentose. 

10 Luglio. Ore 9 antimeridiane. Dura la cefalea, 
la smania , 1' aggitazione; il malato si lamenta di 
bruciore all'epigastrio, eruttazioni frequenti, nausea, 
tendenza al vomito, vomiturizioni, qualche sussulto 
tendineo, febbre moderata, giallore della congiun- 
tiva bulbosa - (limonata tartarizzata-clistere compo- 
sto di olio di ricino (onc. ij), sale comune ed acqua di 
malva-), lieve scaricaalvinadi materia biliosa corrotta. 



76 

Ore 7 pomeridiane. Aumenta la cefalea ed il 
dolore della ferita: brividi ricorrenti seguiti da urente 
calore precedono l'aumento della febbre, conati al 
vomito: il gonfiore ed arrossamento della gota opera- 
ta non è straordinario (limonata come per lo avanti, 
si replica il clistere): notte agitatissima con sete in- 
frenabile, sudore verso il mattino- 

11 Luglio. Ore 10 antimeridiane. Cefalea inten- 
sa, febbre violenta con indicibile smania ed abbat- 
timento nel morale dello infermo , lingua velata 
d'intonaco giallo, continua molestia all' epigastrio, 
frequenti vomiturizioni: la ferita nondimeno è di 
ottimo aspetto. Si toglie uno spillo della sutura at- 
torcigliata, ne fluisce del pus di ottima qualità ed 
in quantità punto non proporzionata colla gagliardia 
della febbre; che anzi comincia la ferita a cicatriz- 
zare nella parte più alta (solita bevanda - solito 
clistere - fomentazioni di camomilla sull'epigastrio): 
lieve scarica di materie biliose. 

Ore 5 pomeridiane. Vampe di calore alternate 
da brividi al dorso e da freddo ai piedi; aumento 
di tutti i sintomi. 

Ore 9. Id. - L'infermo è in uno stato deplorabile, 
mentre le condizioni della ferita sono ottime e la 
cicatrizzazione avanza: lieve quantità di materie bi- 
liose rende* di quando in quando nei ripetuti co- 
nati di vomito: lingua sordida ed asciutta velala 
di tinta subicteriea ; bruciore intenso e senso di 
peso allo stomaco; ventre meteorizzato, prostrazione, 
lieve sopore interrotto da frequente gemito; qualche 
singhiozzo, cute ardente, orine rare rosse facili ad 
alterarsi oon sedimento ocraceo , simile cioè alla 



77 
polvere di mattone. (Olio di ricino onc. jii - solfato 
di chinino gr- XXIV da prendersi in varie volte ap- 
pena si manifesta il sudore). Si toglie il secondo spillo 
della sutura attorcigliata. 

Nella notte abbondevoli scariche alvine di ma- 
terie fetenti, biliose: profusissimo sudore generale: 
s'incomincia l'amministrazione del solfato. 

12. Matl. Febbre in larghissima remissione con 
polsi larghi, espansi, ondosi, equabile allievamento 
di tutti i sintomi- Persiste però tuttora amarezza 
della bocca , qualche nausea ed il senso di peso 
e di cociore allo stomaco, quantunque molto di- 
minuito (solfato di chinino gr. XII in quattro car- 
tine - limonata.) 

Ore 7 pomeridiane. Lievissimo aumento dellia 
febbre ; notte tranquillissima; l'infermo prende lungo 
sonno, durante il quale si ricuopre di profusissimo 
sudore. 

13. Matt. Perfetta apiressia: cessazione di tutti 
i sintomi: sollievo grande dell' infermo: resta solo 
qualche molestia all'epigastrio , e qualche termino 
ventrale: orine poco rosse e prive quasi di sedi- 
mento (solfato di chinino gr. XVIH, - limonata); 
prosegue la cicatrizzazione della ferita; fluisce dai 
bordi sotto la pressione lieve quantità di linfa pla- 
stica- 

14 Luglio. Prosegue il miglioramento: orine 
sempre più vicine allo stato normale: rimane qual- 
che tormino addominale (infusione acquosa di ra- 
barbaro onc. iiij da prendersi a cucchiaiate lungo la 
giornata.) 



78 

Nei giorni successivi l'infermo ha graduatamente 
riacquistate le perdute forze fiaccate dai ripetuti 
gagliardi accessi febrili, non che il suo appetito; la 
ferita al nono giorno dopo l'operazione si è com- 
pletamente cicatrizzata, rimanendo una cicatrice ap- 
pena visibile ; non è ricomparsa la menoma mo- 
lestia, perduta ha del tutto la sensibilità nella destra 
gota, ed il labbro superiore del destro lato è leg- 
germente abbassato ; inclinazione dovuta al taglio 
indispensabile di qualche filamento buccale del nervo 
faciale destinato al movimento dei muscoli della 
faccia- 

Corre omai il quarto mese dalla operazione e 
r infermo gode della più perfetta salute , non mai 
bastanlemente lieto e giulivo per la cessazione del 
tormentoso suo male, che renduta gli avea odiosa 
ed insoffribile la vita. 

Considerazioni. 

In verità sconfortante riesce, a chi si voglia de- 
terminare per la escisione del fascio sott'orbitario 
nelle ribelli prosopalgie, il quadro degli insuccessi, 
delle recidive- E volendomi limitare a pochi esempi 
per amore di brevità, Marechal (1) tagliò di tra- 
verso il nervo infra-orbitale in una donna, la quale 
da pili anni era tormentata per intervalli irregolari 
da tic doloroso, e non ne ritrasse buon esito; poi- 
ché quantunque 1' ammalata dopo 1' operazione 



(1) Osservazioni inserite nell'opera di André: Sur les ma- 
ladies de rurétre. 



79 
dormisse quietamente per sei ore continue , non- 
dimeno i parossismi nevralgici tornarono in campo 
come prima. Nel 1776 Louis (1) partecipò alle per- 
sone dell'arte d'aver guarito radicalmente un religioso 
affetto da nevralgia facciale mediante il troncamento 
del nervo sott'orbitario; ma quel religioso, non molto 
tempo dopo l'operazione, ricadde nel pessimo stato 
di prima. Sabatier non fu più felice nella esecuzione 
di questa operazione di quanto lo furono Marechal 
e Louis. Francamente confessa i suoi numerosi in- 
successi il prof. Klein di Stutgard (2), il quale fra 
i chirurgi pose in opera il più gran numero di ten- 
tativi a questo riguardo. « Dopo la pubblicazione 
» ( scrive egli ) delle due osservazioni inserite nel 
» giornale di Siebold intitolato il Chirone , 1' anno 
» 1806, praticai l'operazione quattro altre volte, ed 
» il successo che ne ebbi fu soltanto un tempora- 
» rio sollievo per gli infermi , passato il quale la 
)) nevralgia facciale tornò ad infierire come prima » 
E con eguale ingenuità a quella del prof. Klein s 
esprime su questo argomento il prof. Delpech (3) 
« On a souvent entrepris la section du nerf sous- 
)) orbi taire. Cette opera tion n'a pres presqu' iamais 
» eu que des succès passegères ». 

In tutte le arti , e specialmente nella medicina 
e chirurgia, accade sovente in una minuta e diligente 
analisi dei fatti discernere se non tutte almanco le 



(1) Gazette de'santé n. 33. 

(2) Journal de Grecf et Walther t. III. 1822. 

(3) Sur Ics nialadies réputécs chirurgicales t. HI. 



80 
principali cagioni degli infausti eventi; onde risulta 
che spesso al precetto dell'arte si attribuisce il di- 
fetto dell'artefice. Vedemmo spesso rigettarsi un qual- 
che rimedio, un metodo operativo per i primi in- 
successi, e laudarsi in appresso, quando gli errori nel- 
l'amministrazione, i difetti nella esecuzione apparvero 
allo scrutinio di accurata indagine. E venendo al 
nostro proposito, noi crediamo a buon diritto di po- 
tere ridurre a tre fonti le principali cagioni degli 
insuccessi e delle recidive avvenute relativamente 
alla operazione chirurgica proposta a cura del tic 
doloroso. Fra le principali cause degli insuccessi si 
presenta alla considerazione, per la prima, la qualità 
del processo operatorio da molli adottato e dello 
scopo finale di questo stesso- Se si prenda a sub- 
bietto di esame la più parte dei casi, ove la nevral- 
gia subito o poco dopo si ridestò, si osserverà di 
leggieri che si prefìssero per unico scopo della ope- 
razione la semplice incisione del nervo affetto, la quale 
se interrompe la continuità di un tronco nervoso, ha 
l'inconveniente di permettere la successiva riunione 
del nervo inciso, e quindi non porta che un sollievo 
temporario; ovvero si prescelse un processo opera- 
torio incapace di raggiungere il fine principale della 
nevrotomia pei casi di nevralgia ribelle, che è quello 
unicamente di asportare una porzione del cordone ma- 
lato, ossia la escisione. Per gli studi fisiologici ognun 
conosce che i monconi dei nervi tagliati semplice- 
mente possono alla guisa stessa delle fibre contrat- 
tili ricongiungersi, e ricondurre così la sensibilità e 
la mobilità nelle varie parti che per il taglio di quelli 
ne rimasero prive. 



81 

Sono a tutti note le belle esperienze dello Spal- 
lanzani sopra la salamandra acquatica (Tritone) e del- 
lo Schwan soprale rane (I). Ma se dopo avere pa- 
tito la semplice sezione di un nervo si può riacqui- 
stare un grado anco notabile d'impressionabilità e 
di motività per il ricongiungimento delle fibre ner- 
vee secate, tanto è piìi difficile, per non dire impos- 
sibile, che queste funzionisi compiano di nuovo se 
avvenne che fosse reciso e tolto un buon tratto del 
nervo. 

Ed a questo proposito di lampo mi giovi ram- 
mentare gli esperimenti praticati sopra i cani dal 
prof. Luigi Malagodi, onore della italica chirurgia, 
avanti di accingersi a liberare Filippo Sarti di Bo- 
logna, con la escisione del nervo ischiatico nel terzo 
inferiore della coscia, da una insopportabile nevral- 
gia residente in tutte le diramazioni del detto ner- 
vo, che si distribuiscono alla gamba ed al piede; ope- 
razione totahnente nuova in chiiurgia che grande ri- 
nomanza fruttò all'illustre chirurgo (2). Vide il Ma- 
lagodi dopo dieci mesi ravvivarsi la sensibilità e la 
motilità nelle gambe posteriori di quei cani, in cui 
si era limitato a dividere trasversalmente il nervo 
ischiatico con una sola incisione portata sopra l'ori- 
gine dei due rami, tibiale e perroniero; mentre allo 
opposto la paralisi rimaneva costante e perfetta dalla 

(1) Il Descot narra che un uomo avendosi tagliato il nervo 
cubitale, ad un tratto perde l' impressionabilità al quarto ed 
al quinto dito , che poi a poco a poco venne riacquistando 
per la ricongiunzione certamente dei due monconi. (Surles af- 
fections locales des nerfs.) 

(2) Bologna 1830, Sul taglio del nervo sciatico. 
r..\.T.CLX. 6 



82 
metà della gamba fino alle estiemità delle dita in 
quei cani in cui più o meno asportò porzione del 
nervo. Non si fermò a questo primo esperimento; 
poiché al terminar del decimo mese, messi a morte 
tutti i cani operati , nella sezione osservò che nei 
primi un nodo di una sostanza bianca, della gros- 
sezza di una nociuola riuniva gli estremi divisi; men- 
tre nei secondi il nodo appariva in ambedue i mon- 
coni riuniti fra loro da un cordone ligamentoso in- 
termedio, che teneva le veci delia porzione del nervo 
asportato. Né pago ancora, per mezzo della mace- 
razione discopriva numerose fibrille di natura ner- 
vosa che passavano da un estremo all'altro dei nervi 
riuniti per un sol nodo ; in quello che il cordone 
ligamentoso scioglievasi in un tessuto celluioso. Onde 
conchiudeva, che il mezzo pili sicuro per impedire 
la riunione del nervo era quello dell' asportazione 
di una sufficiente quantità del medesimo. Ritenuto 
così per fermo che la semplice incisione non impe- 
disce la riunione dei monconi del nervo affetto, qual 
meraviglia che nella piiì parte dei casi gli accessi' 
nevralgici siansi ridestati, ove appunto dalla più parte 
dei chirurgi siasi prefìssa e si prefigga tuttora a sco- 
po ultimo della operazione il puro e semplice taglio 
del nervo malato ? Se però alla incisione o sezione 
del nervo si attennero mai sempre il Maiechal, il 
Louis, il Klein, il Sabatier, il Delpech tanto nella 
nevralgia sott'orbitale che in altre, l'insuccesso do- 
vca essere legittima conseguenza. « Ainsi Marechal, 
scrive il Valleix (1), opera ou tenta d'ope'rer le se- 



(1) Traile de nevralgie!» p. 210. 



83 
clion du nei'f (nella nevralgia trifacciale) sans au- 
cun succès : des chirurgiens plus modernes ont 
fait également des tentatives infructueuses ». Si 
limitò Louis nel caso sopra citato del religioso , 
come ci attesta Puiol (l) , alla semplice sezione 
del nervo solt' orbitario. « Ho tagliato , scrive il 
» prof. Klein , tutti i filamenti nervosi di un Iato 
» della faccia dal foro sott'orbitale all'angolo poste- 
» riore della mascella inferiore , approfondando il 
» taglio di tanto da toccare Tosso; ed in un indi- 
)) viduo ho replicato per ben quattro volte questa 
» incisione a differenti distanze 1' una dall'altra , e 
» nondimeno non ne trassi che un temporario e 
» passeggiero vantaggio ». Il Delpech, parlando di- 
stintamente della nevralgia delle varie branche del 
trigemello, si esprime nel seguente modo: « On a sou- 
» vent fait inutilement dans ces cas (nevralgia fron- 
» tale) la sec^/o/i du nerf frontale. . . On a souvent 
» entrepris (nella nevralgia sott'orbilaria) la section 
» du nerf sous-orbitaire. Cette opération n' a pres 
» qu' iamais eu que de succès passegères. . . Nous 
» avons vù pratiquer à son occasìon (nevralgia ma- 
» scollare inferiore), mais sans succès, les incisions 
» à l'interieur de la face, dans l'intention de diviser 
» une partie de ce nerfw.Egual sorte toccò a quei 
pratici che si attennero al processo di Bonnet, vale 
a dire alla sezione sotto cutanea nel taglio del nervo 
frontale e del sott'orbitario (Petrequin). Questo pro- 
cesso operatorio non solamente non permette che la 
semplice incisione; ma non garantisce nemmeno la 

(1) Sur le tic douloureux de la face. 



completa sezione del nervo. Egualissimo destino per 
l'identico inconveniente s'incontrò finalmente da quei 
chirurgi, che assalir pretesero il nervo sott'orbitario 
dalla parte interna della bocca, incidendo per l'esten- 
sione di un pollice e mezzo il solco che unisce il 
labbro superiore alle gingive. All' opposto brillante 
successo coronava due operazioni di M. A. Berard, 
dirette alla asportazione di una porzione del ner- 
vo (1) (Resection d'une partie du nerf). « Si l'on 
» ne considère que Tancienneté (mi sia lecito rife- 
» rire le parole del Valleix scritte a proposito di 
» uno de'casi del Berard) la violence, la gravite de 
» la nevralgie, la prompte disparition des douleurs 
» et la solidité de la guérison, c'est assurément là 
)) un des cas les plus concluants que nous possé- 
» dions » (Tr. des névralgies p. 212). Il novero dei 
felici risultati ottenuti per mezzo della escisione 
viene ora aumentato dal nostro caso, che se non 
per l'antichità, almanco per la violenza, per la gra- 
vezza della nevralgia, per la pronta scomparsa dei 
dolori, per nulla inferiore al caso del Berard citato 
dal Valleix nella dodicesima osservazione; così siamo 
certissimi eguale sarà per la solidità della guarigione. 
Una seconda fonte d' insuccessi o di recidive 
emana da una inesatta conoscenza della sede della 
nevralgia sott' orbitale, o a meglio esprimermi (2) 
dall'avere mancato antecedentemente alla operazione 

(1) Observations recueillies par M. Godin. Journal de conc. 
med. chir. mai 1836 p. 442. 

(2) Quel che in questo punto diciamo della sede della ne- 
vralgia sott'orbitaria è da riferirsi anco a tutte le nevralgie 
in cui può adoperarsi l'opera chirurgica- 



\ 



m 

di ravvisare i limiti della nevralgia ; in quantocliè 
dalla maggiore o minore estensione di questa dovca 
poi risultarne la indicazione o contro indicazione 
della escisione. Ed in vero ora il dolore si limita 
unicamente ai rami cutanei del mascellar superiore, 
ossia ai' rami sott'orbitali; ora partecipano alla ne- 
vralgia sott' orbitaria i soli rami alveolo-dentari 
anterior-superiori ; tal altra volta infine si spande 
a tutta r arcata dentaria superiore, al corpo della 
mascella superiore, al palato, all'osso malare, alla 
tempia corrispondente, all'interno dell'orecchio, se- 
guendo il tragitto dei rami dentari, del ramo or- 
bitario e sue ramificazioni malare e temporale, del 
gran nervo pietoso superficiale. Egli è chiaro che 
nel primo caso , ove il dolore solamente occupa i 
rami cutanei, la resezione nel forame sott'orbitario 
sarà bastante ed indicata ; ogni operazione torna 
però insufficiente ed inutile ove la nevralgia risalga 
ai rami che si distaccano profondamente dal tronco 
nella fossa sfeno-mascellare ; ciò che sta ad indi- 
care che la malattia si estende fino alla origine del 
tronco nervoso. Quando in questo caso si tenti di 
escidere il nervo alla sua sortita dal forame sot- 
t'orbitario , rimarrà fisso il dolore , anzi infierirà , 
negli altri punti. Ad ottenere certa guarigione si 
converrebbe portare il tagliente fino al forame ro- 
tondo della grand' ala sfenoidea; lo che niun chi- 
rurgo oserebbe nemmeno di pensare. Che se poi i 
filetti alveolo-dentari anteriori partecipano soli alla 
nevralgia, è d'uopo in allora per assicurarsi del- 
l'esito, seguendo le norme ed il consiglio del Mal- 
gaigne, escidere il nervo nel suo canale medesimo: 



86 
operazione oltremodo difficile. Ecco qiinnto è indi- 
spensabile una attenta considerazione sopra la sede 
della nevralgia avanti di accingersi a qualunque ma- 
nualità ! Non rimarremo dopo ciò più meravigliati 
se molti chirurgi hanno veduto persistere il dolore 
nevralgico nelle arcate dentarie, nello zigoma, nel- 
l'osso mascellare, anco dopo la stessa escisione del 
fascio sott' orbitario- Lungo i soli rami sott' orbi- 
tari si spandeva il dolore nella donna operata dal 
Berard, come ne attesta il Valleix: « 11 y a dix-huit 
» ou vingt ans que sàns cause connue, ni coup ni 
» chute sur la joue , sans douleurs antécédentes 
)) des dents, de la màchoire superieure, elle fut prise 
» d' élancements dans le trajet du nerf sous-orbi- 

» taire gauche 

les douleurs se 

» repandent dans loute la joue: contractions, con- 
» vulsions des muscles de la face (1).» Ai soli rami 
sott-orbitari si circoscrisse mai sempre il dolore 
nel nostro caso ; in questo ed in quello il felice 
evento, la pronta guarigione giustificò la couìpleta 
indicazione della recisione. Né basta questa sola 
considerazione in rapporto alla sede della malattia 
in diseorso . avvene ancora una seconda di pura 
ragione medica e non meno della prima degna di 
studio. Sono legate talora le varie nevralgie a ta- 
luni slati morbosi generali, come p: es: nell'isteriasi, 
nell'ipocondriasi, nella clorosi ec, nei quali perciò 



(1) Valleix. Trait des névralg. Nevralgie trifaciale-dou- 
ziemeobservation. Nevralgie du nerf sous-orbilaire, resection 
du nerf, gaéfison. 



87 
opera stolta sarebbe V escisione di uno qualunque 
óe\ rami nervosi affetti, come che la malattia, quan- 
tunque apparisca solamente sopra talune ramifica- 
zioni , si estenda a lutto il nerveo sistema (1). In 
simili casi osservansi le nevralgie offendere sovente 
vari tronchi nervosi ad un tempo stesso ; si avrà 
p> e. la prosopalgia nel destro lato , la t)evralgia 
intercostale nel sinistro. Sono inoltre nella più parte 
dei casi poco durature e facili ad abbandonare un 
dato ramo per comparire il dolore sopra di un 
altro: così videsi talvolta alla nevralgia cervico-oc- 
cipitale tener dietro la nevralgia cervico-brachiale. 
La condizione però generale dello infermo, la sin- 
drome propria della clorosi, della ìsteriasi ec, l'in- 
stabilità e la breve durata delle nevralgie, sono tutte 
circostanze atte a dirigere il curante a ben altra 
fonte di rimedi, che l'esperienza ha provato capaci 
di guarire queste nevralgie che ben si meritano il 
nome di sintomatiche. 

Ma la cagione potissima degli insuccessi e delle 
recidive, ove si abbia anco avuto in mira la rese- 
zione del nervo sott'orbitario, si deve ascrivere alla 
incompleta escisione del nervo istessO' Invitiamo il 
nostro lettore a porre attenzione diligente alf an- 
damento del nervo palpebro-nasale (che non rare 
volte si vede mancare) discoperto o per lo meno 
meglio studiato dal dott* Mazzoni: ponga egli mente 
soprattutto alla secondaria ramificazione che at- 



(1) La terza osservazione del Valleix (nevralgie trifa- 
ciale gauche, plusieurs points douloureux à la pression) pre- 
senta un chiaro esempio di nevralgia Irif'aciale legala e sor- 
retta da ìsteriasi. 



88 
tonila il foro solt'oibilarìo ; rifletta alla sua pro- 
fondità, al discostamento dagli altri rami fino dal- 
l'egresso del forame sott'orbilario. Taluni chirurgi 
hanno creduto di comprendere nella resezione tutte 
le diramazioni del nervo sott'orbitario isolando per 
mezzo di una sonda cannellata tutti i filetti emer- 
genti da questo foro- Però non è facile, anzi dirò 
è impossibile, isolare in tal maniera anco il nervo 
pal|)ebro-nasale , come che rasenti l'osso e si al- 
lontani fin nell'interno del canale da tutti gli altri 
rami: difficile egli è, anzi dirò impossibile, con un 
colpo di bislorì o di forbici escidere insieme a tutti 
gli altri rami anco il nervo palpebro-nasale; mentre 
quand'anco venisse fatto di tagliare la branca ascen- 
dente del nervo palpebro-nasale, rimarrebbe sempre 
intatta la discendente o reflessa, la quale è da quella 
originata nel punto preciso di sortita dal foro sot- 
t'orbitario. Ad asportare perciò porzione del nervo 
palpebro-nasale è d'uopo averne antecedentemente 
esattissima conoscenza; è duopo ricercarlo paziente- 
mente nella sua origine, onde con sicurezza tron- 
care anco il ramo reflesso. Il maggior tempo impie- 
galo dal dolt. Mazzoni si fu appunto per ricercare 
accuratamente questa branca: si fu allora solamente 
che il dolore nevralgico cessò in un tratto; mentre 
persisteva tuttora, quantunque troncati già tutti gli 
altri rami del nervo sott'orbitario- Dopo ciò ognun 
comprende la ragione ed il modo della ricomparsa 
dell'accesso nevralgico subito o poco dopo l'osser- 
vazione, quando anco sia stata eseguita la resezione 
del nervo sott'orbitario. L'anastomosi del ramo ascen- 
dente del nervo palpebro-nasale con il frontale in- 



89 
terno e con il solto-trocleatore, l'unione della branca 
reflessa con i ranii labiali superiori, ci rende ora chia- 
rissima spiegazione della persistenza o della nuova 
comparsa del dolore nel foro sott'orbitario, nel labbro 
superiore, sul dorso del naso, sul sopracciglio, sulla 
fronte, in tutti quei casi disgraziati in cui si è pre- 
teso di avere reciso totalmente il nervo sott'orbita- 
rio. Ecco la vera ragione, per cui le resezioni pra- 
ticate diverse volte, rarissimamente siano riuscite ; 
raggiungendo cioè allora solo l'intento, quando per 
buona ventura sia mancato il nervo palpebro-nasale. 
Ed ecco altresì la necessità per molti chirurgi di 
aggiungere alla resezione la cauterizzazione profonda, 
la quale adoperata quasi istintivamente, senza cioè in- 
tenderne il vero motivo , sarebbe stata inutile ed 
omessa quando in antecedenza si fosse avuta con- 
tezza del nervo da noi tante volte nominato. Per lo 
che niuno m'incolperà di precipitazione di giudizio 
se io attribuisca alla accidentale mancanza del nervo 
palpebro-nasale i due felici successi ottenuti dal Be- 
rard per mezzo della escisione del nervo sott'orbi- 
tale; mentre egli stesso fu astretto, per i suoi insuc- 
cessi, negli altri casi di unire al ferro la cauteriz- 
zazione per sicurezza dell'esito; come che con la cau- 
terizzazione, secondo che ottimamente asserisce il Bo- 
yer, non solamente si distrugge tutta la grossezza del 
nervo in un dato punto, in una data parte; ma si 
attacchino tutti i filetti nervosi che ne derivano in 
una estensione considerevole; e che potendo parte- 
cipare alla malattia di quello , sarebbero come il 
tropico principale suscettibili di mantenere il dolore 
dopo la recisione- Ed ecco infine come per questa 



90 
bella scopeHa del Mazzoni nuova luce sfolgoreggi alla 
patologìa chii'urgica. Ravvisate le fonti primarie de^- 
gli insuccessi, veniamo ora ad altre considerazioni. 

Fra le varie classificazioni della nevralgia trifa- 
ciale sembra a noi si meriti la più grande iinpor- 
tanza la divisione dello Ghaussier, che distribuisce 
la nevralgia a seconda de' rami piii interessanti del 
trigemello- Abbenchè per la sua precisione e somma 
ragionevolezza, seguita dalla maggior parte degli au- 
tori venuti dopo lo Ghaussier fino a noi; nondimeno 
molti in questi ultimi tempi, e segnatamente il Be- 
rard, hanno rimarcato che la divisione dello Ghaus- 
sier non si accordava presso che mai perfettamente 
con i risultati della osservazione: e che allorquando 
si descriveva una nevralgia frontale, sott' orbitaiia, 
dentaria inferiore, era duopo sempre intendere che 
i nervi di questo nome fossero principalmente e non 
esclusivamente affetti. « Un legame sì intimo, eglino 
riflettono, esiste fra le tre branche del nervo trige- 
mello, anche dopo la loro uscita dal cranio fino alla 
ultima terminazione, che è malagevole Io immagi- 
nare come possano essere affette isolatatnente. Nate 
da radici comuni elleno hanno in seguito , egli è 
vero, una speciale destinazione, ma i loro numerosi 
punti di contatto presso che in tutte le parti della 
testa rendono quasi impossibile la loro stessa distin- 
zione in nervi particolari. Giascuna di queste bran- 
che si trova in questo modo solidaria delle altre due ». 
L' opinione del Berard viene divisa quasi intiera- 
mente dal Valleix, come si raccoglie dal seguente 
passo: « Lorsqu' on désigne la nevralgie trifaciale 
sous le nom de nevralgie frontale, sous-orbitaire^ 



91 

eie ; il faut ontendre , ainsi que 1' ont fait re- 
marquer plusieurs auteurs récents , une nevral- 
gie , qui a son principal siége dans un de ces ra- 
meaux, mais qui s' étend le plus souvent à d'autres 
(p. 31) ». Dissi quasi inleramente. Dappoiché se in 
vista di osservazioni incontrastabili di nevralgie li- 
mitale ad una sola branca, e sopra tutto alla ma- 
scellare inferiore, egli parrebbe a primo abbordo in- 
clinare del tutto verso la divisione dello Chaussier, 
almanco in rapporto alla terza branca; nondimeno in 
appresso, per quello che il numero delle nevralgie li- 
mitate ad una sola branca sia oltremodo ristretto a 
fronte delle altre estese a più branche (1), sì per- 



(1) Giusta i calcoli di Valleix il numero delle nevralgie 
limitate ad una sola branca sarebbe al numero delle nevral- 
gie più estese come 2." 7: con tutto ciò gli sembra questa pro- 
porzione ancor troppo forte. « Il est méme possible que cette 
proporlion soit encore trop forte; car, dans plusieurs cas four- 
nis par les auteurs comme des exemple de nevralgie frontale 
cu dentaire inferieure, rien ne prouve q'on ait recherché avec 
soin la douleur, ailleurs que dans le trajet des nerfs princi- 

palement affectés Parnìi les cas ou la nevralgie 

n'affectait qu' une seule branche, la maladie existait le plus 
souvent dans le nerf dentaire inferieur; alors la douleur pa- 
raissait complétement indépendant, tandis que dans plusieurs 
cas de nevralgie frontale, le malade éprouvait, pars mo- 
ments quelques douleurs vagues , qu' il n'etait pas possible 
de localiser. Il faut conclure de là, qu' on pourrait a la ri- 
gueur faire une categorie particuliere des névralgies de la 
troisiéme brandies; mais d'un autre coté nous trouvons plu- 
sieurs cas, dans lesquels, bien que la nevralgie existàl à un 
assèz haut degré de violence et avec des caractères distincts 
dans le nerf dentair inferieur, les rameaux de l'ophlhalrnique 
et du m<axillaire superieur étaient occupés par une douleur 
non moins vive 



92 

che nella maggior parte dei casi di nevralgia fron- 
tale il malato prova di quando in quando dei dolori 
vaghi che non possono essere determinati, e perchè 
infine nella pluralità degli esempi di nevralgia den- 
taria inferiore (ove egli stesso confessa che il dolore 
sembra parecchie fiate realmente ristretto) mentre 
questa esiste ad un grado di violenza considerevole, 
i rami della oftalmica e del mascellare superiore 
sono affetti essi pure da un dolore assai tormento- 
so ; per tutte queste considerazioni ritiene miglior 
divisamento e pili rispondente alla buona pratica 
il considerare la nevralgia facciale come una sola 
e medesima affezione , qualunque sia il punto del 
nervo trigemello nel quale abbia la sua sede- 
Dei resto, comunque poi vada la cosa, sì riguarda 
dal Valleix e da altri autori non solo come diffi- 
cilissima e mollo dubbia la semplice nevralgia del 
mascellare superiore, ma come rarissimo il caso in 
cui il dolore sia primitivo nella detta branca; co- 
sichè annovera due sole specie di particolari nevral- 
gie, la frontale cioè e la dentaria inferiore, riguar- 
dandole sempre come mere varietà inconcludenti. 
« Quant aux expèces particulières , les névralgies 
denlaire inferieure et frontale sont les seules qu' on 
pourrait reconnàitre, en ne les regardant toutefoia 



Il me parali plus pratique de considérer la nevralgie de la 
face corame une seulc et méme affeclion, dans quelque point 
du nerf Irijuraeau qu' elle alt son siége ; ccpendant on peut 
en admettre Iroisordres, suivent que la douleurésl plus vive 
dans Ielle au Ielle de ces trois branches . . . (Trait. des 
névr. pag. SO. 51) 



93 

que comme de simples variétés qui ne méntent p-ìs 
une description speciale »• Egli è un fatto costatato 
dalla giornaliera osservazione, che nella maggioranza 
dei casi di nevralgia trifaciale il dolore si estende 
a più branche; però il riguardare la limitazione del 
dolore ad nna qualunque delle tre branche come 
una rarità, una eccezione, non corrisponde ai risul- 
tati della esperienza , e molto meno è sanzionata 
dall'analisi dei fatti la proposizione di Antonio Scarpa, 
che niega in modo assoluto la possibile limitazione 
della nevralgia ad una delle tre branche, in quanto 
che a suo dire male a proposito dal punto di com- 
parsa e dalla estensione del dolore si giudica egual- 
mente l'origine e la estensione della nevralgia; può 
la nevralgia invadere 1' estensione tutta dì un dato 
nervo dalla sua origine prima dal centro massimo 
fino alle ultime ramificazioni periferiche, ed il do- 
lore apparire solamente nei punti di tragitto super- 
ficiale e cutaneo, ove per l'appunto si trova in con- 
dizioni pili opportune a risentire l'influenza eccitatrice 
degli esteriori agenti. 

E quanto alla opinione del Valleix , ha dessa 
primieramente contro di se l'analogia, 1' induzione 
promossa dai fatti pertinenti ad altri tronchi del 
nerveo apparecchio. 

Ovunque sono nervi, le loro ramificazioni, le loro 
estremità terminali periferiche s'incrociano, s'intrec- 
ciano per formare una rete mirabilissima, che per 
se sola, qualora venisse fatto di asportare tutti gli 
altri sistemi componenti i visceri, gli organi, i ve- 
ementi , basteria a serbare la forma dell' umano 



94 

organamento. Quest' unione , quest' intreccio avea 
fatto credere agli antichi anatomici che nelle anasto- 
mosi la sostanza nervea si fondesse, e l'una estre- 
mità nervea nell'altra si immedesimasse alla guisa 
dei vasi; teoria dimostrata erronea dal Mùeller, dal 
Valentin , dal Milne Edwards , da Carlo Robin- Si 
fu per i lavori di questi insigni micrografi e fisio- 
logi che ogni nervo venne considerato come un tubo 
o filamento distinto dalla sua primissima origine 
fino al termine; che proceder può con altri nervi, 
che abbiano anco natura ed offici diversi, senza che 
la sua sostanza si fonda in quella di essi, mentre 
una reale fusione avviene nei nevrilemi- Per quella 
guisa perciò onde sovente qualche nervo sortendo 
dal proprio fascetto va per l'anastomosi nevrilema- 
tica ad accompagnarsi con i nervi di altri fascetti 
dotati di differente natura, si comprende altresì come 
la morbosa condizione, quale essa siasi, costituente 
il nevralgico patimento sviluppato in un dato fascio, 
possa nelle ramificazioni proprie isolarsi, quantunque 
queste ad altre dei vicini nervi si associno. Dopo 
ciò, osservato il vero meccanismo dei nervi nella 
formazione dei plessi, a me non pare che i nume- 
rosi punti di conlatto che i nervi nelle varie parti, 
ed in specie nel comune organo delle sensazioni 
tattili hanno fra di loro, si opponga anco alla im- 
maginazione dell' isolamento nevralgico; come non 
si oppone alla medica osservazione la unione nella 
faccia in un medesimo fascio di più filamenti ner- 
vosi forniti di diverse ed anco opposte proprietà 
(p. e. rami centripeti e centrifugi) senza che 1' un 



95 
ramo partecipi alla funzione dell'altro (1). Se adun- 
que un intimo legamo hanno fra di loro le tre bran- 
che del trigemello, questo stesso legarne si rileva an- 
cora fra le branche componenti il plesso brachiale, 
il plesso cervicale, il plesso lombare, il plesso sacro, 
ed i rami emergenti da questi plessi. Nondimeno 
qualora pazientemente ci facessimo ad esaminare le 
varie storie di nevralgie citate dagli autori, rinver- 
remmo numerosi esempi di nevralgia limitata ad 
una sola branca dei differenti plessi , ad una sola 
diramazione dei vari tronchi nervosi. Sarebbe opera 
che di troppo travalicherebbe i limiti di una me- 
moria se pretendessi ad una ad una analizzarli; mi 
basti accennare però pochi fatti. 

Alla parte posteriore e superiore del collo, per 
poco che si tolga la pelle, appare subitamente un 
plesso conosciuto sotto il nome di cervical poste- 
riore formato dalle numerosissime anastomosi che 
le branche posteriori dei quattro primi nervi cer- 
vicali stabiliscono fra di loro* Tutta quella parte 
di colonna vertebrale, che è compresa nell'altezza 
delle quattro prime vertebre, è occupata da filetti 
nervosi delle quattro prime paia, che traversando i 
muscoli si portano verso la faccia profonda della 
pelle, ove disseminano i loro rami supeiiìciali anasto- 
motici. 



(1) A quanto si rileva dalle seguenti parole sembra che 
il Valleix consideri l'anastoniosi nell'antico significato. « Cette 
division (allude alla divisione della nevralgia trifaciale a seconda 
le tre branche del trigemello) n'est pas néan-moins hien rigo- 
ureuse; cela lient à la fusion qui a lieu, dans ccrlains points , 
entro Ics rameaux des trois bvanches principales (p. 40). 



96^ 
Fra queste branche avvene una di pertinenza del 
secondo paio, distinta dall' Arnold con il nome di 
nervo grande occipitale , che Ir'àxevsando il muscolo 
grande complesso per divenire sottocutanea ed ad- 
dossandosi poscia all'arteria occipitale, si dirige dal 
basso in alto e quivi si sparpaglia in un numero 
considerevole di tìlamenti che divergendo coprono 
la regione occipitale. Tali sono le considerazioni , 
che io presento sopra le branche posteriori delle 
quattro prime paia cervicali; vale a dire da una parte 
un numero considerevole di filetti nervosi formanti 
con le loro ripetute anastomosi una intricata rete 
che prende il nome di plesso cervicale posteriore; 
e dall'altra una diramazione rilevante, che dopo aver 
formato numerosi punti di unione con le altre 
branche, nel divenire soprattutto sottocutanea va a 
spandere infine le sue periferiche estremità fino alla 
bozza occipitale, alla apofisi mastoidea. Ora il Be- 
rard, dietro molte osservazioni proprie, ha illustrato 
una nuova nevralgia, che ha sua sede esclusiva nel 
nervo grande occipitale, della quale già da qualche 
antecedente autore si era dato qualche indizio, però 
si confuso da non riuscire di alcun vantaggio per 
il diagnostico. Nella maggior parte dei casi questa 
nevralgia si diffonde al trigemello per l'anastomosi 
con il ramo frontale esterno della branca oftalmica 
e con il ramo auricolare della mascellare inferiore: 
però sonvi dei casi ben certificati, in cui la nevral- 
gia ha esistito nel solo gran nervo occipitale senza 
propagarsi al trigemello , ove cioè il dolore lanci- 
nante partendosi da un punto variabile fra l'apofìsi 
mastoidea e la colonna vertebrale montava sopra 



97 

l'occipite ad una disianza più o meno grande dal- 
l'orecchio irradiandosi in estensione fino alla bozza 
parietale, seguendo così il semplice tragitto del nervo 
grande occipitale e de' suoi rami. Si è perciò che 
improprio è il nome dato a questa nuova nevralgia 
dal Berard di « nouvelle espèce de tic douloureux de 
la face: » mentre è esatto di comprenderla alla ma- 
niera del Valleix nel titolo di nevralgia ccrvico-oc- 
cipitale (1). E venendo al plesso bracciale, avvegna- 
ché il Valleix, alla maniera del Berard, per il nervo 
trigemello, per la disposizione anatomica, o a me- 
glio dire per i numerosi punti di contatto delle bran- 
che componenti il i)lesso bracciale, voglia questo ri- 
guardare come un sol organo e pi-etenda perciò so- 
stenere la unità sintetica della nevralgia braccia- 
le (2); i profondi e bellissimi studi del prof. Filippo 
Lussana di Milano, completati in questo stesso anno, 
hanno provato ad evidenza l'insussistenza della sin- 
tesi nevralgica del plesso bracciale, la gratuita am- 
missione di questa nevralgica unità, mostrando che 



(1) Un bell'esempio di questa nevralgia cervico-occipitale 
fornisce la quattordicesima osservazione del Valleix. 

(2) , . . . conviendrait-il, d' après (sono queste le 
precise parole) la disposition anatomique, de diviser cotte ne- 
vralgie (cervico-brachiale) , comme on l'a fait généralement, 
an autant d'affections distinctes, qu' elle peut avoir de siéges 
dillerents ? le ne le pense pas. Les Communications si larges 
et si nombreuses de toutes les branches qui concourent à 
former le plexus brachial m' engagent à le regarder comme 
un Seul et méme organe , dont Ics nombreuses divisions 
peuvent dans certains cas étre affectées isolément (si noti que- 
sta spontanea asserzione) sans que pour cela la maladie mefite 
un noni particulicr (pag. 284). 

G.A.T.CI.X. 7 



98 
non esiste una nevralgia del plesso brachiale , ma 
tante nevralgie quanti sono i fascetti, i tronchi, i 
rami componenti il plesso di questo nome. Consi- 
deri il lettore questo magnifico lavoro, e vedrà che 
questa deduzione viene dal Lussana tratta dietro la 
pili rigorosa e minuta analisi non solo delle pro- 
prie osservazioni, ma di quelle stesse riportate dal 
Valleix nel capitolo della nevralgia cervice-braccia- 
le (t). Mi basti per ultimo richiamare anco l'atten- 
zione del nostro lettore sopra il caso di nevralgia 
cubito-digitale citato da Antonio Scarpa, ove il do- 
lore non solo, come in tutte le nevralgie cubitali, 
era limitato al pretto tragitto del nervo cubitale , 
bensì neppure si estendeva a tutta la lunghezza di 
questo; per quello che il dolore lancinante partendo 
dalla superficie palmare del carpo si propagava in 
basso alle due ultime dita (2). E quanto al nervo 
ischiatico, ancor esso presenta numerose anastomosi 
fra le diramazioni delle sue principali branche; an- 
cor esso offre numerosissimi punti di unione con il 
nervo crurale lungo la coscia e nell'interno del ba- 
cino con tutti i nervi di questa cavità ; stantechè 
il plesso sacro, per la disposizione anatomica e per 
il punto di vista della nevralgia, può riguardarsi co- 



fi) Gazzetta medica italiana di Lombardia.-Questo magni- 
fico lavoro sì trova diviso in più fascicoli del citato giornale. 
Comincia nei fascicoli di settembre 1858, termina in quelli 
dello aprile 1859. Forse prima che questa nostra memoria 
vegga la luce noi ne daremo un breve epilogo. 

(2) « Ragguaglio sulla nevralgia cubito-digitale che da 
più anni affligge il cav. Domenico professor Viviani, con al- 
cune osservazioni e riflessioni sopra questa malattia ». 

Antonio Scarpa. 



99 

me la porzione interna del nervo ischiatico. Ed an- 
cor esso presenta delle nevralgie non punto rare ed 
eccezionali, bensì frequenti, limitate a talune bran- 
che delle sue principali divisioni, a taluni punti del 
suo tragitto. Se i fatti si esaminino di questa ne- 
vralgia, detta dal Valleix con nome complessivo fe- 
moro-poplitea, rinverremmo che in taluni casi il do- 
lore lancinante occupava esclusivamente l'anca (Val- 
leix obs. 48), in taluni il solo ginocchio (obs. 50), 
in altri il garretto, talora il solo lato esterno della 
gamba: né mancano esempi di dolore invadente il 
solo piede- Nel mese di giugno del corrente anno 
il nostro profes. Mazzoni e^cideva ad una giovane 
ebrea il nervo tibiale anteriore per guarirla di una 
fierissima nevralgia limitata a questa diramazione 
del popliteo esterno. Questo caso si rende speciale 
per una fiera isteralgia aggiunta alla affezione della 
branca interrossea del perroniero. Ogni cura diretta 
da molti medici e dallo stesso prof. Mazzoni alla 
nevrosi uterina era stata renduta vana, mentre l'iste- 
ralgia disparve subitamente in seguito della esci- 
sione del nervo tibiale. Curioso fatto e di non age- 
vole spiegazione , che forse solo nella teoria dei 
movimenti riflessi può rinvenire qualche ragione- 
Attendiamo dall'esimio prof la illustrazione di que- 
sto caso di tanta specialità nel suo lavoro sopra le 
nevrotomie proposte a cura di parecchie nevralgie, 
che non tarderà a co.mparire alla luce. Per la me- 
desima ragione delle precedenti nevralgie il Val- 
leix comprende tutte le nevralgie che attaccar pos- 
sono le diramazioni intercostali e dorsali sotto l'ap- 
pellazione di nevralgia dorso-intercostale, vale a dire 



100 

per lo streltissimo legame die intercede fra i rami 
dorsali ed intercostali delle dodici paia spinali dor- 
sali « .... si je ne dislingue pas la nevralgie dorsale 
de la nevralgie intercostale propriement dite, quoi- 
que j' aie observé des exemples de ces affections 
entièrement indépendanles l'une de 1' autre, e' est 
que j'ai été guide par les ménies motifs, qui dans 
Jes névralgies précédenles m'ont fait rejeter des di- 
visions trop restreinles (Ghap- ^.'"^ p. 333). « Per non 
dilungarmi troppo mi passo dal tener ulterior discor- 
so sulla distribuzione anatomica delle dodici paia dor- 
sali; mi basta l'accennare che in onta alle nume- 
rose anastomosi che i r^jmi intercostali stabiliscono 
fra di loro , con i rami toracici provenienti dal 
plesso brachiale, con i nervi delle pareti addomi- 
nali; in onta alle anastomosi frequentissime dei rami 
dorsali fra loro e con le ramificazioni lombo-addo- 
minali , la istoria delle nevralgie di questo nome 
e la osservazione giornaliera presenta non rari né 
eccezionali, ma frequenti esempi di nevralgie, in cui 
il dolore è limitato al sesto , ora al settimo , ora 
al solo ottavo spazio intercostale, altre volte ad un 
punto circoscritto della regione spinosa della gronda 
vertebrale, all' origine del grande psoas e del qua- 
drato dei lombi, alla medietà dei vari spazi inter- 
costali, e talora infine al punto di unione delle car- 
tilagini delie coste spurie alla cartilagine della set- 
tima costa e di questa allo sterno. Tutti a' nostri 
dì concorrono nel riguardare per una nevralgia di 
alcune diramazioni del pneumogastrico , ed anzi 
esclusivamente del suo nervo i-icorrente, quella sen- 
sazione cotanto incomoda e dolorosa paragonata 



101 

abitualmente afl un bolo che nelle donne ìsleiìche 
parte dall' epigastrio , monta lentamente fino alla 
gola, ove determinando ora l'afonia, ora la disfagia^ 
produce quello spasmo alla glottide che minaccia 
soffocare le pazienti e precede immediatamente 
quei grandi movimenti di flessione e di estensione del 
tronco delle membra, per i quali si caratterizza la 
convulsione isterica; in una parola il bolo isterico, 
che il prof. Beau designa con il nome di aura gastro- 
glotlica, altro non è che la nevralgia del nervo ri' 
corrente. (Traile esperimentai clinique d'auscuitation 
pag. 501. Revue des malad. à bruits artériels.) 

Ma a provare la reale esistenza delle parziali 
nevralgie del trigemello non avevamo punto bisogno 
dell'analogia; mentre lo stesso Valleix nelle 12 sue 
osserva/ioni ci offre una proporzione che è certo 
superiore al computo da lui fatto di 2 a 7. Infatti 
se ben si attenda, 1' osservazione 1." 6." 1." 10."* 
riguardano casi di semplice nevralgia frontale. La 
12." è una nevralgia limitata del tutto alla mascel- 
lare superiore (del Berard), che abbiamo altre volte 
citata; la 11." ò una nevralgia esclusiva del tnascel- 
lare inferiore e piiì specialmente del dentario infe- 
riore; la 5.", se si prescinda da qualche lieve molestia 
poco attendibile alle arcate dentarie ed all'occipite, 
può giustamente dirsi puramente ristretta alla branca 
ottalmica; la 4." insorta nella branca ottalmica s'ir- 
radia fin dal principio alla mascellare superiore; 
mentre solamente nella 2," 3" e 9" sono attaccate 
tutte e tre le branche (1). Che se mancasse ogni altra 



(1) Ilo lasciato di indicare la ottava osservazione co- 
me che costituisca dessa un caso di nevralgia cervico-occipitale 



102 

prova, il solo nostro caso fornirebbe un esempio 
incontestabile di una nevralgia non solo limitata ad 
una sola branca del trigemello, ma, quel eh' è pii!i, 
ad alcune sole diramazioni di una sola branca, vale 
a dire ai rami cutanei del nervo mascellare supe- 
riore. Vero ò che nel terminare del quinto anno il 
dolore si diffuse anco alla branca ottalmica. Questa 
partecipazione, venuta dopo che la nevralgia per il 
lasso di quattro anni e mezzo si limitò sempre al 
nervo sottorbitario , non toglie che si abbia a ri- 
tenere come propria esclusivamente del nervo sot- 
t'orbitario. Questa consociazione di sofferenza della 
1." branca a buon diritto si dee riguardare come 
un risentimento precario, meramente simpatico, do- 
vuto alla atrocità del dolore fissato nella branca sot- 
t'orbitaria, e specialmente nel punto nasale designato 
dalla anastomosi del nervo naso-palpebrale con il 
frontale interno , qualora si consideri: 1" Che la 
soffereza della branca ottalmica disparve con il taglio 
dello intero nervo sott'orbitario, rimanendo integre 
tutte le diramazioni del frontale: 2° Che niun punto 
doloroso fìsso si rivelò alla pressione lungo il de- 
corso del frontale: 3° Che il dolore giammai negli 
ultimi tempi si suscitò nò spontaneamente né arti- 
ficialmente nel forame sopra orbitario od in altro 
punto del tragitto del nervo frontale: 4" Che il do- 
lore in seguito della operazione non comparve più 
sulle diramazioni del frontale: 5." Che questa par- 



diffusa quinci alle branche del trigemello per l'intima unione 
che nella bozza occipitale queste formano con il gran nervo 
occipitale. 



103 

tecipazionc avvenne dopo quattro anni e nfiezzo 
nello estremo apice delle sofferenze del sott' orbi- 
tario; così che se l'escisione del nervo sott'orbitario 
avveniva tre o quattro mesi innante, mancato sarebbe 
ogni risentimento della branca ottalmica: 6.° Che 
quando la branca ottalmica è anche essa presa idio- 
paticamente dalla nevralgia insieme con la branca 
mascellare (1), si suscita il dolore in quella il più delle 
volte fin dal principio o non molto dopo la com- 
parsa di esso nella seconda; né la escisione del nervo 
sott'orbitario vale a dissipare la nevralgia frontale 
associala , la quale persiste perciò che riconosce 
una alterazione propria della polpa nervea e del 
nevrilema, ovvero un disquilibrio proprio e perma- 
nente del fluido nerveo , qualunque egli siasi ; 7. 
finalmente, Che ogni nevralgia , per quanto li- 
mitata , dopo lunghissimo tempo di durata egli è 
naturale s'irradi ai nervi vicini , sia ciò per legge 
di movimento riflesso , sia per pura ragione delle 
unioni anastomotiche (2). Questo nostro caso da ulti- 
mo gravissimo di nevralgia del nervo sott'orbitario ad- 
duce una forte eccezione ad un' altra sentenza del 
Valleix, cioè che « les cas de nevralgie bornée à 
une seule branche sont ordinairement légers et ne 
durent que peu de jours » (pag. 51): poiché noi 
trattammo con una nevralgia limitata a poche di- 

(1) (Vedi osserv. 2,* 3," 9*) 

{%) L'irradiazione è propria delle nevralgie, come altresì 
della maggior parte delle malattie. Ciò nulla toglie al fatto 
ben comprovato della limitazione della nevralgica sofferenza, 
quand'anche dopo molto tempo la nevralgia antecedentemente 
limitata ad una sola branca siasi poi alle altre difl'usa. 



104 

Famazioni del ti'igemello, che racchiuse in se estrema 
violenza e durò un quinquennio aumentando sempre 
la forza del dolore. 

Dopo quanto abbiamo esposto , la stessa pro- 
posizione dello Scarpa a noi sembra vacillante e non 
trovi affatto la sua sanzione nei fatti della osser- 
vazione. Ed invero, prescindendo anco dalle addotte 
ragioni, non è egli forse una ipotesi capricciosa, un 
giu<lizio arbitrario, il riguardare le nevralgie diffuse 
all'intiero nervo, pur quando il dolore si manifesta in 
alcune sole diramazioni ? Con quai dati si potrà 
giugnerc a questa diagnosi ? Con la natura forse 
delle cause morbose ? Da questo criterio nulla si 
può raccogliere di positivo, di certo ! Poiché se il 
criterio etiologico è di debole aiuto, per non dire 
che il più delle volte tnena ad errore , nella dia- 
gnosi della più parte delle umane malattie, a cento 
doppi si rende presso che inutile per rapporto alla 
genesi delle nevralgie (1)- Dai sintomi .forse ? L'utii- 



, (1) Perchè il criterio etiologico potesse riuscire realmente 
proficuo non basta fra i vari fenomeni rinvenire solamente la 
relazione, della successione di tempo, ma perchè risulti evi- 
dente il legame è duopo anco eliminare la possibilità del- 
l' azione di qualunque altra cagione. Queste regole cotanto 
inculcate dal nostro italiano Gioia e non mai bastantemente 
raccomandate dal sommo cesenate, ognun a priori avvisaquanta 
difficoltà includano nella applicazione pratica della medicina 
ove si tratta sempre di fatti, non semplici come nella fisica e 
nella chimica, ma composti; prodotti perciò dal concorso di molte 
cause contemporanee, ed ove ogni fenomeno, per quanto ri- 
guardato in stato di semplicità , può essere addotto da dif- 
ferenti e molteplici cause nelle propizie e congrue circostanze; 
ove infine fra l'alTezione semplicissima della organica miscela 
e l'azione primitiva delle cause morbi facienti si frappongono 



105 

co sintonia della nevralgia è il dolore; e questo in 
moltissimi casi è limitato ad una parte di un dato 
nervo, a talune sue diramazioni. Dai rimedi forse 
adoperati ? Anco qui torna l'incertezza e Toscurità 
del criterio etiologico- Nulla noi sappiamo di certo 
sul loro modo di agire , e su la estensione della 
loro azione ; solo sappiamo che moltissime fiate i 
rimedi topici valgono a dissipare il dolore limitato 
in taluni punti di un dato nervo , senza che pos- 
siamo poi rimanere certi che l'azione medicamen- 
tosa sia stata del tutto locale, ovvero ef.tesa a tutto 
il nervo. Dalle autopsie ? Poche di numero , e 
niente concludenti nei resultati, anco queste come 
le cause ed i rimedi non si prestano a verun so- 
stegno « L' anatomie pathologique (dice a ragione 
il Cruveilkier) des nerfs est a faire » (I). Laonde non 



\ 



svariate azioni meccaniche, chimiche, (isiche, del vivente orga- 
nismo; come una serie altresì di recondite azioni organiche 
s'interpone fra la alterazione della mistione, quale essa sia, 
ed il disordine funzionale o a meglio dire il treno fenome- 
nologico; sicché le risultanze fenomeniche non solo serbano un 
legame assai lontano, mediato ed indiretto con le cause mor- 
bose, ma a queste solo indirettamente e remotamente si con- 
nettono per una parte ben limitata e giammai in totalità. Errore 
cotanto (issato nella mente de' passati medici e tuttora in ta- 
lune scuole radicato; onde dalla qualità della causa (perlopiù 
supposta) si pretendeva inferirne nettamente il legame di cau- 
salità con i fenomeni soggetti alla osservazione ! Da ciò con- 
seguita che sebbene il criterio etiologico in se considerato ed 
a priori semhri essere la bussola del diagnostico, nondimeno 
considerato relativamente alla difficoltà somma e quasi insu- 
perabile della applicazione, ed ai moltiplici errori, in cui ha 
condotto, conduce e condurrà sempre anco i più solerti in- 
dacatori, riesce di scarso e di inlido aiuto. 

(1) S'il est vrai de dire (ecco per confessione dello stesso 



106 

temiamo di dichiarare la proposizione dello Scarpa 
arbitraria ed ipotetica , e mancante del principale 
appoggio, vale a dire della corrispondenza coi fatti, 
della osservazione, della giornaliera esperienza. 

Mentre questo nostro caso rafferma sempre pili 
la teoria del Bell, del Berard, del Mùeller, che la 
nevralgia facciale ascrive intieramente alle branche 
del trigemello escludendone affatto il faciale ; non 
sostiene in pari tempo l'opinione di Antonio Scarpa, 
che giudica solennemente controindicata qualunque 
operazione chirurgica nelle nevralgie essenziali, vale 
a dire in quelle che prodotte non sono da nevromi, 
da cisti, da tumori di qualsiasi natura comprimenti 
i vari tronchi nervosi , da corpi estranei confitti 
profondamente ; in cui , mi servo delle sue stesse 
parole, il morbifico fermenlo non è limitato al cen- 
tro da cui partono le dolorose irradiazioni. Que- 
sta opinione è figlia della già accennata, cioè che 
nelle nevralgie (si fa eccezione delle nevralgie di- 
pendenti da cause locali irritanti , come da cisti , 
nevromi, tubercoli, corpi estranei ecc.) ove non si 
conosca alcuna causa locale irritante, il dolore non 
manifesta totalmente la sede del male che si pro- 
paga sino alla radice del nervo, ma sibbene il punto 



Valleix a che punto stanno le nostre cognizioni di anatomia 
patologica su tutte le nevralgie e specialmente su la trifa- 
ciale) que la science ne possedè, que tres peu de renseignemenls 
sur l'anatomie pathologique des névralgies, celle proposition 
ne s' applique à aucune mieux qu' a la nevralgie de la face. 
On trouve, à ce sujet, disséminés dans les ouvrages des quel- 
ques auleurs des renseignemenls en petit nombreet presque 
toujours fori vagues qui ont élé rapportò bien de fois. 
(pag- 131.) 



107 

in cui il nervo viziato è più prossimo vlw altrove 
alla superficie del corpo- 

Non v'ha dubbio che iu talune nevralgie dipen- 
denti da generale disordine delle correnti nervose, 
da universale condizione morbosa dell'apparecchio 
nervoso, o da malatie del centro massimo nerveo, 
ovvero da corpi comprimenti la sostanza cerebro spi- 
nale in vicinanza dell'origine del dato nervo {come 
esostosi, funghi della dura madre o delle ossa del 
cranio ecc.), il nevralgico patimento si propaghi a 
tutto il nervo; però sonvi molti casi in cui niuna 
di queste cause esiste; niun tubercolo, niuna cisti 
si rileva nelle parti piìi superficiali del nervo: ep- 
pure il dolore è realmente limitato a talune bran- 
che, a taluni rami di un dato nervo, e per i quali 
perciò r operazione ha raggiunto esito felicissimo. 
Comunque sia difficile darne una plausibile spiega- 
zione , ora in specie che tanto sono in voga le 
teorie zoo-elettriche alla spiegazione delle funzioni 
nervose, e perciò stesso del disordine loro funzionale 
che ne costituisce lo stato morboso , la rigorosa 
osservazione dei fatti, a capo dei quali poniamo il 
nostro caso e le due osservazioni del Berard, ove 
niuna alterazione si accenna del tessuto nerveo o 
del nevrilema, sanziona la chirurgica operazione; pur- 
ché però manchino quelle condizioni che noi ab- 
biamo detto contro indicare qualunque manualità. 
Anco qui il ritenere come estese a tutto il tronco 
nervoso quelle nevralgie ove non appare alcuna 
causa locale irritante, ed il dolore nondimeno è li- 
mitato alle cutanee diramazioni, a talune branche 
del nervo, è un rendere spiegazione di un fenomeno 



108 

feoondito con una mera e capricciosa ipotesi. Nella 
profonda oscurila , in cui siamo sulle leggi fisio- 
logiche del sistema nervoso, e quindi sulla eziologia 
e patogenia delle malattie dei nervi in generale, ed in 
particolare delle nevralgie essenziali; attesoché niuna 
percettibile alterazione di struttura, niuna morbo- 
sità si riscontra il pili delle volte in tutto il tratto 
del nervo colpito da nevralgie ; parmi doversi ri- 
nunciare ad ogni spiegazione ed invece attenerci al- 
l'unica ancora, la quale è la pura osservazione- 

Nel discorrere la storia della malattia del Cornia, 
nella sindrome fenomenologica sviluppata dopo 
l'operazione avrà di leggieri osservato il nostro let- 
tore,che la vita del paziente fu da vicinominacciata da 
una terribile complicazione, voglio dire dalla febbre 
miasmatica che dopo pochi accessi assunse tale gra- 
vezza da divenire quasi perniciosa- Tre elementi mor- 
bosi sorreggevano il quadro fenomenologico , vale 
a dire la infiammazione suppurante della gota che 
seco porta delle accensioni febbrili molto analoghe 
agli accessi irregolari delle nostre febbri miasma- 
tiche; un accumulo nello stomaco e negli intestini 
tenui di zavorre biliose, e da ultimo la condizione 
specifica morbosa, quale essa siasi, originatrice delle 
nostre febbri intermittenti- Qualora un attento esame 
di tutte le evenienze del graduale sviluppo feno- 
menologico non ci avesse in mezzo a tanto buio 
condotti a discernere la maligna e subdola febbre , 
noi avremmo dopo una operazione sì brillante per- 
duto il nostro infermo, e l'accesso pernicioso avrebbe 
servito così di ansa a taluni spirti maligni e retro- 
gradi per dilaniare atrocemente la riputazione del- 



109 

l'ottimo mio amico, imputando alla operazione, alla 
sua manualità, quello che in fondo si sarebbe do- 
vuto a disgraziata accidentalità. 

Del resto questo nostro caso, in onta alla detta 
complicazione, raggiunse il suo felicissimo esito più 
sollecitamente di quello del Berard, in cui la cica- 
trizzazione si operò molto lentamente ; per quello 
che l'osso, che era stato denudato in una piccola 
porzione nell' operazione, dovette esfogliarsi super- 
ficialmente; e quando dopo tre mesi dalla opera- 
zione la malata lasciò 1' ospizio della Salpetriere, 
restava ancora nel luogo dell' operazione qualche 
crosta prodotta dal disseccamento dell'umor puru- 
lento sorto per 1' infiammazione in specie del pe- 
riostio; laddove nella nostra circostanza dopo nove 
giorni si avea già completa cicatrizzazione, ed un 
cordone biancastro, di tessuto inodulare, fibroso ri- 
maneva solo testimonio della eseguita manualità. 

Molte altre osservazioni pratiche, molle appli- 
cazioni delle odierne dottrine fisiologiche avrebbero 
potuto scaturire dal nostro caso, se di troppo non 
avessi già abusato della pazienza del lettore, e se 
l'accumulo di ulteriori considerazioni non disdicesse 
per la prolissità del discorso all'indole di una me- 
moria risguardante un fatto particolare. « Arduum 
scribenti ac perdifiìcile semper fuit ea angustis limi- 
tibus coercere, quac nullis fere terminis sgnt defi- 
nita » Caldani. 



no 



Nolae ftinebres in parentalibus Ferdinandi II regis 
Neapolis et Siciliae. 

Jttsla . funehria . ad . S. Marine , in . exqmliis. 

I. 

SUCCEDITE 

EX . OMNI . ORDINE 

QUIRITES 

HODIE 

SUPREMIS . OFFfClIS 

PATRIAE . CAELESTIS . BEATITATEM 

ADPRECAMUR 

FERDINANDO . II. 

REGI . NEAPOLIS . ET . SICILIAE (1) 

li. 

DEUS . OPTIME . MAXIME 

VICEM . GRATAM 

REPENDE 

REGI . PIENTISSIMO 

QUI . PIUM . IX 

ORBIS . CATHOLICI . REGTOREM 

HOSPITIO . EXCEPIT 

COLUIT 

SINGULARI . OBSEQUIO . PROSEQUUTUS 

(1) In fronte aedis sacrae. 



111 
Jli. 

RELIGIONE 

SIBI . DEMERUIT 

OEUM . ET . HOMINES 

IV. 

TE . REGE 

RES . CHRISTIANA . ET . PUBLICA 

FLORUIT 

V. 

TE . DUCE 

BELLI . ARTES 

PACEM 

ET PACIS . STUDIA 

ADSERUERUNT 

VL 

NOSTRIS . PRECIBUS 

EXORATUS . DEUS 

TE . AD . REGIAM . CAELI 

ADVOCET 



112 
VII. 

AVE . VALE 

ET . VIVE . IN . CimiSTO 

ANIMA . MAGNA 

TUUM . NOMEN 

REGOLE! 

SERA . POSTERITAS 



Justa . funebria . in . basilica . laiirenliana 
ad . ihealrum . Pompei 



1. 



FERDINANDO . IL 

REGI . NEAPOLIS . ET . SIGILIAE 

PARENTALI A (1) 



(1) In fronla aeclis sacrae. 



113 
II. 



FERDINANDUS . II. 
FRANCISCO . I . ET . ISABELLA . HISPANICA . NATUS 

PRIDIE . IDIJS . lANUARlAS . ANNI . M. DCCC. X. 
VDOLESCENTIA.OPTIMIS.DISCIPLINIS.ET.INSTITUTORIBUS 
ACTA.REGNUMINIT.VI.IDUS.NOVEMBRES.AN.MDCCCXXX. 

CONNUBIO.IUNCTUS.MARIAE.GHRISTINAE.SABAUDAE 

SUSCEPTUM.EX.EA.FILIUM.AD.REGNI.CURAS^EFFINGIT 

NOVIS.NUPTIIS.MARIAM.THERESIAM.AUSTRIADEM.DUCIT 

AUSTITATI.POPULORUM.ADLABORANS.QUUM.FRANCISCUM 

lEGNI.HEREDEM.CONIUGlO.SOCIARET.MORBO.IV.MENSIUM 

ABSUMPTUSEST.XI.KALENDAS.IUNIASANNLMDCCCLIX 

REGNUM . GESSIT . AN. XXVIII. 

P PRUDENTIA . MIRA . NULLO . FASTU 

PIUM . IX . PONTIFICEM . MAXIMUM 

CAIETAE . EXCIPIT 

PONTIFICIAE DOMUI 

REGALI . MUNIFICENTE . CONSULIT 

IN . HONORIS . SUI . SEDEM 

COLLATIS . CUM . EUROPAE . REGIBUS 

CONSILIIS . ET . OPIBUS 

REDUCIT 



GAT.CLX 



114 

IV. 

FAUSTITATI . PUBLICAE . CONSULENS 

VIAS . CONSULARES ^ 

ANFRACTIBUS . EXPLICAT13 . LAXAT STERNI! 

PONTIBUS . lUNGlT 

DEVIOS . FLUMINUM • COERCET 

PRIMUS . IN . ITALIA 

PETORRITIS IGNEO . ACTIS . VAPORE 

ITERA . CORRIPIT 



COMMEATUS • MERCIBUS • EVEHENDIS 
TERRA . MARIQUE 
EXPLICATl 
OPUS . TEXTILE 
RECENTIORIBUS . INVENTIS . PERFECTUM 
OFFICINAE 
FERRO . MOLLIENDO . DUCENDO • FINGENDO 
CONSTITUTAE 
FERDINANDI 
DE . RE . PUBLICA . STUDIUM 
AETATI . NOSTRAE . ET POSTERIS 
PRODUNT 



115 
Vi. 



AUCTOR . STUDIOKUM . OPTIMORUM 

HONORE . ET • PRAEMIIS 

ALIT . INGENIA . FOVET . ARTES 

TURRIM . ASTRIS . 8PECULANDIS . LAXAT 

EXQUISITIORIBUS • ORNAI . INSTRUMENTIS 

MUSEUM 

CIMELIIS . TABULIS . AENEIS . ET . MARMOREIS 

SIGNISVASIS.ANAGLYPTIS.NOMISMATIBUS.DITAT 

MONUMENTA . ANTIQUITATIS 

E.TERRAE.VISCERIBUS.IN.APRICUM.EDUCTA 

ERUDITIONI . PUBLICAE 

PATERE . lUBET 



VII. 



POPULOS . PATERNE . COMPLEXUS 

OMNI . OPE . lUVAT 

ASIANA . LUE . AFFLATOS 

AQUARUM . EXUNDATIONE 

MOTIBUS . TERRAE . CARITATE . ANNONAE 

AD . EXTREMA . DEDUCTOS 

ORE . ALLOQUIO . STIPE . SUBMISSA . SOLATUR 

COEMPTO . FRUMENTO . ALIT 

VECTIGALIUM . ONERE . LEVAT 

QUOD . REGIIS . CENSIBUS . DETRAHIT 

IN . POPULl . COMMODA 

CONFERT 



116 

Vili. 

MILITAKIS . DISCIPLINAE . VINDEX 

EXERCITUM . DELECTU . ACCURATO CONSCRIBIT 

BELLICIS . LABORIBUS . EXERCET 

CLASSEM . COMMEATIBUS . TUTANDIS 

COMPARAI 

ARCEM . CAIETAE . CAPUAE . ATERlNl 

COMMUNI! 

ARMAMENTARlUM.NAVmUSSTRUENDIS.SARCIENDIS 

INSTRUIT 

IX. 

MAGNO . ET . ADVERSIS . INVICTO . ANIMO 

REGNUM . AUSPICATUR 

INTENTATAE.SIBI.NECIS.CRIMEN.IGNOSCENS 

CONSTANTIA . EADEM 

PACEM 

ARMIS . ASSERIT 

PERTURBATIONUM . DELETIS . REEIQUIIS 

X. 

RELIGIONEM 

REBUS . OMNIBUS . ANTEFERENS 

\TTAE . SUAE . RATIONES 

AD . CHRISTIANA . INSTITUTA . EXIGIT 

FILIOS . AD . DEI . CULTUM 

EXEMPLO . ET . VOCE . INFORMAT 

MAGNAM.MATREM.LABIS.PRIMAVEAE.EXPERTEM 

DOMUS . REGIAE . ET . REGNI 

AUSPICEM . ET . PATRONAM 

COLIT . IMPENSISSIME 



117 
Xf. 



RELIGIONIS . AMPLIFICANDAE . STUDIO 

AEDES . SACRAS 

LABANTES . INSTAURAI . SQUALORE . DETERGIt 

A . FUNDAMENTIS • EXCITAT 

COENOBIA 

COETIBUS . RELIGIOSIS . RECLUDIT 

LYCEA . STATIVA . ERGASTULA 

EXCOLI . AD . PIETATEM 

lUBET 



Xil. 



MORBO . CONTRA . SPEM . RECRUDESCENTÉ 

CONFLICTATUS 

RERUS . PLACIDE . COMPOSITIS 

PIE . DEGESSIT 

TOTIUS . REGNI . DESIDERIO . ET LACRIMIS 

HONESTATUS 

Xill. 

IMMORTALIA . UT . SPECTES 
MONET . MORS 

XIV. 

HEU . FLUXAE . MORTALIUM . VIGES 
HEU . PRAECEPS . TEMPORIS • FUGA 
HEU . BREVI . INTERITURUS • HONOS 



118 
XV. 



DEUS . OPTIME . MAXIME 

CUIllS 

INUMINE . ET . AETERNO . CONSILIO 

RES . HUMANAE . FLUUNT 

PIACULARI . PRECE . PLACATUS 

lUNGE 

IN . CAELESTI . REGNO 

CHRISTINAE . SUAE 

FERDINANDUM 

QUOS . AMOR . UNUS . UNA FIDES 

SOCIAVIT 

TU . REGUM . CUSTOS 

TU . STATOR . REGNORUM 

FRANCISCUM 

TANTIS . PROGNATUM . PARENTIRUS 

SOSPITA 

UT . PATERNUM . NOMEN 

RELIGIONIS . STUDIO . ET • RECTEFACTIS 

AUCTET . PROVEHAT 

MULTA . IN . QUINQUENNIA 

Antonius Angelini e societate iesu- 



119 



Narrazione dei reperti anatomici e chimici in due 
casi di avvelenamento commesso col cianuro di 
potassio unito ad un composto di acido ossalico.. 

Pensano alcuni che le morti volontarie per vele- 
no piuttosto che promulgarle colla stampa dovreb- 
bero esser sepolte nel più profondo oblio, come de- 
plorabili esempi della umana miseria. Sembra ad 
altri che le piaghe della società, per quanto sordide, 
abbiano a mettersi allo scoperto , acciò il ferro le 
raggiunga in ogni loro anfratto, e ne tenti quando 
che sia la cura desiderata. Noi seguiremo la seconda 
opinione publicando in questo giornale due altri casi 
di suicidio perpetrato col cianuro di potassio, con- 
giunto ad un composto di acido ossalico. Dicemmo 
due altri, accennando all'avvelenamento di Augusto 
e Marianna, di cui fu dato conto tre anni or sono, 
e che fu consumato collo stesso mescuglio (1). Dei 
resto noi non ci occuperemo che della parte tos- 
sicologica, narrando unicamente i trovati cadaverici, 
e le ricerche istituite dai chimici pel ritrovamento 
del veleno. Nò vi sarebbe molto da aggiungere a 
colesti fatti ricavati dai Commentari del Fisco. Po- 
che notizie sonosi potute raccogliere sulle cause che 
hanno spinto questi sciagurati a! fatale eccesso. Quel 
che può dirsi è, che giunti ambedue a quel periodo 
della vita che sta fra il bollire della ffioventù e il 



(1) Di alcuni suicidi ullimamente avvenuti in Roma.Gior. 
Are. T. CXLIII. 



120 

considerare della virilità, sul fare cioè dei trent'anni» 
senza alienazione alcuna della mente, procederono 
al mal passo con animo deliberato, spianala loro la via 
da scioperataggine dì condotta, e dalla perdita dì 
ogni principio direttore del pensiero e delle azioni (1). 
Il cadavere di S. M. P. giace alla supina nella 
sua camera, colle gambe rivolte verso la porta d'in- 
gresso. Sta in atto di digrignare ì denti, col braccio 
destro naturalmente abbandonato sul fianco del me- 
desimo lato , ed il sinistro piegato e poggiato sul 
petto colle dita contratte, chiudendo fra l'indice ed 
il medio il pollice della stessa mano. Sopra una se- 
dia in vicinanza del medesimo esistono un bicchiere 
sporco nell'interno, un piccolo cucchiarino di me- 
tallo bianco macchiato in verde rame, specialmente 
nella parte concava; una chicchera di porcellana im- 
brattata nelle pareti interne qua e là da una ma- 
teria cristallina, e con pochissimo liquido al fondo, 
circa gocce 10; questa chicchera è nella parte ester- 
na del fondo sporca di nero fumo come fosse slata 
collocata sulla fiamma di un lume. V è di più un 
lume ordinario: vi sono ancora due piccole carte con 
entro in ciascuna una polvere bianca: finalmente una 
boccia ordinaria da rosolio avente una targhetta col- 
l'iscrizione: Cannella s- Carlo al corso n. 118: con- 
tenente poca quantità di un liquido siropposo di un 



(1) Ulteriori e più esatti ragguagli ci obbligano ad emen- 
dare questo giudizio, potendo ora alTermare, come il secondo 
dei due, che si tolser la vita col cianuro, vale a dire C. B..., 
non vi fosse condotto da sovvertimento di principii morali 
e religiosi, ma sivvero da cupa melanconia, che avcvagli of- 
fuscata la mente, e indebolita, se non tolta del lutto, la li- 
bertà delle azioni. 



121 

odore misto di alcool o di cannella. Quali oggetti 
tutti con ogni cautela ravvolti in carta e legalmente 
suggellati furono presi. 

Esaminata la superficie del suo corpo, si è ri- 
marcato esser la faccia specialmente verso la fronte 
colorita di un rosso vivo: negli occhi esser la scle- 
rotica ingorgala di sangue, le orecchie livide, livido 
ancora il dorso e le parti posteriori del collo, con 
macchie di varie figure e grandezze tendenti al nero; 
il restante del corpo avendo un color carnicino e 
neir insieme, piii che un cadavere, sembra un uomo 
che dorme. Denudate le ossa della testa, molto san- 
gue si è trovato estravasato sotto le cute, il qual 
sempre liquido cola come da parti ferite. Aperto il 
cranio si son veduti i vasi sanguigni delle membrane 
cerebrali sommamente ingorgati; i ventricoli laterali 
del cervello non contengono alcun liquido; il cervello 
ed il cervelletto sono di una consistenza normale. 
Le membrane del cervelletto hanno anch' esse i 
vasi sanguigni ingorgati. Estratti il cervello ed il 
cervelletto, si è veduto sgorgare dallo speco verte- 
brale sangue fluido e nero. Non è da omettere che 
nei movimenti e varie posizioni date al cadavere 
per dividere le ossa del cranio, è gemuto dalla bocca 
e dal naso un liquido denso di color rosso chiaro 
dell'odore di mandorle amare, che è stato in parte 
raccolto in un vaso di cristallo nettissimo, e a tu- 
racciolo smerigliato. Aperta la cavità del petto, i 
polmoni si sono rinvenuti nello stato normale, men- 
tre ambedue hanno nella parte posteriore un color 
cinereo dipendente dalla giacitura. Il polmone destro 
ha presentato qualche aderenza di antica data colla 
pleura costale corrispondente. Il pericardio è nello 



12i 

stato normale; il cuore piuttosto voluminoso, e tinto 
di sangue nero nel ventricolo destro; il sinistro con- 
tiene una certa quantità di sangue dello stesso co- 
lore. Nella cavità del basso ventre, mentre la milza 
ed il fegato non presentano alcuna innormalità, si 
scorgono molto iniettati i vasi sanguigni del gran- 
de omento, e di un rosso vivo le membrane dello 
stomaco, specialmente nella parte sinistra, mentre 
il duodeno e il pancreas sono di un rosso livido ed 
un poco rossi l' intestino tenue digiuno ed ileo. Fatte 
le convenienti legature sull'esofago e sul duodeno 
si è separato lo stomaco dal restante dei visceri e si è 
collocato nello stesso vase in cui fu posto il liquido che 
colava dalla bocca. Quel vase chiuso col turacciolo 
smerigliato si è con carta, spago e suggelli in cera lacca 
rossa assicurato nell'orifìcio in modo che non possa 
aprirsi senza indurvi manifesta lesione. Esaminate fi- 
nalmente tanto le cavità della bocca e delle fauci, che 
la parte superiore dell'esofago e della trachea, si sono 
rinvenuti iniettati alcuni vasi sanguigni verso l'apice 
della lingua. Pallida era la cavità della bocca, rosso li- 
vido quella delle fauci, del faringe e l'esofago; di un 
rosso vivo l'epiglottide; quasi nello stato normale, ma 
solo con qualche macchia di un rosso forte, il laringe 
e l'espcrarteria , talché per quello che riguarda il 
laringe vi è una linea marcata fra l'epiglottide di un 
rosso vivo, ed il restante quasi normale. Fatte in- 
fine delle incisioni qua e là sulla superficie del corpo, 
specialmente nelle estremità, si è notalo che mentre 
i muscoli del petto e del basso ventre presentano 
un color rosso vivo da rassomigliare parti infiam- 
mate, gli altri tutti sono di un color cinereo scuro, 
come di carni vicine alla putrefazione, senza però 



123 

che vi sia indizio che questo processo di disfaci- 
mento sia cominciato. L'aspetto del cadavere, diverso 
da quello dei cadaveri ordinari, è come si torna a 
ripetere di un uomo vivo; la fluidità del sangue e 
il suo color nero , l'odore di mandorle amare del 
liquido uscito dalla bocca, la pronta morte dell'in- 
dividuo inducono i sottoscritti periti fiscali a cre- 
dere e deporre esser quasi certo, che la morte dì 
quest'individuo sia stata cagionata da avvelenamento 
con una preparazione di cianogeno; il qual giudizio 
potrà divenire certo quando l'analisi chimica ritroverà 
nel cadavere alcuna sostanza della natura suddetta. 
Procedutosi perciò all'analisi chimica condotta 
dal sig. prof. Francesco Ratti, e sig. Vincenzo La- 
tini collaboratore, si è principiato ad esaminare il 
bicchiere rinvenuto sulla sedia presso il cadavere. 
Esso bicchiere non contiene liquido, ma è solo umido 
nel fondo , come bagnata in parte è la carta che 
l'involse. Si scorge di piìi nello stesso fondo qual- 
che punto splendente come vi fosse un sale cristal- 
lizzato, e la carta sudetta, ove è bagnata, presenta 
qua e là un color rosso cupo: e bagnata maggior- 
mente d' acqua in questa parte, il liquido che ne 
risulta arrossa le carte di curcuma. Spariscono le 
macchie della carta stessa se toccate sieno con una 
soluzione di solfato di perossido di ferro; divengono 
turchine se vi si mette posteriormente dell' acido 
idroclorico. Esaminati con buona lente i cristallini 
esistenti nel fondo del bicchiere, han presentato la 
forma di prismi rettangolari tetaedirici terminati 
da sommità diedre. Versata dopo ciò poc' acqua 
distillata nel bicchiere, ha disciolto le parti lucenti 



124 

iVapparenza salina, ed anche quest' acqua ha dato 
forti reazioni alcaline; un precipitato bleù col sol- 
fato di perossido di ferro, specialmente dopo avervi 
aggiunto qualche goccia d' acido idroclorico- Una 
parte di questo liquido resa leggermente acida per 
r acido suddetto, aggiuntovi un poco d' idrosolfato 
d'ammoniaca e tirata a secchezza, ha dato un color 
rosso sanguigno col solfato di perossido di ferro ; 
mentre altra porzione dello stesso liquido trattata 
coU'acido tartarico ha lasciato deporre una polvere 
cristallina, ed evaporata a secchezza e calcinata ha 
dato un residuo facente effervescenza cogli acidi e 
precipitante in giallo granulare col cloruro di pla- 
tino. Un' altra porzioncella finalmente ha dato un 
precipitato polverulento bianco coli' acqua di calce, 
simile precisamente a quello che vi producono gli 
ossalatì. Queste osservazioni, che non possono au- 
mentarsi di numero per la scarsissima quantità di 
materia, dimostrano già esservi stato nel bicchiere 
qualche preparato di cianogeno , della potassa , e 
molto probabilmente dell' acido ossalico. Preso 
quindi ad esame il cucchiarino, che in più parti e 
specialmente nella parte concava si disse imbrattato 
di una materia verde simile al verde-rame , vi si 
è versato nella parte concava e maggiormente im- 
brattata un poco d'acqua distillata che è divenuta 
alcalina ed ha nettato il cucchiarino nella parte 
bagnata. Di più la detta acqua coH'idrosolfato d'am- 
moniaca, dando un precipitato nero e lasciando mac- 
chie di rame sopra lamine di ferro ben netto, di- 
mostra chiaramente che il color verde di rame dello 
stesso cucchiarino è dovuto ad un preparato solu- 



125 

bile di rame. La somma tenuità della materia im- 
brattante il cucchiarino, I' aver dato V acqua distil- 
lata, che lo ha bagnato nelle parti sporche, una rea- 
zione alcalina come la materia contenuta nel bic- 
chiere dimostrando già la possibilità che questo 
cucchiarino sia stato adoperato a rimescolare la ma- 
teria slessa, e non presentando perciò niun interesse 
per la determinazione della natura della materia ve- 
nefica, si è passato ad esaminare la materia con- 
tenuta nella chicchera. Questa è costituita da una 
polvere lucente che ne rapezza qua e là l' interne 
superficie, e da un liquido della quantità di circa 10 
gocce odoroso di mandorle amare. I cristallini han 
presentato la medesima forma di quelli del bicchiere, 
si sono disciolti nell'acqua, e fra le altre reazioni 
han presentato quella di somministrare un precipi- 
tato cristallino bianco colla potassa caustica. In 
quanto al liquido, è stato diluito con grand' acqua 
distillata; e verificato essere alcalino, se ne è versato 
piccola quantità in un vetro da orologio unitamente 
a due gocce d' acido solforico allungato , vi si è 
soprapposto altro cristallino di orologio rovesciato 
contenente una gocciola di nitrato d'argento, e si 
è veduto intorbidarsi in bianco e d'aspetto fioccoso 
il nitrato stesso, il qual precipitato bianco non si an- 
nerisce alla luce. Un' altra gocciola versata in la- 
mina di vetro, resa acida, e diseccata dopo avervi 
unito idrosolfato d'ammoniaca, mostrasi colorata in 
rosso sangue nei punti nei quali venga toccata con 
solfato di perossido di ferro disciolto nell' acqua. 
Altra gocciola s'intorbida coll'acqua di calce. Altra 
piccola quantità trattata coll'acido solforico ed ag- 



ÌM 

giunto un poco di cloruro d'oro, con svolgimento 
di gas ripristina l'oro allo stalo metallico; altra ha 
somministrato un precipitato bianco polverulento 
coll'acqua di calce solubile negli acidi, non però nel- 
l'acetico: altra tìnalmente s'intorbida coH'acido tar- 
tarico , lasciando deporre una polvere cristallina 
bianca che tirata a secchezza e calcinata reagisce 
alcalina , fa eflfervescenza cogli acidi , precipita in 
granellini gialli col cloruro di platino. Né è da omet- 
tere che tutte le volte che si è aggiunto al detto 
liquido un acido, si è reso piìi sensibile l'odore di 
mandorle amare: e che la parte sporca della carta, 
che racchiudeva la chicchera, in corrispondenza al- 
l' apertura della medesima ha dato per quanto vi 
si è potuto agire le stesse reazioni, fra le quali quella 
d' essersi colorita in turchino col sesquicloruro di 
ferro leggermente acido. Anche queste reazioni di- 
mostrano e la presenza di un principio cianogenico 
in questo liquido, come quella della potassa e del- 
l'acido ossalico. Fnalmente sono state esaminate le 
materie contenute nelle due carte rinvenute presso 
il cadavere, ed è stato facile dimostrare esservi in 
una del cremor di tartaro in polvere; nell'altra del- 
l'acido ossalico. In quanto poi alla boccia coll'iscri- 
zione: Cannella S. Carlo al corso num. 118: si è 
dimostrato contenere realmente rosolio di cannella. 
Aperto dopo ciò il vase di cristallo a turacciolo 
smerigliato, di cui sopra, dopo verificata l' integrità 
dei suggelli, ed estrattone lo stomaco e collocatolo 
in un piatto grande di porcellana, è stato aperto 
in tutta la lunghezza nella direzione dell'arco mag- 
giore, raccogliendo in un bicchiere di cristallo la ma- 



127 

tei'ia contenutavi. Questo viscere, di color rosso vivo 
air esterno, presenta nell' interno pronun/iatissime 
le rughe o ripiegature della mucosa, le quali spe- 
cialmente nella parte esofagea più consistenti del- 
l' ordinario presentano un color di corallo , men- 
tre nella parte pilorica sono meno pronunziate, me- 
no consistenti, e di colore di fecce di vino. La 
materia nello stomaco contenuta è d' aspetto pul- 
taceo, di color carnicino , d' odore unito di man- 
dorle amare e di cannella fortemente alcalino. Una 
certa quantità di questo liquido è stata versata in 
un bicchiere a basse pareti, è stata resa acida: nel 
quale istante si è avuta un' effervescenza ed uno 
svolgimento di un odore appellante quello delle man- 
dorle amare: e coperto il bicchiere stesso con una la- 
strina di vetro, sulla quale era stata posta una goccia di 
nitrato d'argento, l'ha intorbidata separandone dei 
fiocchi bianchi che alla luce si sono alterati: so- 
prapposta al bicchiere in seguito altra lastrina, sulla 
quale erasi collocata qualche goccia d' idrosolfato 
d'ammoniaca, e lasciatevela per qualche tempo, ed 
asciugatala a moderato calore, ha preso un color 
rosso di sangue col solfato di perossido di ferro nel 
punto in cui era stato già collocato l' idrosolfato sud- 
detto. Altra gran parte delle materie rinvenute nello 
stomaco sono state versate in una storta pullulata, 
e vi si è aggiunto dell'acido solforico fino a ren- 
derla acida, essendosene del pari sviluppata efferve- 
scenza ed odore di mandorle amare. Sottoposto poi 
il tutto alla distillazione, si è raccolto il liquido di- 
stillato in un pallone di vetro. Questo liquido ha 
un odor misto di alcool di cannella e di mandorle 
amare; saturato colla potassa e aggiuntovi solfato 



128 

di perossido di ferro, e quindi un acido, dà un ab- 
bondante precipitato di color hle. Altra porzione 
versata in un cristallino d'orologio, e sovrapposto- 
vene un altro in senso inverso, dopo avervi collocata 
nel centro una goccia di nitrato d'argento, la rende 
opaca e tende a solidificarla. Altra porzione tratta 
a secchezza in vasi di vetro, dopo mescolata con 
idrosolfato di ammoniaca, lascia un residuo bianco 
sporco, che col persolfato di ferro si fa di un rosso 
di sangue; altra porzione allungata con acqua si fa 
opalina: ciò che dimostra, che 1' alouol tiene di- 
sciolto un principio nell'acqua insolubile. Al restante 
del liquido distillato si è aggiunto il nitrato d'ar- 
gento , ed il precipitato bianco in fiocchi che si 
è prodotto, raccolto su filtro di carta e disseccato, 
è stato introdotto in un piccolo tubo di vetro chiuso 
da una parte; e sfilata l'estremità aperta di questo 
tubo alla lampada fino a rendere angustissima l'aper- 
tura, è stata riscaldata la materia contenutavi. Un 
cerino acceso ravvicinato all'apertura ha lasciato ve- 
dere una fiammella rossa sull'apertura del tubo stes- 
so, dimostrante lo sviluppo del cianogeno- Una parte 
delle materie trovale nello stomaco essendo state 
poste a filtrare, ed avendo somministrato un liquido 
limpido, e leggermente colorato in rosso, ha som- 
ministrato le stesse reazioni dopo averlo reso leg- 
germente acido da alcalino che era. Versato in que- 
sto liquido del cloruro di platino, se ne ha un ab- 
bondante precipitato giallo granulare come precisa- 
mente colla potassa , e porzione di questo liquido 
stesso trattato coH'acido tartarico ha somministrato 
un precipitato cristallino bianco. Trattatane poi una 



129 

porzione coll'acido solforico allungato fino a renderla 
acida, fatta bollire ed evaporare, ha somministrato 
vari cristallini, fra' quali alcuni aventi tutti i carat- 
teri dell'acido assalico- E poiché parte delle mate- 
rie stesse trovate nello stomaco evaporate in cuc- 
chiarino di platino lasciano svolgersi nel disseccarsi 
ed incarbonirsi da principio un odore di latte acido, 
quindi di pane bruciato, vi si è messo dello iodio 
dopo averne fatta bollire certa quantità nell'acqua, 
ed il colorimento in ble ha dimostrato la presenza 
di materia amilacea. Sopra una porzione del liquido 
filtrante e limpido delle materie dello stomaco sono 
stati versati vari reagenti , per ricercarvi materie 
venefiche diverse dai principi! cianogenici: ma le 
ricerche sono riuscite infruttuose. 

Dopo tali osservazioni è stato conchiuso, che le 
materie rinvenute nello stomaco contenevano il cia- 
nuro di potassio alcalino , quale comunemente si 
vende per le dorature ed inargentature galvaniche: 
che nelle due carte eravi dell'acido ossalico e del 
cremor di tartaro; che nella chicchera vi è il cia- 
nuro commerciale di potassio (1), non che acido os- 
salico allo stato di ossalato di potassa: che simili 
materie si trovano anche nel bicchiere: che la ma- 
teria cristallina salina, che Irovavasi nelle pareti della 
chicchera e bicchiere, era costituita dal detto tar- 
trato di potassa. 



(1) Con eccesso perciò di carbonato di"potassa, tartrato 
neutro di potassa, provenuto probabilmente dall'unione del 
cremor di tartaro col detto carbonato di potassa. 

G.A.T.CLX. 9 



130 

Presso questa deduzione è stato conchiuso, che 
la causa della morte dell' individuo, di cui si parla^ 
è stata l'aver inghiottito una certa quantità di cia- 
nuro di potassio: e che l'aggiunta fattavi dal sui- 
cida dell'acido ossalico e del cremor di tartaro ad 
oggetto di render libero l'acido idrocianico da esso, 
per quanto sembra, creduto più energico del cianuro 
di potassio, non è stata sufficiente a neutralizzare 
la potassa in eccesso che forma parte del cianuro 
di potassa commerciale. E se ha ftUto svolgere por- 
zione dell'acido idrocianico, è stato appunto perchè 
mescolate le materie in polvere, gli acidi ossalico 
e tartarico hanno reagito sulla porzione di cianuro 
di potassio trovatavisi a contatto innanzi di restar 
neutralizzati dal carbonato di potassa che vi è in 
ecccesso. Sembra lecito poi dagli oggetti ritrovati de- 
dursi il modo col quale essi furono adoperati. E da 
dedurre chela bottiglia di rosolio aperta irregolarmen- 
te senza levarvi la cera lacca, e solo estraendo il turac- 
elo forandolo, sia stata adoperata o per attutire la sen- 
sibilità nervosa della bocca, o per rafforzar l'animo a 
compire unazione dalla quale rifuggiva: che nella chic- 
chera è stato mescolato il cianuro di potassio coll'aci- 
do ossalico ed il cremor di tartaro: e perchè la solu- 
zione fosse completa, è stata la chicchera stessa scal- 
data su lume ordinario : che il cucchiarino servi 
a favorire la miscela, e che il liquido venefico fu 
trangugiato dopo averlo versato nel bicchiere forse 
per raffreddarlo. 

Il cadavere di N. B, si trova nella sua camera 
seduto su di una sedia, e nell'esterno del suo corpo 
non presenta alcuna traccia di violenza. Il cadavere 



131 

è perfettamente conservato, e non ha che una pic- 
cola lividura cadaverica in prossimità dell' inguine 
destro : il colorito del resto è guasi naturale. Es- 
sendo quest' individuo stato collocato a sedere , 
appena fu rinvenuto morto, la parte delle natiche 
che soffrì pressione ha un colore bianco pallido. 
Il resto delle natiche stesse , ma specialmente le 
gambe, e sopratluto lo scroto, sono di color rosso: 
fatta qualche incisione alle gambe si scorgono i 
muscoli di color cinereo , ed il sangue che geme 
dal vasellini incisi, è piceo. La rigidità cadaverica 
può dirsi nulla; solo le dita della mano destra sono 
piegate verso la palma della mano, e vi vuole una 
certa forza per allungarle ; le unghie sono livide. 
È da notare , che quando il cadavere fu posto a 
sedere il braccio destro fu collocato al di dietro delle 
spalline della sedia, come per impedirne la caduta: 
talché nella piegatura sostenne in gran parte il peso 
del tronco; ciò che può dare in qualche modo una 
spiegazione dello stalo in cui si è trovata la mano 
destra. Aperta la cavità del cranio, alla superficie 
della dura madre si sono veduti molti punti stil- 
lanti sangue. Aperte le membrane cerebrali, si sono 
trovati molto ingorgati i vasi sanguigni cerebrali : 
niente del resto di rimarchevole nei ventricoli di 
questo viscere. Tolto poi ij cervelletto che nulla 
presenta d' inuormale , si vede fluire , ma non in 
gran copia, sangue nero e liquido dallo speco ver- 
tebrale. Aperta la cavità del petto, si sono rinve- 
nuti i polmoni uniformemente colorati in rosso-rosa 
acceso. Nessun estravaso nella cavità del petto. Poco 
liquido sieroso nel pericardio e poco sangue nero 



132 

e fluido nei due ventricoli, presentando del resto il 
cuore l'ordinaria consistenza. Guasti fortissimi si rin- 
vengono nel basso ventre. Questi principiano pre- 
cisamente dallo stomaco , ossia dalla sua apertura 
cordiaca, e terminano al cieco. Le intestine crasse 
possono dirsi nello stato normale. Lo stomaco è 
tutto di un color di feccia di vino, le intestine tenui, 
ma specialmente l'ileo, è di un color bruno rossastro, 
tendente al turchino. Nell'intestino ileo, le cui mem- 
brane strappansi alla più leggiera frazione, v'è sangue 
nero estravasato, la vescica orinaria è quasi vuota, 
Ja milza e il fegato hanno naturale colorito e consi- 
stenza, la vescichetta del fiele contiene un liquido 
color rosso di sangue. Non è da omettere che , 
aperto il ventre, si è lasciato sentire un odore che 
richiama remotamente quello delle mandorle amare: 
tale però che fiutando specialmente in vicinanza dello 
stomaco provasi un senso di stringimento alle fauci, 
come piecisamento alloichè si spira un' aria con- 
tenente l'acido idrocianico. Sebbene questi risultati 
della sezione cadaverica possano condurre a stabi- 
lire, che quest' acido sommamente venefico possa 
essere stato cagione della morte di questo individuo, 
nullameno per conoscere con certezza se jealmente 
la cosa è passala a questo modo , e soprattutto 
se sia stato ingoiato solo, ovvero fatto svolgere da 
alcun suo preparato, si è creduto conveniente aspor- 
tare dal cadavere quelle parti che possano bastare 
a compiere un' analisi chimica. 

A quest'affetto si sono fatte suH'esofigo molto 
in alto, ossia verso la bocca, due legature a poca di- 
stanza l'uDu dalTallra con spago; altre due legature 



I 



133 

simili sono state fatte sull'intestino duodeno: talché 
tagliato l'esofago e il duodeno fra le due legature, 
si è potuto asportare lo stomaco colle materie con- 
tenutevi: quel viscere è stato collocato in vaso di 
cristallo con turacelo smerigliato. Allo stesso modo 
si è proceduto per un tratto dell' ileo- Si sono fatte 
cioè due legature al suo principio con spago, altre 
due legature verso la metà, e tagliatolo sopra e sotto 
fra le due legature, se n' è asportata una porzione 
che è stata collocata nel detto vase, nel quale è stata 
versata una certa quantità di spirito di vino onde 
preservare le materie contenutevi dalla putrefazio- 
ne: ed a togliere ogni dubbio sulla purezza dell'al- 
cool adoperato , una porzione di esso si è versata 
in una piccola boccia di vetro. Tanto poi il vaso di 
cristallo, quanto la boccia di vetro sono stati chiusi, 
in quanto al primo con turacciolo parimenti di cri- 
stallo, in quanto al secondo con turacelo di sughe- 
ro, e ne sono state assicurate le aperture con carta 
stretta con spago intorno il collo dei vasi stessi in 
modo da non potersi aprire senza tagliare questo, 
essendone stati gli estremi assicurati con suggelli 
in cera lacca rossa. 

Dopo ciò è stato condotto nel gabinetto chi- 
mico dell' università romana il vaso contenente i 
visceri, insieme ad una bottiglia, un bicchiere ed 
una carta rinvenuti presso il cadavere; per proce- 
dere all'analisi chimica per opera dei già nominati 
periti. E risultato da questa analisi che la botti- 
glia non contiene che vino bianco: che nel bic- 
chiere v'era un liquido nella quantità di circa due 
ottave costituito dallo stesso vino, però maggior- 



134 

mente scolorato pei' l'azione dell'ossalato acido di 
potassa mescolatovi. Finalmente che nella carta v'era 
parimenti una certa quantità del nominato sale. 

Esaminati! suddetti oggetti, restava da sottoporre 
all'analisi i visceri contenenti nel barattolo di cri- 
stallo preservati dalla putrefazione per mezzo del- 
l'alcool- Aperto tal barattolo, si è inteso un odore 
alcoolico misto di mandorle amare, producente un 
senso di stringimento verso le fauci; ed estratto Io 
stomaco, si ò aperto in tutta la lunghezza nel suo 
arco minore, e non vi si è rinvenuto che un liquido 
torbito nella dose di una mezza libbra di odore forte 
di mandorle amare, reagente fortemente e stabilmente 
alcalino sulle carte di curcuma: il qual liquido è stato 
raccolto in un bicchiere di cristallo nettissimo. Si 
ò poi notato che tutto lo stomaco dal cardias al 
piloro era di color rosso bruno, che per trasparenza 
osservato aveva un bel color rubino, come appunto av- 
viene negli avvelenamenti di questa specie. Pronun- 
ziatissime si sono vedute le rughe della mucosa 
sulla parte pilorica. Dopo ciò si sono eseguite va- 
rie operazioni analitiche sul liquido rinvenuto nello 
stomaco, presso a poco come nel caso precedente, 
non esclusa quella d'aver ottenuto la prova massima 
dell' esistenza de' principi! cianogenici , lo sviluppo 
cioè del cianogeno riconoscibile al color roseo della 
sua fiamma- Da questo stesso liquido si sono pure 
avute reazioni dimostranti la presenza di carbonato di 
potassa e di ossalato di questa base. E perciò non è re- 
stato alcun dubbio, che quest'individuo sia morto qua- 
si istantaneamente per l'azione letale sul corpo umano 
dell'acido idrocianico, svoltasi per l'azione dell'ossa- 



135 

Iato acido di potassa sul cianuro di potassio di com- 
mercio adoperalo specialmente per T argentatura 
galvanica. Niuna traccia però né di acido ossalico, 
ne di cianuro di potassio, si è rinvenuta neiralcool 
adoperato per preservare i visceri contenuti nel vase 
di cristallo della putrefazione: non può perciò anche 
per questa parte cadere dubbio che realmente abbia 
quest'individuo deglutito il cianuro di potassio, non 
che il vino contenente l'ossalato di potassa acido. 
Relativamente poi al modo col quale possa averlo 
inghiottito, riflettendo che l'esofago si è trovato in 
stato normale, che presso di esso si è rinvenuta una 
bottiglia di vino, un bicchiere con vino, ed ossa- 
lato acido di potassa, ed una cartina di questo sale, 
e niuna quantità di cianuro di potassio, è da cre- 
dere che abbia esso deglutito in pezzi il cianuro 
stesso, e v'abbia bevuto appresso il vino col nomi- 
nato sale: col qual liquido potè ottenere non solo lo 
scioglimento nello stomaco del cianuro, ma lo svi- 
luppo ancora dell'acido idrocianico, veleno intensis- 
simo , e disgraziatamente troppo conosciuto , e di 
troppo facile acquisto. 



Ed ecco in breve tempo ben quattro casi in 
Roma di morte volontaria per mezzo del fatale cia- 
nuro- Certezza e prontezza di effetto gli hanno ac- 
quistata una triste rinomanza fra le potenze letifere; 
la facilità di procurarselo pel suo uso nelle arti 
decide della preferenza- L' uomo abusa di tutto. 
La scienza procaccia di rendergli piiì cara la vita 
allargando la sfera de' suoi godimenti , e il genio 



136 

del malesi vendica coli' inventare ogni giorno nuovi 
mezzi di distruzione. Quella stessa sostanza, che la 
chimica, indica qual mezzo ad abbellire i corpi 
colla lucentezza dell' argento e dell' oro, colpevoli 
mani la rivolgono ad oscurare per sempre lo splen- 
dore della fiamma vitale. 



.1 



137 



Lezione XXVII sopra la Divina Commedia. 

In mezzo al mar siede un paese guasto, 
Diss'egli allora, che s'appella Creta, 
Sotto '1 cui rege fu già '1 mondo casto: 

Una montagna v'è, che più fu lieta 

D' acqua, e di frondi, che si chiama Ida: 
Ora è deserta, come cosa vieta: 

Rea la scelse già per cuna fida 

Del suo figliuolo, e per celarlo meglio 
Quando piangea vi facea far le grida. 

Dentro del monte sta dritto un gran veglio. 



XIV. Inferno. 



I 



male morale, che in una delle nostre passate le- 
zioni abbiamo considerato in tutta la sua bruttezza 
e perfezione nei dannati, ci si presenta dall'Alighieri 
nella sua imperfezione nell'individuo, come indivi- 
duo , e neir individuo moltiplicato e formante la 
società civile. In questi due punti di vista ci pro- 
poniamo ora considerarlo , e formerà il soggetto 
del presente discorso. 

Dicemmo nella nostra quinta lezione , che il 
male morale è il vizio, e il vizio è la disposizione 
del nostro volere contraria al volere divino. 

Ora, secondo Dante, vi sono tre sorti di dispo- 
sizioni che il cielo non vuole; 



138 

Non li rimembra di quelle parole, 
Con !e quai la tua etica pertratta 
Le tre disposizion, che il ciel non vuole, 

Incontinenza, malizia e la matta 
Bestialitate ? 

Inf. XI 79. 

E Aristotele t. VII e- I dell'Etica dice, che tre specie 
di cose intorno ai costumi sono da fuggire, il mio, 
Vinconlinenza e la ferità «. Il luogo è questo; » Di- 
cendum esl rerum circa mores fiigiendarum ires species 
esse: vitium, inconlineniam et ferilalem. E chiama il 
filosofo vizio quello che il poeta nostro chiama ma- 
lizia, e ferità quello che matta bestialità' Dell'incon- 
tinenza di fatto parla ivi pure Aristotile in termini, 
che ne alleggeriscono la gravezza, dicendola essere 
un male di non continua durata « non continua im- 
probitas » e di cui 1' incontinente quodammodo poe- 
nilel. 

Sotto il nome d' incontinenza viene la lussuria 
e la ghiottoneria, che assoggettano la ragione agli 
appetiti della carne; l'avarizia e la prodigalità, che 
provengono tutte e due da un uso sregolato dei beni 
temporali; la collera e quella malinconia colpevole 
che snerva 1' anima e la ritiene in un pigra ina- 
zione. - La malizia è più odiosa, perchè il fine che 
si propone è l'ingiustizia, e i mezzi di cui usa sono 
la violenza e la frode. 

La violenza si può esercitare contro tre sorte, 
di persone , Dio, se stesso, e il prossimo , in due 
maniere, secondochè si attaccano o nella loro esi- 






139 

stenza o nelle cose che loro appartengono. Inferno 
XI. 22. Cicer. de officiis 1. 12. S. Bonaventura, Com- 
pendium III. 6, 

D'ogni malizia, ch'odio in cielo acquista, 
Ingiuria è il fine; e ogni fin cotale 
con forza o con frode altrui contrista 

A Dio, a sé, al prossimo si puone 
Far forza: dico in sé ed in lor cose. 

La violenza, che fa danno al prossimo, si risolve in 
omicidio e brigantaggio; quella che si rivolge contro 
se stesso, è suicidio e dissipazione; e quella eh' è 
contro la Divinità si divide in bestemmia, ch'è un 
suicidio morale, o in azioni lubriche , che oltrag- 
giano la natura, o finalmente in usura che implica 
il disprezzo dell'industria, figlia della natura, come 
la natura è figlia di Dio. Inferno XI. 97. Confer 
Arist. Fisic. 1. 

Filosofia, mi disse, a chi l'intende 
Nota, non pure in una soia parte, 
Come natura lo suo corso prende 

Dal divino intelletto e da sua arte. 

La frode anche piiJ criminale , perchè niun' altra 
creatura ne dà l'esempio all'uomo, può usarsi con- 
tro quelli , con i quali siamo uniti col vincolo ge- 
nerale dell' umanità, o contro quelli la cui confi- 
denza è accattivata dai legami più stretti della pa- 
rentela, della nazionalità, della beneficenza, della su- 
bordinazione legale: e in questo caso come quella 



uo 

eh' è giunta al suo grarlo più odioso, la fraude ha 
il nome di tradimento. 

Finalmente si è veduto I' uomo, coli' abdicare 
la sua ragione , discendere al rango dei bruti. E 
infatti che altro è abdicare alla ragione , se non 
rinunziare all'impero di se stesso per sottomettersi 
alla schiavitù delle passioni ? 

Siccome adunque fuori dei limiti della natura 
umana vi è un punto sublime , in cui la natura 
diviene eroismo; vi è ancora un punto infimo , in 
cui il vizio diviene brutalità. Tale è il senso della 
favola di Circe così celebre nella poesia antica. Ma 
la maga, divenuta invisibile, non ha cessato d' esser 
presente, o almeno sotto altre apparenze le sue ma- 
giche trasformazioni non cessano di avere effetto ; 
avvegnaché sotto figure , in cui sembra che do- 
vrebbe abitare un'anima pensante , si manifestano 
gl'istinti vili e cattivi degli animali; e non fa d'uopo 
penetrare tanto addentro nei costumi de' popoli per 
riconoscervi questi tipi vergognosi che sono le im- 
monde abitudini del porco, l'amore colerico del cane, 
e la perfidia della volpe. Purgatorio XIV 4-0. Conf. 
Cicer. De officiisl. 12. Boezio De consolatione lib. IV 
pros. 3. Ricardusa S. Victore De eruditione interioris 
hominis, lib. III. cap. 2. 

Ond' hanno sì mutata lor natura 
Gli abitator della misera valle, 
Che par che Circe gli avesse in pastura. 

Degli effetti del vizio , se si risale alle prime 
cagioni, s'incontra in Dante una nuova e forse più 



141 

dotta divisione. L' amor proprio , principio neces- 
sario d'ogni attività, può errare, o nel suo oggetto, 
allontanandosi verso il male, o nell'eccesso, o nel- 
r insufficienza della sua energia nell' indirigersi al 
bene. Ora come 1' amore non potrebbe cessare di 
tendere alla conservazione dell'essere, in cui risiede, 
quindi ne nasce, che nessuno può odiare sé stesso: 
e come non potrebbe concepirsi nessun essere in- 
teramente diviso dall' essenza eterna, da cui tutto 
emana, l'odio di Dio è ancora un felice impossibile: 
non resta dunque altro male ad amare che quello 
del prossimo , e questo corrotto amore nel fango 
del cuore si forma di tre maniere. La prima è nella 
speranza di sollevarsi sopra gli altri, che fa desi- 
derare l'abbassamento altrui: la seconda nel timore 
di perdere la potenza, 1' onore o la fama, che fa 
ch'uno s'attristi dei successi d'un altro: la terza è 
la ferita lasciata nel cuore da un' offesa non me- 
ritata. Orgoglio, invidia, e collera sono i tre modi 
dell'amor del male. 

L' amore presenta confusamente l'esistenza d' un 
vero bene, in cui troverebbe il suo riposo: e quan- 
tunque si sforzi di aggiungervi, i suoi sforzi sono insuf- 
ficienti, e quindi viene il vizio che ha nome pigrizia. 

Vi sono finalmente altri beni, che non formano 
la felicità; ricchezze, piaceri sensuali, godimenti che 
lasciano sempre il rossore alla fronte: e quell'amore 
che vi si abbandona senza riserva , ha il nome di 
avarizia, ghiottoneria, lussuria- Ora, come questi sette 
vizi capitali discendono da uno stesso principio, da 
questi ancora dipende per funesta genealogia la folla 
degli altri vizi subalterni. Purgatorio XVII. 95. 



U2 

Ma r altro puote errar per malo obbietto 
O per troppo o per poco di vigore. 

Che '1 mal che s' ama è del prossimo, e desso 
Amor nasce in tre modi in vostro limo 

Ciascun confusamente un bene apprende 
Nel qual si quieti l'animo e desira ... 

Se lento amore in lui veder vi tira 

a lui acquistar, questa cornice. 

Dopo giusto penter, ve ne martira. 
Altro ben è che non fa l'uom felice: 

L' amor, che troppo ad esso s' abbandona, 
Di sopra noi si piange per tre cerchi. 

Questa classificazione dei peccati capitali diffe- 
rente da quella comunemente ricevuta, e anche da 
quella di S. Tommaso, Prima secnndae q. 84. art. 7, 
si trova in S. Bonaventura , Compendium II f, 14, 
Ugo da S. Vittore Allegoriae in Mallhaeiim, 3, 4, 5, 
S. Gregorio , Moralium XXXI , 31 , e con leggiere 
differenze Cassiano De inst'ilut. caenob. lib. V. cap. l. 

Ma ancorché niente sia più libero dell' amore, 
tuttavia il suo primo movimento non gli appartiene. 
Questo movimento, quando è cattivo, si chiama con- 
cupiscenza, e si distingue in tre modi. La concu- 
piscenza del senso eh' è la voluttà, la concupiscenza 
dello spirilo eh' è 1' ambizione, e la concupiscenza 
che partecipa dell'una e dell'altra, perchè ha per 
oggetto i mezzi di soddisfarle, e questa è la cupidità. 



143 

La voluttà simile alla pantera leggera e lasciva 
e che non cessa di affascinare gli sguardi che una 
volta si è accattivata; 1' ambizione che si parago- 
na a un superbo leone ; e la cupidità simile alla 
lupa , la cui magrezza palesa insaziabili desiderii, 
ed è quella che fa più numerose vittime. Ma queste 
bestie terribili non sono originarie del mondo che 
desolano, ma figlie deirinferrro: l'invidia ne ha loro 
aperte le porte. Vedi Inferno I. 49- 

Ed una lupa che di tutte brame 
Sembrava cacca nella sua magrezza, 
E molte genti fé' già viver grame, 

Là onde invidia prima dipartilla, 

piuttosto, per parlare un linguaggio piiÀ rigoroso, 
la concupiscenza è anch'essa uno di quei fatti im- 
personali, universali, costanti, la cui presenza an- 
nunzia un potere straniero. 

Questo potere si esercita in diversi gradi: e dap- 
prima, come semplice ispirazione, contro la quale 
è facile il resistere; quindi come preoccupazione do- 
minante, dopoché vi si è abbandonata la volontà. 

E quando infine la volontà si è lasciata con- 
durre agli ultimi abissi del vizio, pare che in qual- 
che modo perisca; cosicché la vita morale ha fine, 
innanzi che abbia fine la vita fisica: e si può dire 
che r anima è già sepolta nella prigione inferna- 
le , a cui è stata condannata. Difatti il corpo , 
in cui essa era, è già quasi posseduto da un'altra 
anima, da un'altra vita, da un'altra volontà satanica. 



E questa non è solamente una morte, ma una dan- 
nazione anticipata: e nel luogo dell'uomo non tro- 
vasi pili un animale, ma un demonio. Purgatorio, 
X\\. 49. Inferno XXVII , 39 ; XXXIII. 13. E S. 
Tommaso, Q. sect. q. 24- a. 1; S. Bonaventura, Ser- 
mon- in feriam IV Penlecostes. 

L' «mo 

Dell' antico avversario a se vi tira. 
. . . Tosto che r anima trade 

Come feci io, il corpo suo 1' è tolto 
Da un demonio che poscia il governa. 

La moltiplicazione dell* individuo nello spazio 
forma la società , e 1' evoluzione della società nel 
tempo è l'oggetto della storia; talché gli stessi fatti, 
che sono stati studiati nel punto di vista psicolo- 
gico, devono ritrovarsi nel punto di vista istorico, 
ma sotto proporzioni più vaste. Il male dell'intel- 
letto e quello della volontà, l'errore e il vizio, si 
sono personificati, l'uno nelle dottrine filosofiche e 
religiose, l'altro nel governo temporale e spirituale 
delle nazioni. 

Gli errori del genere umano cominciano al sor- 
lire dalla sua culla, e in quel turbamento che avea 
fatto in lui il peccato del primo padre. Decaduto 
allora dalla felicità di conversare qui in terra a faccia 
a faccia colla Divinità, l'uomo la cercò negli astri 
del firmamento , di cui sentiva le influenze, nello 
stesso tempo che ammirava lo splendore dei loro 
fuochi. Allora i nomi di Giove e di Mercurio , di 



i 



145 

Marte e di Venere , furono salutati da voti e da 
sacrifici; e quindi ebbe origine 1' idolatria , il pri- 
mo errore dei primi popoli. Paiadiso Vili, 1. 

Solca creder lo mondo in suo periclo 
Che la bella Ciprigna il folle amore 
Raggiasse, volta nel terzo epiciclo; 

Perchè non pure a lei faceano onore 
Di sacrifìci e di votivo grido 
Le genti antiche nell' antico errore; 

Ma Dione onoravano e Cupido.. 



Poco più tardi il bisogno della verità assente s'im- 
padronì di alcune nobili intelligenze, e dopo i sette 
illustri greci, che ebbero il titolo di sapienti, un altro 
ne venne che più penetrato del sentimento dell'in- 
fermità umana, si fece chiamare amico della sapienza. 
Così si formarono le scuole e nacque la filosofia 
(Convito 1. III. 2). Questi sforzi non restano senza 
risullamento, ma vengono a piedi di questioni che 
più importava di superare- La sovrana ragione aspetta 
per rivelarsi agli uomini la venuta del figlio di Maria. 
Purgatorio IH- 37- 

Stale contenti, umana gente, al quia; 

Che se potuto aveste veder tutto 

Mestier non era partorir Maria- 
E desiar vedeste senza frutto 

Tai, che sarebbe lor desio quetato 

Ch' eternamente è dato lor per lutto 

G.A.T.CLX. 10 



146 

r dico d' Aristotile e di Plato 
E di molti altri .... 



E Dio incognito al più gran numero , non riceve 
da coloro, a cui si lascia travedere, gli onori che 
gli sono dovuti (Inferno IV, 13, 43. Purgai. VII. 9). 
Mentrechè questa oscurità generale cuopre tutte le 
scuole, molti si circondano ancora di tenebre che 
sono loro proprie: e sarebbe lungo l'annoverare tutte 
le loro aberrazioni da Parmenide e da quei prosuntuosi 
eleatici che s' immergono nelle profondità del ra- 
gionamento, senza sapere dove vanno, fino ad Epi- 
curo e ai suoi seguaci che fonno morire lo spirito 
col corpo. Inferno, X, 14: 

Con Epicuro tutti i suoi seguaci 

Che r anima col corpo morta fanno: 

da Pitagora, che fa discendere le anime a traverso 
di tutti i gradi della creazione, fino a Platone, che 
le vede risalire alle stelle, da cui erano emanate. 
Convito, IV. 21. Paradiso, IV, 22: 

Ancor di dubitar ti dà cagione 
Parer tornarsi 1' anima alle stelle 
Secondo la sentenza di Platone- 
Ma il mondo moderno non ha voluto lasciare 



147 

all'antico mondo ii tristo piivilegio di credere ed 
insegnare il falso ; e il falso ha nel mondo mo- 
derno la sua espressione teologica nell'eresia, la sua 
espressione razionale nei numerosi sistemi. I grandi 
cittadini delle repubbliche cristiane , i sovrani del 
santo impero, hanno professalo eu)pi dogmi (Inferno, 
X, 8- 40), e la moltitudine abbandonando lo studio 
delle arti che si chiamano liberali , perchè il loro 
culto è disintei'essato, si dedica ignorante e sordida 
allo studio delle decretali o va appresso ai medici 
che le (mostrano il cammino della fortuna. (Con- 
vito, IV. II. Paradiso, IX, 1. 5. XI, 2. XII, 28.). 
La scrittura e i padri sono seppelliti nella polvere, 
e la favola e 1' audace speculazione s' insinuano 
fino nel sacro pergamo, e il loro salario è la stu- 
pida maraviglia e il riso sacrilego d' un uditorio 
degno di loro. 

Ma per quanto affliggenti riescano al poeta filo- 
sofo gli sguardi della ragion pubblica, ei ne trova 
almeno la cagione con una specie di conforto nella 
fralezza della natura umana decaduta. dalla sua pri- 
mitiva bontà, e riserva tutta la sua tristezza e la 
sua collera per deplorare la corruttela dei costujni, 
di cui riconosce l'origine nella corruttela delle leggi 
e dei poteri. Ei vede i pastori dei popoli menare 
le loro greggi a paschi grossolani, ove dijnenticano 
la giustizia, di cui aveano fame. Parg. XVI. 

Ei conta il piccol numero dei buoni re, e le agi- 
tazioni delle città popolari, e le guerre intestine, e 
i flutti di sangue versati. E qui, come la sua pa- 
rola venisse meno alla vista di spettacoli così fu- 



148 

nesti, assume il linguaggio dei profeti dell' uno e 
dell' altro testamento. 

Il governo delle nazioni, considerato nelle sue suc- 
cessive alterazioni, si può comparare alla visione di 
Daniello. 

Presenta questa la statua gigantesca d' un vec- 
,chio colla testa d' oro, col petto e colle braccia d'ar- 
gento , col tronco di rame, colle gambe di ferro, 
coi piedi d'argilla, che stando in piedi in un antro 
del monte Ida volge il dorso all'Egitto e riguarda 
Roma. Ciascuna delle parti che Io compongono, ec- 
cetto la testa , è rotta d' una fessura che lagrime 
goccia: e queste lacrime accolte insieme, facendosi 
un' uscita a traverso delle pareti della grotta, for- 
mano neir interno della terra i quattro fiumi del- 
l' Inferno. 

E qui vuoisi notare che la statua è 1' immagine 
della monarchia tale come i cattivi principi l'hanno 
fatta, l'Egitto è l'immagine delle istituzioni del pa- 
j)ato, Koma è il tipo del tempo moderno. La suc- 
cessione dei metalli rappresenta la successione degli 
imperi , delle forme politiche , e delle diverse età 
che vanno di male in peggio degenerando- Le fe- 
rite del corpo sociale sono veramente l'origine dei 
delitti e dei dolori, il cui straripamento deve riem- 
pire r inferno. Né altra spiegazione più plausibile 
crediamo potersi ammettere di questa immagine , 
volendo riconoscervi un'allegoria, se pure Dante ha 
mai pensato di farla in un luogo, dove trasportato 
colla fantasia dalla visione di Daniello a un passo 
di Plinio, riuniva cose fra se disparatissime. 



149 

E tanto più crediamo potersi ammettere, in quan- 
to che troviamo il sogno di Nabuccodonosor spiegato 
in una maniera quasi identica da Riccardo da S- Vii' 
tore De erudii- int. hom. lib. 1. e. 1. 

E nel commentario ms. di Iacopo di Dante tro- 
viamo la glossa seguente: « Da considerare è che que-^ 
sto vecchio significa e figura tutta Vetade e H corso 
del mondoy e tutto l'imperio e la vita degli impera- 
tori e de' principi dal cominciamento del regno di 
Saturno infino a questi tempi ... Vuol /' autore di- 
mostrare come lo imperio, essendo fra li pagani e nelle 

parti d'oriente, fu trasportato frali greci poi fu 

trasportato l'imperio dagli greci nelli romani; e però 
dice l'autore che questo vecchio volge il dosso inver 
Damìata, la quale è in oriente, e guata Roma, cioè 
verso occidente. » 

Alla quale immagine del vecchio, che rappresenta 
la decadenza politica di Creta, l'Alighieri volendo con- 
traporre un'altra immagine gigantesca che presen- 
tasse la decadenza religiosa, lo fece parimenti con 
colori non meno vivi e in sembianze non meno ter- 
ribili, fingendola nel 19 delTInferno simile a quella 
donna che vide l'Evangelista seduta sopra le acque 
e prostituitasi ai re della terra. 

Nelle quali cose non facciamo che seguire alcune 
idee del valente filosofo Ozanam, del quale molto 
ci siamo giovati in queste due lezioni, traducendo 
in molti luoghi le stesse sue parole (1 cui lavori so- 
pra Dante, unitamente a quelli del primo biografo 
di lui sig. Balbo di Torino , meritano di essere 
riputati tra ì primi, che si fanno e si fecero finora 



su quel poema ; lavori di cui si può giovare con 
qualche profitto clii voglia scrivere su quel poema: 
e qui crediamo di rendere una pubblica testimo^ 
nianza di lode dovuta al loro merito singolare) quan- 
tunque non siamo pienamente dell'avviso del primo 
intorno al sistema, ch'egli vorrebbe riconoscere nel- 
l'Alighieri. 

Al che noi aggiungiamo, (il che non fu Osser- 
vato nò dairOzanam, né da altri), le seguenti con- 
siderazioni. 

La rivalità dei genovesi coi veneziani produsse 
circa la metà del tredicesimo secolo un notabile cam- 
biamento nelle alleanze delle due nazioni. 1 veneziani 
unitamente ai francesi padroni della città di Costan- 
tinopoli, che fino a tal' epoca erano stati i proiet- 
tori del partito guelfo ed avevano lungo tempo fatto 
guerra a Federico II, poi ad Ezzelino , staccaronsi 
dal papa per allearsi da una banda coi pisani, im- 
placabili nemici dei genovesi; dall'altra con Manfredi, 
che avea da vendicare sui genovesi le antiche in- 
giurie e in particolare l'aiuto dato al loro compa- 
Iriotto Innocenzo IV. 

La lega dai veneziani contratta coi nemici del 
papa incoraggiò i genovesi a contrarne un'altra che 
fu ancora più scandalosa- Spedirono essi ambascia- 
tori a Michele Paleologo, imperatore dei greci, per 
impegnarlo a perseguitare più caldamente i vene- 
ziani loro comuni nemici, esibendosi di aiutarlo a 
ritogliere dalle mani de' veneziani e dei francesi la 
città di Costantinopoli, che avrebbe dovuto essere 
la capitale del Paleologo e che di tanti acquisti era 



151 

quasi il solo che ancoi'a fosse in potere de' latini. 
11 trattato di alleanza fu sottoscritto a Nicea il gior- 
no 13 marzo del 1261. 

Baldovino II, debole e spregevole principe, era 
in allora imperatore latino in Costantinopoli e re- 
gnava solo fino dall'anno 1237. Per lo contrario i 
greci in sessanta anni di sventure e di esiglio ave- 
vano ripreso un poco di coraggio e di energia , e 
dopo la caduta del loro impero non ammettendo più 
padroni ereditari, i soli talenti aprivano la strada 
al trono. 

Teodoro Lascari, Giovanni Vatace, e finalmente 
Michele Paleologo aveano rialzato in Nicea il trono 
de'cesari, e riunito a poco a poco al loro dominio 
la maggior parte delle provincie d' Europa e del- 
l'Asia, che i crociati aveano tolte ai loro predeces- 
sori. I soli difensori, i soli sostenitori dell' impero 
latino di Costantinopoli, erano i veneziani; perchè i 
francesi, non isperando piiì di arricchirsi coi sac- 
cheggi, si affrettavano di abbandonare la Grecia e 
di tornare alla loro patria; ma V imprudenza de've- 
neziani peraltro, se dobbiamo credere ad uno sto- 
rico greco Giorgio Acropolita, fu quella che perde 
la città: e Costantinopoli, dopo essere stata cinquan- 
lasette anni sotto il dominio de' francesi e de've- 
neziani, fu presa il 25 luglio 1261 e tornò ad es- 
sere la capitale dell' impero greco. 

Tutte queste vicende avevano affievolito di molto 
le forze de' veneziani, tanto che, come attestano due 
delle loro cronache manoscritte, l'anno 1225, ve- 
dendo che i greci aveano da ogni parte prese le ar- 



152 

mi contro i latini, e cacciatili da quasi tutte le loro 
conquiste, chiudevanli, sto per dire, entro le mura 
di Costantinopoli, consultarono, se fosse conveniente 
di trasportare a Costantinopoli la sede della loro re- 
pubblica; sicché abbandonando le loro lagune, tutta 
la nazione andasse a chiudersi in quella superba cit- 
tà, la quale a stento potevano, stando così lontani, 
difendere. 

L' isole nel mare Egeo , che quasi tutte erano 
cadute in potere della repubblica, non esaurivano me- 
no la nazione di gente o di danaro : quantunque i 
suoi consigli punto non si occupassero della loro am- 
ministrazione della loro difesa. 

L' isola di Candia, in cui Venezia più che in jCo- 
stantinopoli avea fatto il centro della sua potenza in 
Levante, richiedeva assai più cure per governarla e 
maggior coraggio e vigilanza. 

Numerosi erano gli abitanti di quest'isola, e stan- 
do alle testimonianze dei veneziani il loro carattere 
era perfido ed incostante. E pessimo in conseguen- 
za dovea essere il loro governo; giacché i veneziani 
per tenerli in dovere mandarono in Candia una co- 
lonia; ma quel popolo che fabbricava ed equipaggiava 
con estrema facilità flotte di cento navi in pochi mesi, 
quel medesimo popolo, i cui mercanti erano domi- 
ciliati in tutti i porti del Mediterraneo, a stento tro- 
vava alcuni uomini che rinunziassero per sempre alla 
loro patria anche loro offerendo in altro paese di- 
gnità, poteri, e ricchezze. 

Ed ecco spiegato nel vero senso del poeta il ver- 
so finora non bene inteso. 



153 

In mezzo al mar siede un paese guasto: 

che i comentatori finora intendono per le cento città 
di Creta, ma che invece significa paese corrotto e 
demoralizzato all'estremo. 

Il paese guasto è l'estrema corruzione che re- 
gnava allora in Crelat che perciò è presa dal poeta 
per tipo d' uno dei più demoralizzati governi del 
mondo, e colà per questo si stabilisce la statua di 
Nabucco- 

Le frequenti sedizioni dei candiotti, le non meno 
frequenti invasioni dei greci sudditi di Vatace , di 
Teodoro Lascari e di Paleologo, tennero questa colo- 
nia in continuo pericolo in tutto il tredicesimo se- 
colo. A formare la colonia concorsero in ugual parte 
i sei sestieri di Venezia ; la quale colonia, appena 
giunta nell'isola, ebbe il possesso di cento trentadue 
feudi di haulbert o cavallerie, e di cento otto feudi 
di scudieri ossia sergenti d'armi. Dunque il numero 
delle famiglie veneziane, che passarono in Creta, era 
soltanto di cinquecento quaranta. Alla testa della 
colonia fu stabilito un duca per rappresentare il do- 
ge, il quale veniva eletto ogni due anni dal maggior 
consiglio di Venezia, ed era come il doge assistito 
da due consiglieri superiori. Eranvi a Candia, come 
a Venezia, i giudici del proprio, i signori della notte, 
quelli della pace, il piccolo consiglio o signoria, il 
grande cancelliere, e soprattutto il maggior consiglio, 
che nella stessa epoca di quello di Venezia fu di- 
chiarato nobile od ereditario. Perciò quando , del 



154 

1669, la città di Candia fu presa dai turchi e che 
la repubblica perdette la colonia, i gentiluomini di 
quel consìglio, richiamali nella metropoli, furono ri- 
sguardati come non avessero mai perduti i loro ere- 
ditari diritti, e tutti i nobili candiotti dichiarati no- 
bili veneziani e come tali registrati nel libro d'oro. 

Filippo Mercuri. 



1.30 



Sui recenti progressi delV astronomia. Discorso del 
R- P. Angelo Secchi D- C. di G. prof, di astro- 
nofnia e direttore delV osservatorio del Collegio Ro- 
mano. Letto alla pontificia accademia tiberina. 

iloti è raro ad accadete (illustfi colleghi, riveriti 
ascoltatori) che chi fa alcuna promessa da adem- 
pirsi a tempo molto remoto, all' alto del farla sia 
assai largo e generoso, ma che poi giunto piti dap- 
presso all'esecuzione, si trovi aver tanto ecceduto, 
che è gran fatto se possa mantenerla, restringendone 
anche al minimo 1' adempimento. Questo avviene 
ora a tne, gentili signori, che avendo promesso di 
intrattenervi sui recenti progressi dell astronomia , 
mi riconosco aver speso sì larga parola, che né il 
mio capitale di cognizioni ad esporveli, né il tempo 
concesso a ragionarvi, mi permettono di attenervela 
iu tutta la sua estensione- Tuttavia volendo pure 
esser fedele mi ristringerò a qualche cenno de' piti 
importanti. 

Dico un cenno, perché l'astronomia moderna o 
si guardi dal lato degli strumenti che usa, o degli 
edifizi che occupa, o delle teorie su cui si fonda, o 
dei risultamenti a cui perviene, tanto nell' ordine 
meccanico de' moti de' corpi celesti, che nel fisico 
della loro costituzione, è sì vasta, che anche ad una 
compendiosa esposizione non basterebbe un lungo 
libro, non che un breve trattenimento accademico. 
Quindi per esser breve, lasciato da parte tutto ciò che 



156 

ò storia del passato, e che è teoria astratta, mi re- 
stringerò unicamente a rappresentarvi come in un 
quadro il suo stato attuale in ciò che spetta la co- 
pia e la perfezione dei suoi mezzi, e risultati otte- 
nuti tanto in rapporto airutililà sociale, che alla co- 
gnizione fisica dell'universo. 

Tra le varie scienze alcune ve ne sodo, per la 
cui coltura ed avanzamento bastano pochissimi mezzi 
materiali, e talora anche nessuno, ma il solo genio 
a tutto supplisce. Non così è sfortunatamente la 
scienza degli astri: una semplice contemplazione del 
cielo potè insegnare ai primi caldei le leggi più ov- 
vie dei moti celesti ; ma il fissar queste a rigore 
geometrico non potè mai farsi che con istrumenti, 
la precisione e il costo de' quali va d'accordo coi 
progressi della scienza stessa. Questa verità non è 
nuova, e l'intesero i greci fondatori della astrono- 
mia esatta, i quali eressero grandi armille e gno- 
moni nei loro portici; 1* intesero gli arabi califi che 
ingenti spese prodigarono nella costruzione di grandi 
quadranti; e l' intesero i nostri stessi antenati, come 
lo mostrano le alte torri e le grandiose meridiane 
costruite a pubbliche spese per le osservazioni ce- 
lesti. Quindi è che vediamo gli astronomi per la 
maggior parte meccanici: Tolommeo costruiva i suoi 
astrolabi, Ticone i suoi grandiosi strumenti, e più 
presso a noi Galileo costruì il suo cannocchiale , 
Herschel i suoi riflettori. Ma i mezzi di costruzione di 
cui può disporre un astronomo, benché prodigi del 
genio, non bastano più alla scienza cresciuta gigante. 
La fabbrica de' suoi strumenti è divenuta un' arte 
speciale che l'astronomo può dirigere, ma non ridurre 



157 

airatto: le arti tutte sono messe a contribuzione, e 
il perfezionamento moderno delle grandi macchine 
industriali ha felicemente reagito sulla scienza stessa 
che loro avea dato l'impulso della precisione. Un van- 
taggio incalcolabile è venuto alla astronomia dalla per- 
fezione degli strumenti ottici, cioè non solo del tele- 
scopio che ne è il fondamento, ma ancora del microsco- 
pio. Gli antichi sprovveduti come erano di questi, tutto 
l'aumento di precisione nelle loro osservazioni dovea 
derivarsi dall'ingrandimento delle dimensioni: onde ne 
nascevano per necessità masse grandi ed incomode 
a maneggiare, soggette a tutti i difetti della mate- 
ria, che facevano perdere da una parte quanto dal- 
l'altra si acquistava. Oggidì l'applicazione dei mezzi 
ottici somministra una precisione a mille doppi mag- 
giore in dimensioni comparativamente minime. Così 
p. e. un cannocchiale lungo mezzo metro, darà più 
esattezza nell' osservazione del Sole che lo stermi- 
nato gnomone di s- Maria degli Angeli in Roma o 
di s. Maria del fiore a Firenze. Or non ostante tanto 
vantaggio non vi fu mai epoca nella scienza in cui 
la grandiosità degli strumenti fosse più maravigliosa 
che la presente: in questa le lor dimensioni sono su- 
periori a quanto si fece da tutte le generazioni an- 
teriori : i materiali sono i più puri, i più robusti, 
i più resistenti che sappia produr l'arte; l'equilibrio, 
r agevolezza de' moti e la costruzione di ogni parte 
gareggiano coli' ideale teorico della geometrica esat- 
tezza, e in essi vediamo vinte ed eluse tutte le dif- 
ficoltà che presenta 1' imperfezione della materia. 

Per darvi una prova di ciò, non ho bisogno di 
uscire da Roma stessa II bello e gaudioso circolo 



158 

meridianoche possiede l'Osservatorio Capitolino,dono 
del nostro splendido Sovrano, procurato dalle solerti 
cure dell'illustre direttore (1), è tal modello di squisi- 
tezza, eleganza e precisione, che anche solo basta a ren- 
der onore al secolo che potè produrlo- Le sue grandio- 
se dimensioni sono rese virtualmente maggiori per 
la rara perfezione delle parti ottiche di cui è for- 
nito , e per la comodità delle macchine che ser- 
vono al suo maneggio, rovesciamento e rettificazio- 
ne. Uno de' più famosi artisti del principio del se- 
colo, il celebre Ramsden, dava per uno sforzo del- 
l'arte sua quello di fare uno strumento in cui po- 
tesse misurare in cielo la grandezza della sua offi- 
cina : esso arrivò a farlo ; ma oggidì ben cattivo 
sarebbe quel circolo meridiano che non potesse ar- 
rivare a tanto. E di fatto i migliori lavori moderni 
permettono di definire la posiziono geografica delle 
latitudini in sì stretti limiti, che il posto d'un os- 
servatorio attuale potrà trovarsi dalle generazioni 
avvenire, anche dopo perdutone ogni segno, fin den- 
tro ai limiti della stanza ove era lo strumento, me- 
diante le accurate osservazioni che con essi si pos- 
sono fare. L'equatoriale del Collegio Romano mostra 
in altro getjere la rigorosa precisione e regolarità 
di moto che può ottenersi in una macchina enorme, 
e dalla quale nulla meno si esige che di compen- 
diarvi i movimenti tutti della sfera celeste con ri- 
gore geooìctrico, e la cui parte ottica e meccanica 
possono dirsi un trionfo della scienza sulla materia. 
Quando il primo equatoriale eguale al nostro fu la 

(1) D. Ignazio Calandrelli. 



159 

prima volta installato a Dorpat nel 1825 , esso fu 
riguardato come un prodigio dell'arte, che sareb- 
besi potuto bensì eguagliare, ma vincere non mai: or 
bene, ecco che i collaboratori e soci del gran Fraun- 
hofer sorpassano il loro maestro , e già non piiì 
danno obiettivi di nove pollici di diametro, ma di 
10, 12, 14, e fino a 16, montati in tutto con maggior 
precisione, grandiosità e bellezza del primo loro pro- 
dotto. È impossibile farsi una idea delle difficoltà che 
si sono dovute vincere per arrivare a fare questi pro- 
digi dell'arte. Dal lato della meccanica si è dovuto 
dar nuova forma ai torni, alle macchine divisorie, 
ai sistemi di sospensione e degli appoggi- Per la parte 
ottica si è dovuto perfezionare la teoria delle lenti, 
creare un nuovo modo di pulirle, e sopratutto creare 
una nuova arte di fare i vetri, di coujposizione de- 
finita per ottenere le correzioni delle dispersioni pris- 
matiche de' colori e della curvatura delle superfi- 
cie: difficoltà tali che al principio del secolo un can- 
nocchiale di 3 pollici era riguardato una meravi- 
glia, mentre ora è cosa sì triviale, che non più si 
considera come strumento di scienza, ma di pura 
curiosità. 

Gli strumenti, a cui ho accennato, sono gloria 
alemanna: l' Inghilterra viene ora ad entrare in que- 
sta carriera al modo suo, cioè gigantesco, e appli- 
cando alla lor costruzione le proporzioni delle sue 
macchine a vapore, e delle sue locomotive, ha pro- 
dotto in essi fondamentali miglioramenti. Il circolo 
meridiano di Greenwich appena si crede uno stru- 
mento di scienza: sì grandi sono le sue dimensioni, 
e tanti gli accessorii di cui è fornito, che il siste- 



160 

ma alemanno sparisce come uno sforzo di fanciulli. 
L'equatoriale di Liverpool al primo vederlo mi fece 
r impressione di una vera locomotiva coricata ob- 
bliquamente all'orizzonte- L'asse polare ha un metro 
di diametro e 6 di lunghezza, ò tutto di ferro la- 
vorato, e pesa molte tonnellate; e per trasportare 
in giro la sua gran mole a seguir gli astri, gli si ò 
dato moto con una turbina idraulica. Più colossale 
ancora è quello che ora sta erigendosi a Green- 
wich, che alle dimensioni de' grandi obiettivi di Rus- 
sia ed America, unirà una montatura la cui stabi- 
lità contrasterà con quella degli strumenti meridiani. 
L' appoggio dell' asse polare seinbra una carena di 
bastimento, e ha le dimensioni dell'obelisco sallu- 
stiano. 

E questi sono gli strumenti destinati alle misure 
di precisione degli archi celesti. Per quelli di ri- 
cerche si progredisce anche più oltre , giacché in 
questi i difetti della materia riescono di minor in- 
fluenza , e in questo campo si distinguono a gara 
ricchi proprietari semplici amatori di astronomia, 
meccanici per diletto che tutto costruiscono a loro 
spese e sotto la propria direzione , e taluni anche 
colle proprie mani- Il sig. Warren de la Rue ha già 
montato equatorialmente degli specchi delle dimen- 
sioni di quelli di Herschel con tale precisione di mo- 
vimento, che ha potuto fotografare gli astri più de- 
boli. Doppi di questi li ha armati il sig. Lassel di 
Liverpool, che arrivano a 4 piedi di diametro e 30 
di lunghezza. Ma tutto sorpassano i grandi riflettori 
di lord Rosse , dei quali può dirsi in proporzione 
de'comuni strumenti, ciò che disse il poeta ad altro 



10! 

proposito, che Più con i giganti io mi convegno Che 
i giganti non fan con le sue braccia, il telescopio 
neutoniano eretto da questo signore a Parson- 
stown in Irlanda , da me visitato V anno scorso , 
è il piiì grande strumento astronomico che abbia 
mai esistito : lo specchio è 6 piedi inglesi di dia- 
metro , e un piede di spessezza , cioè è maggiore 
in peso e volume delle maggiori macine in uso tra 
di noi: il suo tubo è 8 piedi di diametro, e lungo 
50: e quando è orizzontale vi possono comodamente 
passeggiare per lungo più persone di fronte : esso 
eguaglia quasi in diametio la colonna traiana, e ne 
è la metà in lunghezza. 1 ponti e le scale per ren- 
der comodo all'osservatore l'accesso dello strumento 
in tutte le posizioni sono tutti senza esempio ante- 
riore, colossali in proporzione, e danno un saggio 
di opera stupenda di ingegneria meccanica. Conser- 
verò sempre grata la meitìoria del nobile lord, che 
volle gentilmente in persona mostrarmi questo pro- 
digio dell'arte e della scienza, l'officina e la fonde- 
ria da sé eretta per crear questo e gli altri due tele- 
scopi di tre e di due piedi, che sarebbero giganti al- 
trove, ma che nella sua villa, trasformata in osser- 
vatorio, appetto a questo appaiono pigmei- 

Dopo tali sforzi dell'arte e della scienza pareva 
ormai esaurito il campo: e realmente le costruzioni 
divenivano sì costose e difficili da far disperare per 
gran tempo maggiori progressi : quando la mode- 
sta scoperta chimica di un nuovo metodo per inar- 
gentare il vetro ha aperto un novello orizzonte, che 
spianando immense difficoltà rende straordinaria- 
mente facile la costruzione di telescopi giganti. La 
G.A.T.CLX. II 



162 

fusione infatti e la lavorazione de' vetri puri è sì 
difficile, che il costo di essi per un grande obiet- 
tivo è spesa notevolissima: i grandi specchi metal- 
lici dovendo esser assai erti divengono anche pesan- 
tissimi, onde vi è una enorme spesa nel getto, nella 
lavorazione e nelle macchine di sostegno. Or dunque 
Steinheil eFroment immaginano di fare specchi dkcri- 
slallo e inargentarli col nuovo metodo chimico, e il 
risultato supera ogni aspettazione: i vetri anche di- 
fettosi, ed inservibili per trasparenza, sono ottimi per 
far cotali riflettori, la leggerezza loro ovvia in gran 
parte alla flessibilità delle parti e al peso delle mac- 
chine, e già uno specchio di 40 centimetri funziona in 
questo momento a Parigi, lavoro di particolare de- 
strezza del Foucault. Nessun può dire quali successi 
siano riserbati all'arte novella, se nei primi suoi passi 
emulò già tutti i progressi dell'antica- 

Del pari coi mezzi che servono alla misura dello 
spazio van quelli della misura del tempo. I pendoli 
de'nostri osservatori! ridotti ad una inalterabilità sor- 
prendente, mercè un perfezionato sistema di com- 
pensazione, e una finezza di lavoro meccanico senza 
pari, gareggiano in regolarità di moto coi corpi ce- 
lesti. I cronometri marini traversano più volte gli 
oceani in mezzo alle tempeste, e su di essi si riposa 
il marinaro sicuro di non perder la sua via. Ma la 
sorprendente scoperta del telegrafo elettrico è venuta 
a metter l'ultimo suggello a questa inaspettata preci- 
sione. Un solo orologio esatto può colla forza elettrica 
moltiplicarsi in migliaia di siti, senza nulla perdere 
di sue rare doti, e inviando le sue indicazioni a cen- 
tinaia e migliaia di miglia di distanza dà il modo 






163 

di determinare le longitudini de'paesì coH'esattezza 
stessa con cui si osservano i passaggi degli astri. 
Né solo si moltiplica l' indicazione del tempo oegli 
osservatorii, ma anche di là si ditfonde a servizio 
delle città e stati interi, e la trasmissione telegra- 
fica del tempo è già di comune uso in pili città e 
paesi. 

La facilità della trasmissione del moto per mezzo 
dell'elettricità ha pure somministrato all'astronomia 
un nuovo metodo di registrare le osservazioni di una 
precisione e facilità inestimabile. Mercè del telegrafo 
congiunto all'orologio, l'astronomo non ha piiì bi- 
sogno di stare assiduamente a contare i secondi, e 
stimarne le frazioni; ma al battere di un tasto col 
suo dito , può imprimere e stampare sulla carta 
r istante del passaggio di un astro in modo inde- 
lebile, e con precisione decupla del modo finora in 
uso. Questi nuovi mezzi non sono, o signori, un vano 
lusso di applicazioni scientifiche, ma producono l' im- 
menso vantaggio di accelerare l'epoca delle grandi 
scoperte, giacché la precisione dell'osservazione equi- 
vale alla lunghezza de'secoli nel manifestare le leggi 
progressive dei moti celesti. 

Di conserva colle macchine avanza e si diffonde 
quella delle fabbriche destinate alle osservazioni. Non 
è gran tempo , che ogni loggia a ciel sereno , ed 
ogni torre a viste aperte, era un osservatorio pronto 
per un astronomo che vi portasse uno strumento; 
oggidì la cosa è ben tutt'altro. Le macchine per la 
loro stabilità dovendo emulare i punti fìssi della natu- 
ra, esigono solidissime basi, vogliono stanze costruite 
apposta, fornite di coperture e cupole mobili: cose 



164 

tutte che portano una vera architettura speciale, e 
spese vistosissime, e tranne eccezionali circostanze 
tutte esigono di esser erette a questo scopo fino dai 
fondamenti, Né ad onta di ciò sono gli osservatorii og- 
gidì scarsi di numero: un secolo fa quelli di Greenwich 
e di Parigi potevano dirsi i soli stabilimenti eretti 
espressamente per la scienza: oggi ogni nazione, ogni 
capitale, ogni istituto scientifico, ne vuole avere uno 
completo quanto più permettono le forze- 

Nelle isole britanniche ne contiamo moltissimi 
o governativi o spettanti a istituzioni permanenti, e 
tutti in attività : cioè di Greenwich, di Oxford, di 
Cambridge, di Edimburgo, di Armagh, di Dublino, 
di Liverpool ec; e i lavori del primo tra' questi sono 
tali che anche soli basterebbero a ricostruire la 
scienza tutta, se mai venisse a perire. In Francia sono 
a Marsiglia, Tolosa, e Parigi: il quale ultimo equi- 
vale a molli per la moltitudine de' strumenti, nu- 
mero di personale, e attività del direttore. In Ger- 
mania, quelli di Berlino, Kaenigsberga, Bonna, Mo- 
naco, Vienna, Kremsmiinsler, Gota, Altona, Lipsia 
stanno tra i primi , per lacere di altri moltissimi 
secondari. In Russia quelli di Pulkowa, di Mosca, 
di Dorpat, di Varsavia, sono, benché nuovi, già rivali 
ai loro antenati. Il Belgio, la Danimarca, la Svezia, 
la Norvegia, la Spagna, il Portogallo ciascuna ha 
un osservatorio di 1." classe o almeno di 2.". L'A- 
merica, che 25 anni fa non ne avea alcuno, ora ne 
conta ben 12 de' più ricchi e forniti di strumenti 
quanto i migliori di Europa. Basta qui menzionare 
quelli di Cambridge presso Boston, di Washington, 
Georgotown , Cincinnali , Filadelfia, Albany , An- 



165 
narbor , ec. ec, e agli americani del nord si devo 
r aver in certo modo colonnizzata d' osservalorii 
r America del sud , giacché 1' osservatorio provvi- 
sorio stabilito nella apedizione del sig. Gilliss al Chilo 
è divenuto ora permanente, e un altro va ad erigersi 
a Rio Janeiro. Nelle indie orientali quelli di Madras 
e Bombay; nell'Affrica al Capo di B. Speranza; nel- 
l'Australia a Paramatta, sono altrettante stazioni uti- 
lissime, ove nell'altro emisfero si studia il cielo che 
limane nascosto all' Europa- 

Né la nostra Italia, che in questa come nelle al- 
tre scienze può vantare di esser stata maestra nei 
loro primordi alle altre nazioni, rimansi ora addie- 
tro di esse nel bello arringo, ma dalle Alpi gelate 
all' Etna infocata , voi la vedete coperta di osser- 
vatorii a dovizia forniti di mezzi. Tali sono quelli 
di Padova, Milano, Torino, Parma, Modena, Bolo- 
gna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo, senza contare 
molti de'minori tenuti o da particolari collegi per 
istruzione, o da privati per loro divertimento. Né 
coi mezzi manca lo zelo di adoperarli in chi li pos- 
siede , e i nomi illustri dei Carlini , Plana , San- 
tini, Trattenero, De Gasparis, Bianchi, Calandrelli, 
Ragona, Respighi, Donati ed altri non pochi, sosten- 
gono con onore la fama della patria; e ad onta che 
le altre nazioni ci presentino turme compatte ed 
ordinate alla cultura della scienza raccolte in pochi 
centri e molto meglio forniti di noi, tuttavia le pro- 
duzioni italiane tengono un posto distinto, tanto nella 
teorica, che nella pratica delle osservazioni, e per- 
fino nella fortuna delle scoperte. 



166 

Sì, signori, hi materiale suppellettile degli stru- 
menti è buona cosa ed indispensabile: ma se manchi 
l'operosità a farne uso, qual prò in essi ? Saranno 
gli osservatorii deposili di macchine, gabinetti del- 
l' industria, e non della scienza. Gli sforzi però di 
un qualche individuo isolato oggidì nulla possono 
produrre di competente , e passano inosservali in 
mezzo al torrente e alla turba di que' grandi os- 
servatorii nazionali, ove numerosi individui, operanti 
quasi membra o piuttosto macchine sotto la dire- 
zione di un capo, possono condurre a fine quelle moli 
di lavori sterminati , ove il genio ha certo la sua 
parte, ma massima la possiede l'assiduità e il ma- 
teriale lavoro del calcolo. 1 quattro principali osser- 
vatorii di Greenwich, Parigi, Washington, Pulkova 
contano ciascuno maggior numero di soggetti stabil- 
mente assoldati, che non tutti insieme gli osservatorii 
di Italia. Questa è la forza viva che fa camminare la 
scienza: onde dobbiamo grendemente rallegrarci se tra 
noi pure non mancano di successo i lavori, benché la 
dispersione delle nostre forze non ci permetta di dare 
ad essi quella imponenza che basta ad attrarre l'oc- 
chio del volgo. 

Ma (ritornando al nostro soggetto) la scienza che 
ha concepito proporzioni così colossali nei suoi mezzi, 
produce poi frutti degni di tante fatiche e di tante 
spese ? Sono essi di tanta entità da giustificare sì 
grandi sforzi e sacrifizi ! La risposta non è difficile, 
uditori, ed è tale che anche a persone men colte di 
voi , perfino a quelli che tutto misurano ad unità 
monetaria, essa riesce di completa soddisfazione. Ma 
prima di dirvi degli utili vantaggi, lasciate che io 



167 

vi accenni almen qualche cosa su quella classe di 
cognizioni, che tendendo a perfezionare la parte piiì 
nobile dell'uomo, è sì preziosa in sé, che meriterebbe 
essa sola il centuplo di quel che si è ftitto finora. 

La moderna astronomia in questi ultimi tempi 
non è stala men ricca di successo che nei passati: 
è però mestieri riflettere che non possono ora farsi 
più le brillanti scoperte de' nostri antenati, perchè 
un mondo e le sue leggi non possono scoprirsi che 
una volta sola: anzi col crescere delle cognizioni, cre- 
sce pure la ditficoltà dalle ulteriori ricerche: onde sce- 
mar deve il numero delle scoperte più facili, e quindi 
diviene necessaria l'applicazione di mezzi più poderosi 
per rapirne il secreto alla natura. Ma date un oc- 
chiata intorno, e resterete io spero convinti che ad 
onta delle difficoltà non è scemata la copia. 

Nel nostro sistema planetario quattro lustri or sa- 
no non conoscevamo l'esistenza che di 27 corpi cor- 
teggianti l'astro centrale: mercè delle ultime ricerche 
tal numero è salito a 98, ed è più che triplicato, ad on- 
ta che di molti tanta sia la difficoltà di vederli, che 
solo i massimi tra gli strumenti ne hanno il pri- 
vilegio. Ma quel che più importa si è che non solo 
il numero materiale è cresciuto, ma al suo aumen- 
tarsi nuove idee si sono formate sulla conformazione 
del sistema e sulla vastità de' suoi limiti. 

La scoperta del nuovo pianeta primario Nettuno 
è tale, che estende del doppio l'ampiezza dello spazio 
occupato dal sistema solare: e il suo satellite, og- 
getto soltanto accessibile ai più potenti strumenti, 
ha dato il modo di pesarne la massa. Questa sco- 
perta, come sapete, fatta dal calcolo prima che l'oc- 



168 
chio umano potesse vedere V astio pcrtuibaloie di 
Urano, non solo è stata il trionfo della teoria che 
r ha stabilita sopra trono incrollabile, e inaccessi- 
bile a qualunque dubbio, ma ha aperto una nuova 
vìa colla quale potranno i nostri posteri arrivare a 
scoprire nella stessa maniera pianeti anche piiì di- 
stanti di questo: talché di fatto ci vediamo appena 
sulla soglia, ove ci credevamo già arrivati all'ultinìo 
fastigio (1). 

L'altra meno brillante, ma non meno importante 
scoperta di 58 pianetini tutti collocati fra Marte e 
Giove in una zona, la cui larghezza è quanto il dia- 
metro dell'orbita terrestre, e a cui fa in certo modo 
appendice l'altra delle miriadi di corpicciuoli ancor 
più piccoli di questi atomi planetari, che scorrono 
in numerosi gruppi lo spazio e che si rendono a noi 
sensibili solo quando o cadono in terra come sassi, 
ardono nell'atmosfera come fiammelle o stelle ca- 
denti, e che a torto furono creduti per tanto tempo 
atmosferiche esalazioni. Aggiungete la scoperta di 
un terzo anello nebuloso di Saturno, interno e con- 
centrico agli altri due di natura trasparente ; e in 
tutti questi fatti, per se già tanto importanti, avrete 
altrettanti di que' trovati , che distruggono bensì 
quelle leggi di una illusoria semplicità di struttura 
nell'opera della creazione che ci eravamo formati, 
ma che con nostro molto miglior vantaggio ci met- 
tono sulla vera via per riconoscere il modo di agire 
di quelle cause seconde, di cui sì servì la Causa Prima 



(1) Chi brama più particolarità su queste materie vegga 
la mia llhistrizione del quadro fisico del sistema solare. 



169 

nella formazione de' mondi. Benché per noi la co- 
gnizione certa di queste cause immediate sempre 
debba restarci un problema insolubile , tuttavia la 
gradazione estrema delle grandezze, unita al gran fat- 
to della omogeneità della materia de' corpi celesti 
colla nostra provala dagli aeroliti , la forma degli 
anelli dì Saturno e della zona degli asteroidi, ten- 
dono a dimostrarci che i corpi minori che circon- 
dano i centrali non son che piccole stille sfuggite 
dalle masse maggiori all' atto della loro condensa- 
zione. Il qual concetto lungi dal distoglierci dal con- 
templarvi l'azione dell'Eterno artefice, ci ricolma anzi 
di maggior sorpresa della sua potenza, la quale per 
la formazione de' sistemi planetari non ha d'uopo 
usare altri mezzi che quelle stesse forze, che i vol- 
gari fenomeni ci han rendute bensì più familiari, ma 
non più note. 

II gran numero di comete, osservate e ricono- 
sciute per periodiche in questi ultimi anni, ha som- 
ministrato all'astronomo mezzi novelli per determi- 
nare con più precisione la massa degli astri antichi; 
e lo studio fisico delle loro bizzarre a[)parenze sì 
felicemente inaugurato colla mirabile divisione della 
cometa di Biela separatasi in due sotto i nostri oc- 
chi, e coll'apparizione della grandiosa cometa che 
tutti ammirammo nell'anno scorso, ci porgono dati 
onde potere risolvere forse un dì anche i misteri 
di questi corpi singolari, nei quali le enormi dimen- 
sioni contrastono colla piccolezza delle masse, e nel 
cui moto e forma sembrano venire in opera forze 
distinte dalla gravitazione. Alla cometa di Encke dob- 
biamo infatti la più sicura prova che si conosca di 
un mezzo resistente, che occupa la parte più vicina 



170 

al sole nel nostro sistema , e che sembra la vera 
causa della luce zodiacale. 

Lascio da parte una moltitudine di particolarità 
tutte interessantissime rilevate nella costituzione fi' 
sica de' pianeti, come i fenomeni in Giove analoghi 
ai nostri uragani: la dimostrazione ottenuta di una 
atmosfera in Venere, e in Marte, e nel Sole mede- 
simo, la cui forza assorbente sul calor solare è messa 
fuor di ogni dubbio: come pure la periodicità de- 
cennale delle sue macchie studiate con tanta assi- 
duità in questi ultimi anni, e dalle quali si è po- 
tuto perfino conoscere la spessezza dell' igneo strato 
che lo ricopre. Mediante questa atmosfera e le fiam- 
me in essa notanti resta spiegata e la corona di 
cui appare cinto il sole totalmente ecclissato, e le 
protuberanze rosse del color fiamma da cui è circon- 
dato. Io vi dirò soltanto che profittando della foto- 
grafìa, come già sì è fatto del telegrafo , si sono 
potute formare mappe dei corpi celesti, e special- 
mente della Luna cosi accurate da sfidarne quelle che 
pur con tanto studio si sono fatte della nostra Terra 
medesima- 

E quasi lo studio del nostro sistema fosse poco, 
si sono ingolfati nello studio ancora di que' più ri- 
moti sistemi, che infinitamente da noi distanti pure 
hanno col nostro comuni le leggi e la natura- Quin- 
di lo studio delle nebulose dei gruppi stellari anu- 
lari e globulari è andato sempre di pari passo 
colla grandiosità degli strumenti- Ma ciò che forma 
un ramo di progresso de' più vasti è quello delle 
stelle doppie. In queste benché la palma della più 
splendida scoperta fosse già colta, tuttavia lo slan- 



ni 

ciò attuale vi ha saputo fare sì larga messe da non 
invidiare ai tempi passati. Voi sapete che Herschel 
illustrò gli ultimi anni della sua immortale carriera 
con una delle più stupende scoperte a cui aspirar 
potesse r umano intelletto ; dico quella de' sistemi 
stellari, ossia delle stelle doppie e multiple. Egli mo- 
strò che molte stelle che paiono a noi semplici punti, 
cimentate al saggio de'suoi telescopi, si mostravano 
sistemi di Soli circolanti attorno ad un Sole prima- 
rio , con leggi analoghe a quelle che governano il 
corso de'nostri pianeti- Il suo gran genio preoccupò 
molti secoli di future osservazioni: ma i pochi anni 
di un uomo non poterono bastare a spiegare com- 
pletamente l'audace volo in tutta la sua sublimità: 
pochi e mal certi, pel piccol periodo di anni trascorsi 
dopo la loro scoperta, erano i sistemi da lui indi- 
cati. Egli però lasciava a' posteri un retaggio infi- 
nito, e la generazione presente, in cui gli strumenti 
pari agli herscelliani non sono piij unici al mondo, 
ha ampliato questo campo mirabile immensamente: 
parecchie migliaia di tali sistemi sono stati scoperti 
e misurati , e solo manca che lo svolger de'secoli 
ci somministrile posizioni successive per calcolare 
gli elementi delle loro orbite: il che già è fatto per 
non pochi di essi, alcuni dei quali più di un giro 
han percorso sotto ai nostri occhi medesimi. Ed io 
vi posso assicurare dietro le mie proprie osserva- 
zioni, che delle 3000 e più stelle doppie che con- 
tiene la gran rivista di Struve, almeno in un terzo 
di esse la congiunzione fisica in sistemi binari, ter- 
nari , e multipli d' ogni genere, non è probabile, 
ma certissima. Anzi vi dirò, che sembrano già rile- 



172 

vaisi nel moto di alcuni di essi tali irregolarità da 
lar sospettare la presenza di astri oscuri perturba- 
tori: onde non è improbabile che fra non molti anni, 
colà dove non può arrivar 1' occhio nemmeno ar- 
mato, arrivar possa a trovar astri invisibili la potenza 
del calcolo, e rinnovare cosi fra le stelle il prodi- 
gio operato dal Leverrier pel pianeta Nettuno. 

Da questo rapido sguardo dato appena di volo 
su tanti avanzamenti dell'astronomia nella sua parte 
ohe a dir vero è la meno importante, potete ar- 
gomentare qual debba esser stato in questo pe- 
riodo il progresso compiuto in ciò ciò che riguarda 
la sua sostanza, cioè la teoria esatta de'moti cele- 
sti. Questo è il suo spirito vivificatore, e l'utilità che 
ne trae la società giustifica i tanti mezzi prodigati 
a'suoi cultori. Io per me vi confesso che non avea 
adeguato concetto del suo merito finché mi limitai 
ad ammirare le belle scoperte teoriche, o la coin- 
cidenza di un ecclisse annunziato in un almanacco. Ma 
quando dovetti valicare sterminati mari per cercare 
ospitalità su lido straniero, allora sì che conobbi la 
potenza dell'astronomia. Quando perduta di vista la 
terra, dalla vasta mole che vi trasporta voi non al- 
tro scorgete che cielo ed acqua, l'unica vostra guida 
sono gli astri. Finché il mare é tranquillo e rego- 
lare il corso, altri mezzi pili ovvi bastano a con- 
durvi ; ma quando rotto il mare a burrasca ogni 
stima è illusoria, ogni macchina può esser fallace, 
ogni calcolo è vano se non sia fondato sulla posi- 
zione degli astri. Sì, o signori, il Sole e la Luna e al- 
cune stelle principali formano il gran quadrante della 
natura, su cui il marinaio legge il suo tempo, de- 



173 

termina la sua longitudine, fissa la latitudine e la 
posizione del bastimento , e trova in cielo quella 
guida che gli nega l' istabile elemento che lo tra- 
sporta- Ma su questo gran quadrante non può esso 
trovare gli elementi di sua salvezza se non ne co- 
nosce il moto, e per dir così il corso de'suoi indi- 
ci, cioè se non ha portato seco dianzi a partire dal 
porto, nelle sue effemeridi lo stato del cielo quale 
sarà nel dì del suo bisogno, cioè quale sarà osser- 
vato dall'astronomo nella tranquillità del suo osser- 
vatorio. Che se pochi tra noi si sono mai trovati 
in tali frangenti, oh quanti de'nostri simili a migliiiia 
ogni giorno vi stanno palpitanti ! Noi godiamo i ft-utti 
del ricco commercio, noi consumiamo i prodotti dei 
suoli stranieri, divenuti ornai indispensabili alla nostra 
sussistenza e al nostro lusso, ma ignoriamo i peri- 
coli che corrono quelli che ce li provvedono, e V ine- 
vilabil sorte che correrebbero se non venisse a loro 
soccorso l'astronomia. Né solo per salvarlo dall' im- 
minente pericolo serve al marinaio la scienza degli 
astri, ma ancora per insegnargli la via pili sicura e più 
breve: onde vediamo sui mari oggidì tracciate quasi le 
grandi strade maestre delle vie più corte, più como- 
de, e più sicure non meno che in terra. Talché se in 
questi ultimi 40 anni la marina è centuplicala in 
numero, e la navigazione prospera ad un grado ap- 
pena credibile, tutto si deve all' astronomia; del- 
l' astronomo appunto che passa le notti ad un can- 
nocchiale spiando quegli astri che alle battute del 
suo cronometro passano avanti ai fili di ragno del 
suo strumento, e che il giorno intisichisce allo studio, 
a calcolare le osservazioni, per trarne le geometriche 



174 

conseguenze, è questi che guida a porto di salute il 
navigante nell' immensità degli oceani. 

Voi già lo sapete: dalle osservazioni di Ticone, 
Keplero trae le leggi del moto ellittico degli astri; 
da queste Neuton deduce la formola geometrica del- 
le leggi dell'universo: su questa la posizione degli astri 
è calcolata d'avanti, e così il navigante trova la sua 
via. Ma tale è la sorte delle umane cose di non riuscir 
mai perfette da un sol getto : generazioni e gene- 
razioni di astronomi lavorarono avanti noi, e noi la- 
voriamo per noi e per le generazioni avvenire. Il 
grande scopo di tutti i lavori dell'astronomia esatta 
è di formar tavole di moti celesti che dar possano 
le posizioni accurate degli astri con quella precisione 
che portano le osservazioni: ora benché semplici al 
primo aspetto, e per chi si contenta di una cogni- 
zione approssimata , pure quando si viene a voler 
l'ultimo rigore, sì lunghi, sì numerosi, e sì intral- 
ciati sono i periodi delle irregolarità degli astri, che 
possiam dire francamente che lo scopo non è an- 
cora perfettamente ottenuto. Immensi sono, è vero, 
i progressi moderni appetto agli antichi, ma pur non 
bastano. Le tavole fatte un secolo fa davano la po- 
sizione della luna esatta a ^/i f" gi'^do: quelle fatte 
al principio dall'attuale XIX.° ad ^eo' ^^^'^ ^^ ^" 
minuto- Le posteriori di Biiig ad un mezzo minuto, 
quelle di Damoiseau ad un quarto. Le recentissime 
di Hansen leste pubblicate a spese del governo bri- 
tannico, sforzo di fatica immensa, hanno ristretto que- 
sto limite a pochissimi secondi; ma parte per difetto 
delle osservazioni su cui si fondano, pnrte per al- 
cun neo non ancora ben chiaro nella teoria , non 



J75 

siamo ancora giunti al desideralo scopo completa- 
mente. E perchè non siate sorpresi e quasi tentali 
ad accusare leggermente di incapacità la scienza, è 
da sapere che molte di queste ineguaglianze hanno 
periodi così lunghi, che tutti i secoli passati dacché 
la storia astronomica ricorda osservazioni, non ba- 
stano a vederli compiti. Altri poi dipendono dacie- 
menti affatto inaccessibili all'uomo, qual'è, per esem- 
pio, la legge dell' interna struttura del nostro globo: 
talché l'incertezza, che su questi regna, rende ancor 
dubbiose parecchie correzioni del moto lunare. Così 
mentre la teoria assegna solo 6 secondi per 1' ac- 
celeramento secolare del suo moto medio, le osser- 
vazioni meridiane di oltre un secolo fatte e discusse 
a Greenwich,e il calcolo d^Ue antiche eclissi, ne danno 
10 almeno: e questi quattro secondi sono la pietra 
a cui si allidono gli sforzi de' più famosi legislatori 
della scienza e geometri viventi Plana, Airy, Hansen, 
Delaunay, Pontecoulant. 

Tuttavia son queste tali finezze che meritamente 
si studiano per raggiunger coll'arte la natura , ma 
dalla cui imperfezione non ne discende verun sen- 
sibile danno alla pratica specialmente della naviga- 
zione; e su le moderne tavole e coi moderni stru- 
menti può il marinaio assicurare la posizione del 
suo bastimento con precisione di spazio maggiore 
del limite a cui si estende lo sguardo sul suo oriz- 
zonte. D'accordo colla perfezione della nautica è an- 
data quella della geografia: e le tante misure della 
terra che sono state fatte in questi ultimi anni in 
Europa, nelle Indie, nell'America, unite insieme for- 
mano ormai l' intero suo giro , e la sua forma si 



176 

discute sopra basi di precisione pari a quella, alla 
quale già vi dissi arrivare oggidì gli strumenti di 
misura: ora la geografia è la base de' confini delle 
grandi nazioni, e insieme delle navigazioni; per cui 
voi comprendete, io spero , qual gran molla abbia 
spinto lo studio della astronomia ai di nostri, giac- 
ché essa tanto importa al genere umano quanto 1' in- 
tero commercio, quanto gli agi e i comodi che da 
esso derivano, quanto la precisione de' limiti ne' ter- 
rilorii. 

Ma insieme con questi materiali vantaggi, di non 
meno belli e più sublimi intellettuali verità essa in 
questi ultimi anni ci ha regalato. Sanno i cultori 
delle antiche memorie quanto l'astronomia sia be- 
nemerita della storia , e come le ecclissi ricordate 
dagli antichi servano ad ordinare l'ordine de' tempi- 
Alcuni di questi però per la loro antichità , e pel 
confuso modo e misterioso con cui sono annunziati, 
passarono gran tempo per favole, mancando un mez- 
zo sicuro da riconoscerli tali al saggio dei computì 
astronomici. Ora i moderni, fidati sulle nuove e più 
precise basi e teorie, sono ritornati all'assalto, non 
meno per schiarire la storia che per avere una con- 
ferma indiretta de' loro calcoli- Famosi sopra tutti so- 
no le ecclissi conosciute col nome di Larissa, di Aga- 
tocle, e di Talete: or questi, saggiati alla nuova pietra 
di paragone delle tavole hanseniane, hanno portato a 
conseguenze importantissime. Risulta in fatti che la 
città di Medi incontrata da' greci, e di cui parla Seno- 
fonte nel viaggio di Ciro col nome di Larissa, dovette 
essere indubitatamente quella che oggi dicesi Nimrudf 
ben nota agli archeologi per le recenti famose sco- 



177 

pelle di anlìchilà, e che il prodigio menzionalo dallo 
storico greco è un ecclisse totale di Sole accaduto 
l'anno 556 avanti l'eia cristiana ai 19 di maggio. 
Dall' ecclisse totale pure menzionato nella fuga di 
Agatocle, accaduto il ISagosto del 309 avanti di G.C-, 
abbiamo tracciato il corso della sua flotta che fu al 
sud della Sicilia. Finalmente quell'ecclisse, che tanta 
rinomanza acquistò a Talete per averlo predetto, fu 
l'anno 584 a- G. C. ai 28 maggio nelle pianure del- 
l'Asia minore presso Iconio tra Sardi e Tarso, o al sud- 
est di questi siti a levante del Tauro- Una pii^i ina- 
spettata luce è venuta anche a rischiarare un passo 
dell'antico Ennio riportalo da Cicerone nel De repu- 
blica, il quale rammenta come prodigio Tessersi in 
Roma congiunto Tecclisse e la notte: Nonis iunii soli 
luna ohsiUil et nox. Ora dal computo risulta che ve- 
ramente allora fu in Roma un ecclisse solare , e 
che il sole tramontò completamente ecclissato, quasi 
così raddoppiando la notte: il che avvenne ai 21 giu- 
gno l'anno 399 av. G- C- Tanta è adunque la pre- 
cisione de'moderni calcoli che arrivar possono a fis- 
sar non solo l'epoca, ma perfino il luogo ove fu vi- 
sibile un ecclisse accaduto 22 secoli innanzi. 

Le stelle essendo i punti fissi, a cui tutto si ri- 
porta, è facile a capire come la determinazione delle 
loro posizioni sia stata sempre la cosa fondamen- 
tale nella scienza, perchè dalla precisione con cui 
son note le posizioni di queste dipende in somma 
tutta quella conoscenza che si ha nella teoria dei 
moti de'corpi celesti. Ma essa ha condotto pure ad 
altre sì ammirabili conseguenze, che io mancherei 
a una gran parte sostanziale del mio soggetto se 
G.A.T.CLX. 12^ 



178 

le trapassassi, e sarei certo taccialo di esagerazione, se 
rriì contentassi di solo annnnciarvele misteriosamente 
senza svolgerle alquanto: tanto più che i progressi 
fatti nell'astronomia stellare sono i soli che ci dischiu- 
dono adequatamante la porta alla cognizione della 
struttura dell'universo: laonde vi prego a rinnovare 
per qualche istante ancora la vostra cortese atten- 
zione, che con questo sollecitamente farò fine. 

Le stelle ' conservano tanto esattamente i loro 
posti in cielo, e le figure delle costellazioni sono così 
invariabili, che meritamente fur dette fisse: tuttavia 
sono esse ben lungi dalla totale immobilità. Halley 
dimostrò già che alcuna di esse si era spostata al- 
meno di quanto è il diametro della Luna dopo Te- 
poca degli antichi astronomi greci: questo si è ve- 
rificato di parecchie altre : onde tal nome di fisse 
non resta loro in altro senso se non in quanto si 
limita alle apparenze dell'occhio disarmato. Però la 
quantità di questi moti in generale è sì niinima, che 
a definirli si esigono esattissime osservazioni fatte 
a notabile distanza di tempo: e tra le molte che si 
hanno, solo quelle che datano da un secolo fa, cioè 
dall'astronomo Bradley, possono servire in tale con- 
fronto di luoghi. Or tali moti, ben definiti che siano, 
possono avere una doppia origine: cioè o esser reali 
e propri delle solo stelle, o apparenti, cioè dovuti 
ad un trasporto del nostro Sole che insieme col suo 
sistema vada percorrendo l' immensità dello spazio: 
l'uno non esclude l'altro, e tutti e due i moti sono 
simultaneamente possibili e probabilissimi. Li con- 
getturarono gli anteriori astronomi appena conob- 
bero che il Sole era dotato di moto rotatorio , o 



179 

quando si fecero un concetto esatto delle stelle: ma 
fu solo Herschel ohe cercò dare una qualche solu- 
zione al problema e di trovare la direzione di questo 
moto- Ma la sua determinazione restò sì dubbia e 
combattuta da autorità sì competenti, che non po- 
teva punto mettersi tra le verità. Né ciò deve far 
meraviglia, mancando allora dati sufficienti alla so- 
luzione del gran problema- I confronti pertanto delle 
ultime osservazioni colle piiì antiche V hanno messo 
attualmente su tutte altre basi, e i lavori di Arge- 
lander e Struve pel nostro emisfero, e di Gallovvay 
per l'australe, hanno provato che tutto il sistema ha 
un moto, e che la direzione assegnatagli da Her- 
schel verso la costellazione di Ercole è la più vi- 
cina al vero. Di ciò non contenti, si è ancora cor- 
cato proceder piiì oltre, cioè determinare il centro di 
questo moto, definirne la velocità: ma a tanto volo 
non sono ancora mature le penne della moderna 
scienza: ma non è a disperare che lo possa com- 
pire quando sarà più adulta. 

È questo, o signori, un sì gran passo e tale ci 
apre un campo di speculazioni , che io non posso 
stare dal vagheggiarlo alquanto tranquillamente- Il 
Sole, quel globo immenso di772 mila miglia di diame- 
tro, sospeso in mezzo al vacuo dello spazio infinito, 
circondato ad altri Soli senza numero, corteggiato dai 
suoi pianeti satelliti e comete, percorre ogni anno 
una linea retta, la cui lunghezza non è certo minore 'di 
quella che fa la Terra attorno di lui, qualora 1' im- 
mensa orbita di 240 milioni di miglia in giro ve- 
nisse stesa in linea retta; ma in questo sterminalo 
viaggio l'estensione del suo sistema a noi noto rap- 



180 
porto alle stelle vicine non occupa più spazio , di 
quello che faccia 1' àmbito del mio palmo, campa- 
rato al ricinto di questa capitale del mondo cat- 
tolico. 

Or noi portati così quasi dissi per incanto in 
mezzo a tanti astri, siamo naturalmente vogliosi di 
domandare come potrem noi riconoscer la nostra 
via in mezzo all' innumerabile moltitudine che ci 
circonda: vorrem sapere quali sono le loro distanze, 
quale l'ordin loro di aggregazione, come in somma 
sono agglomerati que'corpi che formano l'Universo 
visibile ? Se non che a tali quesiti solo quelle beate 
intelligenze risponder possono adequatamente, che 
scevri dal corporeo peso possono a lor talento per- 
correre r infinità della creazione: a noi confinati su 
questo granello di arena , atomo che ci sarebbe 
affatto impercettibile da quelle altezze , è mestieri 
molto faticare, molto specolare, per dedurre qualche 
barlume di quella risposta che speriamo aver com- 
pleta in un ordine più sublime di verità. Tuttavia 
quel poco che si è conquistato , è già tanto che 
ben ci indenizza delle lunghe ed ostinate fatiche. 

La direzione del moto del Sole non è punto pili 
difficile ad esser riconosciuta , che quella di de- 
durre il nostro moto vero dal moto apparente delle 
rive e delle piante che circondano le sponde di un 
fiume in cui navighiamo; così qui dal moto diverso 
delle stelle possiamo argomentare il nostro: se non 
che al moto nostro essendo frammisto il moto pro- 
prio in vero senso delle stelle medesime, il proble- 
ma diviene assai piiì complicato: e per eliminar que- 
sto si esige un numero portentoso di confronti e di 



1 



181 

termini di paragone. Più difficile a determinarsi è 
la legge della distribuzione delle stelle circostanti. 
Noi vediamo che sulla sfera celeste le stelle non 
sono egualmente distribuite, ci appaiono più rare in 
alcuna parte, in altre più dense, e talor tanto fitte che 
ci si presentano qual folta nebbia luminosa, affatto ir- 
resolubile ai nostri più potenti telescopi, come appunto 
nella via Lattea: or come potremo da questa distri- 
buzione sì irregolare arrivare a nulla concludere della 
reale ? Questo suppone nota e la legge della distri- 
buzione apparente, e la legge delle distanze ; am- 
bedue sono difficilissime a trovarsi, ma pure mercè i 
moderni lavori abbiam tanto progredito da poter sen- 
za nota di audacia accingerci alla risposta. 

1 lavori dei due Herschel, di Lalande, di Bessel 
e dei molti compilatori delle carte celesti, ci hanno 
fatto vedere che le stelle, ad onta della irregolarità 
apparente, sono distribuite con certo ordine e sim- 
metria. Minimo è il loro numero presso il polo della 
via Lattea, e va regolarmente crescendo in ambe- 
due gli emisferi fino al piano della Galassia mede- 
sima, ove raggiunge un massimo, e la lor legge è 
stata da Struve compendiata in una fcftmola empi- 
rica che grandemente agevola le ricerche teoretiche. 
Dopo conosciuta la legge di questa distribuzione se 
potessimo sapere anche quella delle distan/.e, il pro- 
blema sarebbe sciolto completamente- Ma qui è ap- 
punto Qve fa difetto l'arte nostra. Tra le infinite stelle 
che vediamo in cielo, di due sole o tre noi cono- 
sciamo la distanza in modo abbastanza positivo: cioè 
di « Centauro, che avendo la parallassi di circa 9 
decimi di secondo, dista da noi tanto che la luce, 



182 
la quale in mezzo quarto d'ora percorre gli 83 milioni 
di miglia che ci separano dal sole, per arrivare da 
essa impiega almeno 4 anni. L'altra è la 61 del Ci- 
gno, in cui la luce impiega 12 anni; e la 3." e « 
della Lira , che ne importa almeno 30; delle altre 
nulla sappiamo direttamente. Possiamo però indiret- 
tamente determinare, se non le distanze assolute, al- 
meno i rapporti loro in modo plausibile. Gli studi 
fatti per misurare la intensità della luce delle stelle 
ci ha mostrato, che ogni stella di ordine inferiore deve 
esser distante circa due volte e mezzo più della sua 
precedente: onde le telescopiche herscelliane distereb- 
bero non meno di 760 volte quelle di 1." grandezza. 
Ecco adunque che dallo studio delle luci delle stelle 
possiamo concludere una scala delle loro distanze. 
Questa però a vero rigore potrebbe esser falsissima, 
perchè la piccolezza di una stella non include neces- 
sariamente che sia tale solo per la maggior sua di- 
stanza, potendolo esser per minore grandezza reale: 
onde è necessario convalidarla con argomento più 
positivo. Ora questo appoggio nasce appunto dai moti 
propri delle stelle medesime. 

La porzione infatti di questi moti che è mera- 
mente apparente, e dipende dalla traslazione del si- 
stema solare nello spazio, produce uno spostamento 
che deve esser maggiore per le stelle più vicine, e 
minore per le più lontane- Potremo quindi avere 
una seconda scala delle distanze deducendola^a que- 
sti moti, la quale se combinerà colla precedente a 
due prove dedotte da fonti così diversi, sarà diffi- 
cile negar fede- Ora questo appunto accade di fatto: 
le due scale di distanza costruite da fonti così di- 



183 

versi sono cosi simili, che una pare copiata dall'altra. 
Stabilito il gran principio della proporzione fra le di- 
stanze stellari, il problema della distribuzione delle 
stelle per noi non può ancora avere che una soluzione 
molto vaga come possibile: e questa è doppia, cioè o 
di supporlo tutte uniformemente sparse nello spazio, e 
che dove le vediam più copiose ciò derivi unica- 
mente dall'esser più profondo il loro stato, ovvero 
che insieme con questa profondità abbia luogo an- 
che una maggior densità. La risposta fondata sui dati 
precedenti è in favore assoluto di quest'ultima legge, 
onde risulta che le stelle nella direzione della via 
Lattea sono non solo più profonde in spessezza, ma 
ancor più addensate in numero. Sicché la Galassia 
a noi visibile forma una riunion di sistemi, che presso 
il suo piano son più spessi che non verso i suoi 
poli, a quella guisa che i pianeti nel nostro sistema 
sono più frequenti presso 1' ecclittica- Quali siano 
però questi sistemi, quali i lor limiti, e le loro parti- 
colarità, ci è affatto ignoto e lo sarà per gran tempo 
certamente. L'umana curiosità non cesserà certo di 
domandare di più: vorrà sapere chi siano quelle ne- 
bulose che a migliaia vediamo sul rtrma mento, da 
quali leggi governati que' sistemi anulari la cui 
risoluzione in stelle è il trionfo de'nostri apparati^ 
ma saran questi segreti, cui meglio 

Che investigare Vammirar conviensi. 

Onde dei dotti sogni non rida l'alto architetto 
che un sì vasto campo a nostre tenzoni ci lasciò 
nei cieli- 



184 
Rallegriamoci invece che a sì grande nostro van- 
taggio egli di astri li popolò, che, oltre all'utile, un 
sincero diletto dalla loro contemplazione si infonde 
nell'anima del filosofo che li contempla: onde let- 
teralmente si avvera che la celeste milizia all'uomo 
è fatta serva ed ancella, e che i lor raggi, benché 
a più sublimi ministeri destinati nella loro sfera, non 
sono senza uno scopo anche per noi. Che se immenso 
ancora è il pelago che ci resta a scandagliare, se 
sì scarsa è la cognizione dell'interno suo seno, pen- 
siamo che il solo aver potuto accostarci alle sue 
rive, e tentato di dare attraverso di esso uno sguardo 
non affatto sterile di effetto, è già sì gran dono del 
quale dobbiamo esser grati all'Autore, non meno che 
nobilmente orgogliosi. I nostri pili potenti strumenti 
col mostrarci tante meraviglie nel fondo degli spazi 
celesti non altro fanno, è vero, che accendere sem- 
pre più una sete , che sarebbe follìa il fomentare 
quando non altro scopo essa avesse che di tormen- 
tarci: ma quell'abisso di immensità, in cui la mente 
nostra si perde a contare i milioni di secoli che 
la luce impiega ad attr,ivversarlo benché dotata quasi 
dalla velocità dello spirito , ci sono una languida 
imagine di quest' Essere senza limiti che tutto rac- 
chiude; e la varietà multiforme di quelle moli, la 
cui grandezza ci opprime, non é che una traccia di 
quella forza infinita che tutto scherzando produsse, 
e a cui tanto è popolare di astri lo spazio colla con- 
densazione di una nebulosa, quanto sparger di be- 
nefica pioggia le nostre campagne dall'addensamento 
di pochi vapori: la cui provvidenza, alla quale nulla é 
piccolo e che mostrasi eccelsa nella stabilità de'cieli. 



185 

non isdegna mirar le più umili creature su i mini- 
mi pianeti. 

La cognizione dell' opera non è più così mera 
oziosità : essa invece diviene una sorgente di beni 
e una scala alla cognizione dell'Artefice, dalla cui 
maestà sopraffatti e dalla presenza penetrati, meglio 
pregiar possiamo quella scintilla di vita che Egli 
spirò in noi, e che ci fa sì superiori alla bruta ma- 
teria, e capaci non solo di ammirare le sue opere, 
ma anche di comprenderne le leggi e l'arte. 

A. Secchi. 



186 



De vìla Dominici Anlonii Villani sacerdolis comrnen- 
tariolum. Karolo Joanni Villani J. C- antecessori 
publico in magno lyceo sapientiae, advocato sacri 
consistorii, a consiliis negoliorum publicoriim in urbe^ 
viro clarissimo, Joseph Ignalius Montanari. 



I. /acerbissimi doloris , quem boni omnes nuper 
ex interitu Dominici Antonii Villani saceidotis opti- 
mi exempli ac doctrinae susceperunt, et incredibilis 
amicorum suorum aegiitudinis particeps, etsi nemini 
concedeiem qui maiorem ex tali iactura molestiam 
traxei'it , tamen nullum mihi consolationis genus 
omittendum constilui, ut si quo possem modo, et 
mihi quietem moerere ereplam restituerem, et ho- 
minum suavissimorum animos iacentes , et paeue 
ictu pi'ostratos, erigerem ac recrearem. Sed cum me- 
dicinam omnem remediaque cuncta contabescentes 
animos respuere inteiligerem (quis enim talibus vul- 
neribus mederì possit ?), et operam meam inanem 
fuluram piane cognoscerem, bue totani ingenii iu- 
diciique aciem conferendam duxi , ut dum vulnus 
fovere , et manu contreclnre viderer , aliquam tam 
gravis incommodi sarciendi rationem inirem, ac non 
ingrata fraude dolorem frustarem- Ita enim compa- 
rati natura suraus, ut carissimaruin rerum posses- 
sione deturbati , earum tamen dulcissima imagine 
detineamur, animusque ab hac conlemplatione abre- 
ptus quodammodo conquiescat et gaudeat: quare si 



Ì87 



Commentari etto della vita del sacerdote Domenico An- 
tonio Villani volgarizzato dal prof- ab- Bernardino 
Quatrini. A Carlo Giovanni Villani giure consulto, 
professore neW archiginnasio romano della sapienza^ 
avvocato concistoriale^ consigliere di slato, personag- 
gio chiarissimo, G- Jgnazio Montanari. 



1. Eni 



itrato a parte deiracerbissìmo dolore che tutti 
i buoni presero, non ha guari, della morte del sa- 
cerdote Domenico Antonio Villani, specchio di bontà 
e di dottrina, e dell' incredibile rammarico dei suoi 
amici; sebbene non la cedessi a veruno dei piìi tra- 
fitti da tale sventura, nulladimeno stabilii di cercare 
ogni via di conforto, perchè nel miglior modo pos- 
sibile e racquistassi la calma toltami dal cordo- 
glio, e all'animo di dolcissimi personaggi, abbando- 
nato e pressocchè disfatto dal colpo, porgessi sol- 
levamento e ristoro. Ma veggendo che gli animi sfi- 
niti si negavano ad ogni sorta di medicina e di ri- 
medio (e chi può medicare ferite sì fatte?) e cono- 
scendo che l'opera mia sarebbe al tutto gittata, qua 
pensai di appuntare 1' ingegno e la mente per tro- 
vare qualche maniera da risarcire un danno sì gra- 
ve , e dileguare con piacevole inganno il dolore , 
dando le viste di fomentare e di palpare la ferita. 
Imperocché siamo così da natura composti, che fatti 
privi delle persone piiì care, veniamo pur lusingati 
dalla dolcezza della loro sembianza, e l'animo da tale 
contemplazione rapilo in qualche modo si acqueta 



188 
horiiinis illius effigiem verbis perpolire, atque oculis 
tamquam praesentìs subiicere, tantaeqne virtutis rae- 
iiioriam sermone excitare conarer , non parum so- 
latìi et iucunditatis afferre , ed quasi ad pristinanri 
mentis acquitatem, unde moeror deiecerat, animos 
l'evocare posse videbar. 

II. Quamobrem hoc cepi consilii , mecumque 
nonnulla de homine ilio attingere litterisque man- 
dare constitui, ut recordatione virtutum suarum mo- 
lestiam amicorum levarem , et quasi ictum doloris 
imminuerem. Quis enim dum tantam virtutem , 
brevi etiam tempore apud se tenuisse, uberesque ex 
ea fructus cepisse commemorabit, mente non gau- 
deat, seque beatum aliquando fuisse, quod illa frui 
potuerit non credat ac faleatur ? Quis potius gra- 
tias Deo immoitali non agat , quod cum tali viro 
vivere, eiusque doctina ac consuetudine uti, exem- 
plisque recreari divino quoddam munere aliquandiu 
concesserit ? 

III. At cum nonnihil cunctatus rem aggredì om- 
nlno decrevissem, mlhi aliud quidplam obversabatur, 
me tecum praesertim loqui debere, vlr clarlsslme, 
quem multls annls ab bine et colere et observare 
consuevi: noveram enim fama doctinam, Ingenlum, 
saplentiam, quibus maxima in orbis catholici sede 
ita excellis, ut multis antevertas, nemini concedas; 
quod moram intulìt, susceptumque consilium retar- 
davit ac paene mutavit. Nam qua fronte te allo- 
qui auderem quem nunquam vidissem, aut mihi nulla 
unquam benevolentiae necessitudo coniunxit ? Quis 



189 

e ne gode. Laonde se mi tentassi di ritrarre a pa- 
role l'immagine di lui, e di metterlo quasi vivo in 
sugli occhi, e destare favellando la memoria di così 
virtuoso personaggio, mi sembrava di apportare non 
poco di ristoro e di consolazione , e di potere ri- 
durre gli animi quasi alla primiera tranquillità dal 
dolore sturbata. 

U. Per lo che a questo mi attenni, e meco stesso 
fermai di toccare e scrivere qualche cosa di luì, af- 
finchè colla rimembranza delle sue virtù alleggerisse 
la noia degli amici, e dirò così, la percossa del do- 
lore scemassi. E che in fatti rammentando di avere 
anche per poco tempo amata tanta virtù di uomo, 
e di averne colto larghissimi frutti, non gioirà del- 
l'animo, e non si terrà e confesserà di essere stato 
una volta felice dell'averne potuto godere ? Chi più 
presto non ringrazierà Iddio immortale dello avergli 
quasi per privilegio celeste consentito di vivere a 
lungo con tale personaggio, di usare della sua dot- 
trina e familiarità, e di essere dagli esempi di lui 
ristorato ? 

HI. Se non che dopo qualche dimora risoluto al 
tutto di mettervi mano, altro intoppo mi dette in- 
nanzi, il dover parlare specialmente a te, uomo eh; cui 
già da molti anni ho tolto ad onorare e pregiare; 
che mi era ben nota per fama la dotlina, l' ingegno, 
il sapere che nella capitale del mondo cattolico ti 
levarono tant'alto da andare innanzi a molti, dietro 
a nessuno; la qual cosa mi porse indugio e ritardo, 
e presso fu che non mi stornò dal proposto. E con 
qual fronte poteva io osare di favellarti, se non ti 
aveva veduto giammai, nò legame alcuno di bene- 



190 
non existimet plus mihi assumpsisse , meque inso- 
lentius extulisse quam deceat ? Nihilominus cum ani- 
madverterem sapientis esse humanitate abundai'e , 
doctrinamque comitale condire, cumque te suavissi- 
niis in tanto laudum fastigio moribus esse, ut ne- 
mo comior commodiorque esse dicatur, atque proprio 
quodam naturae munere ad liberalitatein factas vi- 
dearis, quod antea proposuerara praestare, inanum- 
que operi admovere, omni amota dubitatione, ite- 
rum statimque constitui- Dicam itaque de Dominico 
Antonio fratre tuo pauca, quae a probatis viris ac- 
cepi vera et explorata, ut tuo amicorumque dolori 
mederi, vel aliquid levaminis afferro possim: quae si 
tu tiequi facere et in bonam partem accipere volue- 
ris, satis abundeque fecisse, atque ad meam volun- 
tatem secunda omnia fluxisse , remque eum quem 
expelebam exitum habuisse arbitrabor. 

IV. Longianum Aemiliae oppidum arnoenìssimis 
in collibus situm moenibusque septum , Caesenam 
inter et Ariminurn, ruinis veteris Compiti extructum 
est. Satis frequens , et incolarum fama admodum 
nobile , quod in ilio viri summi extitere , qui loci 
famam sive armis, sive letteris propagarunt, quorum 
nomen aetas certe nulla unquam obliterabit- Kt ut 
multos mittam, tacitus praeterire nullo modo pos- 
sum Andream Corsum et Guidonem Beneamatum, 
qui multa bellicarum rerum laude sub Sigismundo 
Pandulpho Malatesta stipendia fecerunt; quorum alter 
Nicolai Piccinini imperatoris ea aetate strenuissimi 
copias ad Longianum fudit, ac paene delevi l; alter 



191 

volenza mi ti ebbe congiunto ? Chi non dirà che io 
mi sia troppo arrogato , ed abbia presunto più là 
che non dovea ? Ciò non pertanto considerando che 
è del sapiente largheggiare di cortesia, e condire la 
dottrina con la gentilezza, e in tanta cima sapen- 
doti di un' indole dolcissima, che ninno penso vi sia 
né pili affabile, né più maneggevole, e sembri per 
un singoiar dono di natura tagliato a liberalità, di 
nuovo e tosto risolsi di ritornarmi al primiero pro- 
posito, e cessato ogni dubbio, dar mano al lavoro. 
Dirò adunque di Domenico Antonio tuo fratello quel 
poco che di vero e provato raccolsi da uomini di 
fede, perchè tu e gli amici si riabbiano dal dolore, 
e per darvi un qualche conforto. 

Alle quali cose se vorrai fare buon viso e ri- 
ceverle in buona parte, reputerò di aver fatto più 
che abbastanza, e di avere avuto a grado e a se- 
conda ogni cosa, e toccato la meta che desiderava. 

IV. Longiano terra dell' Emilia posta in amenis- 
sima collina e cinta di mura, fra Cesena e Rimini, 
fu fabbricata sopra le ruine dell'antico Compito. È 
popolata abbastanza, per fama di abitatori ragguar- 
devolissima , conta di uomini sommi che distesero 
e con le armi e con le lettere la rinomanza del luo- 
go , il nome dei quali per ninna età verrà spento 
giammai. E per quanto molli io ne taccia, non posso 
per verun modo passare in silenzio Andrea Corsi e 
Guido Beneamati, che con molta lode dell'arte di 
guerra militarono sotto Sigismondo Pandolfo Mala- 
testa ; r uno dei quali sbaragliò e quasi distrusse 
presso Longiano le truppe di Nicolò Piccinini, ca- 
pitano dei più valorosi di quell'età; l'altro pei suoi 



192 

ob inslgnia eius merita multis honoribus auctus , 
cum in tyranni suspicionem incidisset, capite mul- 
etatus, exemplo haud inusitato, viilutis suae poenas 
pei'solvit. Inter litteratos vero homines honoris gratia 
nonfiinabo Faustos, Moderatos, Pirrinios, Octavianos, 
Parollettos, Ferrios; praeeipue Hieronyinum illum, 
latinitatis adsertorem et vindicein, cui sane debuisse 
fatebimur si foeda ac inconsulta Alamberlii senten- 
lia latinas litteras patria expellere, et aqua et igni 
interdicere non valuit. In varias regiones totus ager 
dividitur, inter quas antiquissima est Massa Utiana 
quae ad Baligoanum pertinet, ubi Dominìcus Anto- 
nius Villani honestissimo genere ortum habuit. Pa- 
rentes sortitus est Alexandruin antiquae fidei homi- 
nem et a re famigliari satis paratum, et Chathari- 
nam Budam foeminam ruris primariam, qui mori- 
bus , pielate , honestate in Curia Balignana facile 
eminebani. 

V. Is minor natu erat Paulli fratris germani, qui 
in lucem venerai anno MDCCLXXXVI quinto nonas 
martii,ante Dominicum novem fere annis (nam is na- 
tus erat quinto kalendas novembris anno MDCCXCV) 
et primigenus domi fuerat. Cuius ingenium cum ma- 
ture admodum viriles igniculos iaceret, a matre ad 
Franciscum Xaverium Budam eius patruum, ac Mon- 
tis Novi archipresbyterum missus est, a quo et ipsa 
sanctissimis moribus omnigenaque pietate imbuta 
fuerat. Qui statim ac puerum fidei suae commissum 
conspexit, effuso sinu exceptum apud se habuit, et 
industria ac benevolentia summa instituit. Sapiens 
eius consiliutn brevi tempore exitus comprobavit. 



193 
meriti singolari, carico di molti onori, essendo ca- 
duto in sospetto del tiranno, condannato nella testa, 
con esempio non raro, pagò il fiio della sua virtù. 
Fra gli uomini poi di lettere nominerò a cagione di 
onore, i Fausti, i Moderati, i Pirrini, gli Oltaviani, 
i Paroletti, i Ferri, e in ispecie quel Girolamo, di- 
fensore e vindice della latinità, a cui confesseremo 
di andare senza meno debitori se quella dannosa e 
inconsiderala sentenza di D'Alambert non riuscì a 
bandire dal mondo le lettere latine , e scomuni- 
carie. Tutto il territorio si sparte in varie contra- 
de , tra le quali ò l'antichissima Massa Uziana che 
appartiene a Balignano, dove Domenico Antonio Vil- 
lani sortì di onoratissima casa i natali. Gli toccarono 
[>er genitori Alessandro uomo di antica fede, abba- 
stanza agiato dei beni di fortuna, e Caterina Buda, 
donna delle prime del villaggio : ambedue per co- 
stumi, pietà ed onestà campeggiavano nella parroc- 
chia di Balignano. 

V. Egli era più piccolo di Paolo fratello carnale, 
nato nel 1786 il 3 di marzo, nove anni incirca pri 
ma di Domenico (che questi nacque il 28 di ottobre 
1795 ed era il primogenito). Dando Paolo assai per 
tempo lampi di virile ingegno, fu dalla madre man- 
dato a Francesco Saverio Buda suo zio, e arciprete 
di Montenovo, dal quale essa pure era stata imbe- 
vuta di santissimi costumi e di ogni guisa di devo- 
zione. Questi non appena si vide alla sua fede com- 
messo il garzoncello, volentierissimo accoltolo se lo 
ritenne, e con quanta industria e benevolenza seppe 
l'educò. Poco appresso al sapiente consiglio della ma- 
dre fece fedo l'etretto. Perocché appresa la srammatica, 
G.A.T.GLX. ' "13 



194 

Nam grammaticam doctus, politiorum litterarum et 
mathematices studiis in longìanensi lyceo vacavit. 
In philosophicis vero et theologicis disciplinis do- 
ttore usus est Ioanne Baptista Buda avunculo suo, 
viro, ita vivain, docto sermoncs graecae , latinae , 
hebraicaeque linguae, atque iuris utriusque laureain 
merito. Is aliquandiu rhetor fuerat in sacro caese- 
natis ecclesiae seminario, prò qua postea cum emi- 
nentissimo episcopo Bellisoni lugdunensium comitia 
doctor theologus adiverat , ibique egregiam sibi 
suoque antistiti laudem paraverat; et lune temporis 
plebis Sextae archi presby ter, Paullum nepotem in- 
stituebat , cui (quod minus saepe) domestica con- 
tigit loGupletari doctrina. Sacerdotio auctus, tantam 
de se expectationem excitavit , ut statim curiones 
multi illum sibi adiutorem exposcerent: quibus cum 
satis duxisset faciendum , ita se apud omnes pro- 
bavit, ut postea discedens magnum sui desiderium 
ubique reiiquerit, Sed cum pietatis ac doctrinae fama 
in dies inclaruisset, vetustissime plebis Sancti Vi- 
ctoris archipresbyter renunciatus est; quod munus 
abstinentissime sanctissimeque annos viginti quinque 
administravit. Innumera animi ingeniique sui mo- 
numenta reliquit, inter quae, nisi hominis modestia 
obstitisset, eiusdem plebis suae historiam, quam stu- 
dio ac labore diuturno oondiderat, haberemus. Sed 
de hoc hactenus; oportebat enim de ilio dicere, ut 
infra unicuique patebit. Nunc ad Dominicum re- 
vertar. 

VI. Singulari cura parentes puerum instituere, 
piotate litterisque primoribus imbuere, omnique ur- 
banìtate qxornare ceperunt ; quod cum bene ccs- 



195 
attese agli studi di belle lettere e di matematica 
nel liceo dì Longiano. Ebbe a maestro di filosofia 
e teologia Giovanni Battista Buda suo zio, dotto in 
verità del greco, del latino, e dell'ebraico, e nel- 
l'uno e nell'altro dritto laureato. Costui era stato 
per lungo tempo retore nel ven- seminario della chie- 
sa di Cesena, per la quale dipoi erasi recato dot- 
tore teologo al concilio di Lione coH'emo vescovo 
Bellisomi; e quivi fece un bell'onore a se e al suo 
vescovo. In quella stagione essendo arciprete di Pieve 
di Sesto , istruiva Paolo suo nipote , cui toccò (e 
rado è il caso) di erudirsi a dovizia in casa. En- 
trato al sacerdozio, destò tanta aspettazione di se, 
che tosto molti parrochi lo richiesero per aiuto; ed 
egli avendo stimato di dover loro compiacere, cosi 
entrò nelle grazie di tutti, che poi partendo lasciò 
dovunque gran desiderio di se. Ma la fama della 
pietà e della dottrina sua crescendo ogni dì, fu fatto 
arciprete dell'antichissima pieve di s. Vittore, mi- 
nistero che con tutta integrità e religione esercitò 
per 25 anni. Ci lasciò immancabili memorie del suo 
buon cuore ed ingegno, tra le quali, se la modestia 
non lo ratteneva, avremmo la storia della stessa sua 
pieve, intorno a cui avea posto studio e fatica ben 
lunga. Ma basti di Paolo: che occorrerà parlarne, 
come si vedrà qui sotto. Ora tornerò a Domenico. 



VI. I genitori presero con cura straordinaria ad 
allevarlo fanciullo, a crescerlo nella pietà e nelle pri- 
me lettere , ad insegnargli ogni bel garbo : il che 



196 

sisset, brevi exacto tempore, peracre illius ingenium 
ad humanitatem natum haud dubiis argumentis fa- 
cile cognoverunt. Quare in disciplinam Panili fratris, 
hominis, ut dictum est, cordati ac probatissimi, tra- 
diderunt , quo doctore difficile dictu est quantum 
statim profecerit. Litteris latinìs non leviter instru- 
ctus, cum iam aetatis annum ageret quintum supra 
decimum, et singulari quadam iudicii gravitate, mo- 
rum integritate, modestiaque fiorerei, ecclesiae no- 
men dedit ; quo facto impensius in studia maiora 
incubuit, doclrinaque erudiri summa vi cupiens, iam 
digito ab aequalibus municipibusque monstrabatur. 
Politiores litteras edoctus, ad quas natura apprime 
comparatus erat, ad philosopbiam animum applicuit, 
et diligentia ac profectu aetatem supergressus, ho- 
minum expectationem superavit. Postremo theolo- 
gìcis disciplinis loto pectore vacavit , ut t:mdem , 
quod vehementissime cupiebat assequeretur, et sa- 
cerdotio augerelur. Sibi enim bono fato cessit do- 
clorem sortiri Aloysium Baidininium canonicum do- 
ctrinae pietatisque laude florentissimum, graecis la- 
linisque litteris eruditum, atque optime caesenatensi 
de ecclesia meritum , de quo cum plura nobis di- 
cenda essent, modestia hominis in praesens praete- 
rire cogimur. Sed cum praeceptoris laus praecipue 
in discipuli sapientia contineatur, hoc unum affir- 
masse sat erit, Dominicum auditorem suum, suique 
dignissimum fuisse. 

VII. Interea cardinalis Franciscus Xaverius Ca- 
slilioneus tunc temporis caesenatum ecclesiae pon- 
lifex, et postea Pii Octavi nomine pontifìcatum ma- 
ximum adeplus, de virtute ac doctrina adolescenlis, 



197 

riescilo a bene , di là a non molto si avvidero di 
leggieri e a prove sicure, che il suo svegliato in£?e- 
gno era nato alle lettere. 11 perchè Io misero alla 
scuola del fratello Paolo uomo sagace ed espertis- 
mo, come accennai, e sotto una tale scorta quanto 
prestamente approfittasse non si dice a parole Am- 
maestrato e bene nella lingua latina , essendo già 
nei 16 anni, ed in pregio assai per una certa sin- 
golare assennatezza, integrila di costumi e modestia, 
SI rese cherico. Dopo ciò, intese più di forza agli 
studi più alti , e spasimando d' imparare , già dai 
compagni e cittadini veniva segnato a dito. Avendo 
appreso belle lettere, alle quali specialmente era na- 
to, applicò l'animo alla filosofia, e con la diligenza 
e il profìtto andato innanzi all'età, vinse l'aspetta- 
zione comune. Da ultimo si mise a tutt'uomo negli 
studi teologici a fine di conseguire una volta il de- 
sideratissimo intento, e divenir sacerdote. Perocché 
Ja buona fortuna volle che gli toccasse a maestro 
Luigi Baldinini canonico, fior di dottrina e di bontà, 
erudito di greco e di latino , e benemerito quanto 
mai della chiesa cesenate, del quale dovendo noi dire 
pm cose, per ora la modestia sua ci costringe passar- 
cene. Per altro siccome la lode del precettore si rac- 
chiude segnatamente nella sapienza del discepolo , 
così ci contenteremo solo affermare che Domenico 
fu suo scolaro, e degnissimo di lui. 

VII. In questo mezzo il cardinale Francesco Sa* 
verio Castiglioni allora vescovo di Cesena , e poi 
pontefice massimo col nome di Pio Ottavo, fatto 
certo della virtù e della dottrina del giovanetto che 



198 
({(li hypodiaconalum petieiat, certior faclus, saci'is 
epistolis initìavit; ac non multo post ad se vocavit, 
atque in sacro seininaiio alumnis contubernii ma- 
ioris praefecit, quo in munere ita se omnibus pro- 
bavit , ut uno ore iaudarelur. Deinde sacris evan- 
geliis initialus, cum rem theologicam diurna nociur- 
naque manu versaret, et probe calleret , nullaque 
intermissione libros tereret, eo pervenit, ut triginta 
octo tboses publico in certamine tueretur, maxima 
doctorum hominum frequentia , coram eminentis- 
simo episcopo, qui magnis illuni laudibus extulit , 
atque numismate argenteo donavit- Laelabatur enim 
anlistes optimus de adolescentis Victoria , iucun- 
damque capiel^t voluptatem, quod illum magno ec- 
clesiae usui futurum doctrina ac pietate intelligebal: 
quare libens volens eodem anno millesimo octin- 
gentesimo decimo septimo pridie idus novembris 
sacramento ordinis consecravit. Quibus piis exerci- 
tationibus et commentationibus animum perpolive- 
rit, ut digne tantum ministerium fungi posset; qui- 
bus precibus auxilium a Deo , a Virgine maire , 
superisque omnibus enixe efflagitaverit , hoc loco 
praeteream , ne brevioris commentarli fìnes tran- 
sgrediar. Hoc tantum affirmarim, excolendo virtu- 
tibus animo se totum dedlsse , ut non tam ornari 
dignitate , quam illam moribus ornare videretur. 
Quare ab inito sacerdotio semper sibi et doctrinae, 
suadente apostolo, attendendum putavit, omniaque 
pefagenda quae ad maiorem Dei gloriam conduce- 
rent. 

VIH. Sed cum piane sentiret neminem Deo in- 
servire posse, nisi qui se ad superiorum arbitrium 



199 

avea richiesto il suddiaconato, glielo conferì, e non 
guari dappoi lo chiamò a se, e lo fece prefetto della 
camerata maggiore del seminario, dove si portò così 
bene che tutti ad una se ne lodavano. Appresso or- 
din? j diacono, studiando dì e notte teologia, e bene 
istruitone, col continuo svolgere i libri, giunse a tale 
che sostenne trentotto tesi in pubblico esame alla 
presenza di moltissimi dotti e dell'emo vescovo che 
lo commendò assai e lo donò di una medaglia di 
argento- Che quell'ottimo principe si rallegrava della 
vittoria del giovane^ e pigliava un gusto grande veg- 
gendo che la dottrina e la bontà di costui frutte- 
rebbe largo alla chiesa : onde dì tutto cuore nel- 
l'anno stesso 1817 il 12 novembre lo consacrò sa- 
cerdote- Con quali divoti esercizi e meditazioni ei 
si acconciò per potere degnamente portare sì grande 
carico , con quali preghiere ed istanze richiese di 
aiuto Iddio, la vergine madre e tutti i santi, tacerò 
qui per non oltrepassare i confini di un commen- 
tarietto. Dirò solo che egli si diede tutto all'acqui- 
sto delle virtiJ, da mostrare non già di ricevere or- 
namento dalla dignità, ma di adornarla egli coi pre- 
gi suoi. Di che dal giorno che fu sacerdote, attese 
sempre a se ed agli studi , giusta l'ammonimento 
dell'apostolo, e a ftjre ciò che tornasse a maggior 
gloria di Dio- 



VIII. Ma conoscendo appieno che niuno può ser- 
vire a Dio, se adagiandosi nel volere dei superiori 



200 

fingens illorum eliclo audiens sit , suam ad oorum 
nutum voluntatem ofnnino subrnisit. Itaque iussus 
prò doclore theologo, qui ad versa utebalur valetu- 
dine, theologiam quam dogmaticam vocant tiadere, 
oblalum munus , etsi modestia eius ab ilio abhor- 
reret , ex. obcdienlia suscepit , atque inlegi'urn per 
annum demandatam sibi provinciam praeclare ges- 
sit. Octobri mense cum feiiaretur pro-rector, et no- 
vembri magister pietatis dictus est , quod officium 
libenti quidem animo accepit : nihil enim ilii un- 
quam optabiliùs aut carius fuit, quam pietatem co- 
lere, et ad pietatem hominum mentes allicere. Qua- 
mobrem ad hoc omnem operam contulit: et quanta 
assiduitate, diligentia, et charitate suscepti muneris 
partes expleverit facilis admodum coniectura, si in 
memoriam revocabimus, nuUam illarum virtutum, 
quae pium ac religiosum hominem commendant, ei 
defuisse. Eodem fere tempore grammaticam, quam 
supremam vulgo appellant, docuit , at brevi : nam 
maiora illuni praestare posse, quo erat ingenio ac 
doctina, omnes facile intelligebant: quare novo anno 
Cad.olinus antistes clarissinius rhetoricam docere 
iussit. 

IX. Ea tempestate cum ego rhetor Sabiniani 
essem , quod oppidum ad Rubiconem summorum 
virorum fama adhuc florens parum Caesena distai, 
memini multa me de ilio egregia audivisse, quas- 
dam etiam poeticas lucubrationes peradmodum ele- 
ganles legisse (poesi enim sive latina sive italica 
delectabatur) liniendas cedro, et laevi servandas cu- 
presso , ut cum poeta loquar. Nec me latet alia 
multa vel soluta vel ligala oratione scripsisso ac in 



201 

non si porge ad essi obbediente, ai cenni loro sot- 
tomise ogni sua volontà. Per la qual cosa impo- 
stogli d' insegnare teologia dommatica in luogo del 
teologo che era malaticcio, per obbedienza si pigliò 
su queirofficio , con tutto che la modestia sua ne 
lo disiogliesse, e per un anno intero tenne con som- 
mo onore la cattedra. Nel mese di ottobre durante 
le vacanze fu fatto vice rettore, e nel novembre di- 
rettore di spirito , il qual ministero della miglior 
voglia accettò; che non ebbe al mondo desiderio più 
caro dell' esser devoto e far devoti gli altri. Dette 
adunque ogni opera a questo: e quanto fosse assi- 
duo, diligente, e amorevole nell'adempiere le parti 
del suo dovere, è facilissimo congetturare, se ram- 
menteremo, che non gli mancò niuna di quelle virtù 
che levano in fama un uomo pio e religioso. Quasi 
nello slesso tempo insegnò la grammatica couìu- 
nemente detta suprema , ma per poco : St'udochò 
tulli facilmente vedevano che con quelT ingegno e 
dottrina polca mettersi a cose maggiori: perciò all'en- 
Irarc dell'anno nuovo il chiarissimo vescovo Cado- 
lini lo fece maestro di lettoiica. 

IX. Di quei dì essendo io retore in Savignano, 
terra presso al Rubicone, famosa tuttavia d'uomini 
sommi, poco lontana da Cesena, mi ricordo d'avere 
udito maraviglie del Villani ; di aver letto ancora 
molte composizioni poetiche clogantissinie ( che in 
poesia vuoi latina o italiana si dilettava) degne di 
essei' unte di cedro e conservate in levigato cipres- 
so, a parlar col poeta- E so che scrisse e pubblicò 
molte cose in prosa e in verso, che gli fecero un 



202 
lucem protulisse , quae egregium illi nomen fece- 
runt , et mihì nunc brevitatis gratìa praetereunda 
sunt: quod minime obesi, in vulgus* enim edita cìr- 
cumfei'untur, nec meis certe laudibus egent- De hoc 
tamen reticere non possum , latinarum inscriptio- 
nutn optimum conditorem, et magislrum exlitisse: 
muUas etiam italico idiomale scripsisse , omnibus 
numeris absolutas, quas in lucem edere si quis cii- 
ret, haud mediocri litterarum, et studiosae iuven- 
tutis praesertim, commodo fore confido. 

X. Anno millesimo oclingentesimo trigesimo se- 
cundo cum Anionius Cadolinus, vir doctrinae et elo- 
quenliae laude nobilis ( qui postea ad pontifìcatum 
anconitanum translatus Inter patres cardinales adle- 
ctus est) caesenatum sacris praeesset, rogatu illius 
a politioribus litteris ad res theologicas , quae ad 
mores pertinent, tradendas deductus, desiderio an- 
tislitis et auditorum commodo mirifice satisfecit. 
Anno millesimo octingentesimo quinquagesimo pri- 
mo quum Henricus Orpheus multis honoribus ac 
muneribus insignis, cuius merita acquare prò digni- 
tate laus nulla facile potest, caesenati ecclesiae prae- 
fectus esset, ab ilio quem magni faciebat petiit, ut 
novam spartam buie addere vellet, atque ius cano- 
nicum alumnos doctre ; et ea qua erat docilitate , 
praesuli optimo morem gerere non recusavit, dupli- 
cemque provinciam donec vixit omni cura et indu- 
stria administravit. 

XI. Verum cum summo pietatis studio flagrarci, 
nihilque illi potius et antiquius esset quam in Dei 
et proximorum cultum vitam impendere, ex quo sa- 
cerdotali honeslalus est munere , de rebus divinis 



203 

gran nome , e che ora per brevità trapasso senza 
pregiudizio, poiché vanno per le mani di tutti stam- 
pati , né hanno bisogno delle mie lodi- Di questo 
solo non posso tacermi, come egli fu oltirao det- 
tatore e maestro di epigrafi latine: molte ne scrisse 
ajfiche in italiano compitissime; che se per taluno 
venissero messe alle stampe, porto opinione che le 
lettere e la gioventiì studiosa ci guada gnerebl>ero 
nofì poco. 

X. Nel 1832 posto al governo della chiesa di 
Cesena Antonio Cadolini , dotto e famoso oratore 
(che trasferito quindi al vescovato di Ancona fu creato 
cardinale), a richiesta di lui, dalla rettorica passato 
ad insegnare teologia morale , soddisfece in modo 
maraviglioso al desiderio del vescovo, e al profìtto 
dagl'uditori. Correndo il 1851, fatto vescovo di Ce- 
sena Enrico Orfei chiaro per molti onori e incari- 
chi sostenuti, e di meriti sopra ogni elogio, a lui 
che teneva in gran conto chiese in grazia che alla 
scuola della teologia volesse aggiungere anche quella 
di giure canonico; ed egli, docile come era, non si 
rifiutò al piacere dell'ottimo prelato, e con ogni cura 
e diligenza fé l'una cosa e l'altra. 



XI. Se non che amando egli accesamente la pie- 
tà , e nulla avendo meglio né di piii sacro che lo 
spendere la vita per amore di Dio e dei prossimi, 
da che fu decorato del sacerdozio, con ogni brama 



204 

nd populutn dicere loto pectore concupi vi t. Quare 
conciones aplìssimas elucubrare aggressus, brevi tem- 
pore confecit, in qiiibus non de verbis tantum, ut 
nonnullorutn mos esi, sed magis de rebus labora- 
vil; quamquam et concinnas et politiores fuisse ex 
mullis accepi, qui et auribus exceperunt, et sapien- 
ter perpendere polerant- Has multis in oppidis, et ce- 
lebrìoribus ditionis pontificiae urbibus, sive diebus 
adventus domini nostri Jesu Christi, sive quadrage- 
simalibus, summu hominum frequentia habere insti- 
tuit , quibus sìbi magnam nominis cxistimationem 
vìndicavit. At quum campum longe patentissimum 
atque uberrimum sacrae missiones offerre videren- 
tur , iis tolum se dedidit , descriplasque conciones 
omnino posthabuit, nec iis postea uti passus est. Cui 
tamen dederit, cum in scriniis post obitum eius re- 
perir! non' potuissent, an fiamma combusserit, an 
alia ratione dissipa vorit, satis comperlum non habeo. 
XII. Maximum ubique ex sacris missionibus fruc- 
tum percepit; nam vilae sanclitas, morum innocen- 
tia et comitas, christianaeque charitatis arder incre- 
dibilem verbis suis vim addebant. In bis semper eru- 
diendi ac docendi populum partes sibi assumebat , 
atque vix dici polest quantum strenue adimpleverit, 
cum omnia nalurae doctrinaeque praesidia ad boc 
attulisse videretur. Stylo simplici ad vulgi aures et 
ingenia accomodato, doclis tamen nec rudi nec in- 
grato, ea quae ad decalogi praecepta spectant tra- 
debal , laxiore ambitu declarabat : interdum etiam 
ex notissimis aptas similitudines captabat, ut hcì- 
lius meliusque auditoruni oculis rem subiiceret : 
deinde mirabili sane facundia , et parva ut ita di- 



205 

desiderò di predicare al popolo. Per cui messosi a 
comporre prediche a bella posta, in breve le compì: 
ed in esse non tanto si die pena delle parole, come 
è il vezzo di molti, quanto delle cose: sebbene erano 
ed eleganti e pulite, a quel che seppi da parecchi 
che le udirono e potevano assennatamente giudicare. 
Predicò in molti paesi e nelle città più celebri dello 
stato pontificio o nell'avvento, o nella quaresima, ad 
affollatissima popolo , e si guadagnò grande rino- 
manza. Ma sembrandogli che le sacie missioni of- 
ferissero un campo assai più largo e fruttuoso, vi 
si dedicò tutto quanto; e poste in non cale le pre- 
diche che avea scritto, non ne volle usar più. A chi 
tuttavia le abbia date, non essendosi dopo la morte 
di lui potute ritrovare, o le abbia bruciate, o strap- 
paté, non so. 



XII. Dalle sacre missioni cavò dovunque gran- 
dissimo frutto; perchè la santità della vita, l' inno- 
cenza dei costumi, non che lo zelo della cristiana 
carità, rincalzavano d'assai le sue pai'ole. In queste 
faceva sempre le parti del catechista , e appena si 
può dire quanto valorosamente vi riuscisse, parendo 
che l'arte e la natura lo avessero fatto appunto per 
questo. Con istile semplice > adattato alle orecchie 
ed alla capacità del volgo, non rozzo per altro né 
sgradevole ai dotti, spiegava i precetti del decalogo, 
li commentava , talvolta vi applicava similitudini 
tratte da cose notissime, per metter meglio e più 
facilmente in sugli occhi degli uditori la cosa; e se- 
guitando, con facondia al certo ammirabile, e con 



20G 
cam sermonis declinatione, legrs praecepta ad usum 
revocans, de propri is officiis auditores conimonefa- 
ciebat, atque ut pravos relinquerent mores, virtulem- 
que amplecterentur, hortabatur. Omnes illum cupi- 
dissime audire, et ab ore dicentis pendere vidisses; 
nec fructus quidem aut tenues aut mediocres per- 
cipiebat, quod non sibi unquain, sed solius Dei be- 
neficio, et Virginis matris, quam miro amore a te- 
i>eris colere oonsueverat, prnesidio tribuebat. Exlat 
testimonium satis luculentum de ilio, quod hoc loco 
afferre minime dubitabo- Nam Cadolinus ipse, cuius 
in dicendo adhuc copia laudatur, affìrmare solebat, 
se neminem unquam audivisse, qui in tradendis chri- 
stianae doctrinae rudimenlis sumrna perspicuilate , 
ac simplici nitidoque oralioois genere Villanium an- 
lecelleret; neminem qui in magnam hominum fre- 
quenliam potentius latiusque dominaretur. 

Xni, Magisler pietatis optimus saepe etiam per 
slatos dies studio vilae potioris secedentibus ser- 
mones habere consuevit, nec solum quae ad mores 
corrigendos, et ad normam divinae legis confirman- 
dos pei'tinent exponebat, sed piissimis commenta- 
tionibus animos auditorum urgebat , vehemenliore 
oratione inflammabat , et in lacrimas ire cogebat. 
Nec mirum: nulla enim pars apostolico viro digna, 
ut antea dictum est , nulla dicendi facultas optimi 
oratoHs propria illi unquam defuit. Hisce laboribus, 
tantaquc mentis contentione, corporis constitutio la- 
befactari coopta est; quare supcriorum hortatu, quo- 
rum auctoritatem prò lege semper babuit, ab opere 
desistendum ratus, maiorem sacramcnlalibus confes- 



207 

piccola, dirò così, svolta di parole richiamava alla 
pi'atica i precetti della legge , avvertiva gli uditori 
dei propri doveri , e gli esortava a lasciare la rea 
vita, e abbracciar la virtù. Tutti gli avresti veduti 
ascoltarlo a bocca aperta e pendere dalle labbra del 
dicitore; né tenue o mediocre si era il frutto che 
ritraeva, e che non mai imputava a se, ina soltanto 
alla grazia di Dio, e all'aiuto della Vergine madre, 
cui fino da fanciullo fu usato di venerare e di ama- 
re tanto che fu maraviglia. Ne resta un testimonio 
assai luminoso che non temerò qui di registrare. Lo 
stesso Cadolini, di cui si loda ancora la facondia, so- 
leva affermare di non avere giammai udito alcuno, 
che nel fare i catechismi per chiarezza somma e 
per maniera di favellare semplice e nitido entrasse 
innanzi al Villani: niuno che avesse pili forte e piena 
signoria sopra la moltitudine. 

XIII. Eccellente maestro di spirito, come era, 
usò di predicare a quelli che si ritiravano per giorni 
stabiliti a fare gli spirituali esercizi: né solamente 
sponeva dottrine da correggere i costumi e confor- 
marli a norma della legge divina, ma con devotis- 
sime meditazioni scote va gli animi degli uditori , 
con calde parole gli infiammava e gli faceva pian- 
gere. E non è da stupirne: perchè noQ vi ha parte 
degna di un uomo apostolico, come si disse poc'an- 
zi , non facoltà di parlare propria ad ottimo ora- 
tore, che gli mancasse. Per tali fatiche e per grande 
intesa di mente la sua complessione cominciò a scrol- 
lare; per la qual cosa consigliato dai superiori, l'au- 
torità dei quali ebbe sempre per legge, a cessarsi 
da quella fatica, si mise con maggiore impegno a 



208 
sionibus excipicndis opeiam dodil: quo in ministorio 
singularis eius charitas et pi'udentia luirum in mo- 
dum emicuit. Neqae caetera saceidolis pientissimi 
officia Linquarn praetermittere passus est : quotidie 
enim sacrum facere, sacrum facienti adesse, horas 
canonicas i-ite pieque recitare: Sacramentutn augiis- 
lum per horae dimidiuiiì adorare, longis commen- 
lationìbus coelestia contemplari, conscientiam discu- 
tere, precibus opem divinain implorare in more ha- 
buit. Inter haec praeceptoris sapientissimi munia exe- 
quebatur: et qua erat doclrinae cupiditate, ne mo- 
menlum quidem temporis ad vires rePiciendas ne- 
cessarium in olio diffluere sinebat; sed a confessio- 
nibns excipiendis, caeterisque quas memoravi sacris 
exercitationibus, m] scholam, a schola ad studia, nulla 
intermissione progrediebatur, noctisque solidam par- 
tem diurnis horis adiungebat. 

XIV. Etsi vero lantis impeditus negotiis nunquam 
vacuus esse videretur, multis tamen gravioribus qui- 
dem rebus aliis vacabat. Anno octingentesiino tri- 
gentesimo quarto supra millesimum, oetavo kalendas 
decembris, inter canonicos ecclesiae caesenatis coo- 
ptatus, summa quotidie religione muneris sui vices 
luebatur. Quaesitor vicaria potestate perduellibus 
catholicae fidei vindicandis: item ecclesiae cervien- 
sis index synodalis , ac caesenatis synodalis iudex 
vice sacra suffectus, uti res postulabant intendebat, 
neque sibi unquam pepercit. Interea amicis non de- 
fuit, ignotis etiam opem suam petentibus ultro ad- 
fuit: cunctisque benefacere, Consilio et opera praesto 
esse toto pectore enitebalur , nec incommoda aut 
labores uniuscuiusque causa detrectavit. Facile alie- 



209 
confessare, e in tale ministero la singoiare carità e 
prudenza di lui maravigliosamente spiccò- Né per 
questo lasciò mai addietro cosa spettante alla pietà 
vera di sacerdote; ebbe in costume dir messa ogni 
dì, ascoltarla, recitare con la debita devozione l'of- 
fizio, adorare per una mezz'ora l'augusto Sagramen- 
to, tenersi in lunghe meditazioni sopra le cose ce- 
lesti, far l'esame di coscienza, volgersi pregando a 
Dio per aiuto- In questa compiva il dovere di sa- 
pientissimo maestro: e smanioso com'era d' istruirsi, 
non lasciava fuggire in ozio né anche un bricciol di 
tempo necessario al ristoro; ma dalie confessioni e 
dagli altri devoti esercizi sopra mentovati passava 
di tratto alla scuola, dalla scuola allo studio, e di 
buona parte della notte faceva giorno. 



XIV, Ma sebbene impedito da tante brighe pa- 
reva che non fosse mai disoccupato, pure attendeva 
ancora a molte altre cose più rilevanti. Nel 1834 a 
dì 24 novembre fatto canonico di Cesena, con tutto 
scrupolo osservava ogni giorno il debito suo- Dive- 
nuto vicario del s- offizio, come pure esaminatore 
sinodale di Cervia e pro-esaminatore sinodale di Ce- 
sena , secondo il bisogno si adoperava , né mai si 
risparmiava. In questo mezzo non mancò agli amici; 
a chi lo richiedeva di aiuto si prestava spontanea- 
mente anche senza conoscerli; far bene a tutti, gio- 
vare di consiglio e d'opera, era la sua ardentissi- 
ma cura, né per chicchcsifosse ricusò disagi uè sten- 
ti- Sentiva facilmente pietà delle altrui disgrazie, e 

G.A.T.CLX. 14 



210 

nis calamitalibus coinmovebatur, easque quantum in 
sua manu esset levare vel auferre studebat. Aegrolis 
et egenls ita praesens erat, ut nihii aliud magis in 
deliciis habere videretur. Sed cur omnia verbis pro- 
sequar ? Caetera sìlentio praeterire satius est , ne 
longius sermonem producam: multa enim dicenti , 
multa quoque dicenda succuirunt. 

XV. Hanc vitae rationem valetudine satis bona 
usus cum sequeretur, repente laevo laborare pede, 
caecoque tentari morbo cepit. Nam exeunte februa- 
rlo superioris anni gravi correptus dolore, cum pe- 
dibus insistere nequiret, lectulo se commendare coa- 
ctus est, Verum cum maximis dilaceratus cruciati- 
bus cubare non posset , in sella assidens ibi diu 
noctuque se tenuit, atque in summa dolorum acer- 
bitate summam patientiam prae se tulit. Nihil a ne- 
cessariis , amicis , familiaribusque quo sanìtati re- 
slitueretur praetermissum est: medici etiam, praeter 
qui in urbe erant, ex vicinia acciti: sed latentis vis 
morbi nullo medicamine vinci , nec leniri potuit. 
Tres ita menses transegit, et quanquam corpore in- 
firmo, invicto tamen pioque animo fuit. Solabatur 
amicos et affines , et quotquot invisebant; blandis 
etiam alloquiis , serenaque fronte cruciatns quibus 
vexabatur saepe tegebat. Pluries rite expiari et sa- 
crosanctis catholicae religionis mysteriis refici vo- 
luit. Assiduis precibus a Christo lesu Crucifixo et 
a Virgine Magna Perdolente, cuius amore loto vitae 
cursu deperire visus est, non corporis sed animae 
salutem enixe petebat: cumque coelestia solum inhia- 
ret, nil vehementius cupiebat, quam dissolvi et esse 
cum Chrislo. Decimo octavo kalendas quintiles, qui 



211 

studiava ogni modo possibile per mitigarle o ces- 
sarle. Agli infermi ed ai poveri poi era così beni- 
gno, che mostrava di non aver contento maggiore 
che spendersi in loro prò. Ma e a che dir tutto in 
parole ? Il resto mette conto non dire per non an- 
dare più per le lunghe: che piii se ne dico, e più 
ne resta. 

XV. Tenne questo tenore di vita finché fu bene 
in salute: quando all'improvviso gli venne male al 
piede sinistro, e non si sapeva che male fosse. Sul- 
l'uscire del febbraio dell'anno innanzi, preso da forte 
dolore, non polendo tenersi in sui piedi, fu costretto 
mettersi a letto. Ma per gli spasimi atroci non po- 
tendo giacere, fattosi porre in una sedia, vi stette 
dì e notte, e fra dolori acerbissimi ebbe una ras- 
segnazione incredibile. Dai parenti , dagli amici , e 
dai domestici, non si trascurò opera alcuna per ri- 
sanarlo: dei medici, oltre quelli della città, furono 
chiamati i più vicini; ma la violenza del male na- 
scosto non fu potuto per argomento alcuno vincere 
nò mitigare. Tre mesi passò così, e quantunque af- 
fievolito del corpo, pure dell'animo fu sempre saldo 
e pio. Consolava amici e parenti e quanti lo visi- 
vano: spesso con piacevoli parlari e con fronte se- 
rena dissimulava le pene che lo tormentavano. Volle 
più e più volte confessarsi e comunicarsi. Con con- 
tinue preghiere si raccomandava al Crocifisso e alla 
Madonna dei delori , di cui si mostrò innamorato 
tutta la vita, non già per la salute del còrpo, ma 
per quella dell'anima: e anelando solo alle cose ce- 
lestiali, non ardeva di maggior desiderio che di par- 
tire da quesCalbergOy e d'esser con Cristo. Il 14 di 



212 

dies nobis sempei' eiit acerbus , tanta vi morbus 
erupit, ut mortem imminere neminem ultra lateret. 
Sacro fuerat paulo ante infirmorum oleo inunctus, 
omnibusque ccclesiae sanctae donis instructus, quum 
subito et paene inopino exitu animam efflavit. Mala 
enìm gangraena, quae sponte serpere ceperat, vi- 
tiatis humoribus in tabem resolvit. Nemo buius viri 
mortem non luxit: et quantum civitali fuerit carus, 
moerore funeris perspectum est. Cui enim ammissio 
sacerdotis integerrimi et religiosissimi, nostris prae- 
sertim temporibus, non luctuosa accidere posset ? 
Cadaver eius funebri pompa elatum ac maiore in 
tempio expositum, iustisque de more persolutis, in 
patrum canonicorum sepuicro conditum est. 

XVI. Hominum sui temporis sive litteris sive 
dignitate clarissimorum amicitiis floruit, inter quos 
nonnullos honoris causa nominare ausim ; nam ex 
hoc etiam facile cuilibet patebit quanti fìeret, quem- 
que apud illos locum obtineret. Alexander Soli ca- 
nonicus, Ludovici Muratori immortalis nominis viri 
pronepos, inter familiares suos Dominicum retulit, 
multoque cum ilio litterarum commercio usus est. 
Carissimum etiam ac probatissimum habuere Mar- 
cus Antonius Parenti , Coelestinus Cavedoni , Au- 
gustinus Peruzzi, quorum in litteris fama insignis. 
Franciscus Gentilini , Raphael Bocci , Stanislaus 
Tomba, qui sibi Vijlanium adiutorem vicaria pote- 
state concupivit et saepissime postulavi!, antistìtes 
virtutibus et litteris praestantissimi illum in deliciis 
habuerunt. His addam lacobum lustinianum et 
Ioannem Iguatium Cadolinum purpuratos patres , 



213 

giugno , giorno sempre amaro per noi , il malore 
scoppiò sì fieramente che tutti sei videro in sugli 
estremi. Aveva poco prima riicevuto l'olio santo con 
gli altri conforti della chiesa, quando repentinamente 
e quasi all' improvviso morì , giacché la rea can- 
crena, che aveva cominciato ad insinuarsi liberamente 
avendo guasti gli umori, lo fini. Non vi fu chi non 
ne piangesse la morte : e quanto fosse nel!' amore 
dei cittadini, il corrotto dell'esequie lo dimostrò. K 
a chi in fé mia la perdita di un sacerdote integer- 
rimo e devotissimo potrebbe non venire dolorosa 
specialmente ai dì nostri ? Il cadavere fu trasportato 
ed esposto nel tempio maggiore alla solenne : ese- 
quiato giusta il costume, fu messo nel sepolcro dei 
RR. canonici. 

XVI. Fu neir amicizia dei personaggi più rag- 
guardevoli dei tempi suoi o per lettere o per dignità, 
fra i quali oso nominare alcuni per cagione di ono- 
re; che da questo pur anche si farà aperto ad ognu- 
no in quanto pregio egli fosse, e in qual grado ap- 
presso di loro. Il canonico Alessandro Soli, pronipote 
dell' immortale Lodovico Muratori , contò fra' suoi 
amici Domenico, e per lettera usò molto con lui. 
Lo ebbero anche carissimo ed amicissimo M. Anto- 
nio Parenti, Celestino Cavedoni, Agostino Peruzzi, 
celebri letterati. Francesco Gentilini, Raffaele Bocci, 
Stanislao Tomba, vescovi virtuosissimi e letteratis- 
simi, che lo desiderarono e più e più volte richie- 
sero per vicario , se ne deliziarono. Aggiungerò a 
questi Giacomo Giustiniani, Giovanni Ignazio Cado- 



214 

quorum alter perspicua praebuit benevolenliae suae 
indicia; alter ex quo cerviensem pontificatum ges- 
serai sibi devinxerat , plusquam dici possit , et ex 
animo dilexerat- Quanti vero fuerit apud eminen- 
tissimos episcopos Castilioneum et Cadolinum non 
solum quo tempore eaesenati ecclesiae praefuere , 
verum etiam poslea, iterum dicere supervacaneum 
est. Mittam alios qui et illum coluerunt, et singu- 
lari amore prosequuti sunt, ne longius quam deceat 
progredì videar. 

XVII. Statura fuit iusta , humeris nonnihii in- 
curvis: corpore satis vegeto, lata exporrectaque fron- 
te, facie ovata, capillo flavo, acribus ac caesiis ocu- 
lis, naso adunco. Quidam risus ingenuilatis suavi- 
tatisque plenissimus semper in eius ore efflorescebat. 
Incessus ac vestitus decorus, at modestiae et vere- 
cundiae testis. Sermone composito et facili, comi- 
tale et urbanitate summa utebatur: omnes huma- 
nissimc excipiebat. Candidus , apertus , sino fuco; 
amicitias officiis ac fide colebat. Idem benignus , 
liberalis, integritatis ac religionis custos tenax, de 
puerorum institutione egregie meritus , effusus in 
pauperes , frugi , abstinentissimus. Quid dicam de 
pietate eius in parentes, de charitate in fratres, de 
benevolentia in suos ? Omnibus iamdiu haec inno- 
tuere ; quod defunctorum laudes officio litterarum 
posteritati commendavit, vivos toto pectore ad extre- 
mum usque diem complexus est- De eius ingenio 
ac doctrina satis dictum arbitror: nihilominus unum 
addam, imaginem Ioannis Baptistae avuncuM , fra- 



215 
lini cardinali , il primo dei quali gli die a vedere 
chiaramente quanto bene gli voleva: il secondo fin 
da quando era vescovo di Cervia se lo aveva affe- 
zionato oltre ogni dire, e da cuore l'amò- Qual conto 
poi ne facessero gli emi vescovi Castiglioni e Ca- 
dolini, non pure in fino a che governarono la chiesa 
di Cesena , ma anche appresso , è inutile ripetere. 
Mi passerò degli altri che lo ebbero in pregio ed 
in amore speciale, per non essere piti prolisso che 
non occorre. 

XVII. Fu di una giusta statura, alquanto curvo 
di spalle, di corporatura ben vegeto; fronte larga e 
sporgente, faccia ovale, capelli biondi, occhi vivi e 
cilestri, naso aquilino. Gli spuntava sempre in bocca 
un sorriso tutto ingenuità e dolcezza. Dignitoso nel 
contegno e nel vestire, ma ad un tempo modesto e 
verecondo- Parlare aggraziato e naturale, garbato e 
piacevole quanto mai; faceva a tutti le più liete ac- 
coglienze, sincero, schietto, senza maschera: amico 
officioso e fedele. Così pure cortese, liberale, di una 
integrità e di una religione tenace; della educazione 
dei fanciulli assai benemerito ; tutto poveri , tutto 
bontà e disinteresse. Che dirò dell'amore che ebbe 
ai parenti, dell'affetto ai fratelli, della benevolenza 
ai suoi? Queste cose già tutti le sanno, perchè scrisse 
gli elogi dei defunti, amo i viventi fino all'ultimo 
respiro. Dell' ingegno e della dottrina di lui avviso 
di aver detto abbastanza. Ciò non pertanto aggiun- 
gerò che egli fu l' immagine viva di G. B. zio ma- 
terno, e di Paolo suo fratello. Della perdita dei quali 



216 

Irisque Paulli in se ad vivum expressisse. Quorum 
certe iactura frangi ac perpetuo contabescere debe- 
remus , nisi Karolos Paulli Dominicique germanus 
et Baptistae nepos, adhuc vivens, numeri damnum 
virtute ac doctrina summa pensaret- Utinam saltem 
hic diuturna vita frui, et tantorum virorum deside- 
rium quam diutissime nobis imminuere possit ! 



217 

noi dovremmo senza dubbio essere abbattuti e tra- 
fitti per sempre , se Carlo germano di Paolo e di 
Domenico, e nipote di Battista, ancora vivente, non 
iscusasse il danno del numero con la sua somma 
virili e dottrina. Oh ! che questi almeno possa vi- 
vere a lungo , e scemarne con la lunghezza della 
sua vita il desiderio di persone sì care. 



218 



VARIETÀ^ 



Civitavecchia e il suo ingrandimento quando nelVot- 
tobre 1857 la Santità di N. S- Papa Pio IX la 
visitava. 4.° Roma 1859. (Sono pag. 8). 

AJ uno scritto importantissimo non solo alla città 
di Civitavecchia, ma alla storia italiana, all'econo- 
mia e alle arti: e si deve alla penna del chiarissimo 
P. M. Alberto Guglielmotti, dell'ordine de' predica- 
tori , bibliotecario casanatense- Degno tributo di 
amore e di ossequio che l' illustre cittadino ha ren- 
duto alla sua patria. Fra le altre cose di singolar 
considerazione vi si parla del trovato dei moderni ba- 
stioni applicati al terreno, che dal Sangallo nel 1515, 
cioè prima del Sammicheli nel 1527, furono disegnati 
in un completo perimetro per chiudere ed ingran- 
dire Civitavecchia : di che sappiamo che darà una 
piij ampia dimostrazione nel lib- VII dell' insigne 
sua opera La marina pontificia. 



Pier- Alessandro Paravia e le sue lezioni- 8.° Mode- 
na 1858. (Sono pag. 28.) 

Non poteva il prof- Paravia, che i buoni ancor 
lamentano estinto anzi tempo, trovar lodatore della 



219 

sua vita , e giudice delle sue Lezioni di varia let- 
teratura, più competente del celebre professor Pa- 
renti autore di questo discorso. Noi invitiamo gì' ita- 
liani, specialmente giovani, a ben considerarlo per 
trarne profìtto di virtù e di vero gusto e spirito 
nelle lettere. 



Degli etruschi, e deW agricoltura, delV industria, delle 
arti presso i medesimi , discorso del conte Gian- 
carlo Conestabile professore di archeologia nelVuni- 
versità di Perugia, e presidente della pontificia ac- 
cademia delle belle arti della stessa città ec - 8." 
Perugia , tipografia Vagnini diretta da Giuseppe 
Ricci, 1859. (Sono pag. 48.) 

Fra i dottissimi dell'etrusco, che in questi giorni 
meritamente sono celebri in Italia e fuori, vuol certo 
annoverarsi il conte Giancarlo Conestabile perugino. 
Discepolo, amico, concittadino e successore del Ver- 
miglioli, ne mantiene egli nobilmente la scuola, come 
ben dimostrano le sue opere: le quali con ammae- 
stramento ed ammirazione si leggono pur da quelli 
che in cose di tanta oscurità e incertezza, massi- 
mamente quanto alle ragioni della lingua, non sanno 
ancora convenire in tutto nelle sue opinioni. Que- 
sto discorso è tale sì per erudizione, e sì per sa- 
gacità di ricerche e giudizi, che forse non ha il si- 
mile : e noi , senza tema di errare , lo reputiamo 
classico nella storia elrusca. 



220 

Della vila e deijìi scrini di GiambaUisla Bianconi , 
memoria- S-" Bologna tipografia alV ancora 1858. 
(Sono pag. 21 col ritratto del Bianconi.) 

Fra gli archeologi e grecisti del secolo XVIII 
un illustre nome acquistò l'ab. Giambattista Bian- 
coni nato in Calcara (comune bolognese) il 12 di 
maggio 1698 , e morto in Bologna il 13 di ago- 
sto 1781' Fu professore di lingua greca nell' uni- 
versità bolognese e custode del pubblico museo di 
antichità, seppe d'ebraico, e pubblicò varie opere, 
il cui giudizio è bello a leggere in queste memorie 
scritte dai valentissimo Luigi Fanti- 



Cenni per servire di guida ai forestieri nella ponti- 
ficia accademia di belle arti in Bologna pubblicali 
da Gaetano Giordani- - 12.° Bologna 1857, tip. 
Gov. della Volpe e del Sassi- (Sono pag- 64.) 

Negli scritti del sig. cav. Giordani non man- 
cano mai né la diligenza né il buon giudizio, es- 
sendo egli fra i più eruditi nelle cose specialmente 
delle belle arti, e tenendo con gran lode da molti 
anni rufficio d' ispettore dell' insigne pinacoteca del- 
l'accademia di Bologna. 



221 

Le odi di Anacr eonte e di Saffo tradotte dal padre 
lettore Bonaventura Viani dalla beata Chiara A. 
S- - 12.* Spoleto tipografia Bossi e Bassoni 1858. 
(Sono pag. 159.) 

Sono premesse diligenti vite di Anacreonte e di 
Saffo, né nmancano sobrie annotazioni alle loro odi. 
Della traduzione ecco un saggio- 

ODE XLV DI ANACREONTE 

Sopra gli strali d'Amore- 

11 dio dal tardo piede, 

A Venere marito, 

Di Lenno un dì sul lito 

Fabbricava gli strali al ci'udo Amor. 
La bella Citerea 

Tempravagli col miele, 

Ma li spargea di fiele 

Il cieco nume che ferisce i cor. 
Dalla battaglia intanto 

Tornava a quel soggiorno 

Marte, rotando intorno 

11 ferro struggitor delle città. 
E appena di Cupido 

I lievi dardi ei vide, 

Li sprezza, li deride, 

Sicché il fanciul stizzoso e fiei' si fa. 
E altro dardo prendendo 

In piglio aspro e furente, 



222 

Prova, disse, se ardente, 

Se grave è questo di tua lancia al par. 
In questo dir ei scaglia 

La stridula saetta, 

Che segno di vendetta 

A mezzo il cor va Marte ad impiagar. 
D'un bel sorriso il labbro 

Fiorì la dea di Gnido ; 

E rivolto a Cupido 

Il traccio dio, gettando un alto ahimè : 
Togli, disse cruccioso. 

Togli il tuo fiero strale. 

Che di troppo è fatale- 

E Amor; Tienlo in tuo core: egli è per te. 

ODE II DI SAFFO 
A Paone. 

De' numi al par beato 

Farmi colui che assiso 

A te, Faon, dallato. 

Si specchia al tuo bel viso, 

E di tua lingua snella 

Ascolta la favella. 
In estasi rapita 

Il cor mi balza in seno ; 

Farnetica, smarrita 

La voce a me vien meno 

In quel medesmo istante, 

Ch' io veggo il tuo sembiante. 



223 

Scorrere allor mi sento 

Entro le vene un foco, 

E tale io n'ho tormento, 

Ch' io non ritrovo loco : 

M'assorda un tintinnio, 

Né più parlar poss' io. 
Squallida nebbia scende 

Sull'occhio in pria giocondo, 

Vertigine mi prende, 

E par che roti il mondo : 

Tutto m* inonda il core 

Un gelido sudore. 
Al tremito funesto, 

Onde mia vita è presa, 

Smorta, coni'erba, io resto : 

E l'alma in due sospesa 

Non sa ben dir, se priva 

Io sia di vita o viva. 

Oltre ad Anacreonte e a Saffo ci dà pur tra- 
dotte il P. Viani r ode di Erinna a Roma , e le 
odi III , XXIV e XXXIV del libro I , e XIII del 
lib. II di Orazio. 



Annali d' Italia dal 1750 compilati da A. Coppi. 
Tomo IX dal 1846 al 1847- -8.* Firenze nella 
tipografia galileana di M- Cellini e C- 1859. (Sono 
pag. 280.) 

La diligenza e sagacità somma del cav. Anto- 
nio Coppi nel compilare gli annali d'Italia, in con- 



224 

tinuazione del Muratori, è a tutti ben nota. Que- 
sto tomo IX , pieno di grandi fatti candidamente 
narrati come appunto avvennero, è degno fratello 
degli altri iodati che lo precedettero, 



Navigatori italiani. 

lì sig. Pertz, bibliotecario di Berlino, ha sco- 
perto testé il giornale manoscritto di due naviga- 
tori genovesi Tedisio Doria ed Ugolino Vivaldi , i 
quali nel 1290 superarono il Capo di Buona Spe- 
ranza, cioè 207 anni prima di Vasco dì Gama. Erano 
però già noti i nomi dei due arditi navigatori : e 
sapevasi ch'essi scoprirono la prima volta le isole 
Canarie, le quali poi dimenticate, vennero nel 1341 
di nuovo trovate dall'altro ligure Nicolò di Becco, 
la cui memoria fu degnamente ravvivata a' dì no- 
stri in Europa negli scritti dell' illustre Spolorno. 



Ragionamento del foro romano e de' principali suoi 
monumenti dalla fondazione di Roma al primo se- 
colo dell'impero, del cav- Camillo- Ravioli. 8-° Boma 
tipografìa delle Belle Arti 1859. (Un voi. di car- 
te XXV e 193.) 

Il foro romano è tanta parte della storia della 
grande repubblica e del grande impero, che in esso 
non ha palmo , per dir così , il quale non ricordi 



225 

alcun fatto d'immortale memoria. Quanti dotti hanno 
preso a illustrarlo ! E nondimeno quanti problemi 
erano ancora restati privi di soluzione ! il sig. cav. 
Camillo Ravioli con quel!' acume d' arte che tutti 
conoscono, congiunto ad una singoiar pratica degli 
antichi scrittori , ha ora messo in luce questo 
ragionamento , cui ninno vorrà negare il pregio 
d' importantissimo : perciocché non solo ci dà h 
storia del foro e de' suoi notissimi monumenti, ma 
tutte anche risolve , o senza più verun dubbio , o 
con somma probabilità, le cose che tenevano so- 
speso il giudizio degli archeologi. Né vuoisi con ciò 
defraudare della lode ben meritata 1' altra opera , 
che pure in questi mesi si è pubblicata dal sig. Elì- 
sio Luigi Tocco col titolo di Ripristinamento del 
foro romano. 

Al Ragionamento del sig. Ravioli tengono die- 
tro le magistrali Osservazioni sulla topografia della 
parte meridionale del foro romano e de' suoi pili ce- 
lebri monumenti^ dimostrata in quattro tavole, ed il- 
lustrata da una veduta generale, deW architetto Gio- 
vanni Monliroli. 



Storia letteraria di Sicilia dei tempi greci, di Do- 
menico Scinà da Palermo, con annotazioni ed ap- 
pendici di Agostino Gallo suo antico scolare ed 
amico- 8." Palermo stamperia della vedova Solli 
1859. (Un voi. di pag. 392.) 

Attendevasi da molto tempo con vivo deside- 
rio quest'opera, la quale sape vasi essere stata la- 
G.A.T.CLX. 15 



226 

sciata inedita dal sommo Scinà. Non poteva in- 
fatti dubitarsi che non fosse degna e di tanto nome 
e della grande letteratura siciliana de' tempi greci: 
letteratura grande, ripetiamo, in tutti i rami del- 
l' umano sapere. Non furono siciliani Empedocle , 
Archimede, Dicearco, Ecfanto, Caronda ? Non fu- 
rono siciliani Stesicoro, Epicarmo, Teocrito, Mosco, 
Sofrone, Teognide, Filemone ? Non furono siciliani 
Lisia, Gorgia, Filisto, Timeo, e tanti e tanti altri 
di celebre fama ? Isola veramente privilegiatissima 
sempre ne' fasti dell' italiana sapienza. 

L'opera dello Scinà è qual credevasi dover es- 
sere, cioè ricchissima di dottrina, di nuove consi- 
derazioni e di critica. Aggiungansi le annotazioni 
del signor Gallo, che sono altresì di non lieve im- 
portanza. Il quale signor Gallo 1' ha ornata inoltre 
di tre appendici. La prima Sulle antiche leggi e sui 
legislatori greco-siculi ; la seconda Su i frammenti 
delle leggi di Caronda; la terza Intorno a Corace e 
a Tisia. 



Memorie storiche di talune costumanze appartenenti 
alle colonie greco -albanesi di Sicilia raccolte e 
scritte da Giuseppe Crispi, vescovo di LampsacOf 
professore di lettere greche nella regia università 
degli studi di Palermo ec. 8." Palermo tipografìa 
di Pietro Morrillo 1853. (Sono pag. 95.) 

Si leggerà con assai diletto e ammaestramento 
quest'operetta di monsig. Crispi , perciocché ricca 
di singolari notizie su tanti curiosi costumi greci. 



227 

pelasgici, che vanno tutto dì mancando nelle co- 
Ionie albanesi della Sicilia. Benché il libretto sia 
stampato nel 1853, nondimeno solo in questi giorni 
è giunto alle nostre mani per dono del celebre 
autore. 



Commenlario della vita e delle opere di Pompilio 
Pozzetti delle scuole pie, con lettere a lui indiriz- 
zale da celebri uomini e con vari elogi d" insigni 
scolopi in esse ricordati. Per Alessandro Checcucci 
dello stesso ordine- - S." Firenze nella tipografia 
calasanziana 1858. (Sono pag- 339, col ritratto 
del Pozzetti.) 

11 P. Pozzetti , letterato assai chiaro , nacque 
alla Mirandola nel 1760, e morì in Bologna nel 1815, 
essendo stalo professore nelle università di Modena 
e di Vilna , poi prefetto della biblioteca estense , 
ed in ultimo bibliotecario dell' università di Bolo- 
gna. Era ben degno che alcuno imprendesse a scri- 
verne la vita : ed egregiamente lo ha fatto il va- 
lentissimo suo confratello P- Francesco Checcucci, 
arricchendola delle lettere di molti uomini illustri 
che carteggiarono col Pozzetti, come a dire di Se- 
bastiano Canterzani , Salomone Fiorentino , Carlo 
Antonioli , Girolamo Tiraboschi , Gian. Cristoforo 
Amaduzzi, Everardo Audrich, Antonio Cerati, Gio- 
vanni Arrivabene, Giulio Bernardino Tomitano, Fran- 
cesco Aglietti, Angelo Fabroni, Saverio Bettinelli, 
Giovanni Andres, Luigi Cerretti, Giovanni Paradisi, 
Urbano Lampredi, Angolo Mazza, Antonio Gagnoli, 



228 
Giambattista Baldelli, Gaetano Del Ricco , Iacopo 
Morelli, Iacopo Baldovinelti, Michele Antonioli, Mel- 
chior Cesarotti, Sante Fattori, Simone Stratico, Mi- 
chele Vincenzo Malacarne, Francesco Soave, Gio- 
vanni Fabbroni, Tommaso Valperga di Caluso, Pie- 
tro Antonio Bondioli, Ferdinando Landi, Floriano 
Caldani, Luigi Uberto Giordani, Alberto Fortis, An- 
tonio Bertoloni , Luigi Bramieri , Pietro Ferroni , 
Gregorio Fontana, Melchiorre Delfico, Luigi Lanzi, 
Giambattista Savìoli, Carlo Amoretti, Isidoro Bian- 
chi, Paolo Costa, Vincenzo Monti, Giuseppe lacobi, 
Giuseppe Grimaldi , Giovanni Carmignani , Andrea 
Molza , Gioacchino Pessuti , Francesco del Furia , 
Francesco Fontana, Francesco Appendini, Giovanni 
Labus, card. Carlo Oppizzoni, Gian-Francesco Na- 
pione. Liberato Baccelli, Luigi Lamberti, Giuseppe 
Barbieri, Pietro Giordani, Gaetano Palloni, Giuseppe 
Luosi, Giuseppe Pagnini, Luigi Brera, Teresa Mal- 
vezzi, Luigi Baroni, Giuseppe Baraldi, Filippo Re, 
Silvia Curtoni Verza, Vittorio Fossombroni- 

Seguono gli elogi con molto amore, dottrina ed 
eleganza dettati di XVII illustri scolopi : e sono , 
Paolino Chelucci, Giovan Carlo Bossi, Eduardo Cor- 
sini, Bernardino Vestrini, Everardo Audrich, Carlo 
Antonioli , Gregorio Fontana , Stanislao Canovai , 
Gaetano Del Riccio, Iacopo Baldovinelti, Eustachio 
Fiocchi, Urbano Lampredi, Massimiliano Ricca, Eu- 
sebio Castiglioni, Luigi Baroni, Francesco Appen- 
dini e Liberato Baccelli. 



229 

De landibus rììarchionis loannis De Andrea , domo 
Neapoli, ex Troiae comilihus in Apulia , ex dtj- 
nastis aremanensium in Samnioy ad Hieromjmum 
S. R. E. cardinalem eiusdem praeclarissimi viri 
filium. 4. Romae 1859- (Sono pag. 12.) 

Intorno alla vita del marchese Giovanni d'An- 
drea molti scritti sono esciti alle stampe italiani e 
latini , ed alcuni di essi fregiano questo giornale. 
E veramente il d'Andrea fu uomo insigne e come 
ministro del re del regno delle Due Sicilie, e come 
assiduo promotore di civiltà , e dottissimo e reli- 
giosissimo. Aggiungasi ora agli altri scritti questo 
poetico latino del P. D. Tommaso Borgogno so- 
raasco: e già il solo suo nome vale un elogio. Esso 
è diretto al degno figliuolo del marchese, all'emi- 
nentissimo signor cardinale Girolamo, prefetto della 
sacra congregazione dell' indice , e personaggio di 
quell'alto animo e di quella rara cortesia che tutti 
onoriamo. Oh con qual valore il Borgogno ha sa- 
puto dire qui e qua in versi latini d'oro tante cose 
difficilissime a dirsi anche in huon italiano ! Ma non 
fa maraviglia chi ha lotto altri versi dell' illustre 
professore. Leviamone un saggio. 

lamque dies aderat, qua tandem sede recepta 
Munifica rex ipse manu daret ampia merenti 
Praemia Fernandus. Fidei nec defuit hercle 
Hic tantae: regni siquidem vix carperò habenas 
Littore trinacrio rediit, campestria iussit 
Olia deserere, et senis volventibus annis 
Fungier officio cui summa est eredita cursus 



230 

Publici, et ingcnio dignas ibi conderc leges, 
Quae simul et populi, et regalis commoda gazae 
Pt'ospiccrent. Dubiis nec iam rationibus ipse, 
llegis iussa sui caplans, boc munere sese 
Et dignum exhibnit, quin et maioribus aptum. 
Namque ipse assiduos impendens rite labores 
Sic vires oneri applicuit, sic mente animoque 
Inslitit, ut populi et regis sibi pectora amore 
Vinxeiit, ac celeri cuisn pervenerit illuc 
Robur ubi lantae fidei, ac solertia mentis 
Luce sua primis i'ulgeret honoribus aucta. 
Seditio sed enim patriis quae irrepserat oris, 
Atque iterum, vafris auctoribus, inclyta regna 
Miscere, et regem depellere contendebat, 
Ipsìus ante novis mentis clarescere nomen 
Causa fuit veterem in dominum, qui peotinus inde, 
Mensibus elapsis paucis est reddita postquam 
Tuta quies, iussit curare impendia regni 
Proventusque sui; populari namque tumultu, 
Milite et accito viduata aeraria nummis 
Insignem probitate virum ingenioque petebant, 
Cuius Consilio, atque animi virtute volentis 
Restituì possent, cupidasque avertere fiaudes. 
Munere qui fungi iussus, mirabile dictu est, 
Ut vigil ac prudens, ut servantissimus aequi, 
Nedum versutas comedonum diruit artes. 
Rebus et angustiis valuit succurrere fisci; 
Sed simul ut populi incolumis fortuna maneret, 
Cresceret atque novis band vectigalibus auctum 
Praestitit aes regni, quod nuper sumptibus impar 
Max etiam suffecit opes quibus ampia paterent 



231 

Tecla sodalitiìs sacris, ubi sumeret apte 
Pinguia doctrinae ac mornm praecepta inventas. 



// concetto della Divina Commedia di Dante Alighieriy 
dimostrazione di Francesco Berardinelli della com- 
pagnia di Gesù. 8.° Napoli , Gabriele Rondinella 
editore, 1859- (Un voi- di carte Vili e 406.) 

Questa bella e grave opera è tutta in dimostrare 
e mantenere la sentenza , già pur da altri difesa * 
che la Divina Commedia è poema essenzialmente 
religioso, nel quale non è che accessoria la parte 
politica. Lasciamo farne il sunto allo stesso valen- 
tissimo autore. 

» Sono due (egli dice a carte 488) le allegorie 
» della Divina Commedia. Nella prima l'autore de- 
» scrive un suo stato di miseria, simboleggiato nello 
» smarrimento per una selva , gli sforzi che fece 
» per camparne avviandosi verso un colle, e fìnal- 
» mente gli ostacoli, da' quali fu impedito, figurati 
)) da tre feroci animali, da una lonza, da un leone, 
» e da una lupa. Ma ciò che non potè, affrontando 
)) per diretto le fiere, ottenne compiutamente con 
y\ un viaggio straordinario, che colla scorta di Vir- 
» gilio fornì per l'Inferno e pel Purgatorio, e colla 
» guida di Beatrice pel Paradiso. Per tal maniera 
)) egli si schermì di quei mostri, e fu libero da' pe- 
j) ricoli di quella selva. 

» Questo viaggio pertanto costituisce la seconda 
» allegoria così strettamente intrecciata colla prima, 



232 

)) che il bene rappresentato da essa è procipna- 

)) mente ordinato a liberare dal male rappresentato 

» dall'altra. Però qual argomento piìi certo per av- 

)) verai'e la significazione della selva e degli animali, 

)) che fermare il significato allegorico delle tre can- 

)) tiche del poema ? E noi vedremo che il giro per 

» r Inferno significa la contemplazione delle pene 

» per indurre le disposizioni necessarie a ricevere 

» con utilità il sagramento della penitenza: siccome 

)) di fatto lo ricevè il poeta innanzi di essere am- 

)> messo nella porta, dove ha cominciamento il Pur- 

)) gatoiio. Vedemmo inoltre che il cammino di que- 

)) sto secondo regno è in figura ciò che debbe ope- 

» rare il penitente già prosciolto dalle colpe, che è 

)ì soddisfare per esse, diradicare gii abiti viziosi, ed 

» informare i buoni: ed ei lutto questo effettuò con 

» tanta perfezione, che il suo libero arbitrio potea 

» rendere immagine di quella dirittura primitiva , 

)) nella quale l'uomo nella sua origine fu creato da 

)) Dio. Finalmente stabilimmo che la elevazione del 

» poeta in cielo, nel senso inteso da lui, altro non 

)) è che perfetta contemplazione de' divini attributi 

» ed amore del sommo Bene, l'uno e l'altro cre- 

)) scenti a grado a gi-ado insino che l'anima venga 

» per forza di carità quasi a trasformarsi nell'ob- 

)) bietto del suo amore. Al quale stato di consu- 

» mata perfezione ei finse di essere condotto per la 

)) visione immediata dell' Essere divino , mercè la 

)) quale la sua volontà fu così armonizzata colla di- 

)) vina (in che sta la congiunzione dell'amore), che 

» quinci appresso il volere di Dio sarebbe il prin- 

» cipio e la regola di ogni suo movimento. 



233 

' « Ed or che può essere uno slato di miseria 

» direttamente opposto ai beni ottenuti pe' tre mi- 

)) steriosi viaggi, salvo che lo stato di peccato ? E 

» stato di peccato è dunque la dimora nella selva, 

» ed anzi di molti abiti peccaminosi: sì perchè il 

» mezzo di venirne libero fu affatto straordinario, 

» e sì ancora perchè Beatrice apertamente lo in- 

» dico. 

« La quale verità fondamentale per la intelli- 

» genza del concetto dantesco si fa chiaro eziandìo 

» per vari luoghi del poema, che danno il mede- 

» simo valore di significazione della selva. E così 

» vedemmo che Virgilio rese di un tanto viaggio 

» questa ragione a Catone, perchè altrimenti Dante 

» non saria potuto campare dalla morte sì tempo- 

» rale, sì eterna. E questa medesima necessità di 

» un mezzo così miracoloso toccò Beatrice ne' suoi 

» rimproveri a Dante per aggravare la sua reità- 

» Per simil guisa lo stesso Dante avvenutosi in 

» certa anima dell'ultimo girone del Purgatorio fé' 

» loro sapere che il suo cammino era ordinato a 

» cessare da se la cecità; e più in particolare si- 

» gnificò a Forese, che per tal via Virgilio lo rimo- 

)) veva dalla trista condizione di vita in che gli era 

» stato compagno ei medesimo innanzi che fosse 

» morto- Finalmente in Paradiso con amoroso af- 

» fctto ringraziò la sua Beatrice, perchè l'ebbe per 

» così nuovi ed insoliti modi liberato dalla servitù 

» e restaurato nella verace libertà: la quale libertà 

» poiché fu grazia di Dio, si deve per ogni ragione 

» inferire che la servitù, onde fu tratto, non altro 

» era che la schiavitudine del peccato- 



234 

« Messe le quali cose , le Aere , che distolsero 
)) il poeta dalla salita del colle, saranno senza dub- 
)) bio impedimenti contro il suo proposito di mi- 
» glìor vita. Imperciocché se la selva è simbolo 
» della vita peccaminosa, e perciò il colle, che è 
)) un termine alla selva contrario, deve rappresen- 
» tare un genere di vita nelle opere delle cristiane 
» virtù esercitata; le fiere, le quali impediscono il 
» cammino del colle, e risospingono verso la selva, 
)) vogliono essere necessariamente simboli di ten- 
)) tazioni. Più, sappiamo certo che Dante rappresenta 
)) nella sua particolare persona l'uomo in generale; 
)) saranno adunque simboli delle tre univeisali con- 
)) cupiscenze della nostra corrotta natura, che sono 
)) la lussuria, la superbia e 1' avarizia. E di fatto 
)) questi tre vizi o passioni abbiamo veduto essere 
» determinati dal poeta nella qualità e negli aggiunti 
)) delle sopraddette tre belve. 

« E più che dalle due prime dall'ultima ebbe 
)) contrasto: perocché secondo la dottrina della scrit- 
» tura e de' padri l'appetito delle ricchezze, o sia 
)) l'avarizia, è radice di tutti i peccati; e quanto a 
)) muovere gli animi, ha più forza e vigore di ogni 
» altra tentazione. 

« Ma se inoltre cotesta passione per cause spe- 
» ciali avesse più campo nelle civili comunanze , 
)) qual dubbio é che indurrebbe la universale cor- 
)) razione , valevole com' è ad ingenerare tutti i 
» vizi ? E così Dante divisò. 

« La Lupa adunque può essere considerata in 
» primo luogo come passione o tentazione dell' in- 
» dividilo , ed è il maggiore impedimento nel suo 



235 

» genero a restaurare la grazia di Dio, e perseve- 
» rare in essa. Può essere considerata in secondo 
» luogo come vizio signoreggiante nelle società, ed 
» è la cagione immediata di ogni pubblico male- 

« La Lupa, conforme a quest' ultimo rispetto, 
» ha nel poema un senso politico, il quale per altro 
)) nel valore del simbolo s'immedesima colla signi - 
» ficazione morale; ed appunto in questo secondo 
» senso disse Virgilio, che il tristo animale sarebbe 
» dal Veltro sterminato- 

« E vaglia la verità: il Veltro in tutto il poema 
)) si manifesta siccome personaggio politico, e pur 
» politica è la impresa che il poeta ne aspetta. Im- 
)) perciocché dovrà esso distruggere il mal governo 
» (cioè il guelfo) per lo quale l'avarizia (cioè la sim- 
» bolica Lupa) può tanto; ed indurre il buon go- 
» verno voluto da Dio (quello del monarca univer- 
» sale, o sia dell'imperatore), fondato nel principio 
» contrario, che è la remozione della cupidità. Il 
» perchè la Lupa, in quanto è obietto al contrasto 
)) del Veltro, rende anch'essa un concetto politico, 
» avvegnaché nel suo essere simbolico sia sempre 
» la stessa cosa, l'avarizia. 

« La idea politica, rappresentala ne' suoi termini 
» contrari del Veltro e della Lupa , non vizia per 
» nulla r unità del concetto religioso- Il concetto 
» religioso è il vero assunto del poema, perchè 
» sopra di esso , ed intorno ad esso , si versa la 
» sostanza delle tre cantiche- Per contrario il con- 
» cetto politico prende forma da un secondo ri- 
» sguardo, sotto il quale la Lupa è considerata dal 
» poeta, e che potrebbe formare il soggetto di un 



236 

)) altro poema: nondimeno è introdotto a far parte 
» della Divina Commedia, non pure per acconci epi- 
» sodi onde le si congiunge, ma inoltre quasi come 
» un soggetto ulteriore di essa. E sì per questo, e 
)) sì per quella riduzione che abbiamo detto dei 
» due concetti della Lupa in unica significazione 
» morale, la 'Divina Commedia rimarrà un esempio 
)) unico di poema, che colla massima varietà delle 
» pai'ti nella esecuzione accoppia la massima unità 
)) e semplicità della idea nel concetto. 

« Gli antichi comentatori , e Dante stesso , ci 
)) esposero in brevi sentenze l'assunto religioso del 
» divino poema: della idea politica non si curarono, 
» siccome quella che non era ne parte sostanziale 
)) dell'opera, né ultimo intendimento dell'autore in 
» quanto jjrotagonisla. Noi abbiamo dovuto scrivere 
)) un libro per dimostrare il concetto religioso , e 
)) dare al politico quel luogo che veramente gli 
» spetta. » 

Così l'egregio P. Berardinelli: nò al suo lavoro 
manca mai acutezza, dottrina e facondia. Noi con- 
veniamo generalmente con essolui ; salvo forse al- 
cuni dubbi che ancor ci rimangono in mente sul- 
r interpretazione di certe particolari allegorie, o sim- 
boli: e specialmente del Veltro, che noi fermamente 
crediamo con chiarissimi comentatori, dover essere 
un sommo pontefice, gran personaggio del pari re- 
ligioso e politico: cioè il beato Benedetto XI del- 
l'ordine de' predicatori. Solo con esso spiegasi age- 
volmente il vocabolo veltro, il feltro e feltro, e quella 
gran virtiì , non certo principesca del secolo , ma 
tutta religiosa e sacerdotale, che fece dire al poeta: 



237 

» Questi non ciberà terra né peltro, 
)) Ma sapienza e amore e virtute. 

Di che si è parlato altre volte in questo giornale, 
e ultimamente nel t. IX della nuova serie. 



Storia di S. Silvestro- Testo di lingua inedito puhli- 
cato secondo la lezione di un codice proprio da Mi- 
chele Meìga socio corrispondente delV /• e R. ateneo 
italiano di Firenze e della reale accademia pelorita- 
na di Messina- 8.° Napoli, tipografia e litografia dì 
Giovanni Limongi 1859. (Sono carte' XIX e 67.) 

Il signor Melga , giovane letterato napolitano , 
studiosissimo quanto altri liiai della lingua del no- 
stro trecento, ci diede nel 1857 pubblicata in Na- 
poli la Leggenda dei santi Cosma e Damiano scritta 
nei buon secolo della lingua e non mai fin qui stam- 
pata. Bel testo, sì per quell'aurea semplicità e gen- 
tilezza di dettato, che sempre innamora chi ha senso 
di tali cose , e sì per alquante voci da registrarsi 
utilmente nel vocabolario- Or ecco un nuovo gio • 
iello ch'egli aggiunge al primo; né men prezioso e 
splendente. Tutto v'è religione vera e viva, in mezzo 
a molt'oro di lingua, se non v' è fiore di storia e 
di retta critica. Ma tal'è la condizione delle anti- 
che leggende. 11 sig. Melga ha voluto qui ancora 
seguire la massima sua (anzi anche d'altri) del do- 
versi pubblicare gli antichi testi come appunto ce 



238 
li hanno tramandati i copisti: cioè colla loro orto- 
grafia, generalmente scempiata e bestiale, secondo 
r ignoranza d'uomini che facevano, non la profes- 
sione, ma il mestiere manualissimo di trascriver li- 
bri prima dell' invenzione della stampa. Noi abbiamo 
altre massime, e spesse volte ce ne occorse parlare 
in questo giornale. Ma sia che vuoisi, la leggenda 
ci sembra essere di non lieve importanza per la lin- 
gua, comechè non possiamo sempre convenire qui e 
qua sulle lezioni seguite dal valente editore: e v'ha 
luoghi pieni veramente di quell' antica evidenza ed 
efficacia di scrivere, che in tanta parte si è perduta. 
Valga l'esempio che qui rechiamo nella buona or- 
tografia. 

» Allora Costantino salì in su un gran carro, il 
» quale era tutto coperto di porpora, ed era tirato 
» da quattro cavalli bianchi, accompagnato da tutta 
» la baronia di Roma. E intrando Costantino nella 
» piazza di Campidoglio , tutte le madri de' fan- 
)) ciulli che dovevano essere morti, elle si spetto- 
» raron e scapigliaron e levaron sì gran pianto, che 
» parca il cielo e la terra tremasse- E piangendo 
» e battendosi le loro facce, i preti andaron innanzi 
» a Costantino, e gittaronsi ginocchioni dinanzi da 
» lui. 

» Vedendo e udendo Costantino così grande cor- 
» doglio, sì domandò i suoi baroni chi erano quelle 
» donne che facevano così gran cordoglio e lamento. 
» Rispose un barone: Queste son le madri de' fan- 
)) ciulli , che debbono essere morti per la tua sa- 
» nità, per avere il sangue loro tanto che lo va- 
)) sello, dove dei entrare per bagnare, sia pieno di 



239 

» lor sangue- A quella parola Costantino si comin> 
» ciò tutto a turbare e divenire pallido, e comin- 
» ciò a sospirare, e comandò a coloro che guida- 
» vano lo carro, che stessero fermi: e comandò che 
» tutta la sua baronia fusse dinanzi da lui. E quando 
» gli furon dinanzi, lo imperadore si levò ritto, e 
» disse ad alta voce queste parole : - Io vi dico, 
» signori, che la grandezza e la nobiltà dello im- 
» perle di Roma sì ha avuto nascimento dalla fonte 
» della misericordia e della pietà: però che li uo- 
» stri antichi comandaron che chiunque uccidesse 
» nullo fanciullo in battaglia, che incontanente gli 
» fosse tagliato il capo. Vu questa legge comanda- 
» ron che per tutto il mondo fosse osservata, però 
» ch'ella è giusta e ragiovevole: però che chi non 
y> usa (1) l'arme, non porta pena d'arme nel suo 
» corpo. E noi romani sempre siamo andati cer- 
» cando di combattere il mondo più per virtù di 
)) ragioni e di giustizia, che per virtù di forza di 
)) corpo e d'arme. E se noi siamo stati pietosi ai 
» fanciulli della gente barbara, la quale vive come 
» bestie , adunque quanta sarà la nostra crudeltà 
» più spietata se noi saremo dispietati e senza mi- 
» sericordia ai nostri figliuoli e ai fanciulli dei no- 
» stri vicini ? E che ci giova avere vinto per bat- 
)) taglia tutta la barbarla, se noi ci lasciamo vin- 
» cere alla crudeltà ? Però che vincere gente di 
» fuori di noi (2) si è fortezza e vittoria di vir- 
» tude e di belli costumi. Nelle battaglie corporali 



(1) 11 Melga legge userà. 

(2) Seguiamo il codice Fabbricatore. 



240 

» noi siamo siati più forti che tutte le genti del 

» mondo j ma in questa battaglia, se noi saremo 

» pietosi, saremo più forti che noi medesimi; ma 

» chi in questa battaglia si lascerà vincere , egli 

)) sarà vinto, essendo vincitore stato. E allora co- 

)) lui, ch'è stato vincitore , è vinto quando in lui 

» la crudeltà vince la pietà; e perciò in questo as- 

» salto e assalimento (1) io voglio che la pietà vinca 

» noi : però che noi saremo di tutte le genti del 

» mondo virtuosi (2) signori, se noi solamente ci 

)) lasceremo vincere alla pietà- E perciò, baroni e 

» compagni miei, io vi dico così in verità, ch'egli 

» nji mette meglio di morire e di perdonare la vita 

» a questi fanciulli innocenti, che di divenire sano 

)) avendo adoperata tanta crudeltà nella morte lo- 

» ro (3). E niente meno io non sono sicuro di gua- 

» rire per lo loro sangue: ma ben son sicuro che 

» se per me s' uccidono, guarisca o no, di rima- 

)) nere servo della crudeltà. E però io voglio rima- 

» nere servo della misericordia, e d'essa figliuolo e 

» della pietà: e comando che a ciascuna donna sia 

» renduto lo suo figliuolo (4). - E poi Costantino 

» ritornò al suo palagio, e fé aprire lo suo teso- 



fi) Il testo dice assilimento. Noi dubitiamo della lezione 
così di assilimento come di assalimento. 

(2) Il testo dice e signori. 

(3) Così leggiamo. Il Melga pone un punto dopo dive- 
nire sano. 

(4) Tal' è la nostra lezione. Quella invece del Melga è 
la seguente : e però io voglio rimanere servo della miseri- 
cordia e d' essa figliuolo e de la pietà. E comandò che a 
ciascuna donna sia renduto lo suo figliuolo ; e poi Gostan- 
Hno ritornò ec. 



241 

» ro , e fé gran doni di bellissime gioie (1) a 
» tutte le madri de' fanciulli che dovevano essere 
)) morti per lui, acciocché, come ell'eran venate a 
» Roma piangendo, aspettando la morte delli loro 
» figliuoli , così per contrario con allegrezza tor- 
» nassero a loro contrade cantando per li grandi 
» doni ch'avevano ricevuti da Costantino (2). E fa- 
» cendo dare danari per ispese per tutta la via , 
» e' rimandone tutte in pace. » 

Aggiungesi dal sig- Melga uno Spoglio di voci 
e modi di dire o mancanti al vocabolario o di con- 
siderazione non indegni' Intorno al quale oseremo 
dire al giovane egregio, che se ha voci e modi di 
dire da ben registrarsi nel tesoro della lingua, n'ha 
pure da rifiutarsi assolutamente, come cose che mo- 
strano assai chiaro, a noi sembra, la perversa fa- 
vella e r idiotaggine del copista. 



Vita di Vincenzo Bellini scritta dall'avvocato Filippo 
Cicconelti con ritratto e facsimile. 12.° Prato ti- 
pografia F. Alborqhelti e compagno 1856. (Sono 
pag. 111.) 

Molti elogi del Bellini sono stati scritti : tutti 
hanno però celebrato il suo magistero , e ninno 
ce lo ha fatto conoscere nelle intimità sue do- 

(1) E bellissime gioie legge il Melga. 

(2) Seguitiamo la lezione del codice Fabbricatore. Quello 
del Melga dice: così per contrario tornassero allegre per al- 
legrezza, e per li doni che avevano ricievuto da lui. 

G.A.T.CLX. 16 



242 

mesliche e civili. A siffatta mancanza ha riparato 
il sig. Cicconetti con una diligenza che vogliamo 
dire mirabile: essendosi dato con grande amore a 
far ricerca in Italia e fuori di ciò che sapevasi del- 
l' immortale maestro sì da' parenti e sì da' più in- 
timi amici di lui. L'opera è riuscita in tutto com- 
piuta: sicché noi usiamo in essa, per così dire, fa- 
miliarmente col Raffaello della musica, ed egli senza 
velo ci parla sì della sua religione e pietà figliale, 
sì delle sue beneficenze,, de' suoi affetti, de' suoi di- 
spiaceri , e sì in fine di tutte le ragioni delle sue 
opere. Ottimo è in ogni parte il giudizio dello scrit- 
tore e quanto alla musica e quanto alla vita ci- 
vile : e niuno sarà quind' innanzi presuntuoso di 
parlare o scrivere del Bellini senz'avere avuto alle 
mani il presente libro. 



Del potere temporale dei papi , pel visconte C De 
la Tour deputato al corpo legislativo di Francia- 
Libera versione italiana- 8-° Roma tipografìa della 
'Civiltà Cattolica 1859. (Un voi. di pag. 107.) 

Esce opportunissima quest'opera di nn generoso 
cavalier francese intorno alla più antica, legittima, 
necessaria e augusta potestà civile della terra. Quanti 
stolti sofismi, quante calunnie di setta, quante igno- 
ranze vi sono ridotte al nulla ! Né solo vi si tratta 
dell'origine che in tutto ebbe consentanea al diritto 
delle genti e pubblico l'autorità temporale de' papi, 
argomento già invittamente discusso pure dagli Orsi, 



243 

dai Borgia, dai Garampi, dai Marini e da altri dot- 
tissimi con quella critica, alla cui forza non siri- 
sponde più cosa che valga; ma vi si prendono an- 
che ad esama le savie istituzioni che reggono gli 
stati della chiesa , e le tante ottime riforme che 
non ha cessato mai di fare nel suo principato la 
bontà e sapienza del santo padre Pio IX. 



Programma del grande concorso Balestra che si giu^ 
dicherà nel MDCCCLX dalV insigne e pontificia 
accademia delle belle arti denominata di san Luca. 

L'insigne e pontifìcia accademia ha determinato 
di pubblicare il grande concorso Balestra di pittura, 
scultura ed architettura, proponendo i seguenti temi. 

PITTURA 

Prima classe 

Cleombroto, fuggitosi supplichevole nel tempio 
di Nettuno colla moglie e co' figliuoli, è rimprove- 
rato da Leonida pieno d'ira per essere stato da lui 
discacciato dalla patria. - V- Plutarco., vita di Agide 
e di Cleomene. 

Quadro ad olio in tela, lungo palmi cinque ar- 
chitettonici romani^ cioè metro \,ì 15; allo palmi quat- 
tro, cioè mefro 0,892- 



244 

Seconda classe 

La nutrice Euriclea riconosce Ulisse scorgendo 
nel lavarlo la sua cicatrice. - V. Omero , Odissea 
lib. XIX. 

Disegno in figura, in foglio lungo tre palmi ro- 
mani, sia metro 0,670; alto due palmi, o sia me- 
tro 0,446, non compreso il margine. 

SCULTURA 

Prima classe 

Marte furibondo per la morte del figliuolo Asca- 
lafo, sul punto di correre alla pugna per vendicarlo, 
è trattenuto da Minerva. - V- Omero, Iliade lib> XV. 

Gruppo di tutto rilievo, in gesso o in terra cotta, 
dell'altezza di tre palmi romani, cioè metro 0,670, 
non compreso lo zoccolo. 

Seconda classe. 

Andromeda, esposta allo scoglio per essere di- 
vorata dal mostro marino, è liberata da Perseo. - 
V. Apollodoro, Biblioteca lib. II, ed altri mitologi. 

Bassorilievo in gesso o in terra cotta, Inngo palmi 
romani cinque, cioè metro \,\\5;aUo palmi tre, cioè 
metro 0,670. 



245 
ARCHITETTURA 

Prima classe 

Un' accademia di belle arti da comporsi nella 
superficie di metri 130 per un lato , e metri 200 
per l'altro. 

Vi sarà, oltre alle scuole di pittura, scultura, 
architettura, ornato, prospettiva, storia ed anato- 
mia , la chiesa che occuperà un luogo distinto e 
centrale: il teatro per lo studio del nudo: le gal- 
lerie pe' quadri , per le statue antiche , e per le 
opere premiate: la libreria, l'archivio, ed una grande 
aula per le premiazioni; come anche l'abitazione del 
segretario e del custode, e quant'altro si stimerà con- 
veniente per un edificio destinato ad animare e per- 
fezionare lo studio delle arti belle- 

Tutto il composto dovrà rappresentarsi in due 
piante, in un prospello e in due sezioni- 

La scala sarà di due millimetri a metro per le 
piante, e di quattro millimetri per le alzate: usando 
a tal uopo fogli lunghi palmi ^j^^ , o sia metro 0,840; 
largo palmi 2 '/^g » o sia metro 0,576. 

Seconda classe 

Un grandioso e magnifico ninfeo da costruirsi 
nel fondo della piazza di una villa principesca ricca 
d'acqua, e posta quasi alla vetta di un monte- 

Dovrà essere decorato di portici, colonne, Vnu- 



246 

saici , statue , bassorilievi , marmi di vari colori e 
bronzi. 

// progetto verrà dimostralo in quattro tavole con- 
tenenti la pianta del ninfeo e delle condutture del- 
Vacqua, un prospetto, una o due sezioni^ e i parti- 
colari in grande scala di una parte delVedifìcio con- 
dotto a tutto effetto. I fogli avranno la medesima 
dimensione di quelli prescritti per la prima classe. 

ORDINE DEL CONCORSO 

Il giorno della solenne distribuzione de' premi 
verrà determinato con particolare avviso. 

Ogni artista , di qualsiasi nazione , potrà fare 
esperimento del suo valore in quella classe , nella 
quale non abbia ottenuto mai premio accademico 
in alcuno de' grandi concorsi capitolini. 

Le opere saranno consegnate al professore se- 
gretario perpetuo dell' accademia , nella residenza 
delle scuole accademiche a Rìpetta , il giorno 27 
di aprile 1860, dalle ore 5 alle 8 pomeridiane in 
punto. 

Ogni opera da presentarsi al concorso avrà scritta 
una epigrafe, e sarà accompagnata da una lettera 
sigillata, che conterrà il nome dell'autore, la patria 
e r abitazione, ed avrà di fuori ripetuta 1' epigrafe 
medesima, ond'è notata l'opera. 

Ne' giorni 28 e 29 di esso mese i concorrenti 
saranno sottoposti per sei ore, incominciando dalle 
8 antimeridiane, a prove estemporanee sopra temi 
tratti a sorte. 



247 

Queste prove, affinchè bastino a far conoscere 
se Topera presentata sia dell'autore che la presenta, 
consisteranno negli esperimenti che qui seguono» 

Per la pittura , nella prima classe , si farà un 
bozzetto d' invenzione nel primo giorno , alto un 
palmo e due once, cioè metro 0,268: largo un pal- 
mo e mezzo, cioè metro 0,335. Nel secondo giorno 
si dipingerà una mezza figura dal nudo (nella mi- 
sura così detta di Sassoferralo) a fine di avere le 
prove dell'esecuzione. 

11 medesimo, quanto a' noodelli , si userà per 
la pnma classe della scultura. 

Nella seconda classe poi della pittura si eseguirà 
un soggetto in disegno: e nella seconda classe della 
scultura un altro soggetto in bassorilievo: e ciò nel 
primo giorno. Nel secondo giorno si disegnerà da' 
pittori, e si modellerà dagli scultori, una parte dal 
vero. 

Nell'architettura, quegli che concorreranno alla 
prima classe dovranno nel primo giorno eseguire la 
pianta, l'elevazione o lo spaccato di un piccolo edi- 
ficio, in fogli lunghi tre palmi e un dodicesimo, cioè 
metro 0,688; larghi due palmi e cinque dodicesimi, 
cioè metro 0,539. I concorrenti alla seconda classe 
saranno sperimentati sopra un soggetto più facile, 
in fogli lunghi palmi due e dieci dodicesimi, cioè 
metro 0,633 ; larghi palmi due e un dodicesimo , 
cioè metro 0,464. 

Nel secondo giorno essi concorrenti della prima 
classe faranno una descrizione della fabbrica ope- 
rata estemporaneamente nel giorno innanzi: indi- 
cando il metodo di costruzione e dando qualche 



248 
particolanc in grande di una parte di essa fabbrica. 
E così faranno in proporzione quelli della seconda 
classe. 

Le opere de' concoisenti colle rispettive prove 
saranno esposte al pubblico nelle sale accademiche 
per otto giorni, prima del giudizio dell'accademia: 
e per altri otto giorni, dopo esso giudizio. 

L' accademia giudicherà le opere de' concor- 
renti inappellabilmente, ed in tutto secondo le di- 
sposizioni del cap. IV de' suoi pontifìcii statuti. 

Le opere premiate rimarranno in proprietà del- 
l' accademia, perchè sieno collocate nelle sue sale 
co' nomi degli autori. 

Il premio per le opere della prima classe della 
pittura, della scultura e dell'architettura, sarà una 
medaglia del valore di scudi romani centotrenla. 

Il premio per le opere delle seconde classi sarà 
una medaglia del valore di scudi romani seilanla- 

Dato in Roma dalle stanze accademiche questo 
dì 27 di aprile 1859- 

// Conte Palatino Presidente 
COMMENDATORE PIETRO TENERANI 

It* professore segretario perpetuo 
CAV. SALVATORE BETTI. 



9A9 

Programma del concorso Potetti die verrà giudicato 
nel MDCCCLIX daW insigne e pontificia accademia 
delle belle arti denominata di san Luca. 

11 chiarissimo consigliere e cattedratico dell'ac- 
cadeinia signor prof, cominendatore Luigi Poletti , 
già presidente, ha instituito per sua munificenza un 
concorso a vantaggio degli alunni delle scuole ac- 
cademiche di archittetura teorica e pratica da giu- 
dicarsi dai signori professori della classe architetto- 
nica dell' accademia medesima ; mediante il qual 
concorso, che s'intitolerà del nome dell'esimio in- 
stitutore, e si celebrerà di quattro in quattro anni 
in perpetuo, verrà conferita una pensione di venti 
scudi mensuali per un quadriennio a quel giovane 
alunno italiano, che ne sarà Stimato meritevole da! 
giudizio accademico. Qui seguono le condizioni. 

1." Non saranno ammessi al concorso quegli 
alunni romani o italiani dell' accademia che sieno 
maggiori di età d'anni 24, o minori d'anni 18- Per 
questo primo concorso verrà però tollerata l'età di 
25 anni. 

2.° Non saranno altresì ammessi quelli che hanno 
altra pensione maggiore, o eguale a scudi dieci ro- 
mani, conceduta loro, sotto qualsiasi titolo, da qual- 
che principe o governo, da qualche pubblico insti- 
tuto o collegio o accademia o comune o provincia. 

3." Dovranno i concorrenti aver frequentato le 
scuole accademiche di architettura teorica o pra- 
tica almeno per due anni. In questo primo concorso 
però il signor commendatore Poletti concede il pri- 



250 
vilegio di concorrere a tutti i presenti e passati alunni 
delle dette scuole, quantunque non abbiano fatto il 
biennio; purché sieno romani o italiani, e stati scritti 
nell'elenco d'una delle due scuole. 

4-.° 11 giudizio del concorso si farà in quest'anno 
il dì 15 di dicembre, dovendo gli alunni presentare 
il dì 10 al professore segretario perpetuo dell'acca- 
demia, nella residenza delle scuole a Ripetta, l'opera 
che verrà indicata nel presente programma, ed in- 
sieme la fede dell'età loro e della loro ammissione 
ad una delle due scuole accademiche di architet- 
tura superiore, e la dichiarazione di non avere al- 
tra pensione. 

5.° Ne' giorni 12 e 13 di dicembre verranno sot- 
toposti i concorrenti per sei ore alle prove estem- 
poranee, secondo un tema dato dai signori profes- 
sori della classe, ed estratto a sorte. Queste prove, 
affinchè bastino a far conoscere se l'opera presen- 
tata sia dell'alunno che la presenta, consisteranno, 
il primo giorno, nell'eseguirc la pianta, l'elevazione 
la spaccato di un piccolo edifìcio, in fogli lunghi 
tre palmi e un dodicesimo, cioè metri 0,688: larghi 
due palmi e cinque dodicesimi, cioè metro 0,539. 
il secondo giorno , nella descrizione della fabbrica 
già operata estemporaneamente, indicando il metodo 
di costruzione, e dando qualche particolare in grande 
di una parte di essa fabbrica. 

6.° Il giudizio , come si è detto , si farà dalla 
classe architettonica colla definitiva ed inappellabile 
approvazione dell' istessa accademia, secondo che si 
usa ne' grandi concorsi- 



251 

7." La pensione dell'alunno incomincerà a cor- 
rere il primo giorno di gennaio 1860, ed a lui verrà 
pagata ogni mese dal signor consigliere economo 
dell'accademia. 

8.° L'alunno pensionato dovrà presentare all'ac- 
cademia, e per essa al segretario perpetuo, un sag- 
gio de' suoi studi il primo giorno del mese di di- 
cembre d'ogni anno. - Nel primo anno darà egli di- 
segnati, colle misure scritte, gli avanzi di un clas- 
sico monumento antico di architettura romana, mi- 
suralo sul luogo, con alcuni particolari più in gran- 
de- - Nel secondo anno, il restauro di altro clas- 
sico monumento antico, parimente con particolari 
pili in grande. - Nel terzo anno, una grandiosa fab- 
brica , sacra o profana , tratta dalle opere de' più 
celebri maestri de'secoli XV e XVI, o di Roma, o 
di Firenze , o di Venezia , da esso espressamente 
misurata sul luogo, e disegnata con alcuni partico- 
lari più in grande- - Nel quarto anno finalmente 
un vasto progetto di sua invenzione sviluppato in 
tutte le sue parti. 

9." Chi non adempie gli obblighi degli articoli 
precedenti decaderà dal beneficio della pensione : 
sicché verrà aperto subito un nuovo concorso. 

10." L'opera premiata nel concorso e i saggi an- 
nuali resteranno in proprietà dell'accademia, e ver- 
ranno esposti nella prossima solennità delle altre 
premiazioni dell'accademia medesima. 



252 

TKMA DEL CONCORSO 

iJn ospizio de' poveri per 600 individui 
d' ambo i sessi- 

« Questo ampio fabbricato sarà diviso in quat- 
)) irò grandi parti atte a contenere quattro grandi 
» comunità separate fra loro: l'una di 120 vecchi 
» invalidi; l'altra di egual numero di povere vecchie; 
» la terza di 180 giovani orfani almeno di padre; 
» la quarta parimenti di 180 povere grovanette egual- 
)) mente orfane di padre- Tutte dovranno avere un 
» facile accesso alla chiesa grande, nella quale re- 
» steranno similmente divise fra loro, ed avrà perciò 
» l'altare nel centro per l'assistenza alle sacre funzio- 
» ni: se non che la comunità dei vecchi potrà essere 
» praticata anche dal pubblico. Ciascuna comunità 
» avrà per proprio uso quotidiano una piccola chiesa 
» cappella privata, un vasto refettorio, una inferme- 
» ria, grandi dormitorii, sale e loggiati di ricreazione 
» e passeggi, guardarobe parziali e magazzini. Quella 
)) delle fanciulle avrà inoltre le scuole di leggere e 
» scrivere, di aritmetica, di storia sacra e profana, 
)) e di musica ; un piccolo teatro , i laboratorii 
» femminili ed una lavanderia- Quella dei ragazzi 
» avrà similmente le scuole di leggere , scrivere , 
» storia, mitologia, elementi di disegno, di plastica, 
)) d'incisione, di musica ec-, un piccolo teatro e le 
» officine di arti e mestieri. 

» Un'altra parte di questo vasto fabbricato sarà 
» destinata all' amministrazione generale- E perciò 



253 

» vi sarà una decorosa abitazione pel presidente con 
)) alcune sale per le congregazioni, e per l'esposi- 
)) zione dei prodotti dell'ospizio, una biblioteca, la 
» computisteria e la segreteria. In questa parte si 
» comprenderanno inoltre le abitazioni del rettore, 
» dei priori, dei maestri, degl'impiegati e degl'in- 
» servienti. 

» Saranno altresì opportunamente collocate in 
» questo edifìcio una guardaroba generale , una 
» sartoria, una cucina comune con grandi dispense 
» e cantine, un macello, un forno, una spezieria ec. 

» Tutta la fabbrica dovrà svilupparsi in cinque 
» tavole: cioè due piante, due spaccati, ed un pro- 
)) spetto. Le scale dei disegni saranno metriche nel 
» rapporto di 1:500 per le icnografie, e di 1:250 
» per le ortografie ». 

Dato in Roma dalla residenza dell'accademia di 
s. Luca il 26 di marzo 1859. 

7/ Conte Palatino Presidente 
COMMENDATORE PIETRO TENERANl 

Il professore segretario perpetuo- 
CAV. SALVATORE BETTI. 



INDICE 



Maggiorana Dell'origine della fibrina. . pag. 3 

Ristoro d'Arezzo, La composizione del mondo. » 13 

Batista da Monte feltro e Malatesta Malatesti , 
Sonetti )) 26 

Santarelli e Denti, Lettere intorno a storie di 
fulminati » 34 

Vercellone, Del piti antico codice greco della bi- 
blioteca vaticana e dell'edizione che ne fece 
il cardinal Mai » 40 

Bomba» Caso di nevralgia del nervo sott' orbitario 
curata con la escisione del dott. Mazzoni- » 61 

Angelini, Notae funebres in parentalibus Ferdi- 

nandi II regis Neapolis et Siciliae . . » 110 

Narrazione dei reperti anatomici e chimici in due 
casi di avvelenamento commesso col cianuro 
di potassio unito ad un composto di acido os- 
salico » 119 

Mercuri , Lezione XVII sulla Divina Comme- 
dia )ì 137 

Secchi, Sui recenti progressi delV astronomia. » 155 

Montanari, Dominici Anlonii Villani vita [colla 

traduzione dell' ab- Quatrini). . . . » 186 

Varietà ...» 218 



IMPRIMATUR 

Fr. Th. M. Larco Ord. Praed. S. P. Ap. Mag. Socius 

IMPRIMATUR 

Fr. Ant. Ligi Archiep. Icon. Vjcesgerens 




Nel giornale si dà il sunto, o viene inse- 
rito l'annunzio, delle opere presentate in dop- 
pio esemplare alla Direzione. Esse debbono 
essere inviate franche d'ogni spesa di porto 
e dazio. 

Le notizie di scienze, di lettere, e di belle 
arti, quelle di scoperte utili per l' agricol- 
tura, industria ec, come anche i programmi dei 
concorsi accademici, dovranno similmente es- 
ser mandati franchi di posta alla Direzione. 



Chi si associa per dieci copie, o ne garan- 
tisce la vendita, avrà l'undecima gratis. 



GIORNALE 



DI 

SCIENZE, LETTERE ED ARTI 

TOMO CLXI 

DELLA NUOVA SERIE 

XV 



MAGGIO E GIUGNO 
1859 



c;)t 



ROMA 

TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI 
1859 



SCIENZE, LETTERE ED ARTI 



Comento, del passo di Dante dal verso 88 al verso 108 
del carilo XXV del Purgatorio, letto nelV adunanza 
di Arcadia del 15 settembre 1859.- 



D. 



uè cose avranno per avventura mal predisposto 
in verso di me l'animo vostro, o miei cortesi ascol- 
tatori: la natura del subietto da me i/npreso a trat- 
tare, e la pochezza delle forze mie. Questa sinistra 
impressione, ben fondata al certo per la seconda delle 
esposte cagioni , potrebbe anco per la prima non 
parere irragionevole. È mio intendimento però, pria 
che all'opera mi accinga, di accennare alcun che, 
onde e la prima di queste considerazioni si addi- 
mostri non dovermi tornar di pregiudizio, e dimi- 
nuiscasi, per quanto è possibile, la forza della se- 
conda. 

E quanto alla prima, il riflettere, che è da cin- 
que secoli ormai che si lavora sul comento di Dante, 
che letterati molti e di mollo valore vi si son de- 
dicati in tutti i tempi, che infinite bellezze negl' im- 
mortali suoi versi sono stale scoperte, molte e pre- 
ziose notizie ad illustrarli raccolte, parrebbe certo 
a prima giunta ragionevol fondamento per credere, 
che nuove cose difficilmonle si possan dire, e nulla 
più rimanga sapere sul poema sacro 



« Al quale ha posto mano e cielo e terra w 

A sciogliere tale obbiezione, di cui non discono- 
sco nò la naturalezza né la forza, potrei io tenermi 
in sulle generali, e non a torto rispondere che co- 
siffatta è la natura delle grandi cose, che di quanto 
pili chiarore s' illustrino, e pili cresce la brama di 
penetrarvi addentro , e sempre più nuove bellezze 
ivi si paiano, che per lo addietro non si erano scorte. 
Ma mettendo da parte un tal genere di risposta, li- 
miterommi soltanto a dire, come le chiose ed il- 
lustrazioni, che dalla più parie dei comenialori sono 
state fatte alla Divina Commedia, sieno o storiche 
dichiarazioni, o considerazioni estetiche, o, quel che 
più interviene, glosse meramente filologiche: pochis- 
simi han riguardato dal lato filosofico questo divino 
poema, che pur tanto di sana filosofia in sé acco- 
glie, e niun luogo di Dante è stato, quanto questo, 
sotto tal rispetto trasandato. F^a riparazione di tal 
negligenza, mentre è il motivo che m' induce a ce- 
mentare un tal passo, mi apre naturalmente in pari 
tempo, abbenchè su vieta' materia, un novissimo 
campo di discorso: ed ecco, credo io, tolta di mezzo 
la difficoltà che prima affacciavasi. Ma a valicar tanto 
mare basterà dia 

(( . . . la navicella del mio 'ngegno » 

e sarà questo peso a cui possano felicemente sob- 
barcarsi le mie spalle ? Confesso novamente esser 
questo ragionevol motivo a mala prevenzione in verso 



.J 
di me : pure se non intrinseche, estrinseche ragioni 
almeno vi sono, le quali se non valgano a distrug- 
gerla, saranno, spero, sufficienti perchè ne scemino 
la forza. E queste sono la cortesia vostra, dalla quale 
spero compatimento, e la brevità, cui attenendomi, 
per quanto mi sarà possibile, cercherò di meritar- 
melo. 

Divido il mio discorso in 3 parti. Nella prima 
esporrò la dottrina che Dante spiega nei 20 versi 
eh' io debbo cementare, e dimostrerò, nella seconda 
quanto sia essa commendevole se dal lato poetico 
si riguardi, nella terza come l'opinione poetica di 
Dante sia molto lungi dall'essere improbabile in fi- 
losofia, e nella filosofìa specialmente rischiarata dal 
lume divino della rivelazione. 

Passando Dante per la stretta via che dal sesto 
girone del purgatorio , ove castigasi il vizio della 
gola, mette alla settima ed ultima cerchia, ove pur- 
gasi il peccato della carne, viene agitato da un grave 
dubbio che poi manifesta al suo duca e maestro. Egli 
aveva visto nel suddetto girone i golosi esser puniti 
per fame e per magrezza: or ecco il suo dubio: 

« Come si può far magro 
Là dove l'uopo di nutrir non tocca ? » 

Il cortese maestro, che invitato avealo ad aprirgli 
la sua mente , gli accenna con due similitudini la 
soluzione della sua dimanda; ma poi riconoscendo 
quasi esser questa materia non da gentile , quale 
egli era, ma da cristiano e da spirito illuminato dui 
lunie della fede, si rivolge a Stazio poeta (che Dante 



6 

Unge esser morto cristiano, e già purgato tener ivi 
con esso loro la via che conduceva da quel monte 
al cielo) perchè voglia soddisfare il gentil desiderio 
del suo compagno , e dislegargli 1' eterna veduta , 
ch'esso aveva adombrato 

« Sotto'l velame degli versi strani. » 

Stazio, non potendo far niego al suo Virgilio, si 
accinge volenteroso a sciogliere il dubbio di Dante. 
Ed a ciò fare gli dispiega la teoria della generazione 
del feto umano, e gli dimostra com' esso pria di- 
venti animale, giusta il dettato aristotelico « prius 
fìt animai quam homo » e poi come 

«... d'animai divegna fante » 

ossia uomo, nella stessa maniera che Omero chiama 
l'uomo u.£pO(p cioè parlante. 

Dice adunque il poeta, la virtii attiva del seme 
paterno svolgersi pria in anima vegetativa e poscia 
in sensitiva, ma ambedue queste trasformazioni ac- 
cadere nel feto non in maniera perfetta, come ac- 
cade dell'anima vegetativa nelle piante, della sensi- 
tiva negli animali : e la ragione esserne perchè la 
pianta e 1' animale essendo solo destinati per loro 
natura a vegetar l'una, a viver l'altro, trovansi na- 
turalmente l'anima vegetativa nella pianta, la sen- 
sitiva neir animale pervenute già a riva, ossia alla 
loro ultima perfezione , e non essere in via come 
accade del feto umano, il quale è da natura desti- 
nato a vita superiore, e deve esser poscia informato 



7 
da anima intellettiva. Quindi è che con bella simi- 
litudine raffronta il poeta il sentire del feto a quella 
sensibilità che sogliamo scorgere nei funghi marini, 
i quali per lo allargarsi e stringersi che fanno la- 
sciano ravvisare in loro un qualche principio di lan- 
guida sensibilità , o di reazione alla irritazione in 
loro prodotta dagli oggetti esterni, per cui vengono 
detti dai naturalisti plantanimalia o zoofiti. 

A migliore intendimento di questo luogo si noti, 
che qui per anima vegetativa e sensitiva vuoisi in- 
tendere quello che dai moderni vien chiamato prin- 
cipio vitale , forza vitale , essendo usi gli antichi 
col nome di anima esprimere generalmente qual- 
sivoglia principio vivificante un organismo. S. Tom- 
maso dice: « Anima dicitur primum principium vitae 
in bis quae apud nos vivant. » (1) Segue Stazio: 

« Sì tosto come al feto 
L'articolar del cerebro è perfetto 

Lo motor primo a lui si volge lieto 
Sopra tant'arte di natura, e spira 
Spirito nuovo di virtiì repleto 

Che ciò che truova attivo quivi, tira 
In sua sustanzia, e fassi un' alma sóla 
Che vive e sente e sé in sé raggira. » 

Questo attirare che fa a sé V anima razionale 



(1) Summa th. 1. p. q. 75. a. 1, 



8 
delle attività preesistenti nel feto, viene dal poeta 
rischiarato a Dante con maravigliosa similitudine: 

(( E perchè meno ammiri la parola. 
Guarda il color del Sol che si fa vino 
Giunto all'umor che dalla vite cola. » 

E qui sono da avvertire alcune sviste di valenti 
comentatori. 

Paolo Costa dice, Dante seguir qui l'opinione er- 
ronea di alcuni antichi che con Platone pensarono 
tre anime racchiudersi nel corpo umano, la vege- 
tativa, la sensitiva e l'intellettiva. 

Il Venturi dice, Dante seguir la falsa sentenza di 
coloro che ammettono l'anima vegetativa divenire 
a gradi a gradi pria sensitiva e poscia intellettiva, 
a quella maniera che il lucido diviene più lucido 
ed il caldo più caldo, sentenza vigorosamente ri- 
gettata da S. Tommaso- 
Così pure ha interpretato questo passo Brunone 
Bianchi, il quale prendendo al rovescio il senso del 
paragone testé citato, si esprime così in una sua nota: 
« Lo spirito di Dio unito alla sostanza vegetativa 
e sensitiva diviene anima razionale come il raggio 
solare unito all'umor della vite si fa vino. » 

Niccolò Tommaseo da ultimo trova un inesat- 
tezza di frase nel dire « che lo spirito (sono sue 
parole) creato per essere intelligente tiri a so l'at- 
tività sensitiva, e non piuttosto se ne faccia stru- 
mento serbandola distinta da se. » 

Dante non ha detto affatto nò come vuole il 
Costa che sieno nell'uomo tre anime, né come vo- 



9 

gliono il Venturi ed il Bianchi che Tanima intellet- 
tiva sia la sensitiva a tal grado innalzata, e molto 
meno si discosta esso in questo luogo dalla dot- 
trina del dottore d'Aquino. Sentiamo il S. dottore. 

(( Dicendum est (così egli si esprime) quod anima 
intellectiva creatur a Deo in fine generationis huma- 
nae, quae simul est et sensitiva et nutritiva corruptìs 
formis praeexistentibus. » (1) 

Si poteva dire in miglior poesia ciò che S. Tom- 
maso ha detto in così bella prosa ? Non so poi come 
Paolo Costa non abbia avvertito quel 

« Passi un'alma sola 
Che vive e sente e sé in sé raggira. » 

Dante ha dunque detto in questo passo esser 
l'anima la forma sostanziale del corpo, esser l'unico 
principio di tutta l'attività umana : ossia ha detto 
l'anima razionale nell'atto di sua creazione ed in- 
fusione nel corpo, impossessarsi talmente di tutto 
r organismo che ne diviene 1' unico fonte di vita. 
Dottrina solida e vera non solo, ma e con precisione 
filosofica espressa. 

Il Tommaseo, che vuole accusar Dante d'inesat- 
tezza, è tanto inesatto nella sua nota che darebbe 
quasi a divedere non aver esso penetrato il con- 
cetto di Dante, e parrebbe volesse ammettere nel 
composto umano un principio di vita distinto dal- 
l' anima razionale: cosa da cui credo ben lontano 
l'animo dell'erudito ed illustre scrittore. 

(1) Summa th. 1. p. q, 118. a. 2. 



10 

Ma torniamo a Stazio. 

Dopo aver egli mostrato a Dante come l'anima 
razionale divenga il principio vitale dell'uomo, si fa 
più presso a sciogliere il dubbio di lui, e gli sog- 
giugne l'anima scioltasi dalla carne portarne seco e 
le potenze spirituali che Iddio in lei primamente 
pose, e le corporee potenze ch'essa attrasse in sua 
sustanza nell'unirsi che fece al suo corpo: e fornita 
di tali facoltà mirabilmente, ossia per opera divina, 
ritrovarsi ad una delle due rive , ossia alla riva 
d'Acheronte se dannata, se salva, alla riva 

« Dove l'acqua di Tevere s'insala, » 

e quindi andarne al luogo destinatole. 

« Tosto che loco lì la circoscrive » 

ed ecco il passo eh' io debbo comentare e che io 
riporterò per intero. 

({ Tosto che loco lì la circoscrive, 
La virtù formativa raggia intorno 
Così e quanto ne le membra vive. 

E come l'aere, quando è ben piorno 
Per l'altrui raggio che 'n sé si riflette, 
Di diversi color si mostra adorno. 

Così l'aer vicin quivi si mette 

In quella forma che in lui suggella 

Virtualmente l'alma che ristette- 



11 



E simiglìante poi alla fiammella, 

Che segue i) fuoco là 'vunque si muta, 

Segue allo spirto suo forma novella. 

Però che quindi ha poscia sua paruta, 
È chiamata ombra e quindi organa poi 
Ciascun sentire infìno alla vednta. 

Quindi parliamo e quindi ridiam noi, 
Quindi facciam le lagrime e i sospiri 
Che per lo monte aver sentiti puoi. 

Secondo che ci affiggono i desiri 
E gli altri affetti, l'ombra si figura: 
E questa è la cagion di che tu miri. » 

Così adunque spiega Stazio a Dante la magrezza 
da lui scorta nelle tormentate ombre dei golosi. 

Appena 1' anima si trova nel ricettacolo a lei 
destinato, la virtìi informativa che è in lei, e per 
la forza, di cui l'ebbe creandola Iddio dotata, e per 
le potenze della vita vegetativa e sensitiva che si 
ebbe attratte, raggia nell'aere circostante con quella 
intensione e per quella estensione , con cui e per 
cui raggiò nel corpo umano; e come il raggio solare 
spiega e distribuisce decomponendoli i vari colori, 
che implicitamente sono in lui, nell'aer piorno, os- 
sia, come spiega il Post. Caet., nell'aere pieno di 
vapori in cui esso percuota; così l'anima fa pren- 
dere al vicino aere quella forma ch'essa gl'imprimé, 
non come il suggello fa della sua figura nella cera. 



12 

ma virtualmente, ossia per virtiì che ha di così ope- 
rare, e quasi decomponendo la sua facoltà di sen- 
tire, organizza in quell'aere i cinque suoi sensi in- 
fino alla veduta distribuendoli, come nelle membra 
vive erano distribuiti. Questo nuovo aereo corpo non 
è informato dall'anima, ossia non vive per lei, ma 
sempre la segue come la fiamma il fuoco : questo 
vien chiamato ombra , questo a seconda de' vari 
affetti dell'animo, ride, piange, parla, e magro per 
fame apparisce. 

Questo ricoprirsi che l'anima fa dopo sciolta dal 
corpo , di aereo velo non garba molto a diversi 
comentatori, tra i quali meritano special menzione 
il P. Venturi ed il P. Cesari , e dai quali viene 
il pensiero di Dante or sotto il riguardo poetico or 
sotto il filosofico riprovato. 

Mostriamo prima ai nostri comentatori l'eminen- 
te bellezza di questo luogo considerandolo dal lato 
poetico- Oltre questo mondo sensibile pieno di tante 
meraviglie onde a noi si manifesta la gloria dell'al- 
tissimo Iddio, egli è certo, per verità a noi rivela- 
tane , esistere un altro mondo sovra sensibile , in 
cui di tanto maggiore risplende la potenza del Crea- 
tore, di quanto alle materiali sustanze le spirituali 
sovrastano. 

L' uomo, ente composto di spirito e di materia, 
è l'anello per cui questi due mondi insieme si coor- 
dinano: e parte nello stato attuale di vita di questo 
sensibile mondo, non ignora egli dovere un giorno 
far parte dell'altro sovra sensibile ove la sua anima 
immortale contemplerà con piiì larga veduta le glo- 
rie di Dio. 



13 

Come dissi l'esistenza di questo mondo di altri 
spii'itì creati e diversi dagli umani, di cui noi non 
abbiamo esperienza e che il filosofo potrebbe sol- 
tanto argomentar per analogia, è nondimeno certis- 
sima per la rivelazione da Dio fattane al nostro pro- 
genitore Adamo , e poscia ai patriarchi del popolo 
eletto- JNè altra può esser 1' origine delia costante 
tradizione che si osserva in tutte le religiose cre- 
denze, a cui corrompendosi die in braccio il genere 
umano, e che insegna l'esistenza dei geni buoni e 
dei geni malvagi. A questo mondo, come a condi- 
zione di essere a lui eternalmente destinata, sovente 
si rivolgono le aspirazioni del cuore dell'uomo. Ora 
come figurasi egli , e il perfettissimo Iddio di cui 
tutto il creato gli aununcia l'esistenza, e gli spiriti 
dei defunti di cui l'economia del morale ordine gli 
palesa l' immortalità, e gli altri creati spiriti che la 
rivelazione gli manifesta ? 

Limitato com' egli è , ed avendo esperienza di 
soli spiriti che con l'aiuto del corpo fanno le loro 
operazioni, ed in atti corporei traducono i moti della 
loro volitiva facoltà, non può esso rappresentarsi le 
spirituali sostanze che sotto forma e figura corpo- 
rea. Quindi nttribuisconsi da noi a Dio medesimo, 
eh' è purissimo spirito , e l'occhio onniveggente , e 
la bocca ond'esce il fiat creatore, e la mano rego- 
latrice del mondo: quindi agli angioli e ai demoni 
immaginiamo e benigne e truci sembianze: quindi 
ci figuriaamo le anime degli estinti come ancor ve- 
stite delle membra che pur lasciarono. 

Né solo è la nostra immaginazione costretta ad 
appresentarsi sotto forme materiali le spirituali so- 



14 

stanze, ma e, chi ben guarda, esiste nell'animo uma- 
no un'altra inclinazione che ci porta per converso 
a prestar vita ed anim^ a ciò che pure è animato 
ed inerte. Si direbbe quasi aver l'uomo un bisogno 
di riflettere la propria maniera di essere su tutti gli 
altri esseri da sé distinti, e aggiugner lui o corpo, 
od anima alle separate sostanze, giusto appunto per- 
ch'e' si ravvisa di anima e di corpo composto. 

11 Laharpe nel suo corso di letteratura antica e 
moderna ben rileva questo nostro irresistibile istinto 
cotanto coltivato dai poeti. « Oh ! qu' en ce sens, 
egli esclama , les poètes ont connu 1' homme bien 
mieux que n' ont fait les philosophes. 11 y a dans 
nous un fonds immense et intarissable de sensibilité 
qui ne demando qu' à se répandre, qui ne pouvant 
se contenter de ce qui est, cherche à se prendre à 
tout ce qui pourrait étre, veut tout interroger, tout 
animer, veut s'addresser à tout, et que tout lui ré- 
ponde ». 

Ora raffrontando queste due osservazioni, la ne- 
cessità cioè di dar sembianze corporee agli esseri 
meramente spirituali, e 1' inclinazione ad animare le 
materiali sostanze: e riflettendo in pari tempo alla 
natura dell'aria, elemento fluido e sottile e suscet- 
tiva di luce e di tenebre: spontanea ne viene l' in- 
ferenza, e ninna fra le materiali sostanze più con- 
venientemente dell'aria potersi animare dall' imma- 
ginazione dell'uomo, e ninna esser dell'aria più ac- 
concia a rappresentarci corporalmente sì, ma pur con- 
degnamente, le spirituali sostanze. E tale di fatti si 
è la tradizione sì religiosa e sì poetica, di tutti i po- 
poli del mondo, i quali hanno dell'aria nelle loro ap- 



15 

parlzioni rivestiti gì' iddii, gli angioli, i geni e gli 
spiriti degli estinti, e questi immaginati luminosi, se 
buoni, tenebrosi se malvagi. E dappoiché discorria- 
mo qui di bellezza poetica, dimostriamolo con gli 
esempì dei poeti- 
Di questi esempi riporterò solamente alcuni che 
risguardiao le ombre o i corpi aerei delle anime 
degli estinti, dovendo su questo argomento versar 
solo il mio discorso; pure non credo malfatto di av- 
vertir prima, come presso tutti i popoli pagani gì' id- 
dii ed i geni si sieno creduti apparire anch'essi sotto 
aeree sembianze. Sotto aereo corpo appariscono Mi- 
nerva e Tetide ad Achille in Omero, e sotto aereo 
e luminoso corpo si mostra egualmente ad Enea la 
madre Venere, la quale indica pure al suo figlio la 
Tritonia Pallade che 

(( Insedit nimbo effulgens et gorgone saeva ». 

Sensibile è poi oltremodo questa credenza nel mito 
d' Iride ch'era la messaggera degli dei. 

Questa era l'opinione dei pagani circa l'appari- 
zione degl' iddii ; ma anche presso di noi cristiani 
è opinione fondata sul consenso di presso che tutti 
i padri , che gli angioli i quali sonosi rivelati ad 
Abramo, a Lot, a Giacobbe, a Raffaele, a Daniele 
e ad altri, abbiano, per rendersi loro visibili , as- 
sunta una forma o corpo aereo. Di questa opinione 
si valse il nostro Tasso quando disse dell' arcan- 
gelo Gabriele che doveva apparire a Golfredo; 

« La sua forma invisibil d'aria cinse 
Ed al senso mortai la sottopose. » 



16 

Ma andiamo agli esempi risguardanti le anime de- 
gli estinti. 

Nel libro 23 dell' Iliade Achille vede 1' ombra 
dell'estinto amico, e dopo averle risposto in ciò che 
essa le dimandava, trasportato dall'affetto le dice: 

« Ma deh t'appressa, 
Ch' io t' abbracci, che stretti almen per poco 
Gustiam la trista voluttà del pianto. 
Così dicendo colle aperte braccia 
Amoroso avventossi e nulla strinse 
Che stridendo calò l'ombra sotterra 
E svanì come fumo, w 

Sbalordito allora il Pelide esclama: 

« Oh ciel ! Dell'Orco gli abitanti han dunque 
Spirito ed ombra ma non corpo alcuno ? » 

E di che mai sarà ella composta quest'ombra, 
a cui Omero immagina esser congiunto lo spirito 
degli abitanti dell'Orco ? Certo di aria. Imperocché 
non potrebbe altrimenti spiegarsi quell' 

« Amoroso avventossi e nulla strinse, w 

Cinte d'aria parimente sono le ombre e gli spet- 
tri delle anime che Ulisse vede nell'Erebo nell'un- 
decimo dell'Odissea e che Omero chiama eiSwXa, im- 
magini, sembianze. 

Così si spiega il vanire dell' ombra materna 
quando per ben tre volte Ulisse cercò di abbracciarla 



17 



Meglio e più esplicitamente di Omero si spiega 
Euripide nel verso 1020 dell' Elena: 

« è voìig 
A'^dvaxov zig «3aV«Tov ocùèp* à^ne<Jcàv. » 

Nel VI deìV Eneide Anchise, spiegando al pio suo 
figlio lo stato delle anime dopo la morte, gli dice 
purgar esse nell' Èrebo le macchie contratte per 
l'unione col corpo, e termina dicendo: 

« Donec longa dies perfecto tomporis orbe 
Concretam exernit labem, purumque reliquit 
Aetherium sensum atque aurai simplicis ignem ». 

Dove forse potrebbe intendersi per aurai simplicis 
ignem l'anima stessa, e per aelherium sensum il velo 
aereo di cui discorriamo. Nò altro che aereo po- 
teva esserlo spettro di Anchise medesimo, dappoi- 
ché mentre il pio Enea 

« Ter conatus ibi collo dare brachia circum, 

Ter frustra comprensa manus effugit imago 

Par levìbus ventis volucrique simillima somno ». 

(i.A.T.CLXI. 2 



18 
Idea già espressa con i medesimi versi da Vir- 
gilio nel secondo dell' Eneide quando l'eroe narra: 

« Infelix simulacrum atque ipsius umbra Creusae 
Visa mihi ante oculos et nota maior imago »: 

e benché con altri versi ripetuta pure nel IV delle 
Georgiche nel commovente episodio di Euridice e 
di Orfeo nell'atto in cui ella dispare: 

« Dixit et ex oculis subito ceu fumus in auras 
Commistus tenues fugit diversa, neque illuni 
Prensantem necquiquam umbras et multa volentem 
Dicere praeterea vidit ». 

Così pure Lucano fa svanire l'ombra di Giulia ch'era 
apparsa nel sonno a Pompeo: 

a Sic fata refugit 
Umbra per amplexus trepidi dilapsa mariti n. 

Era dunque credenza presso i greci ed i romani 
che le anime degli estinti si rivestissero di aria: e 
a maggior prova di ciò ci può servire anche l'au- 
torità di Giuseppe Flavio, il quale fa dire a Tito Ve- 
spasiano in una sua conclone a' militi: « Quis enim vi- 
rorum fortium nescitanimas ferro in acie a corporibus 
solutas purissimo aetheris elemento Inter astra collo- 
cari ? )) Quindi, come dissi, il nome che alle anime 
dei morti si dette d' s'cSwXa presso i greci, di simu- 
lacra, umbrae, larvae, nianes presso i latini- 



J9 

E di questa credenza si vale il cortigiano Ovidio, 
il quale nel III dei Fasti fìnge che Vesta abbia tolto 
il vero Cesare ai colpi dei pugnali de'congiurati e 
sostituitavi l'ombra sua. Così egli f;i parlar Vesta: 

« Ipsa virum rapui, simulacraque nuda reliqui: 
Quae cecidit ferro Caesaris umbra fuit ». 

E per portare anche esempi di una razza di popoli 
differente dalla greca e dalla latina, i celti di Ossian, 
come ci narra il Cesarotti , popolavano e per così 
dire impregnavano l'aria di spiriti, e alle anime de- 
gli estinti destinavano aereo corpo or fra le nubi 
luminose, or fra la nebbia, a seconda delle buone o 
malvage azioni per cui si distinsero in vita. 

Così risponde Ossian all'ombra di Conlalh che 
non veduta parlavagli: 

« Oh ! potess' io vederti 
Con gli occhi miei mentre tu siedi oscuro 
Nella tua nube. Or di ' somigli, amico, 
Alla nebbia di Lano, oppure ad una 
Scolorita meteora ? E di che sono 
Della tua veste i lembi, e di che fatto 
E l'aereo tuo arco ? » 

Ed ecco come 1' ombra di Cairbar s' appresenta a 
Cathmor: 

u Venne Cairba a'sogni suoi ravvolto 
In fosca nube, che per vesta ci prose 
Nel grembo de la notte ». 



20 

E di aria pure rivestiva Shakspeare le sue ombre. 
Neir Hamlet egli fa apparire ad Amleto l'ombra 
del padre. In veggendola Amleto si rivolge agli an- 
gioli del Signore che lo difendano, e dice allo spi- 
rito, ch'egli vuole parlargli, sia desso o coperto dalla 
nebbia d' inferno o rivestito di aria celeste: 

<( Bring wìth thee airs from heaven or blasts from hell 
I will Speak to thee ». 

Ritorniamo ora al nostro passo di Dante ed osser- 
viamone l'eminente bellezza. 

Dante non ha solamente immaginato che le ani- 
me degli estinti si mostrassero a'suoi occhi, per i 
tre regni ch'esso visitava, sotto aeree sembianze. Se 
a ciò egli si fosse limitato, non avrebbe fatto che ob- 
bedire ad una necessità del suo poema imitando al 
tempo medesimo il suo autore Virgilio, e nulla sa- 
rebbe in esso da osservarsi che sugli altri poeti il 
distinguesse. Ma no. Dante non si è a questo limi- 
tato. Egli non solo ha seguito la tradizione poetica, 
ma ha cercato di darle un valore scientifico, ed ha, 
per così dire, realizzato le fantasie della nostra im- 
maginazione. Gli altri poeti hanno rivestito sì di ae- 
ree forme le anime dei morti, le hanno fatte appa- 
rire e disparire come ombre e sogni, 

ma non si son curati affatto di rendere una ragione 
di queste loro immagini, paghi di secondare le incli- 
nazioni dell'umana natura- 



21 

Dante segue pur esso l'esempio degli altri poeti; 
ma pria di abbracciare questa tradizione dell'arte , 
esso l'assoggetta all'esame della ragione, e procura 
così all'animo del suo leggitore la maggiore delle 
soddisfazioni, mentre gli rappresenta come cosa reale 
e salda quelle immaginazioni, in cui esso riconosceva 
forse un argomento di umiliazione per la sua limi- 
tata natura. 

Né solo si resta egli al dimostrarne come corri- 
sponda alla verità lo immaginare che i poeti fanno 
di questi aerei corpi onde l'anime dei morti si ri- 
cuoprano, assegnandone la ragione nella virtù infor- 
mativa dell'anima che allo sciogliersi del corpo 

« Seco ne porta e l'umano e 'I divino » 

e che con detta sua virtù 

« raggia intorno 
Così e quanto ne le membra vive: » 

ma vuol soddisfare ancora il desiderio che natu- 
ralmente sorgerebbe nell' animo nostro di sapere 
come ciò accade , e ci spiega lo assumere che fa 
l'anima di questa sua « forma novella » con quella 
elegante e sorprendente similitudine dell'aere che 



Per l'altrui raggio che 'n sé si riflette, 



« quand' é ben piorno, 
raggio che 'n sé si rifle 
Di diversi color si mostra adorno. » 

Chi è che non senta la bellezza poetica di questo 



22 

passo ? Chi è che non si trovi costretto a dire di 
questo divino poeta 

« Che sovra gli altri co m 'aquila vola ? » 

Toccava proprio al P. Venturi il trovar biasimo 
dove altro che lode, e somma lode, non pò tea rin- 
venirsi, e notar questo sublime luogo di Dante con 
un « e passi per finzione poetica » pronunziato con 
sentenza di Aristarco. 

Ma questa finzione di Dante è poi ella disprez- 
zabile in filosofia ? Ed eccoci alla terza ed ultima 
parte del nostro discorso. 

E primieramente voglio notare due argomenti 
estrinseci che doveano ritenere almeno i nostri co- 
mentatori dal pronunziare con tanta avventatezza 
la condanna di Dante. 

Il primo si è Io esser stato Dante non solo poeta, 
guerriero in Campaldino, e grande magistrato, ma 
grandissimo scienziato e teologo dell'età sua. Por- 
terò in conferma di ciò due autorità, l'una del guelfo 
Villani che dice: « Questo Dante fu onorevole an- 
tico cittadino di Firenze fu grande letterato 

quasi in ogni scienza e fu sommo poeta e filosofo- » 
L'altra di Giovanni da Serravalle vescovo di Fermo, 
il quale ad istanza del card, di Saluzzo e di vari 
vescovi inglesi, ch'esso conobbe nel concilio di Co- 
stanza, tradusse in latino il poema di Dante, e in una 
delle note aggiunte alla sua traduzione dice: 

(( Danles se in iuventute dedit omnibus artibus 
liberalibus studensPaduae,Bononiae, demum Oxoniis 
et Parisiis, ubi fecit multos actus mirabiles in tao- 



23 

tum quod ab aliquibus dicebatur magnus philoso- 
phus, ab aliquibus magnus tbeologus. » 

L'altro estrinseco argomento dovea essere l'os- 
servare come tale opinione non fosse stata da Dante 
novellamente escogitata, ma opinione comune a molti 
antichi filosofi ed a molti degli antichi padri della 
chiesa. Porfirio, Plotino, Psello, Proclo, Filopono 
furono di questa opinione; di questa opinione fu- 
rono Tertulliano e avanti di lui santo Ireneo, Me- 
todio, Clemente Alessandrino, e lo scolare di que- 
st'ultimo, Origene la cui sentenza viene riferita da 
santo Agostino nel libro « De Genesi e. 32. » E 
benché il S. Dottore non la creda degna del suo 
assenso, pure è ben lungi ó'àì crederla meritevole 
dì condanna, e si limita a lasciarla problematica di- 
cendo « ostendat qui potest. » 

Ne è da passar sotto silenzio, abbenchè ormai 
screditata, l'opinione di altri antichi filosofi, i quali 
a spiegare il commercio dell'anima col corpo im- 
maginarono un quid medium tra l'anima e il corpo 
a simiglianza del mediatore plastico del Cudworth, 
e che viene da lerocle chiamato ne' suoi Comentari 
ad aurea Pythagorae carmina 

« IIvsu/xaTJxòv oX>jf-« rvjg Xoyjxijg i/'uxvjg. » 

Questo spirituale od aereo veicolo dell' anima 
pensavano i detti filosofi che all'anima si conservasse 
anco dopo la sua separazione dal corpo; onde è fa- 
cile lo scorgere una grandissima affinità tra questa 
opinione e l'altra di sopra accennata. 



24 

Oltre la nota opera del Cudworth potrebbero con 
profitto su tal proposito consultarsi il Dan Witten- 
bach nella sua opera « De quaestione quae fuerit 
veterum philosophorum scntentia de vita et statu 
animarunn post mortem corporis: » e lo Struve nella 
sua « Historìa doctrinae graecorum et romanorum 
philosopborum de statu animae post mortem. » 

Doveva adunque e la riputazione filosofica di 
Dante ed il cumulo di tante autorità che a favor 
suo militavano far più ritenuti i suoi censori dal 
pronunziare così ricisamente l'ostracismo di tale opi- 
nione. Ma ed intrinseci argomenti vi sono, dai quali 
rilevasi non potersi dire improbabile cosiffatta opi- 
nione. 

Dimostriamolo. 

Egli è certo per l'esperienza, tale essere nel pre- 
sente stato di vita la natura dell'anima umana che 
in tutte le sue operazioni debba servirsi del con- 
corso del corpo eh' ella informa. Però che in due 
maniere è l'anima umana allegala (per usare l'espres- 
sione di S. Tommaso) al nostro corpo: e come ad 
organismo ch'ella debbe informare, e come ad istru- 
mento di sue operazioni. Sì : lo intendere, il volere 
sono operazioni proprie esclusivamente dello spirito, 
e gli spirili a noi superiori, come gli angelici, in- 
tendono e vogliono senza bisogno di alcun mezzo 
a loro estrinseco. Ma lo spirito umano, ch'essenzial- 
mente dall'angelico si differenzia per la unione del 
corpo cui esso informa, unione onde solo l'uman 
supposito risulta, col concorso di questo suo corpo 
dispiega nello stato presente di vitale sue spirituali 
operazioni- È ciò, com' io dissi, certo per espe- 



25 

l'ienza: ed argomento massimo n'è la differenza che 
noi veggiamo esistere da uomo ad uomo, e in un 
uomo medesimo da uno ad altro stadio dì vita , 
nella minore o maggior forza d'intelligenza, nella 
minore o maggior energia di volontà. 

Egli è però egualmente certo pel filosofo, nella 
separazione che accade in morte dell' anima dal 
corpo, dover quella sopravvivere alla dissoluzione di 
questo. Ammettere l'anima umana mortale sarebbe 
il medesimo, che disconoscerne la natura semplice 
e spirituale , sarebbe il medesimo che voler rove- 
sciare l'ordine morale della divina provvidenza. 

Ciò posto, se l'anima è per sua natura immor- 
tale, se cessa ella in morte dall'esser forma vivifi- 
cante il corpo , come eserciterà ella nel suo stato 
avvenire quelle operazioni, nelle quali aveva per sua 
special condizione bisogno del concorso del corpo ? 
Pitagora e Platone, i quali (a spiegar forse la guerra 
che ora esiste tra la legge della ragione e quella 
del senso) immaginarono le anime nostre altro non 
essere che spiriti celesti cacciati dalle stelle nei corpi 
perchè purgassero loro colpe e purgatele ritornas- 
sero alle stelle, ed i quali ammettevano per tal modo 
il corpo non essere di aiuto ma sì d'impaccio alle 
operazioni dell' anima, hanno detto, conscguente- 
mente a questo loro sistema, che disciolto l'animo 
da questo carcere di materia, e più libero trovereb- 
besi nello sviluppo delle sue spirituali facoltà. 

II sistema è evidentemente falso: ma la conse- 
guenza n' è seducente, ed è stata si può dir quasi 
dall' universal dei filosofi abbracciata. Pur tuttavia 
a me parrebbe tale opinione , acconcissima sì per 



26 

uno squarcio d'eloquenza, non andai- troppo d'ac- 
cordo col linguaggio dei fatti, col linguaggio della 
ragione, col linguaggio della fede. 

Non mi pare in prima andard'accordo col linguag- 
gio dei fatti. Se l'anima sciolta dal vincolo del corpo 
fosse più libera ad operare, e però più perfetta e 
felice, e perchè mai riterrebbesi da tutti gli uomini 
esser la morte il massimo dei mali ? Perchè desi- 
dererebbe l'animo nostro di riavere quando che sia 
questa terrena vesta, che sa di dover lasciare nella 
morte ? Desiderio pur naturalissimo a noi e che con 
tanto gentili versi espresse il Petrarca nell'atto che 
ci dipinge Laura beata nel cielo che pur gli dice: 

« Te solo aspetto e quel che tanto amasti, 
E laggiaso è rimaso, il mio bel velo. » 

Né consona egualmente alla ragione potrebbe pa- 
rere tal teoria. Dappoiché se sciolta dal corpo l'ani- 
ma umana non solo cessasse dall'esserne forma, ma 
potesse anco esercitare le sue facoltà senz'uopo di 
alcun mezzo corporeo, muterebbesi di troppo il suo 
modo di essere ed il suo modo d'operare, né più 
esisterebbe la differenza che l'anima umana distingue 
dalle separate ed angeliche, in quanto cioè l'anima 
umana avrebbe in se non solo il principio ma e lo 
sviluppo di sue operazioni. 

Questo argomento, che spero mi si conceda esser 
di qualche voglia, viene ad esser potentemente con- 
fortato dal lume della fede. 

Per la rivelazione noi sappiamo esser da Dio 
stato crealo l'uomo per essere immortale e sempi- 



27 

lerniilmente congiunto al suo corpo : <i Deus creavit 
hominem inexterminabilem. » 

Le sustanze da Dio create e da lui in questa 
meraviglia del fisico ordine disposte si riducono a 
queste sole due specie, spiriti e materia. Ma se volle 
r altissimo Creatore eh' esistessero spiriti separati, 
corpi separati, volle ancora che quasi anello fra la 
natura degli spiriti e della materia esistesse una 
specie di esseri, la qual fosse di spiriti informanti 
un corpo e del corpo serventisi all'esercizio di loro 
facoltà. 

Questa specie di esseri da Dio voluta , da Dio 
posta a far parte del suo fisico ordine, è la nostra 
specie, la specie umana. 

Che se nello stato presente di cose veggiamo la 
legge della carne resistere a quella dello spirito, se 
veggiamo accadere la separazione di questo com- 
posto, sappiamo egualmente per la rivelazione ciò 
essere non una conseguenza della primitiva di- 
sposizione del creatore , ma una pena al genere 
umano imposta in sequela del peccato d' Adamo. 
E dunque questo contrasto di leggi, questa separa- 
zione dell'umano composto, una esigenza dell'ordine 
morale. Ora si potrà egli dire che l'ordine morale 
abbia esatto onninamente 1' infrazione dell' ordine 
fisico, mentre ambedue da una medesima fonte pro- 
vengono; e non si dovrà supporre piuttosto che il 
sapientissimo Iddio abbia per modo l'uno all'altro 
coordinato che la soddisfazione del morale ordine 
si ottenga senza la totale infrazione del fisico ? Que- 
sta inferenza acquista una forza ineluttabile dalla 
considei*azione dell' undecimo articolo del nostro 



28 
Credo che insegna la risurrezione della carne , di 
una carne che non sarà renitente alla legge dello 
spirito, di una carne che sarà all'anima istrumento 
perenne ed adeguatissimo di sue operazioni. Questo 
domma non è egli una parlante dimostrazione dello 
aver voluto Iddio la conservazione del suo ordine 
fisico, di cui debbano sempiternalmente far parte le 
anime umane ai loro corpi congiunte ? Or guardate 
argomento d'analogia che da questo domma discende. 
Se l'anima nel presente stato di vita è non solo forma 
del corpo, ma e col concorso di questo esercita le 
sue operazioni; se dal giorno del finale giudizio in 
poi, che è quanto dire per una eternità, dovrà no- 
vellamente al suo corpo andar congiunta; non avrà 
egli una qualche probabilità il supporre che nell'in- 
termezzo di tempo dalla morte al giudizio debba 
r anima, per pena dal corpo disgiunta, non ritrar 
pure da questa sua pena un premio di maggior per- 
fezione quale sarebbe la potenza di agire senza bi- 
sogno di mezzo, ma esser per converso fornita di 
un qualche istromento materiale che le faccia veci 
di corpo ad esercitar le sue facoltà, e che concorra 
alla maggior conservazione possibile di quella parte 
del fisico ordine che testé accennammo ? Bisogne- 
rebbe altrimenti supporre dovere il fisico ordine to- 
talmente infrangersi in tal parte, e 1' anima essere 
ora al corpo unita come ad istromento di sue ope- 
razioni, poi per un tratto di tempo essere un ente 
indipendente, cioè non ad altri coordinato e perfetto 
secondo sua esistenza, e poi infine per tutti i secoli 
de' secoli dover tornare ad essere bisognevole di 
corporeo istrumento. Supposizione non assurda per 



1 



29 
modo che debba dirsi impossibile, ma che però non 
esclude la probabilità dell'altra, la quale si poggia 
suir analogia, eh' è canone di fìsica certezza; e di 
fisica certezza quìappnnto è discorso. Poggiato sul- 
l'analogia potè il LeVerrier con la forza del calcolo 
scoprire il suo pianeta, mentre non era metafìsica- 
mente impossibile che da altre fìsiche leggi pro- 
venissero quei medesimi effetti, sui quali l'immor- 
tale astronomo stabilì le sue operazioni. 

Ma v' è anche un altro argomento che la rivela- 
zione ci somministra. 

Noi sappiamo per fede, che le anime dopo sciolte 
dai loro corpi saranno, se trovate colpevoli, dannate 
all'inferno , e che dovranno ivi non solo sostenere 
la pena dell' eterna separazione da Dio, ma essere 
anco soggette a pene di senso. Tale si è circa il 
fuoco eterno la tradizione della chiesa e la comune 
opinione dei padri e dei dottori. 

Ora se il senso è facoltà propria dell'anima, ma 
dell'anima al corpo congiunta, come insegna l'an- 
gelico dottore : u Sentire non est proprium animae 
ncque corporis sed coniuncti : (1) » se disciolto il 
corpo la facoltà di sentire non dovrebbe restar nel- 
l'anima che in principio, In radice : « corrupto co- 
niuncto non manent huiusmodi potentiae actu, sed 
virtute tantum manent in anima sicut in principio 
vel radice (2). » potrebbe forse, anziché spiegare 
colali pene per via di alligazione, non sembrar privo 
di alcuna probabilità il supporre che, affinchè l'anima 
possa esercitare la facoltà del senso , debba esser 

(1) Suium. 111. p. 1. q. 77. a. 5. 

(2) Siimni. Th. p. 1. q. 77. a. 8. 



30 

fornita di un qualche mezzo materiale che le faccia 
veci di corpo e per cui possa organare 

« Ciascun sentire infino alla veduta ? » 

E così appunto ragionava Filopono , grammatico 
greco e filosofo fiorito dal 6° al 7° secolo, il quale 
nel suo comento all'Esamerone così argomenta dal- 
Tesistenza del purgatorio : 

« L'anima adunque, perchè venga purgata e li- 
berata dalle sue macchie, viene castigata e punita 
in questi sotterranei luoghi. Ora se l'anima fia priva 
di alcun corpo , non può affatto essere che possa 
sofferire pena di senso. aXX' st àa^f/.c^rog ri t^u/vj , 

Che se voglia dirsi trascendere la sentenza di 
Filopono, ed il corpo non esser principio ma mezs^o 
di sensazione, abbenchè in quest'altra maniera di filo- 
sofare non potrebbe dirsi impossibile che l'anima, 
come lo è ora mediante il corpo, possa esser dopo 
immediatamente posta in relazione con gli oggetti 
esterni, ne sorgerebbe almeno da tale osservazione 
un secondo argomento d'analogia, pel quale dovrebbe 
conchiudersi esser probabile che come l'anima sente 
ora mediante il corpo , come sentirà mediante il 
corpo per tutta un'eternità, così pure mediante un 
istromento corporeo debba sofferire nello stalo in- 
termedio le pene di senso cui venga dannata. 

Ora se, come vedemmo, non è improbabile dover 
l'anima in quel frattempo andar fornita di un mezzo 
materiale , non credo potersi da filosofo castigato 
riprovar Dante se a tal uopo abbia l'elemento del- 



31 

l'aria adoperato, concordando in ciò , come dimo- 
strammo , il consenso di tutti i popoli , consenso 
che sempre di sommo peso esser deve al filosofo. 
Aristotile ha sommamente lodato questo detto di 
Esiodo: 

« $ij/jtvj ò'svrtg nolimoo) ànólXvzixi, vjVTJva noD^ol 

Sentenza che può in questa tradursi: Non può esser 
senza fondamento stabile un giudizio comune alla 
maggior parte dei popoli. 

Si può adunque conchiudere con l'illustre e va- 
lente filosofo dei nostri tempi, l'abate Bonelli, l'opi- 
nione da Dante espressa in questi nobili versi non 
esser solo sommamente poetica, ma ancora ad trami- 
TEM oPTiMAE wETAPiiYsicAE. (Mctaph. part. 1. scct. IV.) 

Paolo Tarnassi 



32 



Libro VI dei Martin di Chateaubriand. Dalla versione 
inedita di Ferdinando Santini. 



R 



[acconto di Eudoro. — Marciare dell'armata ro- 
mana in Batavia. Suo incontro con l'armata dei fran- 
chi. Campo di battaglia. Ordine ed enumerazione 
dell'armata dei franchi. Faramondo, Clodione, Me- 
roveo- Canti guerrieri. S' appicca la zuffa. I galli 
contro i franchi. Pugna della cavalleria. Tenzone 
di Vercingetoriue, capo dei galli, con Meroveo figlio 
del re dei franchi. I romani piegano. La legione cri- 
stiana li rinforza. Mischia. I franchi si ritirano. Eu- 
doro ottiene la corona civica, ed è fatto condottiero 
dei greci da Costanzo. Sul far del mattino si ricom- 
batle. 1 romani attaccano i franchi. Sollevamento 
dei flutti marini, che danno fuori. I romani fuggono 
avanti al mare straripato. Eudoro dopo molto com- 
battere cade ferito, ed è soccorso da uno schiavo 
dei franchi, il quale lo porta in una caverna. 

È la Francia una terra irta e selvosa 
Ch'oltra il Beno ha principio, e si comprende 
Nell'ampio tratto, che dall'orto aggira 
Sotto Germania, e volta al freddo Arturo 
S'appunta a Scandinavia, ad occidente 
Bade Batavia, e Gallia a mezzogiorno. 
Gli abitator di tal deserto, figli 
Son di stirpe durissima e feroce . 
Più dei barbari tutti: unico cibo 



33 
Carni silvestri, ognor la man sul ferro, 
Guardan la pace con occhi sdegnosi 
Come la servitù, come il più grave 
Giuogo di ferro: incontro i venti al corso 
Esercitarsi, sdrucciolar sul ghiaccio. 
Rotolarsi a le nevi, è lor costume 
Giuoco e delizia. Il mar, d'ogni stagione. 
Sfidano sorridendo al truce aspetto 
Delle tempeste, e si dirìa che il fondo 
Avessero squadrato all'oceano; 
Tal conoscenza han de' suoi scogli, e tale 
Ne fan pur conto- Questa gente ardita 
Non resta mai di desolar l'estreme 
Frontiere dell'imperio; e stante il regno 
Di Gordiano il pio la prima volta 
Fé di sé mostra ai spaventati galli. 
1 duo Deci spediti a soggiogarla 
Vi perir nell'impresa: e Probo, a cui 
Fatto non venne che tenerla al segno 
Di più stretti confini, il glorioso 
N'ebbe titol di Francico. Sì grande 
Parve e tremenda in avvenir, che rotta 
Venne per lei la legge, onde si vieta 
Al sangue imperiai stringer legame 
Di barbarico sangue. Or questi franchi 
Dell'isola Batavica signori 
S'eran fatti di forza; e a disnidarli 
Dal conquistato suolo avea Costanzo 
Fatto raccolta delle sue falangi. 

Andammo alquanti dì prima che il suolo 
Si prendesse dei batavi, che tutto 
L paludoso, e quasi una sottile 
G.A.T.CLXI. 3 



34 

Buccia di terra, che galleggia in vasto 
D'acque volume. Lo disparte il Reno 
Con sue braccia molteplici, e sovente 
Lo sommette l'ocèano con le ampie 
Straripate onde: è di foreste ingombro 
Di betulla, di pini, e d'ogni passo 
Ci presentava insuperati incontri. 

Lasso del giorno, io non avea la notte 
Pili che poche ore a rinfrancar le forze 
De le membra sfinite: allor concesso 
M'era fra le tacenti ombre Pobblìo 
Del rimutato mio destin . . . Pur caro 
Assai m'era talor meco vegliando 
Contemplar tutto latamente il campo 
Giacente in sonno: le ancor chiuse tende, 
Da cui tacitamente a quando a quando 
Semivestiti uscivano i soldati, 
E il capitan dei cento, che passava 
Dinanzi a' fasci d'arme, ed agitando 
Giva la vitea verga: il ritto, immoto 
Soldato in guardia, che del sonno a schermo 
Atteggiato a silenzio alzava il dito: 
11 cavalier che trapassava il fiume 
Tinto dei fuochi del mattino; appresso 
Il vittimarlo, ch'attingeva al fonte 
L'acqua del sacrificio; e di sovente 
Il pastor ch'appoggiato in sul bastone 
Guardava a riva dissettarsi il gregge. 
In quell'aspetto a poco a poco i lumi 
Più dolcemente mi chiudeva il sonno: 
E quando poi sui primi albor le squillo 
Fean l'aria intorno risentir, balzando 



35 

10 mi destava, e attonito a vedermi 
Fra quegli umidi boschi. Era pur dolce 
Quello svegliarsi del guerrier campato 
Ai perigli notturni ! lo non udìa 

Mai senza gioia bellicosa in petto 

11 clangor della tromba, a cui le rupi 
Rispondcan rintonando, ed i nitriti 
De' cavalli magnanimi levarsi 

Per tutto il campo a salutar l'aurora. 
Questa vita campai mai non mi féa 
Volger doglioso il guardo alle ridenti 
Delizie di Partenope e di Roma. 
Ma d'altra fatta rimembranze in petto 
Mi ridestò più volte. Io nelle notti, 
Che son d'autunno così lunghe, a guisa 
Di semplice soldato a guardia posto 
Mi son trovato in sull'estrema fronte 
Dell'esercito: e allor, mentre col guardo 
Errando già sugli ordinali fuochi 
Delle schiere romane, e que' de' franchi 
Confusamente qua e là cosparsi; 
E mentre ad arco mezzo teso inlenti 
Tenea l'alma e l'orecchio al mormorio 
Dell'oste avversa, al fremito del mare, 
E allo schiamazzo dei silvestri uccelli. 
Che fra l'ombre volavano, il pensiero 
Mi ricadea sovente in sullo strano 
Mio volubil destino ; e rivolgendo 
Me n'andava in fra me, com'io là stessi 
A studio di battaglie in prò d'alcuni 
Barbari, a Grecia mia crudi tiranni, 
Incontro ad altri barbari, che offesa 



36 

Mai non fero. E allor nel cor profondo 
Mi ricorrea l'amor della nativa 
Cara mia terra, e in tutta la bellezza 
Delle sue forme innanzi al mio pensiero 
Si presentava Arcadia. Oh ! quante volte 
Nel penoso cammin, sotto la pioggia, 
E tra i batavi fanghi, oh ! quante volte 
Nelle capanne dei pastor, che schermo 
Ci feano ad aspre notti, intorno al fuoco 
Delle nostre vigilie a sommo il campo 
Con giovinetti greci esuli al pari 
Di me c'intertenemmo in ragionando 
Della patria diletta: e quindi i giuochi 
Rimemorar di nostra infanzia, e quante 
C'incontraro avventure in giovanezza, 
E contar tutte le diverse storie 
De le nostre famiglie. []n, che d'Atene 
Venne, vantava l'eleganza e l'arti 
Della città di Cecrope: tal'altro. 
Ch'era di Sparta, a Spaita vendicava 
Su tutte l'altre il vanto: eravi un tale 
Di Macedonia, che facea pili bassa 
La legione alla falange, e in pace 
Non portava giammai che s'eguagliasse 
Cesare ad Alessandro. « Alla mia terra. 
Alto gridava uno smirneo, voi siete 
Debitori d'Omero : » e così detto 
A cantar si mettea l'interminato 
Novero delle navi, o la feroce 
Pugna d'Ettore e Aiace. Similmente 
Gli ateniesi, che già fur prigioni 
A Siracusa, ripeteano i carmi 



37 
D'Euripide, e traean quindi conforto 
A schiavitù. Ma, se lo sguardo intorno 
Volgendo poscia, scoigevam quel torbo 
Orizzonte germanico, quel cielo 
Scemo di luce che ti grava e serra 
Colla depressa sua volta, e quel fioco 
Sole impolente che d'alcun colore 
Non dipinge le cose; e il pensier vive 
Ci dipingeva allor le luminose 
Piagge d'Ellenia, coi ridenti giri 
Del suo puro orizzonte, quel profumo 
Dei nostri melaranci, e la bellezza 
De' natii fiori, e il velluto azzurrino 
D'un ciel beato, ove una luce d'oro 
Scherza perennemente. Oh ! come allora 
Ci rimordeva il cor novo desìo 
Di riveder la terra ove natura 
Ci ebbe posti da pria: spesso allo stremo 
Pur ne spingea d'abbandonar per sempre 
L'aquile di Quirino. Un sol di tanti 
Greci un solo avea là, che i nostri sensi 
Combattesse magnanimo, e conforto 
Ci desse a empir nostri doveri, e a quale 
Sia della vita aspro destin quetarci. 
Vii ne parve colui, vile il dicemmo; 
Ma poco andò, ch'ei combattendo in campo 
Morì da forte, ed un eroe ci parve, 
• E ci fu noto ch'un credente egli era. 

Subitamente come lampo assalse 
Costanzo i franchi, e l'evitaro i franchi 
Da pria ben destri; ma raccolte appena 
Ebber le posse, arditamente incontro 



38 
Ne si lanciaro, e n'offerir battaglia 
Sulle rive del mar. D'ambo le parti 
Passò la notte apparecchiando il caiiipo 
Per la giornata; e come in prima il giorno 
Si mostrò d'Oriente, in ordinanza 
L'una a fronte dell'altra eran le schiere. 

La legione fulminante, e quella 
Che dal ferro si noma, aveano il centro 
Dell'armi di Costanzo. I vessillari 
Anzi alla prima fila eran distinti 
Per cuoio di lion, che testa e tergo 
Ricoprìa lor: tenean levate in alto 
Delle coorti le guerresche insegne 
(L'aquila, il lupo, il minotauro, il drago) 
Cui verdeggiare ed olezzar d'intorno 
Peano, invece di fior, branche di pino. 

Gli astati colla lancia e collo scudo 
Facean dopo costor la prima fila : 
Fean la seconda, armati a spada, i prenci ; 
E la terza i triari; il giavellotto 
Questi agitavan colla manca, appesi 
Tenean gli scudi in sulle picche, al suolo 
Piantate innanzi a lor, che proni a terra 
Coll'un ginocchio aspettavano il cenno 
De la battaglia. D'intra fila e fila 
Tutto ingombro di macchine guerriere 
Stava il terreno. Dal sinistro corno 
Si dispiegava la mobile insegna 
Dei federati cavalier. Sul dosso 
D'alipedi corsier, che il paragone 
Coll'aquile terrien, feano com'onda 
Al primo vento un fluttuar leggiadro 



39 

Quei di Niimanzia e di Sagunto, e quegli 

De 1' incantate betiche riviere. 

Di piuma un leggerissimo cappello 

Ombrava lor la fronte, un picciol manto 

D'in su le spalle iva ondeggiando, e al fianco 

Lor tentennava una ricurva spada. 

Sul collo dei cavalli il capo chino 

Colle redini in bocca, e duo leggiere 

Saette in pugno, le nemiche torme 

Correano ad affrontar seguendo il cenno 

Di Viriato giovinetto ducs. 

Che dietro si traea di que' feroci 

Cavalier la tempesta, al par d'un fiume 

Che sormonta, che rompe, e inonda, e opprime. 

Eran disparti qua e là germani 

Di gigantesche forme al par di torri 

Locati in mezzo a la brillante squadra. 

Avean racchiuso in picciolo berretto 

Questi barbari il capo, una nodosa 

Clava di quercia d'una man trattando, 

E ben saldi premean la nuda schiena 

Di selvaggi stalloni. A questi appresso 

Seguieno alcuni d'un sol arco armati 

Numidi cavalier, che sol vestili 

D'una misera clamide, nelle ossa 

Sentian dell'aspro ciel tutto il ribrezzo. 

Immoti si tenean dall'ala opposta 
Alteramente i cavalier di Roma. 
L'elmo tutto d'argento, a cui sormonta 
Una lupa dorata; oro scintilla 
Pur la corazza, e ad azzurrino impesa 
Largo balteo dai lor fianchi pesante 



40 

Scendea spada d'Iberia. Eian le selle 
Tutte adorne d'avorio, e porporine 
Di sott'esse n'uscien molli coverte. 
Stringean le mani lor chiuse nel guanto 
Lisce seriche redini, governo 
D'alti corsier piij della notte neri. 

Gli arcier di Creta, i veliti romani 
Con le diverse galliche falangi 
Locati eran sul fronte. Ai galli è tanlO' 
De la guerra il mestier naturai cosa, 
Che spesso nella mischia i lor dispersi 
Compagni un sol rauna, apre un consiglio 
Di salute comune, i lochi addita 
D'opportuna postura; e di soldato 
Per sé duce s'è fatto. Ai loro assalti 
Ha poco empito il turhof e mentre ancora 
Delibera il germano, essi han varcato 
E torrenti e montagne: a' pie' li credi 
Dell'alta rocca, e già sull'alto ei stanno 
De la vinta trincea. S'altri nel corso, 
negli scontri abbandonarli addietro 
Si provi in campo, e sien de' più leggieri 
Cavalier de la terra, essi allo sforzo 
Degli emuli sorridono, e posando 
Agiatamente volteggiar li vedi 
Anzi a' cavalli, e quasi dir : u Piuttosto 
Voi fermerete i venti. » Alteramente 
Eretto il capo, viva rosa il volto, 
Gli occhi d'azzurro; minaccioso e fero 
Sotto due ciglia d'atra piega il guardo. 
Han larghe brache, e tempestata a squarci 
Di porpora una tunica; ed un cinto 



1 



41 

Di rame al fianco lor stringe la spada. 
La fida spada, che giammai dal gallo 
Non si divide. Ella accompagna in vita 
Il suo signor, lo segue in sul feretro, 
E discende con lui dentro la tomba. 
Questo era il fato delle spose un giorno 
Appresso i galli, ed oggi anco tal fato 
Sulle rive dell'Indo hanno le spose. 

Poi, fermata d'un colle in sul declivo 
Qual minacciosa nube, è la Pudica : 
Legion de' fedeli, in cui si pone 
Dei perdenti guerrier l'ultima speme» 
E la guardia di Cesare. Già tenne 
Della tebana legione il loco 
Appo Costanzo, poiché quella intera 
Massimian scannò- Vittore illustre, 
Marsigliese guerrier, duce primiero 
Guidava in campo i battaglier di questa 
Religion, che nobilmente al pari 
Porta il cilicio penitente e il saio 
Del veterano, e scettro adopra e marra. 

Eguale, univei-sal moto frattanto 
Tenea desti gli sguardi. Si vedevano 
L'insegne degli alfìer, che sventolavano 
Dov'ei ponevan delle file il termine; 
Dei cavalier 1' impetuoso scorrere, 
E de' soldati or uniforme or vario 
L'ondeggiamento, poi eh' innanzi al mobile 
Segno che dava colla verga il provvido 
Centurione, e' si metteano a schiera. 
E d'ogni lato un nitrir di cavalli. 
Un fragor di catene, un romor sordo 



42 

Di catapulte e di baliste in giro, 
E scricchiolio di carra : i misurati 
Passi dei fanti, e l'altissinfie voci 
Dei capitani, e ratto poi lo strepito 
De le picche, che s'alzano e s'abbassano 
Al cennar dei tribuni. Al triplo squillo 
De la tromba, del corno, e del liuto, 
In ordine di pugna ecco i romani 
Tutti un tratto allocati : e noi cretesi 
Fidi alla Grecia ancor nelle remote 
Regioni, e 'ntra barbari, la posta 
Non prendevam, che della lira al suono. 
Ma del romano esercito sì bella 
Varia apparenza più crescea l'orrore 
De le avverse barbariche falangi. 

Di spoglie d'orsi, di marin vitelli, 
E d'urochi e cinghiai, vestiti i franchi, 
E da noi riguardati in lontananza, 
Ci parean branchi di feroci belve. 
Stretta e corta una tunica a ginocchi 
Ben dimostrava la superba altezza 
Di lor persone : ceruli a sembianza 
Di tempestoso mar gli occhi ; i capegli 
Lunghi all' imo del petto, e rosseggianli 
Guizzano sangue e fiamma. Han la più parte 
Rasi i mustacchi, e sol la barba al mento» 
A somigliar più veramente il ceffo 
Degli alani e dei lupi. Di lunga asta 
Carca gli uni la destra, ed uno scudo 
Girano colla manca al par di rota 
Velocissima : han gli altri una maniera 
Di giavellotto con duo ferri in punta 



43 

Ambo ricui'vi, e nominato Angone. 
Ma tutti a cinta han la tremenda Franca ; 
Ascia a due tagli è questa, che d'acciaio 
Tien coperto il manipolo, funesta 
Arme, che lancia il franco in un lanciando 
Truce grido di morte, e che non cade 
Lungi dal segno mai, dove la mira 
S'appuntò de l'intrepida pupilla. 

Fidi all'usanze dei germani antichi 
In sembianza di cono avean disposte 
Lor falangi, e serrate. In questa forma 
Quella triangolar selva confusa 
D'aste, di cuoi di fere, e seminudi 
Gigantei corpi, s'avanzava orrenda. 
Compatta, eguale, a rompere la fronte 
Della schiera romana. Erano in punta 
Del terribil triangolo con lunga 
Ispida barba, e di ferrate anella 
Cinti a le braccia, i più robusti e fieri 
Di que' selvaggi ; e avea giurato ognuno 
Non si smetter giammai tali divise 
Di servitù, che non avesse in prima 
Trucidato un romano. Erano intorno 
Ad ogni condottier molti guerrieri 
Della sua schiatta, onde più fermo al cozzo 
Delle squadre nemiche o la vittoria 
Ne riportasse, o in un co' suoi la morte* 
Ogni tribù si ricoglieva all'ombra 
Di simbolica insegna ; e, per impresa 
La più tra quelle augusta, alcune pecchie 
tre ferri di lancia avea dipinti. 
Era supremo condottier l'antico 



44 

Re dei sicambri Faramondo, e molta 
Parte ceduta avea del suo comando 
Al suo nipote Meroveo. Di fronte 
Ai cavalli romani erano i franchi, 
E ricoprian la duplicata schiera 
De' seguaci pedoni. Ai lor cimieri 
Che stanno al par d'aperte gole, e a cui 
Cert'ale di sparvier sopra fann'ombra, 
Agli usberghi di ferro, ai bianchi scudi 
Parean fantasmi, o quegli aspetti strani, 
Che appaion fra le nuvole in tempesta. 
Codion figlio a Faramondo, e padre 
Di Meroveo, superba mostra e fera 
Sui minacciosi cavalier facea. 

Dietro a tal di nemici orrida torma 
Sopra una spiaggia si vedea distinto 
Il campo lor, che simigliante a largo 
D'agricoltori e pescator mercato 
Brulicava di donne e di fanciulli ; 
E intorno il difendean picciole barche 
Di cuoio, e carri accomodati al giogo 
Di smisurati buoi. Non lungi molto 
Da tal campo selvaggio, in rozzo cencio 
Tre maliarde feano uscir correndo 
Da un sacro bosco giovani puledri. 
Onde ritrar da lor carriera a quale 
Spacciata fia d'ambo le parti avverse 
Da Tuitson la vittoria. — Il mar da un lato, 
Dall'altro orridi boschi. 11 mattutino 
Sol disvolveasi da le falde intanto 
D'una dorata nube : ed ecco a un tratto 
Piover sua luce, illuminarsi i boschi, 



45 

E l'ocèano, e gli eserciti. La terra 

Par, dal fuoco degli elmi e delle lance 

Tutta avvampando, gittar fiamme al cielo. 

S'ode intonar dai bellici strumenti 

L'inno di Giulio Cesare che parte 

Per la volta di Gallia. Ira s'indonna 

Dì tutti i petti ; rotano nel sangne 

Gli occhi infiammati, e sulla spada il pugno 

Tremebondo si posa. Ecco i destrieri 

Agitati s'impennano, l'arena 

Scavan col ferreo pie', squassano il crine, 

E ad ora ad or colla spumante bocca 

Percotendo s' imbiancano l'anelo 

Petto, le ardenti nari alzano all'etra 

A respirar della battaglia il suono. 

Intuonano i romani il generoso 
Canto di Probo : « Poi che mille franchi 
Vinti avrem noi, chi ne tórrà di vincere 
L'ampie falangi persiche ? » Il peana 
Seguono i greci in coro, e i galli appresso 
L' inno de' druidi- Fan risposta i franchi 
Ai cantici di morte : essi in fra' denti 
Si serrano gli scudi, ed un orrendo 
Metton muggito simigliante al cupo 
Romor del mar, se ad una rupe incontro 
Lo frange il vento: poi repente acuto 
Grido levando, al cantico dei bardi 
Fidan de' patrii eroi l'antica lode. 

« Noi combattemmo col brando nel campo, 
Noi, Faramondo, pugnammo col brando. » 
Il Noi la lanciammo la mannaia franca 
Dal doppio taglio. Dei guerrier le fronti, 



46 
Le braccia, i petti discorreva un largo 
Torr'ente di sudor- L'aquile un grido 
Mettean di gioia, e quanti in croco tinto 
Portano augelli il pie'. Notava il corvo 
Nel sangue degli estinti : era una piaga 
L' infinito oceano, e molti giorni 
Le trepidanti vergini gemerono. )) 

« Noi combattemmo col brando nel campo, 

Noi, Faramondo, pugnammo col brando. » 
« Cadder ne le battaglie i nostri padri, 
E gemer gli avvoltoi; ben largo parto 
D'umana strage apparecchiava il braccio 
Dei nostri padri. E noi scegliam le spose, 
Che dian sangue per latte, e i nostri figli 
Empiano di valor. Finì, finì 
Il cantico dei bardi, o Faramondo; 
Volano l'ore della vita, e noi 
Sorriderem quando il morir rerrà ». 

Cantavano così quarantamila 
Barbare voci, e con egual misura 
I cavalieri alzavano, abbassavano 
Lor bianchi scudi, e all'abbassar che feano 
Si percoteano il petto risonante 
Tutto di ferro col supremo astile. 

Già sotto il tiro delle nostre frecce 
Stavano i franchi. S'arreslàr le schiere 
D'ambo le parti, e fu silenzio. In mezzo 
Della credente legì'on comanda 
Cesare d' innalzar l'altero segno 
De la battaglia, la purpurea vesta. 
Incoccan gli archi i saettier, le picche 
Bassano i fanti, in un sol punto i brandi 



i 



47 
Traggono i cavalieri, e a mille a mille 
Se ne frangon per l'etra i vivi lampi. 

Sorge dal sen de le falangi un grido : 
« Vittoria al nostro imperador ! » Tremendo 
Spaventevol de' barbari un muggito 
Quinci risponde; fragoroso meno 
Sull'Appennino il folgore si sfrena, 
Men violento il cupo Etna rintrona, 
Quando erutta dal seno i gran torrenti 
Del suo fuoco perenne; e non flagella 
Sì romoroso le sue rive il mare, x 

Quando per cenno de V Eterno un turbo 
Sceso dal cielo ha scatenate e infrante 
Le cataratte del superno abisso. 

Contra de' franchi primamente i galli 
Lanciano i dardi lor, snudano i brandi, 
E difìlati corrono all' incontro 
Dell'oste avversa, che qual rupe immola 
Intero sovra sé l' impeto piglia 
Del rompente inimico. Egli tre volte 
Frangesi all'urto della vasta massa 
Che lo respinge- In cotal guisa un ampio 
Vascel, che muove contra vento, l'onde 
Rompe d'ambo le parti, e mormorando 
D' intorno a' fianchi suoi sfuggono l'onde. 

Prodi non men dei galli, e più spediti, 
Sovra i sicambri di saette un nembo 
Piovono i greci. A grado a grado indietro 
Noi ci tiriam colle file serrate, 
E stanchiamo così le due pareti 
Del nemico triangolo- A quel modo. 
Che tauro, vincitor già sull'arena 



48 
Di cento paschi, e dell' infranto corno 
Fiero, e delle gran margini stampate 
Sopra il vasto suo petto, impaziente 
Freme, e s'adira, e mordesi, e nel suolo 
Si travolge anelante, allor che prova 
Le acute punte de l'assillo al raggio 
Del sol meridiano: in simil forma 
E in cotanto furor montan colpiti 
Dai nostri dardi i franchi, fieramente 
Sdegnosi di pigliar tali ferite 
Senza vendetta, e senza gloria- In seno 
Quindi ciechi dall' ira i sanguinosi 
Strali si spezzan, sull' ignuda arena 
Si prostendon, s'avvolvono, e dibattono 
Fra l'angosce del duolo e della morte. 

Muove la possa dei roman cavalli 
A la rotta dei barbari, e di contro 
Clodion le si piomba. Una puledra 
Sterile, e mezza d' intra bianca e nera, 
Premea 'I chiomato re. Cresciuta all'era 
Fra caprioli e renne entro le mandre 
Di Faramondo, e avuta appo sue genti 
Per una figlia de la bella razza 
Di Rinface, cavallo della notte 
Dalla fredda criniera, e di Schinface 
Del dì cavallo dal lucente crine. 
Quand'ella il suo signor traea di verno 
Sovra cocchio di scorza, ove non asse. 
Ove rote non erano, volava 
Ratta così, che non lasciava un'orma 
Su le sdrucciole brine, e più leggera 
Che foglia di betulla in preda ai venti, 



49 
Delle cadute allor vergini nevi 
La supei'ficie disfiorava appena. 

I cavalier dell'ale orribilmente 
Si mischiar nella zuffa. Ognor più densa 
Contro la legion piomba la torma 
Dei barbarici fanti. Elle in due facce 
S'apron repente, e cangiano la fronte 
De la battaglia ; e a replicati e ratti 
Colpi di picca avventansi a' duo lati 
Dell'esercito avverso, e contro al terzo 
Van co' veliti i greci e con i galli : 
A sembianza così d'una gran rocca 
Son circuiti i franchi. Arde la pugna, 
E si meschia e s'infiamma : un rosso turbine 
Si solleva di polvere, e si ferma 
Come tetto sul capo ai combattenti. 
Scorre ampiamente il sangue a somiglianza 
Di spumosi torrenti, che s'ingrossano 
Da la pioggia del verno, o come i flutti 
Che nello stretto dell'Eubea travolve 
Il romoroso Euripo. Fero il franco 
Di sue larghe ferite, che più vive 
Paion sui corpi seminudi e bianchi, 
È uno spettro dai vincoli disciolto 
Del suo sepolcro, che tra i morti rugge. 

Al vivido fulgor dell'armi ignudo 
Il ferale color misto successe 
Del sudor, de la polve, e della strage. 
Spezzansi gli elmi, e van per l'aere a brani 
1 cristati cimier ; franti rimbombano 
Su i rilevati petti usberghi e scudi. 
L' infiammato respir di centomila 
G.A.T.CLXI. 4 



50 

Combattenti anelanti alza sul campo 
De la battaglia una meteora onenda, 
Cui sovente attraversa il truce lampo 
De -le subite spade, al par del rosso 
Baleno de la folgore per mezzo 
A la nera tempesta. In fra le grida, 
E le minacce, e i gemiti, e gl'insulti, 
Al fragore dei brandi, ai rovinosi 
Colpi dell'aste, al sibilar dei strali. 
Ed al mugghio de' bellici tormenti, 
Vìù non s'udìa de' condottier la voce. 

Già de' romani orribile macello 
Falt'avea Meroveo. Ritto e' si stava 
Su grandissimo cocchio, e avea d'intorno 
Compagni d'arme dodici, che a nome 
S'appellavan di suoi dodici pari. 
Su, dietro al carro, iva ondeggiando al vento 
L'orifiamma terribile, un'insegna 
Di fiamme in campo d'or tutta pesante 
D' immani spoglie ; e la traean tre tori. 
Che a le vaste giogaie, alle ginocchia 
Gocciavano di sangue, e spaventosi 
Brani recavan su le corna infitti. 
L'erede altier della fulminea spada 
Di Faramondo somigliante egli era 
Di stagion, di bellezza, e di furore 
A quel demone tracio, ch'agli altari 
Suoi non incende fuoco altro che preso 
D'arse cittadi. Meroveo da' franchi 
Per fama si tenea maraviglioso 
Frutto d'occulto imen fra la consorte 
Di Clodione e un marin mostro- I biondi 



51 

Capelli del sicambro giovinetto 

Ghirlandati di gigli eran sembianti 

Ad aureo lino morbido, che ondeggia 

Su conocchia di barbara regina 

Sospeso ad opra di virginee bende ; 

Parean le guance sue tinte al vermiglio 

Della canina rosa, che s'inaura 

De' germanici boschi in fra le nevi. 

Una collana di conchiglie intorno 

Dalla cervice gli annodò la madre, 

Come alcune reliquie usano i galli 

Legar ne' rami del più vago arbusto 

Di sacrata foresta. Allor, eh' il forte 

Agitando una candida bandiera 

Da man diritta i suoi feri sicambri 

Chiamava al campo dell'onor, sorgeva 

Un alto grido universal feroce 

Di guerra e amor : che stanchi mai ne paghi 

Eran di rimirarsi a condottieri 

Tre progenie d'eroi, padre, avo, e figlio. 

Lasso dì strage Meroveo guatava 
Fermo dal carro di vittoria i tanti 
Corpi morti ch'empiean la gran pianura. 
Posa così numidico leone 
Dopo ch'un gregge ei divorò. Pacata 
E la sua fame, e dal rio ventre esala 
Il sentor della strage : or apre or chiude 
L'affaticata gola, a cui di lana 
Fan varie ciocche intoppo. Alfin si stende 
Fra le scannate agnelle, e con la molle 
Criniera, che dal collo in due gli pende. 
Per doppia fila il suol riga di sangue ; 



52 
Poi lentamente allarga le grandi unghie, 
Sopra v'allunga il capo, e sebben gli occhi 
Di stanchezza socchiuda, a quando a quando 
Si lambe intorno i sanguinosi velli. 

Di Meroveo s'accorse in quel superbo 
Insultante riposo il condottiero 
De' galli : acceso di furor costui 
Gli s'avanza d' incontro, e amaramente 
Sorridendo gli parla : « tu quel duce 
Dai prolissi capei, ben altrimenti 
Adagiar voglio, e adagerò, sul trono 
Te del gallico Alcide. giovinetto, 
giovinetto eroe, ben tu se' degno 
D'asseguir nominanza, e ferrea marca 
Dentro il palagio di Tentate. Invero 
Te non degg' io lasciar, che langua inerte 
Nel muto obbrobrio dell'età canuta. » 

« Chi sei tu ? — Sorridendo a lui rispose 
Schernevolmente Meroveo del pari -~ 
Scendi da stirpe d'assai tempo illustre ? 
Schiavo roman, tu l'asta mia non tremi ? » 
Fremendo il gallo : « Su la mia cervice 
Non precipiti il ciel : quest'una io tremo 
Disavventura'. » — « Or cedimi la terra » 
L'orgoglioso sicambro anco soggiunse : 
E il gallo gli gridò : « La terra, eh' io 
Ti cederò, l'occuperai per sempre. » 

A tali accenti Meroveo non fece, 
Che sull'asta appuntarsi, e di gran forza 
Rompendo avanti si lanciò del carro 
Sorvolando su i tori, a cui dinanzi 
Subito cadde : risonò nell'armi. 



53 

Fé' la terra tremar ; ma come lampo 
Risollevossi più furente, e al gallo 
S'appresentò, che gli correa già contro. 

De' capitani a riguardar la pugna 
Tutte le schiere s'arrestar. Col brando 
Nudo alla destra si riversa il gallo 
Sul giovin franco, e se gli serra a' panni 
E il percuote, e lo storna, e '1 preme, e il fere 
Sopra l'omero alfine, e alfin ritrarre 
Via sospingendo il fa sotto le corna 
De' suoi gran tori. Di risposta il franco 
Vibra l'angone, e quel, pe' duo ricurvi 
Ferri, di punta aggrappasi all'opposto 
Scudo. Non men che liopardo, il figlio 
Di Clodion dispicca un salto, appunta 
Sul giavellotto il pie', con tutto il pondo 
Di sua persona il fa piegar nel suolo 
Sì, che dell'avversario anche lo scudo 
Seco traendo, all' infelice il capo 
Scopre. Di Meroveo l'ascia tremenda 
Parte, sibila, vola, e va, qual cono 
Di legnaiuol su giovinetto pino, 
A piantarsi e spaccar dritto la fronte 
Dell'inimico. In duo scindesi il capo 
Del guerrier vinto, in duo sparto il cerèbro 
Frangesi a terra, e schizzano divelti 
Gli occhi lontano . . . Ancor per un istante 
Resta il tronco diritto, e le convulse 
Mani stendendo ancor mette spavento. 

Un grido di dolor mandano i galli 
All'atroce spettacolo. Disceso 
Era il lor capitano ultimo germe 



54 

Di Vercingetorìce, che sì lungo 

Fé' contrasto di Giulio alla fortuna. 

Parea, che per sua morte il fren dei galli 

Si tramutasse da' romani ai franchi ; 

Ed un cerchio costor fan di sé lieti 

Ed esultanti a Meroveo, cui tolto 

Di consiglio comun sovra uno scudo 

Gridano re co' padri suoi, siccome 

Il più valente de' sicambri. Intanto 

Un gelido terror si va spargendo 

Per le romane legion. Costanzo, 

Che dal mezzo dell'ultima riserva 

Ben col guardo toglìea di che movenze 

S'agitasser le schiere, accorto a tempo 

Delle coorti scoraggiate, il viso 

Volse alla schiera de' credenti, e disse : 

« valenti soldati, in vostre mani 

Posa il fato di Roma. Or via, si mova 

Tutti incontro al nemico. » E, detto appena, 

Piegan dinanzi a Cesare i fedeli 

Tutte l'aquile, a cui d'alto sovrasta 

L' insegna di salute. Indi un sol cenno 

Dato Vittor, tacitamente al piano 

La legion dal colle si dechina. 

Porta inscritta sull'elmo ogni soldato 

Una croce, a cui scorre intorno il motto : 

« In questo segno vincerai. » Viventi 

Martiri, dalle margini del ferro, 

E del fuoco, imprentati erano i capi 

Delle centurie- In colai petti il freddo 

Che può timor di piaghe o di morire ? 

Oh ! di virtù, di fedeltà portento ; 



55 

Volavano a versar questi guerrieri 
Le poche di lor sangue ultime stille 
Da le gelide vene, e di ribrezzo 
Né di gioia segnati eran lor volti. 
Il tranquillo valor dei petti loro 
È giglio senza macchia. Appena al piano 
La bella schiera s'avanzò, gelati 
Restarsi in mezzo alla vittoria i franchi* 
Fama corre tra lor, ch'ebber veduto 
In capo a quella schiera una colonna 
• Di nuvole e di fuoco, e un cavaliere 
In bianca veste, in aureo scudo, e lancia 
Di vivissima fiamma. 1 fuggitivi 
Si rivoltar contro i nemici, e forte 
Di lor si fé' qual più di cor fu manco. 

Di simil guisa poi che la notturna 
Tempesta avvolse il mondo, allor eh' il sole 
D'oriente si leva, in cor quetato 
Ornai d'ogni temenza il villanello 
L'astro ammira del dì, che tutta allegra 
De' suoi raggi natura : e la vivace 
Passera stride, starnazzando l'ale 
Per soverchio di gioia in tra le foglie 
Dell'edera, che tutta avvolge intorno 
La capannuola antica ; e vien frattanto 
Il buon vecchio a seder sull'umil soglia, 
Ode il piacevol cinguettio sul capo, 
E dal cor tutto benedice a Dio. 

Come scender vedean di Cristo i prodi, 
Serrar le file i barbari, e i romani 
Si raccolsero a schiera. Indi venuta 
La legion sul campo della pugna, 



56 

Si resta, e prona d'un ginocchio a terra 
Da un pio ministro il benedir si prende 
Del gran Dio degli eserciti- Costanzo 
Pur ei s'inchina : levasi la squadra, 
E senza pria scagliar pure uno strale 
Col brando in alto incontro all' inimico 
Difilato s'avventa. Ecco s'accende 
D'ogni lato la mischia : apre la nostra 
Nelle fde barbariche gran varco, 
E la luce del dì penetra in fondo 
A la rocca vivente. Appo Vittore 
Galli, greci, roman, tutti a sembianza 
Di traripato fiume entriam nel chiuso 
Rotto dei franchi. Seguono agli assalti 
D'un ordinato esescito le zuffe 
Pari a quelle, che fean sullo Scamandro 
Co' teucri i greci eroi- Diverse frotte 
A dieci, a cento, di guerrier confusi 
S'urtan, cozzano, incalzano, e respingono 
Per tutto il campo ; e tutto il campo è pieno 
Di furor, di dolor, scompiglio, e morte. 
Figlie dei franchi, apparecchiate indarno 
Indarno i vostri farmachi per piaghe, 
Che sanar non potrete. È l'un ferito 
Da sottil chiaverina in mezzo al core, 
E sfuggirsi dal cor sente le prime 
Della sua patria immagini soavi : 
Altri è, che infranto d'una clava entrambe 
Restò le braccia, né gli fia piiì dato 
Stringersi al cor teneramente il figlio, 
Cui tuttor latta un'adorata sposa- 
Questi i palagi suoi, quegli sospira 



57 

La sua capanna; i suoi piacer colui, 
Costui le doglie ; poiché Tuom del pari 
Mette alla vita amor per le sciagure, 
E per le gioie, che provò- Qua cinto 
Dai compagni un pagan l'anima spira 
Cesare e i numi bestemmiando ; e muore 
Là solingo un fedel, che d'una mano 
Le sue sgorganti viscere tenendo 
Stringe coll'altra un crocefisso e prega 
Per sé, pe' suoi nemici, e per la terra. 
Tutti percossi nella fronte, e stessi 
Rivolti al ciel, tenevano i sicambri 
Pur ne la morte un cosi fiero aspetto, 
Che qual più fosse intrepido e feroce 
Anco di rimirarli osava appena. 

Né di voi tacerommi, o generosa 
Coppia di franchi giovinetti, in cui 
Fra la strage m'avvenni- Amici ardenti. 
Pili che saggi, costor s'erano avvinti 
D'una ferrea catena, acciò d'entrambi 
Fosse ne la battaglia un sol destino. 
L'un colpito di freccia estinto cadde, . 
L'altro trafitto di crudel ferita, 
Ma vivo ancor, sulle ginocchia, e i pugni 
Pontati al suol, si tenea ritto a mezzo, 
E chinato pendea sovra il fratello 
D'armi e d'amore : gli dicea : « Guerriero, 
Tu dopo il travagliar de la battaglia 
Dormi l'eterno sonno ; alla mia voce 
Pili non ti desterai ; ma la catena 
De la nostra amistà già non s' infranse, 
Ch'essa mi tiene al fianco tuo per sempre. » 



58 

All'ultime parole il giovinetto 
Sul morto corpo si declina e spira. 
Si mescono e confondono le belle 
Criniere d' in tra lor, come ondeggianti 
Fiamme d'un doppio tripode, che oscilla 
Sopra un'ara, e si spegne ; o come i raggi 
Dell'astro dei gemelli umido, tremulo. 
Che si corca nel mar. Così la morte 
Ai lacci, che di due già feano un core. 
Le infrangibili sue catene aggiunse. 

Lasse intanto le braccia, altro che lenti 
Colpi ornai non vibravano, e i clamori 
Si fean più lamentosi e più funesti. 
Or dei feriti una gran parte, a un punto 
Tutta gridando nella morte, un vóto 
Lascia dopo di sé di spaventoso 
Truce silenzio : or del dolor la voce 
Si risolleva, e in prolungato accento 
Sale al ciel rintonando. Errar cavalli 
Discavezzati e disgombrati il dosso 
D'ogni parte si vedono balzando 
calpestando i cavalier giacenti: 
E abbandonate macchine da guerra 
Ardono a loco a loco, orrende faci 
Di questi orrendi immensi funerali. 

A ricoprir di tenebre il teatro 
Dell'umano furor venne la notte. 
Vinti, ma pur terribili, nel cerchio 
Dei carri lor si riti raro i franchi ; 
Ma questa notte necessaria tanto 
Al nostro riposar, non fu per noi 
Che notte di terror ; poi ch'ogni istante 



59 

Si sospettava d' improvisi assalti. 
Feroci grida, come urli di belve, 
I barbari scagliavano plorando 

I lor perduti prodi, e sé medesimi 
Acconciando a morir. Noi le nostr'armi 
Non osavamo abbandonar, né i fuochi 
Suscitar pure. Fremebondi intorno 
Lottando con le tenebre i romani 

Si cercavan fra lor, chiamando a nome 
Sommessamente, e dimandando un poco 
D'acqua e di pane, e colle rotte vesti 
Si fasciavan le piaghe sanguinenti, 
Mentre le scolte immobili pel campo 
Si rimetteano de la veglia il grido. 
Tutti già de' cretesi i condottieri 
Cadder trafitti ; e poi che parve il sangue 
Del gran Filopemene a' miei compagni 
Un fortunato auspicio, a capitano 
Sopra lor m'inalzaro. Ebbi ventura 
Di liberar dall'ultima rovina 
La legi'on di ferro, a me d'incontro 

II nemico furor tutto adizzando. 

Ciò raffermommi in grado, e una corona 
Di quercia, e il plauso di Costanzo al mio 
Fortunato ardimento eran già stati 
Cara mercè. Dei leggier fanti io capo 
Già de' barbari al campo era vicino, 
E con fervido cor m'era in attesa 
Dell'aurora novella . . . Ahi ! ma l'aurora 
Un siffatto spettacolo n'aperse. 
Ch'era una gioia ogni passato orrore. 



60 

Sotto il vel de la notte aveano i franchi 
Mozze ai roman cadaveri le teste, 
E innanzi a ior trincee sovr'alte picche 
Ne le piantar di fronte. Entro Ior campo 
S'ergea d'equine selle e d'ammontati 
Scudi un cumulo enorme : e Faramondo 
Disciolta all'aure del mattin la bianca 
Lunghissima criniera, e due rotando 
Terribili occhi, in colmo eravi assiso. 
Clodion, Meroveo stavano all' imo 
Del gran rogo, e stringean, come due faci, 
Due rotte picche ardenti, ognor sull'atto 
Di metter fuoco a quel funereo trono 
Del padre Ior j se dei roman la possa 
Giungesse a romper mal la gran trinciera 
Dei carri. Di stupor, di dolor muti 
Restammo, vinti i vincitor da tanto 
Di barbarie e grandezza orrido esempio. 

Le lagrime piovean dagli occhi nostri, 
A veder de' compagni i sanguinosi 
Teschi in ordine lungo. Ognun ricorda, 
Che quelle bócche iscolorate e mute 
S'apriano un giorno innanzi a far parole 
D'amicizia con noi. Ma ratto in fiamme 
Di mezzo alla pietà scoppia il furore 
De la vendetta. Né squillar di trombe 
S'attende omai, né cenni, un sol desìo 
Arde dai primi agli ultimi : soldati 
E capitani è un corpo sol, cui nulla 
Resiste innanzi. In mille pezzi i carri 
Vanno all' impeto primo, aperto è il campo, 
E tutto si precipita per entro 



61 

II romano torrente. Ecco un novello 
Nemico allor ne si presenta, e oppone. 
Le barbariche donne in veste negra 
Ne si lanciano contro, e con le nostre 
Armi il cor si trapassano, o fan prova 
Di pur strapparle ai nostri pugni. Alcune 
Van ritenendo per la barba e i lembi 
Il sicambro che fugge, e un'altra volta 
Lo spingono alla pugna ; altre, com'ebbre 
Baccanti, i genitor vanno e gli sposi 
In cento guise dismembrando ; e assai 
Pur n' ha, che soffocando i pargoletti, 
Yia sotto i pie' dei corridor, dei fanti 
Finalmente li gettano- Più molte 
N' ha poi, che strette sé medesme al collo 
Con duro nodo impendonsi a le corna 
De' buoi così, che trascinate e peste 
Dall'unghie e trite in fra le ruote spirano. 
Una ci grida in mezzo a tutte : « figli 
Di Roma, no non son tutti funesti 
I vostri doni ; se recate il ferro 
Che l'uomo inceppa, anco da voi ne viene 
Quel che ci franca. )) E sì dicendo in petto 
Si configge un pugnale, e cade, e spira. 

Di Faramondo ai popoli compiuto 
Era l'ultimo fato, ove a gran cose 
Forse il ciel riservandoli, scampato 
Non avesse di lor forti guerrieri 
L'ultimo avanzo. Impetuoso un vento 
D' in fra ponente ed aquilon si leva : 
Ecco spumosi traboccarsi a riva 
Tonando i flutti ; limacciosa e torba 



62 
Una marea s'avanza (in quelle terre 
Di colai se ne gonfia, onde par tutto 
Dal suo letto gittarsi in sulla terra 
L'ampio oceano). II mar, quel trapossente 
Federato dei barbari, nel campo 
Dei franchi irrompe, e minaccioso anch'esso 
Viene i romani ad affrontar, che in faccia 
All' improvviso esercito dei flutti 
Spaventati s'arretrano ; e più core 
Ne ripigliano i franchi, ai quali in petto 
Sta fermo avviso, che il marino mostro 
Padre del loro giovinetto prence 
Ratto si mova dalle azzurre grotte 
In loro aita. Della nostra tema 
Ben quindi accorti e' ci spingon, e' incalzano 
Di conserva colle onde. Allor ci s'apre 
Da tutte parti, e ci percuote il guardo 
Una scena ammirabile ; che i buoi 
Natano spaventati, e traggon dietro 
1 tentennanti carri, e fuor dell'acque 
Null'altro indizio, che le corna e il ceffo 
Lascian parer. Nell'onda i lor battelli 
Di cuoio danno i salìani, e '1 petto 
Ci flagellan co' remi, e' fianchi, e '1 volto. 
Fatto suo schifo Meroveo s'avea 
D'uno scudo di vetrice, e portato 
Da cotal conca ei e' inseguìa con esso 
1 pari suoi, che balzellando intorno 
Givano a lui come tritoni ; e piene 
Colme, scoppianti d'insensata gioia 
Battean le donne palma a palma, al flutto 
Liberator benedicendo. Incontro 



63 

All'armi la crescente onda s' infrange 

E a larghi sprazzi si ritorce. Ovunque 

Miri, si vede un cavalier, ch'un tratto 

Scompare, e sopra invan l'aspetti ; o un fante, 

Che agitando ne va fuor d'acqua appena 

La punta delia spada. A gruppi intanto 

Cadaveri, che in su sorgere a vita 

Pareano ornai, con un sol turbo in giro 

Se li risorbe il vortice, e travolve 

Col limo, e l'alghe, e colle arene al fondo. 

Fuor di tutte le schiere, e sol congiunto 

Con pochi spersi al par di me, gran tempo 

Contro una moltitudine di franchi 

Pugnai ; ma oppresso da la turba alfine 

Fra i compagni, che morti eranmi al fianco. 

Mi caddi anch' io. Fra vivo e morto giacqui 

Lunghissim'ora : e riaprendo i lumi 

Alla luce del giorno, altro non vidi 

Fuor ch'un' umida spiaggia, abbandonata 

Di recente dai flutti, e corpi a mezzo 

Ne la sabbia sepolti, e un mar che addietro 

Fattosi a lontanissimi confini 

D'azzurra lista disegnava appena 

Il più largo orizzonte. Alzar mi volli 

Più di tre volte, ma non valsi, e a terra 

Più mi sentii gravato e a star costretto 

Col petto e gli occhi al ciel rivolti, e il dorso 

Incatenato al suol. Mentre in tal guisa 

Stava in fra due di vita e morte, udita 

Mi veniva una voce, che mi parve 

Sonar latino in questi detti ; « Alcuno 

V è, che respiri ancor ? Se v' è, favelli. » 



64 

Volsi il capo a fatica, e vidi un franco, 

E schiavo l'avvisai dal rozzo manto 

Di scorza di betulla. Ei, cotYi'accorto- 

Del mio mover si fu, ratto si volse 

Alla mia parte, e conosciuta avendo 

Dal mio vestir la patria mia : « Coraggio, 

Disse, riprendi, o giovin greco. » E detto 

Mi si curvò di fianco in su' ginocchi, 

Mi guardò le ferite, e sovrastato. 

Che fuvvi alquanto ripigliò: « Mortali 

No non le tengo. » Fé' silenzio ancora, 

Ancor gli occhi girovvi, e con un grido : 

(( No, mortali non son : » fuor d'una tasca, 

Che di pelle s'avea di cavriolo, 

Trasse dittamo ed erbe, e un picciol vase 

Di purissima linfa. Lieve lieve, 

Com'un'aura che aleggia, in sulle piaghe 

Sentii passarmi il suo lavacro ; e in foglie 

Lunghe di canna ei le mi avvolse e strinse. 

Conoscente mostrar volli il mio core 

A tanto ufficio di pietà ; ma solo 

Dal muovere del capo e dal fìsarlo 

Dei semlspenti lumi avrà raccolto 

Del mio sentire un leggier segno- Or venne 

Di via ritrarmi il punto, e qui l'angoscia, 

Qui fu sommo il travaglio. Irrequieto 

Ei guatava d'intorno sospettando, 

Qual mi disse di poi, d'alcuna torma 

Sorvegnente di barbari. Già presso 

L'ora battea del marin flusso, ed egli 

Trasse argomento alla salute mia 

Dallo stesso periglio. Una barchetta 



65 

Scorse di fianchi naufragata in prima 
Contro una secca : a sollevarmi un poco 
Mise quant'ebbc in cor, quindi com'alto 
Fui col capo da terra, ei con le spalle 
Quasi a terra si giunse, ed a se tratte 
Le mie languide braccia, e il proprio collo 
Postovi in mezzo, dolcemente seco 
Tirommi ; e poi che su m'ebbe, e di peso 
Me gli gravai, barcollon come grave 
Ch'era pur d'anni in sul legno vicino 
Così trassemi a stento- Il mar non guari 
Tardò, che venne a ricoprir gli usati 
Lidi. Lo schiavo una spuntata picca 
Fuor dell'arena isvolse, e quando i flutti 
Soltentrati alla barca ebberla appieno 
Rilevata dal suol, con la spezzata 
Arme ei la resse al par che fatto avria 
Molto esperto noccbier. Spinti dal flusso 
Dell' onde favorevole, ben molto 
S'andò così ch'altin ci ritrovammo 
Su le sponde d'un fiume : e il fiume avea 
Riparale di selve ambe le sponde. 

Era assai scorto di que' lochi il franco, 
Nell'acqua ei scese, e poi novellamente 
Toltomi a spalla, mi depose in certo 
Penetrai di sotterra, ove han costume 
Ripor le biade i barbari, se volge 
Stagion di guerra. Mi compose un letio 
Colà di muschio, e a rivocarmi in core 
l-,e natie forze alquanto vin m'offerse. 

« Povero sventurato ! (in suo linguaggio 
Fi mi diceva) abbandonarti io deggio, 
C.A.T.CLXI. 5 



66 

E qui tu solo passerai la notte. 

Spero coll'alba apportator venirti 

I)i fausti annunzi : in questo mezzo i lassi 

Membri tu- fa di ristorar col sonno- » 

Così parlando ei sovra me distese 
Il suo logoro saio, onde spogliossi 
Per ricoprirmi, e si fuggìo ne' boschi. 



67 



Libro VII. Dalla medesima versione- 



ì^eguita 11 racconto. — Eudoro diviene schiavo di 
Faramondo. Storia di Zaccheria. Clotilde moglie di 
Faramondo. Principio del cristianesimo tra i franchi. 
Primavera. Caccia. Barbari del nord. Tomba di Ovi- 
dio- Eudoro salva la vita a Meroveo. Ritorno dei 
cacciatori al campo di Faramondo. La dea Erta. 
Banchetto dei franchi. Contesa di Cainulogene e 
Cloderico. Eudoro è fatto libero , e spedito messo 
di pace a jRoma. Sua partenza , e addio con Zac- 
cheria. 

Per Ercole ! (gridava, il dir d'Eudoro 
Demodoco rompendo) amati sempre 
Mi fur gli alunni d'Esculapio. Hann'essi 
Cor pietoso agli umani ; ed é lor conto 
Quel che si cela altrui : stan fra gli eroi, 
Fra i pastor, fra i centauri, e fra gli dei. 
Mio figlio, or dì : qual'cra adunque il nome 
Di tal divino barbaro, per cui. 
Misero ! non mi par ch'abbia pur tocca 
Giove l'urna dei beni ? Il gran Tonante 
Sempre dispone a suo piacer le sorti 
Degl' ignari mortali ; e mentre all'uno 
Fa copia di fortune, entro l'abisso 
Fa l'altro rovinar d'ogni sciagura. 
Il re d' Itaca un dì venne a tal stremo, 



68 
Che gli fu gioia a coi'icarsi in Ietto 
D'aride foglie di sua man licolte. 
Un dì quando virtù tenea la cima 
De le menti mortali» il prediletto 
Del gran Dio d'Epidauro ei de' guerrieri 
Saria stalo l'amico, egli il compagno : 
Oggi ei non è, che disprezzato schiavo 
Di genti aspre e selvagge ... Or via su dimmi, 
figliuol di Lastene, or dimmi il nome 
Del tuo liberator ; eh' io, qual già fece 
Nestore a Maeaon, vo' fargli onore. 
Rispose Eudoro sorridendo : Aroldo 
E' si dicea co' franchi, e qual promise 
A rivedermi ritornò coi primi 
Raggi del giorno- S'adducea compagna 
Una donna ravvolta in veste lina 
Di purpureo color, tranne le braccia 
E il petto a sommo, che siccome franca 
Discoperti recava. Era a mirarla 
Di selvaggio ed umano un cotal misto, 
Che pur piacea : forte natura in vista, 
E tinta per un tale abito strano 
Leggeramente di pietà. Con tutta 
L'anima agli occhi io la guardava allora 
Che lo schiavo mi disse : « giovin greco, 
Mercè rendi a Clotilde, alla consorte 
Di Faramondo mio signor. Costei 
Ti trovò grazia nel consorte, e viene, 
Come vedi» ella stessa a ricercarti 
Per quinci addurre in sicurtà fra loro. » 
Detto, più servi entrar nella capanna 
Vidi in un punto. M'adagiar coloro 



69 

Su ben contesti rami, e così venni 
Del mio novo signor portato al campo. 

Pur con tutto il valor, con la possente 
Dei flutti aita, fùr costretti i franchi 
Ceder la palma di vittoria all'arte 
Delle schiere di Roma : e avventurati 
Furon di ciò, che si campar da intera 
Ultima rotta, e al vincitor dinanzi 
Si ritraeano accelerando il passo. 

Io sovr'un carro di guerrier feriti 
Fui posato fra lor. Quindici giorni 
E tante notti andammo, ognor più dentro 
A la nordica zona, e non di tregua 
Fummo lieti giammai pria ch'assai lunge 
Dalle minacce di romano assalto 
S'avvisassero i franchi, e fuor di tema. 
Né pria d'allor sentii del mio destino 
L'orror giammai : ma poi ch'alfin saldarsi 
Cominciar le mie piaghe in quel riposo ; 
Gli occhi intorno mi volsi, e allor m'accorsi 
In quai cupe foreste io mi giacca 
Schiavo, prigion di barbari. In angusta 
Capanna, a cui difesa erano intorno 
Arbori giovinetti, che crescendo 
Avrieno in volta contessuti i rami : 
Una vii beva di fermento, un poco 
Di trito in fra duo pietre orzo, ed alcuni 
Frusti di daino o cavriol gittati 
Raro a' miei piedi per pietà ; quest'era 
La mensa mia. Per la metà del giorno 
Sul mio letto di strame abbandonato 
Solo io mi stava : ma gravezza assai 



70 

Più mi porgea de' barbari l'aspetto, 
Glie non la solitudine- La densa 
Aura, ch'uscìa dall'adipe dell'orso 
Al cenere di frassino commisto, 
Onde i loro cavalli ungono i franchi, 
11 vapor delle carni abbrustolate 
Nel picciol vano, e la continua nube 
Di fumo onde s'empiea la bassa volta. 
M'impediva il respiro- A questo prezzo 
Là per me si pagavano le care 
Di Napoli deli/,ie, i suoi profumi, 
E le dolcezze ov'obliai me stesso. 

Tutta la vita in suoi dover ponendo 
11 vecchio schiavo e notte e dì, non altro 
Donar che poch' istanti alle mie pene 
Ei non potea. Maravigliando ognora 
Io me ne stava a rimirar quel dolce 
Sempre sereno aspetto in mezzo a tante 
Sue fatiche ed angosce- Egli una sera 
Mi disse : « Eudoro, a risanar son presso 
Le tue ferite omai. Diman fia '1 primio 
Giorno, che ti sobbarchi a' tuoi novelli 
Dbveri. Io so, che t'è sortito il peso 
D' irne per legne in compagnia d'un qualche 
Servo in fondo del bosco. Or su, mio figlio. 
Mio compagno, fa cor, tutta richiama 
La tua virtù natia : de' suoi conforti. 
Se tu l'invochi, e' ti fia lieto il cielo- » 

Disse lo schiavo ; e s'allontana, e immerso 
Tutto mi lascia in disperato orrore. 

Così passai la notte in gran tempesta 
Di contrari pensier, mille disegni 



71 

Presto cercando, e distruggendo, e tatti 
Perigliosi ed orribili- Da prima 
Pensai di tornii con un colpo ai giorni 
Della mia schiavitù ; poi mi sovvenne 
Della fuga il pensier. Ma di qual modo 
Stanco, debile, inerme, ignudo, e solo, 
Di là sottrarmi ? e ritrovar cammino 
Fra quelle orride selve ? Ah ! ch'un' aita 
Sola io m'avea di tanti mali a schermo, 
Religion, sol mezzo, unico ond' io 
Liberarmi potessi ; eppur giammai 
Non le volsi un pensiero. In queste angosce 
Mi sorvenne il mattino, ed una voce 
Udii repente a me gridar : « Ti leva, 
Schiavo romano, or su levati- » Un cuoio 
Mi vidi porto di cinghiai per veste. 
Per attingermi l'acqua un rozzo corno 
Di bue, per cibo un secco pesce; e dietro 
Così presi il cammino agli altri schiavi, 
Che la via mi segnavano. Poi giunti 
Che fummo alla foresta, essi a ricorre 
Fra la neve e le guaste aride foglie 
I rami, cui dagli alberi disvelse 
L' ira del vento, ed assembrarli in fasci 
Qua e là si diero ; e al fascio suo ciascuno 
Féa di scorza di frutici legame. 
M'accennava talun, che il somigliante 
Pur io facessi ; ma veggendo all'opra 
Esser mal atto, m'aggravar le spalle 
D'aridi bronchi, e a ciò fur paghi- Alfine 
L'orgogliosa mia fronte alfìn costretta 
Pur si sentì d'umiliarsi al giogo 



72 

Di servitù. Le mie nudate piante 
Pestavano la neve, irti di brina 
Erano i nmiei capelli, e l'aura fredda 
M'agghiacciava le lagrime sugli occhi. 
Mi trassi un ramo della soma, ai passi 
Mei fei sostegno, e vacillante e chino 
Rompendo i bronchi e le roste a gran pena 
Me ne venia siccome vecchio infermo. 

Dalla stanchezza e dal dolor già vinto 
11 mio spirto cadea, quando improvviso 
L'antico schiavo mi rividi al fianco 
Sotto un peso maggior che il mio non era: 
Maggior non poco, e sorrìdendo in quella 
Consueta sua pace in me nel volto 
Fiso guatava . . . Allor fino alle ciglia 
Mi salì la vergogna, lo mi dicea 
Dentro i pen&ier: Costui vecchio sorride 
Sotto un carco tre volle al mio maggiore, 
Ed io giovane, io piango: ei da sì lunga 
Sciagura oppresso, io di sì pochi giorni ! 

« Eudoro (il mio liberator mi disse 
Soave a me s'avvicinando) assai 
Non ti sa grave qnesta prima soma ? 
giovinetto mio compagno, all'uso 
E pili di tutto al sofferirti in pace 
Quel che d'alto ci vien, l'altre di molto 
Ti fien più lievi. Or non mirasti a quanta 
Mole io m'acconcio nell'età cadente ! » 

« Ah ! gli gridai, su me quel fascio imponi, 
Che i tuoi ginocchi fa piegar; eh' io possa 
Te liberando, o alleviando in parte 
Da tanta pena, l'anima spirare. » 



73 

« No, figlio mio, riprese il vecchio, io nulla 
Pena non soffro. A che brannar la morte ? 
Prendi coraggio, rappaciarti io voglio 
Pur colla vita : vieni, indi a non molto 
Posar potrai, susciterem la fiamma 
Di picciol fuoco, e parleremo insieme. » 
Tacque, e salimmo su per via cosparsa 
D' inordinati tumuli, composti 
Dalle ruine, come poi m'avvidi. 
Di romano edifizio. Ivi crescendo 
Una famiglia di superbe querce 
Venia sopra l'antica a lei ne' piedi 
Già rasa e spenta. Come l'alto avemmo. 
Di sotto agli occhi un campo abbandonato 
Mi s'aperse in un tratto. » Ecco {Io schiavo 
Dissemi allor) di Teutebcrgo il bosco, 
Ecco il campo di Varo. E quell'altera 
Piramide, che là s'erge nel mezzo, 
È k tomba, ove chiudere gli avanzi 
Fé Germanico un dì delle romane 
Legion trucidate. Ella fu tosto 
Scoverchiata dai barbari : disperse 
Novellamente fùr per la campagna 
L'ossa infelici ; e orribil segno ancora 
Mira di ciò quei biancicanti teschi 
Confitti ai tronchi delle piante. Un poco 
Piij di lontan ravviserai gli altari, 
Dove scannati furo i capitani 
Delle prime centurie ; e ancor si scorge 
Il tribunal di zolla, onde ai germani 
Il fero Arminio sermonò dall'alto. » 



74 
Così parlando in sulla neve il carco 
De le legna gettava il buon vegliardo; 
Trassene alcune stipe, e là disposte 
Sul terren le infiammò- Quindi a sedermi 
E riscaldar le irrigidite membra 
Fecemi invito : e la sua storia imprese 
Con tal favella, che la porto ancora 
Scolpita in cor profondamente, e parmi 
Pur di vederlo, ognor eh' io mei rimembri, 
Quardò tacitamente intorno intorno 
Da prima, e poi fissò la vista al piano, 
La man mi prese a guisa di tanaglia, 
E allargando i grandi occhi, e le pupille 
Tutte avvivando: » Eudoro ! egli proruppe, 
Oserai favellar delle tue pene 
Anzi al campo di Varo ? Oppresso fremi 
Guardando i ceppi ; ma non sai che al fianco 
Ti vedi stretto nelle tue catene 
Un nipote di Cassio )> — Io lo guardai, 
E al muto chieder mio così rispose : 
« Allor che gli avi miei furon dannati 
Da Roma ad esular, poiché si fero 
Della sua libertà propugnatori. 
Nò portarne le immagini pur dato 
Fu poi ne' funerali ; i miei parenti 
Tra la famiglia riparar di Cristo, 
D' indipendenza vera unico asilo. 
Quindi informato alle veraci nonne 
D' una legge divina io fui soldato 
Nella tebana legion lungh'anni, 
E là di Zaccaria portava il nome. 
Questa credente legion, poich'ebbe 



I 



75 

Sé l'ifiutata ai sacrifici infami 

Dei falsi iddìi, fé' trucidarla intera 

Massimiano ; e fu compiuto il cenno 

Presso Agauna nell'Alpi. Allor si vide, 

Allor si vide quattromila adusti 

Vecchi guerrier, cui s' imbiancar le chiome 

Sotto il peso dell'elmo, ardenti ancora 

Di giovenil virtù, col brando in pugno, 

Stendere al par di mansueti agnelli 

Ai carnefici il collo- Kntro del core 

Così scolpita avean la diva legge 

Di quel maestro, che '1 gittar la vita 

Pria che virtii consiglia. In fra lor primo 

Cadde Maurizio condottier supremo 

Di quella schiera, e la più parte addotti 

Furo a morte di ferro. A me già strette 

Sul dorso eran le mani ... In tra la folla 

De le vittime assiso, il fatai colpo 

lo m'aspettava ad ora ad or : ma quale 

Che pur si fosse del divin consiglio 

L'arcano senno, io nel comun macello 

Obliato rimasi. I corpi morti 

Cotale intorno a me fecero un monte, 

Che agli occhi de li sgherri io fui sepolto ; 

E fatto pieno il reo voler, die volta 

Massimiano colle sue falangi. » 

« Come salse la notte alla seconda 
Di sue vigilie, e non s' udìa che il suono 
D' un lontano torrente alla montagna. 
Levai la lesta, e rimirando intorno, 
Alto prodigio mi colpì gli sguardi- 
Un'atmosfera di gentil sereno 



Sovra que'corpi dilatossi in giro, 

E ne volava intorno alma fragranza 

Di paradiso. Venerai prosteso 

11 gran Dio de' portenti, che non volle 

L'olocausto accettar de' giorni miei ; 

E poich' io non potea di sepoltura 

Tanti santi onorar, mi posi in cerca 

Del gran Maurizio- Alfin, dopo non breve 

Angoscioso guatar, cader balzando 

Nell'orribile strage, ecco il ravviso 

Quasi tutto sepolto in fra la neve 

Che piovve nelle tenebre. Mi corse 

Per l'ossa un brividìo come in sul primo 

Gli smossi il capo ; che mi parve ancora 

Dar suo cenno alle schiere, e ancor la vita 

Su quella fronte balenar mi parve* 

Ma tanta fiamma di vigor novello 

Dal ciel mi scese, che troncati a un punto 

M'ebbi i legami, e coll'aguzzo fm-ro 

D' una lancia scavai tosto la tomba 

Al mio buon duce. Ricongiunsi il capo 

Al tronco abbandonato, e fatto un prego 

AI novel Maccabeo, che presto un seggio 

Fra la diva milizia egli impetrasse 

Al suo soldato, il ricoprii di terra. 

Questo campo di pianto e di trionfo 

Quindi lasciai, per lo sentier mi posi 

Di Gallia, e presso Dionigi, il primo 

Vescovo di Lutezia, ebbi l'albergo »• 

« Con lagrime di gioia il pastor santo 
M'accolse, e annoverò nell'adunanza 
Dei discepoli suoi; le man m'impose. 



77 . 
E sacerdote di Gesù mi fece 
Dicendo: « Zaccheria, ti sieda in cima 
D'ogni pensier la carila ! Son questi 
Tutti i precetti ond'io fornir ti possa. 
Ahi ! quante morti a rimirar, dal cielo 
Son destinato, e de' miei cari amici 
Sempre le morti, e per la stessa mano ! v 

« Troncar fé' il capo a Dionigi ancora 
Massimiano e a' suoi fidi compagni 
Rustico ed Eleuterio. Ultima impresa 
Fu questa in Galiia delle sue; che poscia 
Ne pose in mano di Costanzo il freno- 

« Del mio vescovo ognor l'alte parole 
Mi sonavano in cor. Brama perenne 
M'ardea di sovvenir delle mie cure 
or infelici del mondo, e spesso andavo 
Dionigi a* pregar, che per valore 
De' merti suoi quest'unica ventura 
Da Gesiì m' impetrasse. Appiè del colle, 
Ove fu mozzo de la testa, i fidi 
Credenti di Lutezia avean sepolto 
L'adorato pastor. Quel colle il monte 
Si nomava di Marie, e un paludoso 
Tratto il partia dalla Sequana. Un giorno, 
Quelle paludi traversando, io vidi 
Una credente venir tutta in pianto 
Alla mia volta, e come fu vicina : 
« Zaccheria, gridò, son fra le donne 
lo la più sventurata: a man dei franchi 
E venuto il mio sposo, io resto sola 
Con tre piccoli figli, e non ho pane 
Da nutricarli. )> Di rossor la fronte 



78 
Mi si coverse, e ben m'accorsi allora 
Che Dionigi m'ascoltò. Celai 
La mia gioia, e le dissi : Animo prendi ; 
Che pur di le rìcorderassi Iddio. 
Così, rotto ogn' indugio, in via mi posi 
Per la colonia d'Agrippina. Assai 
Noto era a me quel prigionier soldato : 
Era credente, e fratel d'arme un tempo 
Gli fili. Come che semplice e rimesso 
Nella buona fortuna, alla rea contro 
Gli venia meno il cor : quindi tremai, 
Che in un coi lieti giorni anco la fede 
Lo abbandonasse. Alla colonia io giunsi, 
E al capitan de' saliani in preda 
L'udii caduto- Avea co' franchi allora 
Ferma Roma una tregua : adunque io feci 
Tragitto a questi barbari, e m'offersi 
Volontario riscatto a Faramondo 
Pel Cristian ; poiché null'allro in terra 
lo possedea che me. Cosi com'era 
Io vigoroso e forte, e per ventura 
Colui debole e stanco, agevolmente 
Fu gradito lo scambio. Io solo un patto 
Chiesi al novo signor : sciogliendo i ceppi 
Al prigioniero non gli far parola 
Qual fosse il prezzo. E tal seguì. Tornossi 
Pieno di gioia quel povero padre 
La sposa a consolar, nutrir la prole. » 

« D'allora in poi fo qui vita di schiavo : 
E di ciò molto mi rimerta Iddio ; 
Poi ch'alloggiando in fra tai genti, in tanto 
Vi fui felice, che vi sparsi il seme 



79 

Della parola di Gesù. Ma sovra 

D'ogni altra cura vo' per lungo i fiumi 

Della riva scorrendo a tor, per quanto 

Da me rimane, il lagrimevol danno 

D'un forsennato esperimento. Hann'uso 

Que' barbari, a provar se i propri figli 

Cresceran valorosi, esporli all'onde 

Sovra uno scudo ; e qual veggiono in suso 

Rimaner galleggiando, esso alla vita 

Ridonano, e perir miseramente 

Lascian gli altri ingoiati. Ove talora 

Di cotesti angioletti alcun mi venga 

Lieve raddurre a salvamento, io ratto 

Della battesimale onda lo bagno 

Per aprirgli 1' Empirò. •— Un'altra messe 

M'offron talora i desolati campi 

Delle battaglie. A guisa d'affamato 

Lupo m'aggiro in fra l'ombre, e'I sentiero 

Tento fra i mucchi della strage ; il segno 

Fo della voce ai moribondi ... Oh ! come 

Fremon taluni sospettando un ladro 

Che li dispogli nel morir ! Ma quanti 

Riapron gli occhi dolcemente al suono 

D'una vita miglior ! Così m'avviene 

Di metterli per via, donde si varca 

Al riposo d'Abramo. Ove feriti 

Non sieno a morte, ed io m'adopro allora 

Di sovvenirli ; e così spero a prezzo 

Di dolce carità riguadagnarli 

Al Dio degl' infelici. — Insino ad ora 

Il pili bel degli acquisti, ond' io mi pregi. 



80 
È la pieghevol giovinetta moglie 
Del mio vecchio signor, di Faramondo. 

tt Clotilde il core a Gesù Cristo aperse : 
Di violenta e cruda ella è venuta 
Mansueta e pietosa. Ogni dì sempre 
Mi porge aita a liberar dai ceppi 
Quelche infelice ; e la tua vita ad altri 
Tu non devi che a lei- Quand' io le corsi 
Ad avvisar che ti trovai fra i morti, 
Pensò da prima di tenerti ascoso 
In quella grotta, ove camparti al tutto 
Da servitù : ma poi seppe che i franchi 
Seguitavan ritrarsi, e allor non altra 
Via le restava,- che svelar l'arcano 
Della tua vita ed impetrar mercede 
Per te dall'aspro Faramondo : avvegna 
Che i barbari, se cari hanno gli schiavi 
Sani e valenti, li sospinge altronde 
L' impazienza ingenita, e'I dispregio 
Ch' han della vita, ad immolar quant' havvi 
Fra- i prigionier di stanchi o di feriti- 

« Questa è di Zaccheria la storia, o figlio. 
Se trovi or tu, che non mal merto ei s'aggia 
Procacciato appo te ; sol d'una cosa 
Ei ti scongiura. Or fa, che non ti vinca 
L'angoscia mai, rompi fortuna, e dura : 
Che, poi ch'ei ti salvò della persona, 
L'anima e tu ti salvi assai più cara 
D'ogni cosa terrena. Eudoro, in grembo 
Tu nascesti à quel dolce almo terreno, 
Che vicino alla terra è dei portenti ; 
Fra quei popoli culti, a cui si deve 



81 
Per gli altr' uomini tutti ogni semenza 
D'arti, dottrine, e di civil costume : 
In quella Grecia, io dico, ove il sublime 
Paolo recò l'avvivatrice fiamma 
Della fé di Gesiì. Quanto non fosti 
Privilegiato adunque oltra i gelati 
Abitator dell' Orsa, a cui si rude 
Tace in seno lo spirto, e il cor feroce 
Vive di sangue ! E tu di ior men vivo 
Forse ti mostreresti ai dolci colpi 
Che fa la carità dell' Evangelo ? » 

Come punta nel cor mi penetràro 
Di Zaccheria gli ultimi accenti. Oppresso 
Io mi sentiva dal secreto indegno 
Della mia vita : non osai le ciglia 
Al mio liberator levare in fronte : 
Io, che sostenni intrepido gli sguardi 
Dei signori del mondo ! Alta vergogna 
A palesar l'oblìo della mia fede 
Schivo mi féat necessità del core 
Mi spingeva a scoprir della mia vita 
Gli obbrobriosi giorni. Egli s'accorse 
Della nova tempesta onde sbattuto 
Era l'animo mio, ma non s'appose 
Della fonte segreta: e sospettando 
Non si fossero aperte un' altra volta 
Le mie ferite, addimandò che fosse 
Quel mio novello turbamento. Io preso 
A cotanta bontà, mentre sua vista ^ 
Mi difendean le lagrime che un velo 
Involontario mi faceano al ciglio. 
Ai pie del vecchio mi gettai dicendo : 
G.A.T.CLXI. 6 



82 

« No, padre mio, non son pur le ferite 
Di questo corpo che mi danno angoscia : 
Una piaga è bensì, ma piiì profonda, 
Più di queste mortai- Tu, che tanti opri 
Gesti sublimi e generosi in nome 
Di tua religìon, dì, crederesti 
Mai tu, si poca somiglianza in noi 
Raffigurando, crederesti, o pio, 
Che noi siam figli d'una islessa fede ? ». 

(( Mio Cesiì ! mio Gesù ! (gridò, le palme 
Levando al cielo il santo vecchio) o mio 
Divin maestro, un altro servo adunque 
Avrai tu qui ? » — « Sì, cristiano io sono »• 
Soggiunsi a lui che in fra sue braccia avvinto 
Delle lagrime sue mi bagna, e preme 
Contro i canuti suoi capelli, e lieto 
Nei singulti ripete : « mio fratello ! 
Dunque un fratello ho qui trovato. » Ed io 
« Son cristiano » io ripeteva ancora. 

Noi piangevamo, e sulla terra intanto 
Scendea la notte- Il proprio carco ognuno 
Riprese, e ci tornammo alla capanna 
Di Faramondo. Come poi del giorno 
Spuntò la nova luce, a ricercarmi 
Zaccheria ritornò, m'addusse in fondo 
D'una foresta, e là vidi nel tronco 
D'un vecchio faggio (il faggio, onde già diede 
Secovia profetessa dei germani 
Suoi responsi alle genti) una commessa 
Picciola immago di Maria la madre 
Del Salvator. L'era posato a' piedi 
D'edera un ramo, dei maturi fruiti 



83 
Tuttavìa pieno, alla gran Diva e al Figlio 
Póllo di fresco; poi ch'ancor la neve 
Non la copriva ». Questa notte istessa, 
Dissemi Zaccheria, quando contezza 
Del novello fratel che nosco abbiamo 
Diedi alla sposa del mio sire, in fretta 
S'addusse ella fra l'ombre al nostro altare, 
E sì '1 fregiò di sua letizia in pegno ». 

Non pur finito questo dir, davanti 
Ecco starci Clotilde. In sulla neve 
Del faggio al piede ginocchion si mise 
Tacita; e noi le ci ponemmo ai fianchi 
Di simil guisa, e rimanemmo in quanto 
Ebbe ridetta del Signor la prece 
Ad alta voce, e in barbara favella. 

Così nascer vidi io la fé di Cristo 
Appresso i franchi. Oh divin culto ! Oh pura 
Religion sublime ! a qual parola, 
A qual pensier di rivelar fia dato 
Le grazie di tua culla ? Oh come apparve 
Cosa tutta di ciel primieramente 
Ai pastor di Giudea nella spelonca 
Di Betlem ! come portentosa allora 
Dentro le catacombe mi percosse. 
Che vidi innanzi a lei prostrarsi umile 
Una possente imperadrice ! Ed ora 
Chi pianto non avria la ritrovando 
Sotto un albero là tra le foreste 
Della Germania, e adoratori intorno 
Soli aver tre fedeli: un roman schiavo, 
Un prigion greco, e barbara regina 
In mezzo a loro ! Oh qual possente mano, 



Qual più chiara dal ciel voce discesa 

Io m'aspettava a rieondurmi in seno 

Dell'ovil che lasciai ? Già reso in parte 

Saggio m'avea del voto orrido e bratto 

Degli umani piacer la noia ond'io 

Ne riuscii gravato; indi lo spirto 

Scosso forte m'avea l'anacoreta 

Del Vesuvio; e il mia cor già lenemente 

Zaccheria si prendea : ma scritto in cielo 

Stava, ch'io non avrei fatto ritorno 

A verità senza passar per lungo 

Sentier di gravi esperimenti, e strane 

Disavventure. Di fraterni studi 

Sempre per me l'amabil vecchio crebbe, 

E nelle sue parole udir la voce 

Mi pareva di Dio. Che viva scuola 

Non si chiudea nel rimirar soltanto 

L'erede Cristian di Cassio e Bruto ! 

Queir inconcusso del roman tiranno 

Stoica uccisar, do[K) una breve e piena 

Di gloria e di poter libera vita. 

Noma virili mero fantasma : il pio 

E pietoso discepolo di Cristo, 

Schiavo, ignorato, povero, canuto. 

Predica alfìn, che nulla è sulla terra 

Verace in fuor della virtiì ! Cotale 

Sacerdote, che in vista era sol dotta 

Di carità, chiudea pure un tesoro 

Di dottrina neiranima, e un acuto 

Senso del bello. Innanzi alla sua mente 

Erano tutti in ordinata schiera 

Gli error, le glorie, i magni gesti, e quante 



85 
Strane venture addussero gli antichi 
Secoli in Israello, in Grecia, in Roma. 
Che dolce incanto rascoltar quand'egli 
Favellava degli uomini che furo, 
Guardando il gregge ai barbari ! Sovente 
M' intertenea degli usi e delle leggi 
Dei signor nostri, e mi dicea : « Se un giorno 
Ritoccherai della tua Grecia i lidi, 
Diletto Eudoro, intorno a te vedrai 
Stringersi i figli di tua patria, ardenti 
D'ascoltarti narrar le costumanze 
Di questi re dalla prolissa chioma. 
Le angustie* ch'or ti serrano, gradito 
Fonte ti fien di rimembranze, e novo 
Erodoto sarai fra quelle genti 
Ad incantarle di lontan venuto 
Con mirabili storie. A lor tu dunque 
Dirai, che le germaniche foreste 
Danno seggio ad un popolo, che sceso 
Di Troia anch'eì si pregia (avvegna in terra 
Che non abbia mortai, cui la bellezza 
Di vostre fole non rapisca a tanto 
Da pur volerne la sua parte) ; e questo 
Popol ch'è fatto di tribù diverse 
Di catti, di bructeri, e saliani 
Di germani, e sicambri, aversi il nome 
Preso di franchi, nome altier che suona 
Libero; e ch'esso di tenerlo è degno. » 
In molti re partito il regno, in uno 
Si stringe allor ch'alto periglio incalza. 
Sta la tribjj de' saliani al cenno 
Di Faramondo : e questa il piiì sovente 



86 
Del comando ha l'onor, poich'è tenuta 
Fra le altre nobilissima. Quest'alta 
Nominanza le vien dal suo costume, 
Che vieta freno femminil, né fida 
Lo scettro nd uom giammai, se non guerriero. 

(( Due volte ogni anno, a marzo e a maggio,i franchi 
Si raccolgono insieme alla consulta 
Della bisogna universal. Risplende 
Tutto nell'arme il popolar senato, 
E sotto una gran quercia il re s'asside. 
Gli fan presenti d'ogni parte, e lieto 
Ei li riceve ; le doglianze ascolla 
De' suoi soggetti o a meglio dir compagni, 
E tiene a lor di tutto equa ragione. 

(( Qua possesso non vige oltre d'un anno : 
Quel terreno coltiva ogni famiglia, , 

Che dal re le s' imparte , e alfìn comune 
Torna dopo la messe ogni campagna. 
Tien d'un'egual semplicitade il resto 
De' lor costumi, e come vedi, il saio, 
Il cacio, il latte, dividiam pur anco 
Noi co' padroni. Testimon tu fosti 
Di Meroveo ieri alle nozze ; e furo 
Uno scudo di velrice, un destriero 
Colla sua briglia, e d'aggiogati buoi 
Non più che un paio, il nuzial presente 
Furo all'erede dello scettro franco. 
Che se ne' giuochi a sua stagione ei salta 
Più d'ogni altro spedito in fra le lance 
Ed alle spade ignudo, e si comporti 
Da prode in guerra e giusto in pace, allora 
Gli fìa dato sperar dopo la morte 



87 
Un rogo e una piramide di zolle, 
Che gli copra la tomba. » In questi sensi 
Zaccheria mi parlava. — Alfin pur venne 
La primavera ad animar le selve 
De la nordica terra. In un momento 
Oh come tutto tramutò sembianza 
La valle, il bosco, la pianura, il monte ! 
Pria delle nevi la bianchezza uguale 
Ruppero uscendo fuor le nere punte 
Delle rocce, indi le rossigne cime 
Degli abeti ; e per tutto impazienti 
S' adornar gli arboscei di fronde e fiori 
In loco dei cristalli, che pur dianzi 
Fean luccicar di pendoli ogni ramo. 

Ma que' bèi giorni rimenaro ai franchi 
La slagion de le pugne. Altri di piglio 
Ridiér subito all'armi, altri assettarsi 
Per la caccia degli orsi e degli urochi 
In lontane contrade. A' cacciatori 
Meroveo si fé' duce, ed io co' schiavi 
Fui messo, pronti a seguitarlo. Addio 
Dissi al buon Zaccheria ; né più rividi 
Per alcun tempo il piti gentile e santo 
Degli uomini. Scorremmo in breve tempo 
Il lungo tratto, che dal mar si stende 
Di Scandinavia al Ponto Eusino- Il varco 
Danno queste boscaglie a centinaia 
Di popoli selvaggi, che a vicenda 
Vanno in torrenti a dilagar 1' impero. 
Par ch'essi udito dal meriggio un segno 
Abbiano, che dai gelidi trioni 
Alto li chiami e dall'aurora- Il nomo 



88 
Loro qua!' è ? Che stirpe e che paese 
Dier nascimento a lor, cuna, e soggiorno ? 
Di ciò chiedete ai eie!, che li conduce ; 
Poich'essi all'uom sono ignorati al pari 
Di lor cieche làtèbre- Ecco e' son giunti, 
E lor tutto è parato- Alberi e suolo 
Son casa e tetto, e i lor sentieri usati 
Gli arapi deserti. Di saper v'aggrada 
Su qual terreno s'accampar ? Mirate 
Quest'ossa a mucchi di sgozzati armenti. 
Questi pini che paiono percossi 
Dal fulmine del ciel, quelle foreste 
Disertate dal fuoco, e questi piani 
Ricoperti di cenere. — Ventura 
Volle che intoppo di cotai falangi 
Non e' incontrasse in via : ma sol trovamnw 
Tali erranti famiglio, in cui paraggio 
Ben il vanto di popolo civile 
Puossi al franco largir. Quegl' infelici 
Senza tetto ne vesti, e più che spesso 
Manchevoli di cibo, altro non hanno 
Conforto ai mali lor, ch'una infeconda 
Libertà non sentila, e qualche danza 
Nel deserto. Ma quando al bosco in fondo- 
Sulla riva d'un fiume a queste danze 
Sciolgon la vita, e suon d'umani accenti 
Eco la prima volta ivi rimbomba, 
E dall'alto del suo scoglio sta l'orso. 
Che il muso intende a rimirar que' giuochi 
Dell'uom selvaggio, in quella rozza scena 
Pur v'ha qualcosa di sublime : e forza 
È sul destino intenerir di questo 



89 
Figlio di solitudine, che nasce 
Ignoto al mondo, per un sol momento 
Calpesta alcune valli ove giammai 
Più non fia che ripassi, e poco stante 
Cela il sepolcro suo di sotto al muschio 
Dei deserti, che al tardo passeggìero 
D'un popolo che visse orma non serba. 

L' Istro varcato appo la foce, alquanta 
Scevraimi un giorno dai compagni, e a vista 
Fui dell'Eusino ; quando mi s'offerse 
Una tomba di pietra, ed un alloro. 
Che vi crescendo la copria. Divelsi 
Dalla sua base alcuni sterpi, e lessi 
Scolpiti in lei questi latini accenti 
D'un sommo al par che sventurato vate : 
« Senza me te n'andrai, mio libro, a Roma. » 
Che pensier, che desir mi suscitàro 
Cotai memorie 1 Lunga pezza io stetti 
Muto guardando con immote ciglia 
Nella tomba d'Ovidio, inaspettata 
Vista in mezzo a un deserto ! Ahi com'è dura, 
Meco dicea, l'angoscia dell'esìglio, 
E sovra tutto barbara a colui. 
Che per alma gentile in cor più vive 
Le dolcezze provò del suol natio ! 
Ahi durissimo esigilo ! — E allor dinanzi 
Mi si facea l'interminato stuolo 
Degli umani infortuni; e tutti al guardo 
Del mio cruciato spirito sembianza 
Prendean di vere gioie; e col desio 
Tra i lor fantasmi io mi lanciava, e tutti 
Abbracciati li avrei ; ma dopo il sogno 



90 

Mi ritrovava nell'esiglio, e indarno 
Dagli occhi stanchi mi rompeva il pianto. 
Ahi fero esiglio ! E conlra te non vale 
Schermo d'alti pensier; ne vai dottrina, 
Che a pili gravar su noi l'orrido peso 
Del tuo martirio, e dell'altrui vendetta. 
Quella Roma che tanto oggi si piace 
Ed inorgoglia del gentil fra tutti 
I vati suoi, del piià fecondo ingegno 
Cui desse a luce, con asciutte ciglia 
Mirò vent'anni stemperarsi in pianto 
Gli occhi di lui che le die tanto onore* 
Ahi ! meno ingrati degli ausoni, ardente 
I selvaggi deiristro han rimembranza 
Dell'italico Orfeo, che un giorno apparve 
Nelle foreste lor. Pieni d'amore 
Convengon essi a carolar d'intorno 
Al suo fremente cenere; e qualcuna 
Delle sue note ancor suona, ed è bella 
Su rozzi labbri. Tanto ad essi è cara 
Pur la memoria di colui, che nome 
Là di barbaro avea però ch'inteso 
Dal sarmata non era in sua favella ! 
Quelle vaste contrade attraversate 
Aveano i franchi a visitar talune 
Di lor Iribij, cui dell'Eusino in riva 
Probo un dì trasmutò. Ma come aggiunti 
Fummo all'Eusino, ivi contezza avemmo 
Che un mese innanzi dileguarsi intere 
Da quelle parti: nò dicea la fama 
Per dove, o come, né il perchè, nò punto, 
Che di lor fosse. Meroveo tornarne 



91 

Deliberò subitamente al campo 

Di Faramondo : e deviando alquanto 

Dal primo calle, ci trovammo insieme 

Sul monumento ove seduto io m'era 

Testé solingo. In suo consiglio il cielo 

Fermato avea ch'io libertà trovassi 

Alla tomba d'Ovidio. Ivi una lupa 

S'era nel parto accovacciata, e come 

N'avvicinammo, si lanciò disteso 

A Meroveo. Già gli addentava il collo : 

Ma con un dardo io la trafissi, e spenta 

Cadde al suol pria che in aer sonasse il grido 

Dello spavento, e pienamente accorto 

Se ne fosse colui. Com'ei riscosso 

Fu dal primo stupor, diemmi sua fede, 

Che immantinente pregherebbe il padre 

Per la mia libertà. Gli fui compagno 

Quindi in poi della caccia, ed al suo fianco 

Riposar mi facea- Gli ricordai 

Talor della battaglia sanguinosa 

Per dove tratto primamente il vidi 

Dai tre feroci tori; e tutto quanto 

Si riscotea di giubilo al richiamo 

Della sudata gloria- Anco gli dissi 

De' miei patrii costumi, e delle antiche 

Nostre memorie : ma di quanto udiva, 

Solo arridea dal core alle fatiche 

D' Ercole e di Teseo. Quand' io talora 

Mi studiava addottrinarlo in parte 

Di nostre arti divine, ei feramente 

L'asta brandiva, e mi dicea : « Son' io, 

greco, greco, il tuo signor son'io », 



92 

Volser più lune, e ritornammo al campo 
Di Faramondo ... La real capanna 
Giacca deserta. Visitar taluni 
Ospiti il re dalla prolissa chioma; 
E il re, profuse le delizie intere 
Della sua casa ad onorarli, addotto 
S'era a coabitar nella capanna 
D' un vicino signor, che messo al fondo 
Di sue dovizie anch'ei, seco Io addusse 
Appo un altro dei capi. Faramondo 
Noi ritrovammo alfin, che ad un festivo 
Banchetto assiso, si godea la copia 
Delle gioie ospitali : e a noi frattanto 
Di quelle feste la ragion fé' conta. 

In mezzo al mar di Svevia un' isoletta 
Giace, Casta di nome, e sacra ad Erta 
Diva, il cui simulacro è sovra un carro 
Perennemente in un gran velo avvolto. 
Scorre per la Germania a certi tempi : 
Giacciono allor le nimistadi, e tace 
Per le nordiche selve il fragor diro 
De le battaglie- Noi giugnemmo in quella, 
Che tale arcana deità di poco 
Era scorsa tra i barbari, e la gioia 
Che vi destò non era spenta ancora. 

Per abbracciarmi Zaccheria non ebbe 
Che il destro d'un istante. Eran chiamati 
Tutti i capi al convito, ove a consulta 
Por si dovea, se proseguir la guerra, 
alfin la pace statuir con Roma. 
A me l'ufficio di coppier fu dato, 
E Meroveo locossi in fra i guerrieri. 



93 

Eran seduti in semicerchio avanti 
A un focolai", dove si fea l'appresto 
Delle dapi festive : ed ogni prence 
Di tutto punto com' in guerra armato 
Sedea su fascio d'erbe o su fardello 
D' involte pelli, e sol per se distinta 
Picciola mensa avea dinante, in cui 
Giusta sua voglia, o il sangue, o una tal parte 
Gli si porgea di vittima. 11 guerriero. 
Che più d'ogni altro si sapea valente, 
(E Meroveo quest'era) alto s'ergea 
Nel maggior posto- Qua e là d'attorno 
Andavano i liberti in lancia e scudo, 
Che recavano i tripodi ricolmi 
Di vivande fumanti, e le spumose 
Piene d'orzeo liquor corna d'uroco. 

Sul compiere del pasto a far consiglia 
Si cominciò. Confederato ai franchi 
Un gallo avea, Comulogène il nome, 
E discendente del famoso veglio, 
Che già Lutezia incontro a Labieno 
Fero sostenne. Coi quarantamila 
Discepoli cresciuto era alle scuole 
D'Augustoduno (1), e raffinò lo spirto 
Dai più famosi retori che furo 
Di Burdigalia (2) e di Marsiglia. Ardente, 
Siccome gallo, e istabile, e ritroso 
Ad ogni freno, ei si gettò da prima 
Nella rivolta de' bagaudi : alfine 

(1) Autun. 

(2) Bordeaux. 



I 



94 

Quando Massimiano ebbe domati 
Quei ribellanti c?mpagnoli, ai franchi 
Passò Comulogene, e per soverchio 
Di sue dovizie, e valentia nell'arme, 
Lo si adottar. Poiché silenzio venne 
Dai sacerdoti del banchetto imposto, 
Levossi il gallo a favellar ; che stanco 
Forse in cor dell'esiglio, alto il partito 
Di spacciar messi a Cesare propose ; 
Delle romane legioni a cielo 
La disciplina commendò ; poi disse 
La virtù di Costanzo, e le dolcezze 
Cui fruttar suole e fratellanza e pace 

« Che un gallo porga a noi questo consiglio 

(Cloderico rispose, un dei signori) 
Maraviglia non è : sente che voto 
Non gli andrà di mercede appo i suoi primi 
Signor l'officio. È ver, la vitea verga 

D'un capitano di centuria è meno 

Greve a trattar che la framèa. Per fermo 

Cesare venerar sul Campidoglio 

In porpora sedendo è men periglio, \ 

Che dispregiarlo in una pelle d'orso 

Dalla nostra capanna- In Roma in Roma 

Yisti ho pur io que' possessor tenaci 

Di superbi palagi, avidi schiavi 

D'oro, fasto, e mollezza- Oh ! di pietade 

Troppo degni son essi, onde più cresca 

In noi l'amor delle natie foreste. 

Sì, credetelo a me, così tremendi 

Essi non son, quai ve li pinge il grido 

Della paura. Dimandar la pace 



95 

Ben ponno i galli, se di pace han voglia, 
Eì, che da quella nazion di donne 
Fui* conquistati. Cloderico in petto 
Sente un cotale ardor, che lo strascina 
A incenerire il Campidoglio, e il nome 
Pur dei romani cancellar dal mondo. » 

Vibrando all'aura le lucenti lance, 
E battendo gli scudi, a questi accenti 
Fece plauso il congresso. « Ite, ite a Roma, 
(Riprese il gallo raddoppiando il tono 
Dell'adirata voce), or che badate 
Qui ne' boschi acquattati ? In cor sicuri 
Già siete voi di tragittarne il Tebro, 
E ancor da voi non fu francato il Reno ! 

I galli, schiavi conquistati un giorno 
Da quel popol di donne, in cotal pace 
Desidiosa non sedeano a mensa 

II dì, che devastar l'empia cittade. 

Che voi da lunge or minacciate. Ignoto 

È a voi pur dunque, che la ferrea spada 

D'un solo gallo equilibrò del mondo 

Il vasto impero (1) ? Ovunque alta faccenda 

S'agitò sulla terra, in chiaro loco 

Voi gli avi miei ravviserete. I galli, 

I galli soli, non sentir paura 

Dinanzi ad Alessandro : essi dieci anni 

Stèro a Cesare incontro, e alfìn provati 

Di Vercingetorìce avrebbe i ferri 



(1) Allude alla spada da Brenno gittata sulla bilancia, ove 
i romani pesavano le 1000 libbre d'oro per riscattar la città 
dai ealli. 



96 

Cesare, so non erano fra loro 

Discordi i galli. Ma quai son più chiare 

Terre dell'universo, i miei maggiori 

Tutte l'ebbero a freno. Il ferro, il fuoco 

Essi in Grecia recàro, essi piombarono 

Sopra Bisanzio, s'accampar di Troia 

Sulle ruine; han posseduto il regno 

Di Mitridate, ed oltra il Tauro i ceppi 

A quegli sciti, non domati ancora 

Da man mortale, essi arrecar. Dal pugno 

Degli avi miei, come di gente impressa 

Da sugello fatai, parean sospese 

Le sorti della terra. Una e poi l'altra 

Parve, che tutte udissero le genti 

Quella voce fatai, che féa di Brenno 

Ai romani sentir la vicinanza, 

E a Cedizìo gridò nel più profondo 

Della notte : » Cedizio, a' tuoi tribuni 

Dì, che diman saranno i galli in Roma- » 

Comulogene ancor seguìa; ma forte 

Scoppiando in risa Cloderico, e l'else 

De la spada battendo in sulla mensa, 

E la sua coppa rovesciando, disse : 

« Chiomati regi, or che vi par ? Qual senso 
Cogliete voi dal cicalar di questa 
Profetessa dei galli ? Udiste mai 
Di cotesto Alessandro ? E che fattura 
S' è Mitridate ? Ornai, Comulogene, 
Se gran discorso fabbricar t' è lieve 
Nel sermon di quei vili, a eui se' schiavo, 
Tienli dal farlo innanzi a noi- Si vieta 
A' figli nostri esercitar la mente 



In arti di scrittura, arti abborrite 

Dì servitù. Ferro, battaglie, e sangue : 

Questo da noi si vuol, questo s' impara. » 

Rimescolossi l'assemblea, levarsi 
Tunmltuose grida ; e vendicando 
Collo scherno 1' insulto il gallo aggiunse ; 

« Poi che '1 famoso Cloderico ignora 
Pur d'Alessandro il nome, e non gli aggrada 
Lunghi discorsi, un sol molto farogli : 
Se per addur le fiamme in campidoglio, 
Altri che te non han guerrieri i franchi, 
Eterna è Roma, e per voi meglio è pace 
Ad ogni prezzo, w — « Traditor (coi labbri 
Pieni di schiuma, e sollevando il tono 
Della voce il sicambro) ancor pochi anni, 
E la tua razza cangerà signore. 
Allor pei franchi coltivando il suolo 
Degli avi tuoi, nolo il valor ti fia 
Dei re chiomati. » — E sorridendo il gallo, 
Ma d'un sorriso cui smentiva il labbro 
Ti'cmulo, e il fuoco de lo sguardo errante : 
« Ov'altra tema, che del tuo, non m'abbia. 
Per fermo in cura io non avrò raccorrò 
L'uova del serpe a la novella luna. 
Per avermi riparo incontro ai mali, 
Che già Tentate m'apparecchia. » Udito 
Ebbe lai detti Clodorico, e agli occhi 
Stendendo a lui della framea la punta : 
« No, gli dicea con la voce impedita 
Di rabbia, tu non oserai lo sguardo 
Pur su questa levar. » — « Menti a ripiglia 
Neil' ira il gallo, e sguainato il brando, 
C.A.T.CLXL 7 



98 

Sul franco si precipita ... — Divisi 
Fur subito i guerrieri; e i sacerdoti 
Imposer fine a quel novel banchetto 
Di centauri e lapìti. Al nuovo giorno, 
Giorno che in sua pienezza era la luna (1), 
Deliberossi nella pace il meglio 
Dei vari divisar, ch'esposti allora 
Fur ne l'ebbrezza quando il cor non fìnge, 
E tutto s'apre alle sublimi imprese. 
Si statuì d'offerir pace a Roma ; 
E poi che Meroveo, fermo, nel vanto 
Delle promesse sue, dal genitore 
La libertà m'ottenne, io fui prescelto 
Messaggero a Costanzo; e messaggera 
Di sì lieta novella a me Clotilde 
Con Zaccheria ne venne. Indi gran prieghi 
Mi porsero ambedue, ch'oltre dimora 
Non ponessi all'andar, così schivando 
L' incostanza dei barbari- Cotanto 
Quel sospetto amoroso il cor mi vinse, 
Che fu d' uopo obbedir; ma Zaccheria 
Fino all'estrema gallica frontiera 
M'accompagnò. La gioia, onde m'empiea 
La mia vicina libertà, contesa 
Erami dal dolor di separarmi 
Da questo vecchio venerato. Indarno 
Lo pregai di seguirmi, indarno io piansi 
De'suoi travagli. Camminando, un giglio 



(1) Coeunt, nisl quid fortuitum et subitum inciderli, cerlis 
diebus, cura aut mchoatur luna aut irapletur. (Tacit., de Mor. 
Germ., XI). 



99 

Selvaggio e'colse, che mettea la punta 
Fuor della neve, e sì mi disse: « figlio, 
E' questo fior de'sali'ani insegna : 
Per sua natura ei più gentil, pili bello 
Sorge tra questi boschi, e più fragrante, 
Che in suol meno soggetto a vernai ghiado; 
E il candor de le brine (onde si vela 
E si tien custodito anzi ch'offeso) 
Vince d'assai. Di simil guisa io spero 
Che questa di mia vita aspra stagione, 
Da me passata insiem colla famiglia 
Dell'uom cui servo, renderammi un giorno 
Simile a questo giglio innanzi a Dio; 
Poi ch'all'anima è d'uopo, onde si svolga 
In tutta sua virtù, per alcun tempo 
Sotto il rigor della fortuna avversa 
Giacer sepolta. » Così detto, stette, 
Si volse al cielo ov'accennò che un giorno 
Ci troveremo : e, pria eh' io fossi a terra 
Per adorarlo, abbandonommi ; e tempo 
Né forza io m'ebbi di formar parola. 

Così Gesù, le cui vestigio ei preme, 
Informar si piacea d'alte dottrine 
I discepoli suoi lungo le rive 
Del mar di Galilea, parlar facendo 
L'erba dei campi e il giglio de la valle. 



100 



Dal libro 15 dei medesimi. 

L angiolo dei mari che protegge, per cornai • 
Maria, la fuga di Cimodoce e d' Eudoro. 

Solcando se ne va verso oriente 

Il vascel di Cimodoce, e rivolto 

Verso Italia la prua quello d' Eudoro. 

Vegliava intanto la divina Madre 

Del Salvator su i perigliami giorni 

Della innocente pellegrina- Invia 

Gabriel ratto all'angiolo dei mari 

Perchè ritenga i furiosi venti 

E i più soavi sovra il mar disfreni. 
Non tosto il potentissimo comando 

Udì '1 celeste messagger, che tolte 

Dagli omeri le bianche ali, cui cinge 

Un'aureo lembo, immergesi nell'onde. 

Alle sorgenti dell'ocèano, in fondo 

Di grotte impenetrate, ove de' flutti 

Assiduamente il fremito rimbomba. 

Abita l'accigliato angiol, che i moti 

Agli abissi del mar frena e governa. 

Saggezza il prese ad erudir quand'ella 

Al^nascer primo s'aggirò dei tempi 

Sovra '1 dorso dell'acque. Egli al gran cenno 

Docile dell' Eterno aprìa del cielo 

Le calaratte e sommergea la terra: 

Ed ei pur fia che nei supremi giorni 

Del mondo i flutti anc' una volta in cima 



101 

Dei più superbi monti alfiti travolga. 

Ne la culla de' fiumi a guardia messo 

Modera il corso lor ; gonfia, o ne scema 

L'onde soggette : indietro egli respinge 

Nella notte dei poli, e con ritegni 

Di ghiaccio indissolubile incatena 

Venti, nebbie, vapor, nubi, e tempeste. 

Noti a lui sono i più celati scogli, 

I, seni più ricolti, e le inaccesse 

Lontanissime terre, e ne rivela 

A quando a quando al genio umano alcuna 

Men' ardua parte- A un volger d'occhi ei guarda 

Le morte piagge boreali, e i climi 

Sotto il giro dei tropici brillanti. 

Due volte al giorno all'oceàn solleva 

I gran serrami, e di Sua mano il globo 

Equilibrando ei pur due volte all'anno 

Sotto l'obliquo sol ritrae la terra. 

Nel sen dei mari Gabriel penetra. 
Intere nazioni, ed ingoiati 
Gran continenti dormono sepolti 
Sotto l'ampia voragine dell'ondo. 
Quanti fra lor diversi orridi mostri. 
Cui mortai occhio non vedrà ! Qual raggio 
Di vita in quelle oscure ultime cave ! 
Ma quanti ancora miserandi avanzi ! 
Quanti naufragi, in cui di mille vite 
Fu spenta la favilla in un istante ! 
A quella pietà dell'umane sorli 
Bagnansi i rai di Gabriello, e il ciglio 
Inarca insìem di maraviglia a tante 
Del supremi) poter vestigio immense. 



102 

Ma è già veduto a lui l'angiol dei niai'i 
Pensoso forse a prossima rivolta 
Neil' impero delle acque : assiso ei sta 
Su cristallino soglio, un freno d'oro 
Tien fra le mani, la muscosa a tergo 
Gli scende umida chioma, e gli rinvolge 
Azzurra fascia le divine forme. 

Pria Gabriello in grave atto il saluta, 
Poi « Formidabil spirito, gli dice, 
Mio celeste fratello, il gran potere, 
Che r Eterno t'affida, assai dimostra 
Qual fra l'eterne gerarchie ritieni 
Eccelso grado. Oh nuovo mondo ! Oh somma 
Intelligenza ! Oh te beato, a cui 
Dato è spiar così profondi arcani ! » 

E l'Angiolo del mare : « Ambasciatore 
Divin, qual ch'ella sia l'alta cagione 
Del tuo messaggio, a mia ventura io prendo 
L'essermi oggi cotanto ospite sceso. 
Oh ! per meglio ammirar l'alta possanza 
Del signor nostro, era mestier vederlo 
Posar di quest'imperio i fondamenti; 
Io con quest'occhi il vidi, allor che l'acque 
De l'abisso in due parti egli divise : 
lo'l vidi i flutti assoggettar degli astri 
Ai movimenti, e d'esto mar le sorti 
Legar con quelle della luna e '1 sole. 
Leviatàn di ferrea maglia ei cinse, 
E a trastullarsi l' inviò fra questi 
Torbidi gorghi. Selve di corallo 
Sotto l'onda ei piantò, d'ampia famiglia 
La popolò di pesci e di volanti : 



103 

Ei fece uscir dal procelloso grembo 
Isolette leggiadre. Ai venti il corso 
Di certe vie prescrisse, a certe leggi 
Soggettò le tempeste, e sulla riva 
Tenendo 1' immortai piede, al mar disse : 
« Tu non più t'oltrerai; qui de' tuoi flutti 
Spezza l'orgoglio. « E, come vedi, il mare 
Que' suoi limiti vecchi anco non rompe, 
E là de' flutti suoi spezza l'orgoglio. 
Illustre servo di Maria, su dimmi, 
Qual sovrano voler fa che or tu vegga 
Queste mobili grotte ? Empiuti i tempi ? 
D'uopo fors'è di convocar le nubi ? 
Romper le dighe all'oceano, e in preda 
D' inordinato orror tutto lasciando 
Questo basso universo, al Signor primo 
Degg' io con teco risalir ne' cieli ? » 

« Cenno di pace io qui ti reco (a lui 
Con un sorriso Gabriel rispose) : 
Dell'eterno pensier l'uomo è pur sempre 
Il caro oggetto : si matura in terra 
Un gran trionfo per la croce, e vinto 
Ripiomberà Satanno entro lo inferno. 
Maria t' ingiunge di ridurre a piaggia 
Incolumi i due sposi, onde vedevi 
Sgombrar testé di Grecia i lidi : or dunque 
Fa che rattenghi i furiosi venti, 
E i pili soavi sovra il mar disfrena. » 

« Facciasi dunque come piega il raggio 
De la Stella dei mari (a questo nome 
Féa riverenza l'angiolo dell'acque) : 
Possa in breve Satanno esser costretto 



104 

Ne l'albergo del pianto. Egli sovente 
Sturba la pace de' miei regni, e rompe 
Coi turbini sonanti il mio riposo- » 
Dopo tai detti separarsi, e volse 
L' ingegno ad eseguir l'Angiol rimaso- 
Al pacifico mare, al mar degl' indi, 
Volge gli occhi lucenti, e per le rive 
Dell'Arabia e dell' India ecco destarsi 
Tutte l'aure che portano volando 
Gli odorati profumi, e ne fan liete 
Le contrade lontane. A frotte in grembo 
Vanno a scherzar dell'oceano : al fondo 
Il consapevol fremito dell'acque 
Se ne propaga all'angiolo, che suso 
Un rispondente gorgoglio gentile 
Di rincontro ne spinge, il qual correndo 
Poscia in due righe sovra il mar, va dietro 
D' Eudoro e di Cimodoce alle navi, 
Sotto la poppa si rifrange e intorno 
Si riversa e le molce e le festeggia ; 
E tratte al noto borbottar van l'aure 
Fra i dispiegali lini. Alla novella 
Soave forza van fendendo l'onde 
Rapide sì, ma fisamente, e senza 
D'alcun lato ondeggiarne, ambe le prore, 
Che dei diversi porti in un istante 
Si riposar placidamente in grembo. 
1 nuvoloni, ond'annerando il cielo 
Satana andava, rimaneano indarno 
Per l'etra : e il reo se ne mordca le labbra. 



105 



Terapia. Di Vincenzo Catalani dollore in medicina 
chirurgia . (Conlimiazione) 

LIBRO TERZO 

Fleintnonogi'afia. 
PROEMIO 

JLj efficenza flogistica è identica a sé stessa; e pi'o- 
leiforme è la manifestazione, forma morbosa- È ma- 
lanno locale, che ovunque svolgesi; e lo stesso san- 
gue pare infiammato, quantunque infiammazione non 
abbia; e solo i solidi la contraggano- Non cambiasi 
l'efficenza , e la cura che la scioglie ; e varia è la 
forma , e diverso è il pronostico- Ora presto dile- 
guasi, ed ora lungamente dura; si risolve, sup[)ura, 
indurisce ed il tessuto gangrena; e raramente l'in- 
fiammato ammazza. In specie discorriamo la flogosi, 
senza in astratto parlarne; mentre le specie il genere 
compongono; e per averne generalmente altri di so- 
verchio scritto. 

PARTE PRIMA 

Infiammazioni semplici. 

Le infiammazioni complicate sono, se accidental- 
mente altri malanni le si congiungono. Che se a certi 
morbi necessariamente si uniscono, sono composte; 
verbigrazia, la reumatica, la gottosa, la pustolosa, 



106 

la carbonosa ecc; in cui la flogosi sempre congiungesi 
alla condizione reumatica, gottosa, pustolosa, car- 
bonosa ecc. E semplici sono, se sole vengono, com- 
piono il corso, e poi o si risolvono, o chi le soffre 
spengono. Nella prima parte di questo libro le sem- 
plici riuniamo; e nella seconda le composte breve- 
mente esponiamo ; e l'une e l'altre discorrendo, le 
complicazioni rischiariamo. 

SEZIONE PRIMA 

Osteite. 
CAPO PRIMO 

Definizione. 

L' osteite è l' infiammazione dell' ossa che, alle 
altre paragonala, è sempre lunga- L'acuta il mese, 
e la cronica l'anno sorpassa. In genere noi la de- 
scriviamo, per evitare tediose, e forse anche inutili 
ripetizioni. È solo diciamo, che le singole infiamma- 
zioni dell'ossa, per modo di esempio, sono cogno- 
minate — osteite occipitale, vertebrale, sternale ecc. 
ovvero occipitide, vertebritide, sternitide ecc- 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

L'osso infiammato facilmente conoscesi, per la 
lapidea consistenza della tumefazione. E nella osteite, 



107 
non sempre V intero osso infiammasi; e qualche volta 
la tumefazione si circoscrive e forma tumore- E cupo 
e profondo è poi il dolore, che nei movimenti sen- 
tesi maggiormente nell' osso infiammato. Lenta- 
mente invade, debole è l'organica reazione, progre- 
disce senza strepito di fenomeni, e per risolversi molto 
tempo ci vuole- 

CAPO TERZO. 

Cause remote. 

Le ossa l'esterne violenze infiammano; e senza 
di esse egualmente si infiammano; e le cause che 
le infiammano sono il vizio scrofoloso, l'erpetico, il 
venereo, lo scorbutico, 1' artritico, il canceroso, le 
croniche viscerali infiammazioni, l'onanismo e l'esan- 
tematica retrocessione- 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

La condizione essenziale dell' osteite pare na- 
scondersi neir esaltamento della sensibilità e della 
plasticità , ed in certo tal quale chimico-organico 
permutamento dell'osso; per cui diventa dolente, tu- 
mido ed intìammasi- 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

L'osso infiammato trovasi nel cadavere tumefatto 
e rammollito, e di nero sangue ingorgato; iniettato, 



108 
ed anche ossificato il periostio, e la midollare mem- 
brana. la grossezza dell'osso intera gonfiasi, ipe- 
rostasi ; o un sol punto, esoslasi- E nell'ostinata e 
lunga osteite trovasi la parete del midollare canale 
ingrossata; ed anche lo stesso canale obliterato. E 
non sono gli stessi i guasti nelle ossa infiammate; 
e variano, nel vaiiare la, morbosa terminazione. 

CAPO SESTO 

Pìwiostico. 

L'osteite acuta e cronica sempre lungamente du- 
ra; e nel mentie che la prima il mese, l'altra l'anno 
sorpassa. E tanto coH'acuta, che colla cronica forma 
per risoluzione e per indurimento spesso termina; 
meno frequente è la suppurazione; e raramente la 
infiammazione Tosso mortifica e caria, necrosi- 

CAPO SETTIMO. 

Cura.- 

Prima le malattie si curano, che l'ossa ci infiam- 
mano; verbigrazia, la sifilide, la scrofola, lo scorbuto, 
l'erprete ecc. ; e poi la infiammazione medicasi. E 
l'osteite essendo violenta , e atletico chi la soffre , 
combinasi agli interni rimedi la generale e la locale 
sottrazione sanguigna; e atroce essendo il dolore, agli 
antiflogistici unisconsi gli antispasmodici. E sola- 
mente gli interni rimedi si somministrano, se lenta- 
mente il processo flogistico percorre. E alla sem- 



109 

plice osteite, che da locale condizione dipende, con- 
viensi la interna e la locale antiflogistica medicatura; 
cui devesi lungamente continuare per essere lento 
il processo chimico-organico dall' osteite. E alla in- 
fiammazione , che per indurimento termina , e che 
osseo tumore lascia , altro rimedio non havvi, che 
la chiruigica operazione. 

SEZIONE SECONDA. 

Periostite. 
CAPO PRIMO 

Definizione. 

La periostite, periostesi o gomma, è la infiamma- 
zione che principalmente invade il periostio delle 
superficiali ossa. Che se V interna senza 1' esterna 
membrana attacca, o anche attaccandola, la spina 
ventosa pare che ci determina. 

CAPO SECONDO. . 

Forma. 

La periostite, che da causa interna deriva, ge- 
neralmente invade l' intero periostio di un osso; per 
cui la parte si tumefà e diventa dolente. Ed il cel- 
lulare circostante tessuto ingorgasi ed infiammasi ; 
la pelle arrossasi, e la malattia assume il carattere 
dell'crisiiìelatoso flemmone. E da causa esterna de- 



no 

rivando, vedesì la superficie esterna contusa, e fe- 
rita; e circoscritto essere l'elastico e dolente tumore. 

CAPO TERZO. 

Cause remote. 

Predispongono alla periostite la diatesi scrofo- 
losa, r erpetica e la sifilitica. E pareci poi, che la 
proclività siaci determinata alla flogistica condizione 
dai dietetici stravizi , e da ciò che ci sopprime le 
naturali e le preternaturali secrezioni , e che ci fa 
rientrare la cutanea etHorescenza. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

Causa prossima della periostite è poi la locale 
irritazione, determinata dalla contusione e dalla fe- 
rita, dal vizio scrofoloso, erpetico, e principalmente 
dal venereo veleno. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Nell'acuta periostite si è nel cadavere trovata la 
membrana che ricopre l'osso indurita, iniettata, ar- 
rossata, ed anche dall'osso staccata; e nella cronica 
il periostio ingrossato rammollito e lordaceo. 



I 



Ili 

CAPO SESTO, 

Pronostico. 

L'acuta e cronica periostite è lunga, ma breve 
a preferenza della osteite' Qualche volta, per riso- 
luzione , in un mese termina- Suppura ancora , ed 
anche caria - necrosi - il sottoposto osso. E poi 
lunga è la venerea ; che , terminata la infiamma- 
zione, ora la parte rimanesi gonfia e dura, indu- 
rimenlo ; ora il tumore non induriscesi e rimanesi 
molle; ed ora suppura e forma ascesso; e termina 
ancora colla degenerazione di vero fungoso tumore. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

La condizione scrofolosa, erpetica, scorbutica e 
venerea , che il periostio infiammano , curasi come 
si medica la scrofola, l'erpete, lo scorbuto e la si- 
fìlide. Poi è sempre antiflogistica la cura della le- 
gittima periostite. E molto sangue cavasi, se chi la 
soffre è atletico e pletorico. Si applicano ancora le 
sanguisughe, e 1' amnnolliente cataplasma nella do- 
lente parte. E per tempo 1' asces.so apresi , che si 
è formato. 



112 
SEZIONE TERZA. 

Sinovite. 
CAPO PRIMO 

Definizione. 

La sinovite è 1' infiammazione della sinoviale 
nriembrana; in cui alcuni fanno consistere il reuma, 
altri la gotta. E che nella forma cronica la dicono 
tumore bianco ed arlrocace; ed al congiuntovisi ver- 
samento sieroso idrarlo, idr ariosi e articolare idro- 
pesia. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

Il locale dolore , che nel senso della flessione 
sentesi , se il membro piegasi , è della sinovite il 
patognomonico fenomeno. Che meglio conoscesi, se 
la colluvie sierosa e marciosa nell'esterno forma flut- 
tuante tumore. Non sempre però dalla infiammata 
membrana segregasi abbondante sinovia ; e la mem- 
brana ammolliscesi ed esulcerasi; e la cartilagine e 
la fibro-cartikigine inter-articolare gonfiansi e cor- 
rodonsi ; e si tumefanno e si cariano l'estremità ar- 
ticolari dell'ossa ; e si ingrossano il periostio coi le- 
gamenti, tumore bianco. J^d anche le infiammate su- 
perfìcie aderiscono l'una all'altra, e formano anchilasi- 



113 
CAPO TERZO. 

Cause remole- 

L'esterne violenze, la intemperie, il freddo-umido 
che il caldo corpo bagna e raffredda, la intempe- 
stiva scomparsa di morbose secrezioni, e la cutanea 
deflorescenza , la sinovite determinano in chi v' è 
predisposto. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

Essenziale condizione della sinovite è la locale 
irritazione, che la distrazione, lo stortillamento, la 
contusione e le ferite determinano. Ed egualmente 
ce la producono le metastatiche deposizioni ; verbi- 
grazia, la venerea, l'erpetica e la esantematica. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Dissegata la parte, si è trovata la sinoviale col- 
luvie ora abbondante ed ora scarsa , ora naturale 
ed ora purulenta e fetida. E la sinoviale membrana 
ingrossata, iniettata, rammollita, corrosa e ricoperta 
da false membrane. Esulcerate le cartilagini, e ram- 
mollite e cariate 1' articolari estremità dell' ossa ; 
la capsula rammollita e ridotta in pultracea sostanza. 
C.A.T.CLXl. 8 



lU 

E queste tali organiche trasformazioni pare che co- 
sliluiscano il bianco tumore. 

CAPO SESTO. 

Pronostico' 

Sempre è lungo della sinovite il corso ; e qual- 
che mese ci Yole affinchè abbiasi in qualche modo 
a risolvere. Ed il versamento sieroso è poi comune ; 
che prestamente è riassorbito, se la infiammazione 
bene risolvesi. E l'anchilosi è la più frequente ter- 
minazione della sinovite lenta ; nel mentre che dalla 
rapida e violenta pare che ne sia il bianco tumore. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Nella sinovite da metastatica deposizione deri- 
vante , bisogna richiamare altrove i morbosi prin- 
cipi, che ce la mantengono ; e risolvere le morbose 
condizioni , da cui pare che ella dipenda ; verbi- 
grazia , la sifilitica , la scrofolosa e la erpetica- E 
la sinovite, come l'osteite vuole essere lungamente 
medicata ; mentre come quella è quasi ostinato ma- 
lanno- Ordinasi la dieta ed il riposo a chi la soffre ; 
e se è atletico e pletorico, gli si cava per più volte 
sangue ; e nel luogo dolente le sanguisughe repli- 
catamente si attaccano. E giovano anche i narcotici 
e topici ammollienti. Ed alla irritazione fanno luogo 
cambiare, ed il riassorbimento promovono i vesci- 



115 

canti nel luogo dolente applicati. Le mercuriali un- 
zioni fannosi ancora, le vaporose docce ed il sul- 
furo bagno. A nulla i rimedi giovando, bucasi col 
tre-parti il tumore, o col tagliente si apre, e l'am- 
malato membro anche si taglia. 

SEZIONE QUARTA. 

Miosite. 
CAPO PKIMO. 

Definizione. 

Il muscolare sistema infiammato dicesi miosite; 
ed i muscoli che particolarmente si infiammano hanno 
diversi nomi; verbigrazia, pleurodinia, lombaggine, 
psoite, fiossi te, cardite, diaframmile ecc ; nomi che 
corrispondono alla infiammazione dei muscoli inter- 
costali, lombari, del psoas, della lingua e del dia- 
framma. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

La leggiera dal solo locale dolore, e la grave 
miosite vieneci annunciata dalla generale lassezza, dai 
ricorrenti brividi , dalla frequenza del polso , dalla 
inappetenza, dalla sete e dal bianco intonacamento 
della lingua. A cui sempre congiungonsi il locale ca- 
lore ed il dolore vivo e lancinante, che per il mo- 
vimento e per la pressione aumentasi. Che è fisso 



It6 

nella grave miosite ; ed è poi vago nella leggiere- 
che rapidamente passa d'uno in altro muscolo. 

CAPO TERZO. 

Cause remote. 

I muscoli a preferenza negli uomini, che nelle 
femmine, s'infiammano; e principalmente tra quelli 
osservasi nei pletorici ed atletici attempati- E cause 
determinanti sono poi la intemperie, il freddo-umido, 
r esporsi caldi all' aria fredda, ed il mantenere al- 
cune parti del corpo calde ed altre fredde, il vio- 
lento e rapido movimento, l'abuso degli alcoolici e 
delle sostanze soverchiamente eccitanti. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima- 

Causa prossima della miosite è poi la potenza, 
che direttamente trattiene l' umorale circolo e la 
parte irrita ; verbigrazia, la compressione che ferma 
il corso del sangue, il ferro che taglia, il corpo che 
attunde, e le specifiche virulenze; per cui prima esal- 
tasi la locale vitalità, formasi poi la stasi sanguigna, 
alterasi spefìcamente il sangue, e la parte infiam- 
masi. 



117 
CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

In genere abbiamo discorsa la miosite , e non 
l'abbiamo ad alcun muscolo individualizzata. E nel 
discorrere i guasti che lascia dobbiamo egualmente 
in genere esporgli. La miosite, come l'infiammazione 
delle altre parti, termina per risoluzione, per sup- 
purazione, per indurimento e per gangrena. E i gua- 
sti, che nel cadavere sonosi trovati, sono il vasco- 
lare ingorgo, il rammollimento e l'indurimento, l'iper- 
trofìa e la muscolare atrofia, le marciose colluvie, 
e la gangrenosa organica disorganizzazione. 

CAPO SESTO. 

Pronostico. 

Tanto lungo non è il corso della miosite ; ed 
anche in pochi giorni si risolve ; come osservasi 
nella pleurodinia, e nella lombaggine- Quasi sempre 
per delitescenza e per risoluzione risolvesi ; rara- 
mente suppura ; e quasi mai gangrena 1' attaccato 
muscolo. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Alla miosite bene si convengono il riposo , la 
dieta ed il continuato uso dei diluenti e delle leg- 



118 

germente diaforeliche bevande. E quando estesa e 
violenta è 1' infiammazione , e atletico e pletorico 
chi la soffre, la cura bisogna incominciare colla ge- 
nerale e colla locale sottrazione di sangue. Nel 
mentre che bastano le sanguisughe attaccate nella 
dolente parte, se lieve e circoscritta è la infiamma- 
zione , e debole è il sofferente. E bene anche le 
fanno le oleose unzioni, la tiepida fomentazione, i 
narcoti e topici ammollienti. Le quali cose, affmchè 
maggiormente giovino, coadiuvare si devona colla in- 
testinale revulsione , e colla tiepida e leggermente 
diaforetica bevanda. E principalmente, nei deboli, 
sciogliesi la pleurodinia col solamente la diaforesi 
promuovere. E per la lombagiue risolvere, questa non 
basta e ci vogliono le locali e la iterata sottrazione 
generale di sangue; ed anche il tiepido e prolungato 
bagno (1). 



(1) Il cellulare sistema, composto (li cellulare propriamente 
detto, e di grasso o tessuto adiposo, provvisto di esalanti e di assor- 
benti, di vasi sanguigni e di nervi, consecutivamente infiammasi, 
ed anche degenera in fungoso tumore. La di cui infiammazione, 
flemmone dicesi ; ed è l'archetipo della flogosi. Anche 1' in- 
fiammaziane del linfatico tessuto mostrasi spesso consecutiva 
alla scrofola ed aliasifdide. La glandola linfatica inturgidiscesi, 
ingorgasi ed induriscesi ; e lentamente risolvesi , suppura, e 
indurita rimanesi, scirro ; ed anche esulcerasi , indurita che 
siasi, cancro. 



119 
SEZIONE QUINTA. 

Nervo-ganglionite. 

CAPO PRIMO. 

Definizione. 

La nervo-ganglionite è la parziale infiammazione 
del nervo-ganglionare sistema , che qualsiasi parte 
contrae. -Di cui noi solo le principali discorriamo; 
mentre non facciamo la flogistica monografia del 
nervo-ganglionare sistema; pregevole lavoro da com- 
piersi. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

Le cerebrali membrane complessivamente si in- 
fiammano^ meningite; ed anche separatamente, du- 
ramadrile , aracnoite e piamadrite. E le forme che 
hanno, e che l'una dalle altre distingue, fino ad ora 
non sono state con esaltezza determinate. Ma rara- 
mente nella meningite, e quasi sempre nell'encefa- 
lite delirasi; ciò che dall'una l'altra distingue. E nella 
cerebrite i paralitici fenomeni osservansi nel lato sano 
del corpo, emiplegia- La paralisi del braccio destro 
indica la infiammazione del talamo ottico sinistro ; 
e quello della gamba sinistra, la infiammazione del 
corpo striato destro- E l'emiplegia ci denuncia essere 
simultaneamente infiammati il talamo ottico ed il 



120 

corpo striato del lato libero del corpo. Quindi ri- 
sulla che la paralisi incrociata; verbigrazia, del brac- 
cio destro e della coscia sinistra ; indi(;a essere in- 
fiammato il talamo destro, ed il corpo striato sini- 
stro. E la paralisi della lingua ci denuncia la infiam- 
mazione del corno d' Ammone. E I' indebolimento 
della memoria il rammollimento, l' indurimento, V in- 
gorgo e la infiammazione degli anteriori cerebrali lobi. 
il priapismo indica la cerebellite ; e la miellile ce la 
denuncia il dolore acuto e profondo , e lungo la 
spina il senso di acre calore. E dal dolore è mani- 
festata la neuriley che sentesi lungo un nervo, che 
colla pressione esacerbasi. E pare che la ganglrte non 
siaci manifestata da verun calcolabile e determinato 
fenomeno; meno che non ce la denuncino i plastici 
perturbamenti. E la infiammazione del sistema nervo- 
ganglionare ci manifestano generalmente il locale do- 
lore, la cefalagia, il delirio, la sensibilità della re- 
lina, la pupillaj'e contrazione, lo strabismo, lo stor- 
cimento delle labbra e della lingua, la muscolare con- 
trazione, il priapismo, lo stupore, la vertigine, la son- 
nolenza, la paralisi, la perdita della vista e della pa- 
rola. 

CAPO TERZO. 

Cause remote. 

Gli attempati nervosi predisposti vi sono più dei 
giovani e dei linfatici ; e a preferenza delie donne 
sonovi gli uomiui. E devonsi annoverare tra le de- 
terminanti cause la diminuzione delle abituali eva- 
cuazioni, la scomparsa di certe efflorescenze e delle 



121 

Ionie flemmasie, il patema, l'uso soverchio degli ec- 
citanti, la protratta insolazione, il violento vomito, 
i narcotici, il palustre miasma, le percosse, la carie 
delle ossa del capo e della vertebrale colonna. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

Causa prossima della nervo-ganglite è ciò che 
irrita le parti, che si infiammano; verbigrazia , la 
compressione che ferma il circolo del sangue, il ferro 
che vi penetra e che ferisce, l'ossa che si compri- 
mono, e le virulenze che traslocandosi, se ne vanno 
in certe parti del nervo-ganglionare sistema, 1' ir- 
tano e l' infiammano. 

CAPO QUINTO. . 

Necroscopia. 

Nei cadaveri dei morti per nervo-gonglionite so- 
nosi trovate le meningi, il cervello, il cervelletto, la 
midolla ablungata e- la spinale, ì nervi, i plessi, ed 
i gangli ingorgati, arrossati, induriti, rammolliti, in- 
grossati ed anche atrofizzati; e versamenti sangui- 
gni, sierosi e marciosi nella cavità del cranio e nel 
canale rachideo. E sonovi ancora stati trovati i tu- 
bercoli, i vermi vescicolari, le ossee degenerazioni, 
le false membrane, lo scirro ed il cancro. 



122 
CAPO SESTO. 

Pronostico. 

La meningite, la cerebrile, la cerebellite, e la 
miellite sono sempre gravi e funeste malattie, che 
per tempo curale spesso guarisconsi. E la neurite, 
la plessite e la ganglite altro funesto esito frequen- 
temente non hanno, che Tabolizione della funzione 
che compiono. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Le metastatiche virulenze, che hannoci la nervo- 
ganglite determinata, bisogna prestamente all'esterno 
richiamare. E poi la mentale alienazione incalzando, 
di chi delira la sicurezza procurasi. Ed anche importa 
che l'infermo sia in luogo quieto, asciutto e tempe- 
rato; tosato, ed in elevata posizione. E nella menin- 
gite, nella cerebrite e nella cerebellite apresi la iu- 
gulare , la temporale , e la vena del braccio e del 
piede; ed uscire dal corpo si fa moltissimo sangue. 
Ed anche attaccansi le sanguisughe nella tempie, nel- 
l'occipite, dietro all'orecchio e nelle narici. Ed alcuni 
vi furono, che somministrarono il muschio e la can- 
fora ; ed anche , nel mentre che i piedi profonda- 
mente immersi erano nel tiepido bagno, applicarono 
nel capo l'acqua fredda, in cui avevano disciolto ni- 
tro, sale ammoniaco ed acido acetico. Ed alla miel- 
lite, alla neurite ed alla ganglite, oltre alla generale 



123 

sottrazione sanguigna , giovano le sanguisughe e 
le scarificate coppette; nel primo caso applicate lungo 
i lati della vertebrale colonna, e negli altri nel luogo 
dolente, che corrisponde al nervo ed all' infìaminato 
ganglio- Giovano ancora le subacide e nitrate be- 
vande, e la revulsione intestinale. E subito che di- 
leguata siasi l'universale organica reazione, i vesci- 
canti si applicano nelle braccia, nelle cosce e nelle 
altre parti del corpo- 

SEZIONE SESTA. 

Ottalmite. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

Colla generica denominazione di ottalmite noi 
esprimiamo la infiammazione del visivo apparecchio. 

CAPO II. 

Forma. 

La membrana mucosa della superficie interna 
della palbebra, e dell'esterna del globo dell'occhio, 
la cornea, la sclerotica, la coroide, l' irite, la cri- 
stalloide, la ìaloide, la retina e le contiene parti si 
infiammano : ed ecco la blefarite, la congiunlivile., la 
cornile o clieralile, la scleroiie, la coroiditey V irile^ 
la cri&ialloidilc, la ialile e 1' oculare flemmone. E la 



124 

colluvie umorale consecutiva , che formasi tra la 
sclerotica e la coroide, e tra questa e la retina, è 
della coroide 1' idrope ; e 1' ipopion e 1' ipoema è lo 
spandimento o di pus o di sangue nell'oculare an- 
teriore camera. E poi diverse sono le forme delle 
infiammate parti ; e quasi sempre il calore aumen- 
tasi , e la parte ingorgasi , ed havvi lacrimazione , 
dolore, fotofobia, ed anche universale organica rea- 
zione. 

CAPO TERZO. 

Cause remote. 

All'ottalmia ci predispongono l' intempestivo ab- 
bandono dell'abuso della nicoziana polvere, la ple- 
tora e la sanguigna capitale congestione- E cause 
remote sono, che la predisposizione alla condizione 
di ottalmia determinano , la lettura protratta , il 
rapido passaggio dalle tenebre alla luce, e ciò che 
sopprime certe naturali, ed alcune morbose secre- 
zioni ; verbigrazia, la nasale siero-mucosa , la la- 
grimazione , 1' insensibile traspirazione ; e che la 
deflorescenza determina delle specifiche manifesta- 
zioni. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

La locale irritazione è l'essenziale condizione , 
determinata dalla compressione , dalle ferite , dai 
corpi estranei , e principalmente dalla metastatica 
virulenza. E spesso consecutiva mostrasi alla in- 



125 

tempestiva scomparsa della rosolia , del morbillo , 
del vaiuolo e della eruzione sifilitica. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

1 caratteri anatomici dell' ottalmia osservansi 
principalmente nella membrana infiammata. E sono 
i principali il roseo calore, il vascolare ingorgo, la 
locale tumefazione, i versamenti sierosi, sanguigni 
e marciosi, le macchie, l'ossea e la cancerosa de- 
generazione. 

CAPO SESTO. 

Pronostico. 

Proteiforme è dell'ottalmia il pronostico per la 
diversa natura della causa che la determina, per la 
parte che invade, per la veemenza del male, e per 
r individuale costituzione di chi la soffre. Facilmente 
dall'un all'altro occhio traslocasi. E sempre la pro- 
clività ci lascia alla recidiva. Facilmente la legit- 
tima guariscesi; lunga ed ostinata è la specifica ; e 
la flemmonoide per suppurazione termina , ed an- 
che in tumore carcinomatoso l'occhio degenera. 

CAPO SETTIMO. 

Cura- 

Se ai pletorici atletici gli occhi si infiammano, 
cavasi subito sangue ; ed anche le sanguisughe si 



126 

attaccano nelle patti agli occhi limitrofe. Ma se chi 
la soffre è debole , e lenta è l'organica reazione , 
solo localmente cavasi sangue , e spesso gli occhi 
si lavano col latte e col decotto ammolliente. E da 
certuni, nella violenta congiuntivite, le scarificazioni 
si fanno ; e gli occhi coperti lungamente si tengono. 
Anche giovano i piediluvi tiepidi e profondi ; e la 
iterata intestinale revulsione. E calmata che siasi 
l'organica reazione, applicasi il vescicante nella nuca 
e nelle altre parti del corpo ; e localmente si fanno 
gli astringenti colliri. 

SEZIONE SETTIMA. 

Otite. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

La infiammazione dell'acustico apparecchio, che 
tormenta chi la soffre col dolore ardente , grave , 
tdnsivo, lancinante e pulsatile, dicesi otite ; che di- 
videsi in interna ed esterna, in acuta e cronica. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

Frequentemente il senso di malessere e l'univer- 
sale organica reazione precedono la infiammazione 
dell'acustico apparecchio. E sentesi poi forte dolore, 



127 

che dalla esterna orecchia estendesi all'occipite, al- 
l'orbita, alla tempia ed ai facciali muscoli. E dimi- 
nuiscesi in seguito il dolore, o ingagliardiscesi, e 
compariscono della encefalite i mortali fenomeni. 
Ed il malanno risolvendosi, emana, dalla superficie 
esterna del corpo, vaporosa traspirazione. E versasi 
anche per 1' esterno meato , e per la tromba alle 
fauci sierosità e pus sanguinolento, con sensibile ed 
immediato miglioramento. 

CAPO TERZO. 

Cause remote. 

Predispone all'otite la pletora, eh' è l'universale 
flogistica proclività. Ed è poi causa remota , ciò 
che le naturali evacuazioni impedisce, e che deter- 
mina nell'apparecchio uditorio la metastatica depo- 
sizione. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

E la irritazione è la condizione che 1' apparec- 
chio uditorio infiamma ; e che la determina l'aria 
che violentemente ci entra, 1' induritosi cerume, i 
corpi estranei, le percosse, le ferite e le metasta- 
tiche deposizioni. 



128 
CAPO QUINTO. 

Necroscopia- 

Dalle poche necroscopie cbe sono state fatte di 
chi era morto coH'uditorio apparecchio infiammato, 
si rileva che la flogosi arrossa, gonfia, rammollisce, 
indurisce ed anche le parti distrugge che ci ha in- 
vase. 

CAPO SESTO. 

Pronostico. 

Facilmente l^otite risolvesi per ispontanea trasu- 
dazione di purulenta materia. E mortale è soltanto se 
l'ossa si cariano e l'encefalo si infiamma. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Prima dall'uditorio apparecchio infiammato estrag- 
gonsi i corpi; e poi cavasi sangue; e le sanguisughe 
si attaccano nelle parti che la infiammata orecchia 
circondano. E sopra vi si mette la spugna di tie- 
pido latte impregnata, ed anche vi si fanno le mu- 
cilaginose e le narcotiche iniezioni. E diminuita che 
siasi la violenza flogistica , applicasi il vescicante 
nella nuca e nelle altre parti del corpo. 



129 
SEZIONE OTTAVA. 

Stomatite- 
CAPO PRIMO. 

Definizione- 

La stomatite o la cinanche è la infiammazione 
della cavità della bocca; a cui riportasi anche quella, 
che alle contigue parti estendesì. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

La mucosa della bocca, e le sottoposte parti che 
la compongono, si infiammano complessivamente e 
separatamente. Ed ecco i nomi di labile, di alveo- 
lite, di linguile o glossite, di palatile, di tonsillite, di 
molile, di faringite e di laringite. E dicesi poi eso- 
fagite, trancheite e coriza; se la infiammazione esten- 
desi nella trachea, e nella mucosa delle fosse nasali. 
E sono i comuni e i propri della flogosi, i fenomeni 
che ce la manifestano. Ed il corso della stomatite 
parziale e generale è acuto e cronico- Lungamente la 
mercuriale dura; presto la legittima ricolvesi, rara- 
mente suppura, e quasi mai l'attaccala parte gan- 
grena. 

G.A.T.CLXi. 9 



130 
CAPO TERZO. 

Cause remote. 

Causa remota della stomatite pare che sia il de- 
nudarsi il collo, riscaldato che uno siasi; ed il cam- 
minare incontro all' aria , che verso di noi viene 
fredda. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

Causa prossima della stomatite è ciò che nella 
mucosa della bocca esalta la vitalità, e vi determina 
la stasi del sangue ; verbigrazia , il dente cariato , 
che lacera ; il ferro che introdottovi , ferisce ; e i 
virulenti principii del morbillo, del vainolo, della scar- 
lattina e della sifilide, che irritano ; e la scorbutica 
condizione, e l'abuso dei mercuriali che la mucosa 
ci infiammano. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

La condizione anatomica della stomatite in parte 
osservasi durante la vita ; e bene si vede esersi ar- 
rossata ed ingrossata la membrana mucosa ; e che 
la lingua si ò ingrossata, che suppura, e che anche 
gangrenasi. 



131 
CAPO SESTO. 

Pronostico. 

Segue sempre la stomatite secondaria la prima- 
ria malattia, che la mantiene. E la legittima facil- 
mente per risoluzione dileguasi. E retropulsa che sia, 
facilmente degenera in encefalite ed in pneumonite. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

La generale terapia della flogosi bene conviensi 
alla legittima stomatite. E procurasi in principio la ri- 
soluzione coll'antiflogistica medicatura. Alcuni aprono 
la ranina , altri la iugulare , e certi altri nel collo 
le sanguisughe attaccano. E terminata che sia la flo- 
gistica violenza, mettono il vescicante nella nuca e 
nelle altre parti del corpo. E vogliono anche che Je 
fauci secche siano spesso fomentate col decotto di 
malva e col tiepido latte- E la suppurazione favo- 
riscesi , se al dolore che diminuiscesi , sopravviene 
r orripilazione e la locale pulsazione. E la infiam- 
mata parte gangrenandosi, prima ricorresi all'anti- 
settico, e poi alla chirurgica medicatura. 



132 
SEZIONE NONA. 

Gastro-enterite. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

La infiammazione del tubo gastro-enterico t di 
raro mostracisi generale ; e quasi sempre in qual- 
che parte limitasi ; ed è coi nomi nominata di 
faringite , di esofagite , di gastrite , di enterite , di 
tenuite , di crassite , di diiedenite , di digiunite » 
d' ileoliie , di ciecoite , di colonite e di rettile. E 
non sempre è acuta, e qualche volta è cronica, ed 
anche osservasi intermittente. 

CAPO SECONDO. 

Forma 

La faringite spesso congiungesi alla palatile, pa- 
lato-farÌ7igite ; e rara è poi l'esofagite ; e se da causa 
meccanica non dipende, sempre congiungesi alla fa- 
ringite ed alla gastrite , faringo-eso fago-gastrite. E 
invadeci frequentemente la gastrite coi brividi, coi 
tremori, coli' interno bruciore e coll'ardente sete. E 
si riscaldano, si tumefanno e dolenti si fanno i pre- 
cordi e r epigastrio, l cibi colla pressione ci infa- 
stidiscono ; ed il malanno aggravasi; e negli inte- 
stini svolgesi il gas, che il basso ventre gonfia; ed 



133 

al meteorismo spesso congiungesi la costipazione, la 
nausa ed il vomito. Ed il polso impiccoliscesi , si 
indurisce, si contrae, e diventa frequente, intermit- 
tente ed irregolare. E chi la soffre non dorme ; è 
inquieto ed agitato, ed ogni cosa l' infìistidisce. Secca, 
urente e scabra diventa la pelle; la sete arde; e so- 
pravviene la dispnea ed il singhiozzo, che il ventri- 
colare dolore esacerbano. Il volto perde la vivacità 
e la naturale espressione, e pallido e appassionato 
diventa. L'estremità si raffreddano e le forze si estre- 
mano. E poi la fierezza del morbo aumentasi, e 
ci fa morire; o si diminuisce , e il malanno si ri- 
solve; debole rimanesi, e colla cronica forma dura 
alla lunga. E come la gastrite, così le altre parziali 
infiammazioni del tubo gastro-enterico si riconoscono 
per i locali fenomeni che le caratterizzano. Che se 
neir intero canale diffondesi, i locali fenomeni sono 
estesi, e l' infiammazione è sempre funesta. 

CAPO TEHZO. 

'Cause remote. 

Principali cause della gastro -enterite sono le con- 
tusioni, le ferite, gli sforzi addominali, i deglutiti 
stimolanti, le sostanze corrodenti e pungenti, la calda 
e la gelata bevanda, gli acidi internamente ingene- 
ratesi, le biliose zavorre, il freddo bagno, e la cu- 
tanea deflorescenza. 



134 
CAPO QUARTO. 

Causa prosshna. 

E condizione essenziale della gastro-enterite è poi 
la irritazione della membrana mucosa, che la stasi 
del sangue determina; per cui esaltasi la intestinale 
vitalità, ed il tubo gastro-enterico o generalmente 
parzialmente infiammasi. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Aperto il cadavere di chi per gastro-enterite era 
morto, vi hanno qualche volta trovata una falsa mem- 
brana, che dalla laringe estendevasi alla metà del- 
l'esofago, e che poi ricompariva nella cardiaca aper- 
tura, e di sangue nero ingorgata la interposta mu- 
cosa. Arrossata la interna superficie del ventricolo e 
dell' intestinale canale ; ed il roseo colore variare, 
percorrendo le gradazioni tra il rosso vivo ed il bruno 
violaceo. I vasi ingorgati; e la mucosa ora ingros- 
sata, indurita e rammollita; ed ora assottigliata ed 
esulcerata, ed anche la parete perforata; e ristretta 
la interna cavità. Le quali alterazioni sempre nei ca- 
daveri parzialmente riscontransi ; e mai il gastro- 
enterico canale subisce universale organica trasfor- 
mazione. 



135 
CAPO SESTO. 

Pronostico, 

La gastro-enterite è sempre mortale, se dalla fa- 
ringe estendesi all'ano. E la faringite è più perico- 
losa della esofagite ; ma se è legittima, e bene si 
cura, facilmente guariscesi. E la gastrite e la ente- 
rite facilmente dall'acuto passano allo stato cronico ; 
e sono sempre pericolose infiammazioni. La meta- 
statica e la sifilitica, se all'esterno non si richiama 
la virulenza, e la sifilide non curasi, non si risol- 
vono, ed alla lunga sempre ci fanno morire. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

La medicatura della legittima gastro-enterite in- 
cominciasi col generale salasso; e poi la cura deri- 
gesi nella dolente parte. Nella faringite si applicano 
prima nel colio le sanguisughe, e sì fanno i collut- 
tori ammollienti, ed i profondi piediluvi; e poi nella 
nuca e nelle altre parti del corpo il vescicante si 
mette; e si prescrivono i colluttori astringenti. Nella 
esofagite cavasi egualmente sangue ; e nel collo si 
attaccano le sanguisughe. E nella gastrite e nella en- 
terite abbondante e ripetuta essere deve la sottra- 
zione sanguigna ; ad onta che i polsi siano piccoli 
e concentrati, fredde le estremità, pallida ed abat- 
tuta la fìsonomia. E spalmasi con linimento volatile, 



136 

e col decotto ammolliente spesso il ventre fomen- 
tasi. Austera dieta ordinasi ; e quanto deglutiscesi 
blando e demulgente deve essere; e preso in poca e 
frequente quantità. Ed i clistieri, che si fanno, de- 
vono essere frequenti e piccoli. Ed i purganti, che 
si pigliano, per cacciare dal corpo il gastrico im- 
barazzo, sempre siano oleosi, e amministrali dopo 
il salasso. E nella gastro-enterite lenta e pertinace, 
anche il vescicante si applica nella dolente e nelle 
altre parti del corpo ; e fannovisi anche piccole e 
giornaliere unzion mercuriali. E si attaccano ancora 
le sanguisughe nell'ano e nella vulva. E nella me- 
tastatica gastro-enterite bisogna per guarirla sempre 
richiamare alla primitiva sede la scomparsa malattia» 

SEZIONE DECIMA. 

Peritonite. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

La peritonite è la infiammazione del peritoneo ; 
cui impropriamente divisero in muscolare, in mem- 
branacea, in dorsale, in lombare, in epiploidea, in 
metastatica, in erisipelacea ed in flemmonoide. 



137 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

Il superficiale e addominale dolore è preceduto 
dalla lieve addominale tumefazione. E poi il dolore 
esacerbandosi , diventa urente e pungente ; ed ora 
si estende e si diffonde ; ed ora gira e si circoscrive. 
Gonfiasi e maggiormente induriscesi il ventre ; e 
più non comporta la compressione. Scorre 1' aria , 
e fa romore per gli intestini, borborimmi ; viene la 
nausa, ed il vomito alimentare, mucoso, bilioso e 
stercoraceo. Concentransi i lineamenti, e la fisono- 
mia diventa trista e appassionata. Rossa-sudicia ed 
arida si fa la lingua, amara la bocca, e ardente la 
sete; e sciolto ed anche costipato il ventre. Difficile 
e penosa la respirazione ; ed il polso diventa pic- 
colo e concentrato. La pelle riscaldasi e inaridiscesi ; 
e scarsa e rossa emettesi 1' orina. E se si muore, 
aumentansi i dolori, gonfiasi maggiormente il ventre, 
estremansi le forze, viene il singhiozzo, insensibile 
rendesi il polso, infreddasi la pelle, scomponesi la 
fisonomia, e di vìvere si termina. 

CAPO TERZO. 

Cause remole. 

Cause remote della peritonite pare che sia la 
intemperie, l'aria freddo-umida , 1' acqua effusa in 
corpo caldo, il raffreddamento dei piedi, che l'ab- 



138 

bendante traspirazione reprime, la gelata bevanda, 
che essendosi uno riscaldato si beve, la scomparsa 
dei lochi, del latte e dei mestrui, e la cutanea de- 
fìorescenza. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

E causa prossima della peritonite è ciò che di- 
rettamente irrita la sierosa membrana, e vi deter- 
mina la stasi del sangue ; per cui la sierosa vita- 
lità esaltasi , e la membrana infiammasi. E cause 
che questa morbosa condizione determinano, sono 
la penetrante addominale ferita, l'ernia incarcerata, 
la gravidanza estrauterina, lo stravaso orinoso e bi- 
lioso, e le metastatiche deposizioni. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Aperto l'addome di chi era morto di peritonite, 
si è trovato il peritoneo ora rosso e duro ; ora oscuro, 
nerastro, ed anche esulcerato e gangrenato. E nella 
cavità colluvie sierosa limpida, giallastra, torbida, 
lattiginosa, grigiastra, verdastra, purulenta, fetida 
e fioccosa. La sierosa ingrossata, scabra e granu- 
losa, lardacea, cancerosa, cartilaginea ed ossea ; e 
da false membrane ricoperta, con depositi pultracei 
e tubercolosi, con idatiti e calcaree concrezioni. 



139 
CAPO SESTO. 

Pronostico- 

Celere è della peritonite il corso, ed anche in 
ventiquattro ore ci si muore. E tra la decima e quin- 
dicesima giornata d'acuta diventa cronica. E col- 
l'acuta forma raramente prolungasi alla trentacin- 
quesima giornata. E termina l'acuta per risoluzione, 
per suppurazione e per gangrena ; e la cronica o per 
risoluzione guariscesi , o ci fa morire per idrope , 
per consunzione. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

In principio convengonsi le generali cavate di 
sangue ; e poi le sanguisughe si attaccano nel do- 
lente ventre. E per richiamare i lochi, la mensile 
ricorrenza ed il flusso emoroidale profondamente 
i piedi imergonsi nel tiepido bagno , e le sangui- 
sughe si attaccano nell' ano e nella vulva. E di- 
minuita che siasi la violenza flogistica , giova il 
tiepido e prolungato bagno- 11 ventre continuamen- 
te fomentasi ; e la bevanda vogliono che sia mu- 
cillagginosa ed acidula; e severa la dieta- Gli oleosi 
purganti giovano, e i piccoli clistieri mucillagginosi, 
purgativi e narcotici. E devonsi ancora in opera 
mettere i derivativi coi revulsivi. E internamente 
si è anche dato il protocloruro di mercurio ; ed 



140 

esternamente sono state fatte le piccole e quotidiane 
mercuriali unzioni. 

SEZIONE UNDECIMA. 

Diaframmite. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

Del diaframma la infiammazione dicesi parafre- 
nite o diaframmite ; che raramente è primaria , e 
quasi sempre è secondaria; e facilmente il diaframma 
infiammasi, se le contigue parti si infiammano. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

11 fenomeno patognomonico della parafrenite è- 
il profondo e acuto dolore , che sentesì sotto allo 
sterno e alla volta delle coste e nei lombi , e che 
esacerbasi negli antagonistici movimenti d'ispirazione 
e di espirazione, e nel mentre che gli alimenti en- 
trano nello stomaco, nei movimenti toracico-addo- 
minali, e sotto alla epigastrica pressione. E la respi- 
razione è celere e soffocante; e chi la soffre è in- 
quieto, singhiozza e delira; e sempre vi è universale 
organica reazione, febbre. 



141 
CAPO TERZO. 

Cause remole. 

Cause remote della parafrenite sono 1' addomi- 
nale compressione, il vomito violento, i colici do- 
lori, le fìsconie e le viscerali infiammazioni. 

CAPO QUARTO 

Causa prossima. 

Della parafrenite sono cause prossime la infiam- 
mazione delle contigue parti, la ferita e la sponta- 
nea squarciatura, che esaltano la diaframmatica vi- 
talità, la stasi del sangue ci determinano e ce l' in- 
fiammano. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Nella parafrenite, che quando è mortale celer- 
mente compie il suo corso, altro non osservasi nel 
cadavere che il diaframma ferito e squarciato, rosso 
e di sangue ingorgato. 

CAPO SESTO. 

Pronostico. 

Raramente il diaframma infiammasi; e se o per 
ferita o per spontanea rottura si infiamma, presta- 



142 

mente ci fa morire. E se consecutiva è alla pleu- 
rite ed alla peritonite, Puna e l'altra ci aggrava, e 
non si campa. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

La consecutiva parafrenile si cura come la pleu- 
rite e la peritonite si medicano. Supino sia il decu- 
bito; severa la dieta ; poca, ma spessa e fredda la 
bevanda; piccolo e frequente il clistiere; e tenue il 
purgante. E gli ipocondri e l'epigastrio si ungono, 
e si fomentano. Ed al diaframma ferito e rotto si 
conviene parimente il salasso; ma non si guarisce, 
e sempre ci si muore. 

SEZIONE DUODECIMA. 

Larince-trachea-bronchile. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

La larìnco-tracheo-bronchite , che è la infiam- 
mazione della mucosa degli aerei canali, raramente 
è universale, e quasi sempre parzialmente invade con 
la forma di larincite, di tracheite, di bronchite, ed 
anche di larinco-tracheite e di tracheo-bronchite. 



U3 
CAPO SECONDO. 

Forma. 

Nella larinclte rauca è la voce, e fastidiosa è la 
tosse; e la voce nella tracheite è meno rauca, e più 
facile è la respirazione; e nella bronchite il rantolo 
mucoso e' indica l'estensione della infiammazione; e 
violenta è la tosse, e sonora l' interposta respirazione 
nella larinco-bronchite; e nella larinco-tracheo-bron- 
chite vi è tosse, soffocazione e rantolo mucoso- E 
sentesi generalmente bruciore e dolore nella larince, 
nella trachea e nei bronchi; ed havvi inappetenza e 
poca sete- E bianca è la lingua, e patinosa la bocca. 
E la tosse che ricorre , e la larince che stringesi, 
arrossano e la faccia tumefanno, e gli occhi fanno 
lacrimare, ed il capo e l'epigastrio dolenti. La pelle 
è arida e calda; contratto e duro il polso; scarsa e 
rossa l'orina; e spesso è costipalo il ventre. Difficile 
e soffocante la respirazione ; e scarsa è in principio 
l'espettorazione, che poi aumentasi, e che in fine ridi- 
minuiscesi. 

CAPO TERZO. 

Cause remote. 

Cause remote della larinco-tracheo-bronchite 
sono la intemperie, il freddo-umido, la gelata acqua 
che riscaldati bevesi, la vociferazione ed il canto, e 
la mefitica aria che si respira. 



144 
CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

E condizione della lai'inco-tiacheo-bronchite é 
poi la irritazione dell'aerea mucosa, determinala dalla 
potenza irritante che vi determina la stasi del san- 
gue, e la vitalità vi esalta; per cui la irritata mu- 
cosa infiammasi- 

CAPO QUINTO 

Necroscopia. 

La mucosa della larince, della trachea e dei bron- 
chi si è trovata, nei morti di larinco-tracheo-bron- 
chite , arrossata ed ingorgata. Ristretta 1' apertura 
della glottide ; e pseudo-membrane nella larince e 
nel principio della trachea- La larincea mucosa ul- 
cerata ed ossificata, ed anche la cartilagine cariata. 
Ed anche è stato trovato nella trachea e nei bron- 
chi muco viscoso e sanguinolento. 

CAPO SESTO. 

Pronoslico. 

Rapido è della larincite il corso , ed anche fa 
morire in ore ventiquattro ; ed in pochi giorni 
guariscesi ancora. E se cronica diventa, dura alla 
lunga, e difficilmente risolvesi ; cariansi le cartila- 
gini, edemasi la glottide e muoresì per consunzione 



145 

e per soffocazione. E la leggiera bronchite risolvesì 
tra la terza e la decima , e la grave tra la quin- 
dicesima e la quarantesima giornata. E poi o si ri- 
solve, .0 ci fa morire ; o diventa cronica, e la du- 
rata estendesì da qualche mese a qualche anno ; e 
poi si guarisce, o allo stato acuto ritorna, o ci 
fa morire consunti, o per flogistica diffusione nelle 
contigue parti. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

L'acuta e legittima larince-trachea -bronchite cu- 
rasi, come le altre interne infiammazioni si curano. 
Cavasi in principio sangue , ed il cataplasma e le 
sanguisughe nel luogo dolente si attaccano ; e giova 
anche il senapato e profondo piediluvìo ; ed il pur- 
gante , e la bevanda dolcificante e rilasciante. Se- 
vera dieta ordinasi, ed il silenzio a chi la soffre. Ed 
il vescicante si applica, subito che diminuita siasi 
la flogistica violenza. E d'acuta fattasi cronica, solo 
le giovano i rivulsivi coi derivativi, ed il mantenere 
sempre libera l'esterna insensibile traspirazione. 



G.A.T.CLXI. 10 



146 

SEZIONE DECIMATERZA. 

Pleuro-pneiimonite. 

CAPO PRIMO. 

Definizione. 

L'apparecchio della respirazione infiammasi : ed 
ecco la larincite, la tracheite, la bronchite, la pneu- 
monite e la pleurite. E per compiere l'esposizione 
delie infiammazioni dell' apparecchio della respira- 
zione, rimaneci adunque a discorrere la pleurite e 
la pneumonite. E la pleurite è la infiammazione della 
pleura, e la pneumonite del polmone ; e la prima 
dividesi in costale ed in polmonare, e l'altra in ve- 
scicolare ed in interlobolare. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

11 rantolo crepitante è il fenomeno acustico del- 
l' ingorgo polmonare; il mucoso della suppurazione; 
e della epatizzazione è la respirazione bronchiale. 
E sentesi in principio la confricazione ascendente e 
discendente nella pleurite ; e poi la parte affetta 
estendendosi, il suono rendesi ottuso, il romore re- 
spiratorio indeboliscesi, e sentesi ancora la broncofo- 
nìa e l'ecofonia (1). Nella pneumonia facilmente gia- 



(1) Acustica applicata alla scienza clinica. 



U7 

cesi nel lato affetto, e il dolore è grave e profondo, vi 
è tosse, ed espettorazione mucosa e sanguinolenta. 
E giacesi difficilmente nel lato ammalato nella pleu- 
rite; e il dolore è acuto e superficiale, e secca la tosse, 
e viscosa la espettorazione- E poi nella pleuro-pneu- 
monite congiungonsi i fenomeni della pleurite a quelli 
della pneumonite. Ed alla invasione precede il leg- 
gero e vago tremore ; e poi sentesi dolore nella parte 
che infiammasi ; e muovesi l'universale organica rea- 
zione- Viene la tosse, e difficile rendesi la respira- 
zione e l'espettorazione ; che in principio è viscosa 
e scarsa ; e poi mucosa, sanguinolenta e abbondante- 
Pieno e forte è il polso, rosso la guancia, e la pelle 
calda e alituosa- E se non si risolve, grave diventa 
il dolore, sterterosa e soffocante la respirazione-;-© 
se risolvesi, tenue e scarsa rendesi l'espettorazione, 
diminuiscesi il dolore e facilmente respirasi. 

CAPO TERZO- 

Cause remole. 

Sono cause remote della pleuro-pneumonite la 
gelata bevanda, che riscaldati bevesi ; il parziale ed 
il generale raffreddamento , principalmente in chi 
sudato raffreddasi ; la ispirazione di gas irritante , 
le percosse, e le penetranti ferite, l'amputazione dei 
membri, e la intempestiva scomparsa delle secre- 
zioni, e la cutanea deflorescenza- 



148 
CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

La causa prossima della pleuro-pneumonite è la 
locale irritazione ; che nel polmone e nella pleura 
la stasi del sangue e l'esaltamento della vitalità de- 
termina, ed il polmone e la pleura infiamma- 

CAPO QUINTO 

Necroscopia. 

Rossa ed opaca, striata e punteggiata, ingorgata 
e granulosa trovasi la pleura ; ed anche vi si trova 
sierosa, purulenta e fioccosa colluvie. E le superfìcie 
spalmate di marciosa materia ; con briglie e false 
membrane. Ed il polmone tubercoloso , cavernoso , 
ingorgato, epatizzato ed anche gangrenato si trova. 

CAPO SESTO 

Pronostico. 

La leggiera pleurite nella quarta e nella quinta 
giornata risolvesi; e la maligna nel medesimo tem- 
po ci fa morire. Ed anche il secondo sorpassa e 
raggiunge il terzo settenario, e d'acuta diventa cro- 
nica e lungamente dura. E della pneumonite la du- 
rata media è dalla settima alla quindicesima gior- 
nata; e poi o si risolve, o cronica diventa e lunga- 



149 

mente duia, e difficilmente guariscesi. E la pleuro- 
pneumonite, che in sé due malanni unisce, è piiì fa- 
stidiosa e maggiormente pericolosa. 

CAPO SETTIMO 

Cura. 

Curasi la pleuro-pneumonite col generale e col 
locale salasso, colla severa dieta, e le calde e ri- 
lascianti bevande, e colla intestinale revulsione- E 
venuto che sia meno l'universale eccitamento e la 
flogistica violenza , più non estraesi sangue ; ed il 
rimanente del male risolvesi coi rivulsivi e coi de- 
rivativi. Ed il morbo derivasi col vescicante nel co- 
stato dolente applicato ; e si revelle se nelle braccia 
e nelle cosce si applica, e le fomentazioni senapate 
nei piedi si fanno. Nella cronica pleuro-pneumonite, 
alcuni ricavano sangue; ciò che noi crediamo, che 
non sempre facciano bene; ed il malanno curiamo 
colla derivazione e colla revulsione. Ed anche i to- 
nici prescriviamo, per rianimare le languenti forze; 
perchè alle volte l'estrema debolezza, anziché il male, 
ci fa morire. Nella pneumonite gli espettoranti gio- 
vano; e calda bevanda devesi sempre bere. Il cher- 
mes minerale ed il tartaro emetico giovano ancora, 
e devonsi prescrivere; ma questo pare, che bene non 
corrisponda, a quanto di esso dice il sommo Ra- 
sori (1). 



(1) Delle peripneumonie infiammatorie, e del curarle prin- 
cipalmente col tartaro stibiato. 



150 

SEZIONE DECIMAQUARTA. 

Pericardio-cardio-vascolite. 

CAPO PRIMO. 

Definizione. 

Mai non infiammasi tutto in una volta il cardiaco- 
vascolare sistema; ed ora s' infiamma il pericardio, 
ed ora il cuore, ed ora un tratto o d'una vena, o 
d'una arteria; che coi nomi denominate sono di pe- 
ricardilet di cardile^ ó'arlerite, di venite o flebile. 

CAPO SECONDO 

Forma. 

Nella pericardite sentesi locale dolore sotto allo 
sterno ed al sinistro costato. Ed i polsi sono pic- 
coli, irregolari e frequenti; e spesso la sincope alla 
lipotomia succede. E nella cardite celeri e minimi 
sono i polsi, ed estrema è l'ansietà. E della peri- 
cardite facilmente confondesi con la forma della 
cardite. E dolente diventa la parte ove la infiammata 
arteria passa; ed il membro addormentasi, e grave 
diventa; e batte fortemente l'arteria- Dolore sentesi 
anche nella flebite lungo il tragitto dell' infiammata 
vena; ed il contiguo cellulare inturgediscesi, e di ros- 
so-oscuro colorasi. 



151 
CAPO TERZO 

Cause remote. 

Cause remote della pericardite sono le condizioni 
che ripercuotono la sinovite e l'artrite- Della car- 
dite i violenti sforzi , e quanto aumenta i cardiaci 
movimenti. E dell'arterite e della flebite le violenze 
esterne, che impediscono il libero corso del sangue. 

CAPO QUARTO 

Causa prossima. 

Causa prossima della pericardio-cardio-vascolite 
è la potenza che irrita localmente il sistema car- 
diaco-vascolare; verbigrazia, il ferro che ferisce, il 
laccio che stringe, e l'artritico principio, che traslo- 
candosi, nel cuore e nel pericardio depositasi, l' irrita 
e l'infiamma. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Nei cadaveri di chi era morto di pericardite e 
di cardite, è stato trovato il pericardio arrossato, 
opaco ingrossato, esulcerato ed ossificato. Ed anche 
sono vi state trovate false membrane, e sierosa col- 
luvie. Ed il cuore è stato rosso-oscuro trovato, ul- 
cerato, e parzialmente o rammollito o indurito, ed 
anche ossificato. E nel cadavere, essendo stata esa- 



152 

minata l'arteria infiammata, hannovi trovata la tu- 
nica interna arrossata, gonfia, molle, indurita, ru- 
gosa, ossificata, e intonacata da marciosa e coten- 
nosa materia. E nella vena infiammata è stato tro- 
vato l'interno canale dilatato, ristretto ed obblite- 
rato , e le membrane, che la compongono , arros- 
sate, ingorgate, rammollite, fungose,e che facilmente 
dislacoavansi l'una dall'altra. 

CAPO SESTO. 

Pronostico. 

Presto r acuta pericardite fa morire ; e la cro- 
nica, dura per qualche tempo, e quasi mai non guari- 
scesi. E grave è la cardite, che prestamente chi la 
soffre fa di vivere finire. E nella infiammazione della 
collaterale arteria non vi è grave pericolo ; e della 
centrale, facilmente il membro gangrenasi. E la vena, 
che infiammasi, risolvesi, ed anche l' intero canale 
obbliterasi; ed è talora causa di consecutiva anasarca. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Nella pericardio-cardite, che deriva da metasta- 
tica deposizione gottosa, artritica ecc., subito richia- 
mansi ai primitivi luoghi gli scomparsi malanni. E 
nella primaria e legittima cavasi sangue, e le mi- 
gnatte si attaccano nel sinistro costato. E si mettono 
ancora nel torace e nelle altre parti del corpo i moxi. 



153 

i senapismi ed i vescicanti. E internamente prescri- 
vonsi le bevande diluenti, gommose, mucillagginose 
e leggermente nitrate; e promuovesi ancora la inte- 
stinale revulsione. Ed applicansi nel luogo dolente 
le sanguisughe, ed anche nelParterite cavasi sangue. 
E l'oppio prescrivesi, e gli ammollienti si applicano, 
se ci tormenta il dolore. E facilmente ai topici freddi 
cede la flebite recente e poco estesa ; e se ella è 
intensa e diffusa, agli antiflogistici bisogna sempre ri- 
correre. 

SEZIONE DECIMAQUINTA. 

Epatite. 
CAPO PRIMO. . 

Definizione. 

L'epatite è la infiammazione dell'epatico appa- 
recchio ; cui alcuni dividono in acuta e cronica, in 
continua e periodica, perniciosa alrabilare, o epatica. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

La patognomouica espressione della epatite è il 
dolore acuto, lancinante, cupo e profondo, che dal- 
l' ipocondrio destro eslendcsi al petto ed alla cor- 
rispondente spalla. Che poco alleggeriscesi , nella 
parte affetta giacendo ; e che alquanto esacerbasi 



154 

quando si respira e si tossisce, e nella sana parte 
giacesi. Secca e scabra è la pelle, urente e mor- 
dicante, nella superfice de! corpo, la calorificazione. 
E pieno , duro e frequente è il polso ; e svolgesi 
ancora l'universale organica reazione- Viene l' itte- 
rizia ; e la lingua copresi di giallo-verde-nerastro 
intonaco- Manca l'appetito, e la sete arde- E l'orina 
è scarsa, torbida, rosso-giallastra, e deponente mat- 
tonato sedimento. 1! ventre è costipato ;,e se qual- 
che evacuazione viene, grigia e non biliosa è l'eva- 
cuata materia. E segno è che la gastro -enterite si 
è all'epatite congiunta ; se il dolore epatico all'epi- 
gastrio estendesi , e rossa è ai margini la lingua , 
la sete arde, e vomitasi biliosa materia- 

CAPO TERZO. 

Cause remole. 

Cause remote della epatite sono le percosse nella 
testa e nel destro ipocondrio, le forti stimolazioni 
nello stomaco e nel duedeno, le violenti passioni, 
la gastro-enterite, il palustre miasma, la intemperie, 
la repressione della traspirazione, la scomparsa della 
mensile ricorrenza e del flusso emorroidale, e la cu- 
tanea deflorescenza. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

E condizione essenziale dell'epatite è poi l'epatica 
irritazione, determinata dall' esterna percossa, dal 



155 

ferro che il fegato ferisce , dai calcoli biliosi , dai 
vermi intestinali, che in esso introduconsi, dal pa- 
lustre miasma, e dalle metastatiche deposizioni- 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Nei ca(3averi, che sono stati aperti, di chi per 
epatite era morto, si è trovato il fegato brunastro, 
giallo, rosso, e a chiazze nero ; ed ora atrofizzato, 
ed ora ipertrofizzato, rammollito, indurito, adiposo 
e scirroso. E vi sono stati ancora ascessi purulenti 
trovati, idatidi, materia melanosiaca ed encefaloidea. 
E la vescichetta biliare ora ristretta , e di calcoli 
ripiena ; ed ora dilatata, e contenente bile viscosa 
e nera. II fegato aderente alle contigue parti ; e 
qualche ascesso, che in esso aperto erasi, e che ver- 
sato aveavi la contenuta materia. 

CAPO SESTO. 

Pronostico. 

L'acuta epatite si risolve, o diventa cronica; sup- 
pura , ed anche il fegato gangrena. E 1' ascesso , 
che nel fegato si è formato, ora nel!' interno apresi, 
e fa morire ; ora all'esterno, e qualche volta gua- 
riscesi. Ed ora rifattasi acuta, il peritoneo infiamma, 
ed è mortale; ed ora le succede la funesta emorra- 
gia, la consecutiva idiope, e l'epatica tabe- 



156 
CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Incominciasi col salasso la epatica cura ; e poi 
le sanguisughe nell'ano, nella vulva e nel destro ipo- 
condrio si attaccano. E spesso il ventre esterna- 
mente fomentasi; e internamente il purgante pre- 
scrìvesi. Severa dieta ordinasi, e subacida bevanda; 
e frequente e piccolo cristiere- E il critico sudore, 
subito che incomincia, favoriscesi colla bevanda leg- 
germente diaforetica. E diminuita che siasi la vio- 
lenza flogistica, il vescicante nel destro ipocondrio 
e nelle altre parti si applica. E fannosi anche le 
mercuriali unzioni nella dolente parte ; e taluni il 
mercurio internamente prescrivono. Ed alla lenta , 
ed alla acuta fattasi cronica, in minor quantità le 
medesime cose si prescrivono. E quando il formatosi 
purulento ascesso al peritoreo aderisce, ed alla con- 
tigua parete addominate accostasi, col ferro apresi; 
e colle iniezioni procurasi la repurgazione, e la con- 
solidazione colla peruviana corteccia. 



157 
SEZIONE DECIMASESTA. 

Pancreatite. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

La pancreatite è la infiammazione del pancreas ; 
che durante la vita è quasi latente; e che dopo alla 
morte bene si manifesta, se apresi il cadavere. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

Oscura ed incerta è la pancreatitica manifesta- 
zione. E spesso trovasi nel cadavere, ciò che du- 
rante la vita non si era manifestalo ; e che altro 
malanno, anziché la pancreatite parevaci che l'in- 
fermo tormentasse, e che di vivere lo facesse finire. 
E facilmente altra malattia simula , perchè d'altre 
parti il pancreas è circondato ; ed è situato sotto 
allo sterno ed al fegato, sopra la trasversale por- 
zione del duedeno, davanti la colonna del diafram- 
ma, l'aorta, e la vena cava inferiore, dietro il me- 
socolon trasverso e l'arco trasversale del colon, al 
lato sinistro della seconda porzione dell' intestino 
duedeno, al lato destro della milza e del rene si- 
nistro, e nella separazione posteriore delle due la- 
mine del meso-colon trasverso- E solo giudichiamolo 



158 
infiammato, perchè le parti che lo circondano es- 
sendo sane, sentesi profondo dolore, che corrisponde 
nella dodicesima dorsale e nella prima vertebra lom- 
bare. 

CAPO TERZO. 

Cause remole. 

Difficilmente nel pancreas 1' esterne cause agi- 
scono, e r infiammano- E la pancreatite, pare che 
vi determinino le lente infiammazioni dei contigui 
visceri, e la miasmatica intermittenza. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

E la condizione, che la pancreatite determina, è 
la locale irritazione, spesso promossa dalla lenta in- 
fiammazione delle contigue parti, e dall'ostinata mias- 
matica intermittenza. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Nei cadaveri è stato il pancreas trovato ingor- 
gato, indurito ed atrofizzato, rammollito ed iper- 
trofizzato; ed anche disorganizzato in marciosa ci- 
sti; ed in materia adiposa degenerato, ed anche in 
parte ossificato. 



159 
CAPO SESTO. 

Pronostico- 

Lungo e lento è della pancreatite il corso. E 
difficile, e sempre incerta è la diagnosi. Ed allo stato 
naturale difficilmente ritorna il pancreas ; e quasi 
sempre rimane indurito ed ipertrofìzzato. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Blandi rimedi alla pancreatite si convengono. E 
cavasi sangue se imponente è l'organica reazione, 
e chi la soffre è atletico e pletorico; e le sangui- 
sughe si attaccano nell'ano, nella vulva e nella parte 
dolente. Ed anche giova il tenue vitto, la subacida 
bevanda, la intestinale revulsione, ed il vescicante 
applicato nel luogo dolente e nelle altre parti del 
corpo. L'unzioni mercuriali nella dolente parte sono 
state da certuni fatte ; ed anche internamente il 
mercurio è stato amministrato. Il salasso, e le san- 
guisughe nell'ano applicate, ed i caldi bagni hanno 
a preferenza delle altre cose giovato. 



160 
SEZIONE DECIMASETTIMA. 

Splenite. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

La splenite è la infiammazione della milza ; che 
consensuali perturbamenti determinano ; mentre è, 
mediante peritoneali ripiegature, attaccata nel musco- 
lare tramezzo, che il torace separa dall'addome. E 
pare che non la splenite, ma che altro malanno tor- 
menti, per essere ella profondamente collocata nel 
sinistro ipocondrio, tra le false coste ed il ventri- 
colo , sotto il diaframma , sopra il colon ed il si- 
nistro rene. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

Col freddo la splenite invadeci, e coi ricorrenti 
brividi; a cui spesso succede il continuo, ed anche 
il remittente calore. E poi svolgesi l'universale or- 
ganica reazione. E dolente diventa il sinistro ipocon- 
drio, cui la pressione esacerba; ed il dolore esten- 
desi nel rene, nel torace, nella clavicola e nel cor- 
rispondente omero. Gonfiasi il sinistro ipocondrio ; 
in cui, come nel destro, bene non giacesi- E l'an- 
sietà, la dispnea, la tosse ed il singhiozzo infastidi- 
scono- E chi la sofifre ha sete, inappetenza, costi- 



161 

pazione, nausea ed anche vomito bilioso e sangui- 
nolento- 

CAPO TERZO. 

Cause remole. 

Cause remote della splenite sono le cose che i 
visceri addominali infiammano. Alle quali rifeiisconsi 
le percosse, e le penetranti ferite, la scomparsa delle 
naturali e delle preternaturali secrezioni, la cutanea 
deflorescenza, e l'ostinata miasmatica intermittenza. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

Il preternaturale esaltamento della vitalità della 
milza , determinato dalla locale potenza irritante , 
che la stasi del sangue vi determina, è l'essenziale 
condizione della splenite- 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Per splenite raramente muoresi ; e se vi si muore, 
trovasi nel cadavere la milza raramente indurita e 
atrofizzata ; e spesso vi si trova ingrossata e indu- 
rita, ed anche parzialmente rammollita. Vi si tro- 
vano ancora morbose adesioni coi contigui visceri ; 
purulenti ascessi , scirrosi indurimenti , cancerose 
degenerazioni, e tubercolosa e melanosiaca materia. 
(..A.T.CLXI. 11 



162 
CAPO SESTO. 

Pronostico. 

Qualche volta la splenite per diaforesi risolvesl ; 
e generalmente termina per ipertrofico indurimento. 
Suppura ancora, e la marciosa colluvie versasi ora 
nel ventricolo e nel calon , e la materia o emet- 
tesi per vomito, o per splenica alvina evacuazione ; 
ed ora nell'addome e nel torace , con consecutiva 
peritonite, e mortale pleuro-pneumonite- 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

La sintomatica splenite dell'ostinata febbre pe- 
riodica curasi come la miasmatica intermittenza me- 
dicasi- E cavasi sangue, se chi la sotfre è atletico 
e pletorico. Ed alla primaria, che dalla locale ir- 
ritazione è mantenuta, ordinasi la dieta ; e prescri- 
vonsi le rilascianti e subacide bevande ; promuovesi 
l' intestinale revulsione, e cavasi sangue dal braccio, 
dall' ipocondrio, dalla vulva e dall'ano- Alcuni ap- 
plicano il vescicante nel sinistro ipocondrio ; altri 
vi fanno le piccole e quotidiane mercuriali unzioni ; 
e certi altri credono esserle giovevole il caldo e spesso 
bagno. 



163 
SEZIONE DECIMAOTTAVA. 

Uropoìeite. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

L'aropoìeite è la infiammazione dell'urinario se- 
cretorio apparecchio : che non è universale, e che 
sempre mostrasi parziale ; e che a seconda della 
parte , che invade, dicesi nefrite, urelerile, cistite , 
prostatite e uratraite. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

Nella nefrite sentesi forte dolore acuto, lancinan- 
te e pungente, cupo gravativo e profondo in una, 
o neir una e nell' altra reazione lombare- E nella 
ureterite, dolente è Io spazio interposto tra i reni 
ed il trigone vescicale. E dolore sentesi nella cistite, 
meno o maggiormente forte, nella regione ipogastrica, 
che la pressione esacerba. E tesa e dolente, calda 
e tumefetta è la parte, che alla vescica corrisponde. 
E fastidioso è lo stimolo, e l' incomodo di spesso 
evacuare 1' urina ; cioè, la discuria , /' iscuria e la 
stranguria. Nella prostatite il dolore limitasi tra la 
vescica e l'uretra; e nell'uratraite dalla prostata esten- 
desi al meato urinario. E le infiammazioni parziali 



164 

dell'uropoietico apparecchio incominciano, progre- 
discono, e indietro ritornano e si risolvono ; o come 
le altre infiammazioni diventano croniche, e lunga- 
mente durano ; e poi o rifannosi acute, e si risol- 
vono , o lentamente ci fanno morire. E vana cosa 
torna il dire, che come l'altre si risolvono, suppu- 
rano , induriscono ed il tessuto gangrenano. Che ì 
polsi sono ora contratti e celeri , ora gagliardi e 
pieni ; che l'orina è scarsa e sedimentosa, e la pelle 
calda ed arida ; che havvi inappetenza, sete, costi- 
pazione e organica universale reazione- 

CAPO TERZO. 

Cause remole. 

Sono remote cause dell'uropoieite l'abuso degli 
stimolanti, gli sforzi e le addominali percosse, l'uri- 
naria ritenzione, i corpi estranei, le irritanti inie- 
zioni, l'abuso delle veneree dilettazioni, le cantarelle, 
la sifilitica infezione, la cutanea deflorescenza, e la 
scomparsa delle articolari infiammazioni, che nel- 
l'apparecchio uro-poietico si fissano e l' infiammano. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

La vecchiaia è la predisposizione delle infiamma- 
zioni dell'urinario apparecchio. E la locale irritazione, 
che ci esalta la vitalità, e la stasi del sangue ci de- 
termina, è della uropoieite la essenziale condizione. 



165 
CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

Aperti i cadaveri di chi per uropoìeile erano 
morti, vi hanno trovato i reni rossi e di sangue in- 
gorgati, rammoIHli, induriti, impiccoliti ed anche 
ipertrofizzati. E disseminato il parenchima da pic- 
coli marciosi ascessi, scirroso, e in sostanza cere- 
briforme, adiposa ed ossea degenerato; e, dentro a 
marciosa cisti con idaiidi, disorganizzato. E arrossati 
ed ingorgati gli ureteri, colP interno canale ora ri- 
stretto, ed ora dilatato. La vescicale mucosa arros- 
sata, ingorgata, indurita, ingrossata, rammollita, esul- 
cerata , e di nero macolata. Ristretta la vescica , 
perforata, e internamente di false membrane rico- 
perta, E la mucosa dell'uretra arrossata, ingorgata 
ed esulcerata. Organiche degenerazioni, che nei ca- 
daveri si trovano a seconda del morboso esito , e 
della infiammata parte. 

CAPO SESTO 

Pronostico. 

La nefrite o tra l'ottava e la ventesimma gior- 
nata risolvesi; o dura per indeterminato tempo; ed 
anche colla morte termina. E quando risolvesi, l'orina 
sedimentosa diventa. Che se poi suppura, o la ma- 
teria si versa nel colon e nell'addome, o nel rene 
forma marciosa colluvie , o nella vescica discende. 



166 
I reni si rammolliscono, si induriscono, si gangre- 
nano ed anche si disorganizzano. E l'ureterite alia 
nefrite consecutiva, segue della nefrite il corso ; e 
prestamente risolvesi, se la primitiva malattia gua- 
riscesj. E tra la quindicesima e la trentesima gior- 
nata risolvesi la cistite, o dura per indeterminato 
tempo- Termina spesso per risoluzione, e raramente 
per indurimento e pergangrena. E lungamente dura 
la venerea uretraite ; e la legittima prestamente ri- 
solvesi. E doloroso malanno è la parziale uropo- 
ìeite, che raramente fa morire. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Nell'uropoielle, se chi la soffre è atletico e ple- 
torico, cavasi sangue ; e se è debole, solo le san- 
guisughe sì attaccano nei lombi, nell'ipogastrio nel 
perineo, nella vulva e nell'ano. E fannosi poi i pie- 
diluvi , ed i tiepidi bagni. E l'ammolliente empia- 
slro mettesi nei lombi; e l'addome fomentasi. Or- 
dinasi la dieta ; ed il vitto tenue prescrivesi, e la 
mucillagginosa bevanda ; ed i piccoli cristieri ammol- 
lienti e narcotici si fanno. E poi ricorresi alla revul- 
sione, ed alla derivazione. Ed apresi il renale ascesso, 
che ai lombi accostasi; affinchè neirinlerno,da sé stes- 
so aprendosi, la purulenta materia non versi. E l'orina, 
che non può scappare, colla siringa estraesi; e non 
potendosi siringare, conviene ricorrere alla artificiale 
apertura. 



167 
SEZIONE DECIMANONA 

Infiammazione del genitale femmineo apparecchio. 

CAPO PRIMO. 

Definizione. 

II genitale femmineo apparecchio , come l'uro- 
poietico , parzialmente infiammasi. E se le mani- , 
melle, l'ovario, 1' utero e la vagina si infiammano, 
coi nomi sono nominate di mammite, di ovante, di 
melrile e di vaginile. 

CAPO SECONDO. 

Forma' 

La mammile denunciano l'ardente calore, il lo- 
cale dolore , il roseo colore e la mammillare tu- 
mefazione. E r ovarite manifesta il fastidioso, do- 
lore , ora cupo , ed ora lancinante , che sentesi 
in ambe le regioni iliache. Pesa , e maggiormente 
sentesi l'utero nella metrite ; ed il dolore cupo e 
gravativo dall' ipogastrio estendasi ai lombi all'an- 
guinaia, ed alle articolazioni femoro-iliache. E del- 
l' utero il collo si arrossa, si riscalda, si gonfia, si 
indurisce, e diventa dolente. E nella vaginite in prin- 
cipio sentesi prurito; e poi la mucosa si arrossa e 
si gonfia; ed il roseo colore e la enfiagione si dif- 
fondono nella genitale esterna parte. E sia qualunque 



168 
la porzione affetta dell'apparecchio genito femmìneo; 
se acuta e violenta è la infiammazione, vi è sempre 
universale organica reazione. Caldo-umida è la pelle. 
Ed ora duro e frequente , ed ora piccolo e piena 
è il polso- Manca l'appetito ; e ardente è la sete. 
Che se la infimmazione fin da principio è lenta, o 
che mite facendosi, diventa cronica; coi suoi feno- 
meni sempre si circoscrive nella parte affetta, e ma- 
nifesta non promove organica reazione. 

CAPO TERZO. 

Cause remote. 

Determinata è la mammite dall'aria, che la calda 
mammella raffredda, dal difficile allattamento, dalle 
percosse, e dagli astringenti, che la secrezione del 
latte reprimono. E sempre consecutiva alla metrite 
ed alla peritonite è l'ovarite. E infiammano l'utero 
il parto laborioso, le tocologiche operazioni, la poli- 
pare estirpazione, 1' interne e l'esterne compressioni, 
l'alto raffreddamento delle estremità addominali, e 
la intempestiva scomparsa dei lochi e della mensile 
ricorrenza. E quanto direttamente la vaginale mu- 
cosa irrita, la nafinite determina. 

CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

La condizione flogistica dell'apparecchio genitale 
femmineo è la locale irritazione , determinata da 



169 
quanto localmente la vitalità esalta, e la stasi del 
sangue determina; per cui le mammelle, le ovarie, 
l'utero e la vagina s' infiammano. 

CAPO QUINTO 

Necroscopia. 

Gli anatomici caratteri della mammite sono l'in- 
gorgo del cellulare tessuto, la durezza e la ipertro- 
fia della mammaria gianduia- E sono nel cadavere 
state trovate l'ovarie rosse e gonfie, con marcia o 
sparsa nella sostanza, o in cisti raccolta; scirrose, e 
aderenti alle contigue parti. La mucosa dell'utero 
arrossata, ed ingrossata; ed il parenchima di san- 
gue turgido, che premendolo in abbondanza lo ver- 
savano- E nelle infiammazioni, che hanno per anni 
durato, 1' utero si è trovato rosso, grigiastro e li- 
vido, addensato, ingrossato, scirroso e lardaceo. E 
si arrossa, si ingorga e si gonfia la vagina quando 
infiammasi. E nelle croniche vaginite , che lunga- 
mente avevano durato , è stata trovata la mucosa 
ingrossata, esulcerala, scirrosa, ed anche a zone ed 
a chiazze cartilaginea ed ossea. 

CAPO SESTO. 

Pronostico. 

Frequentemente la mammite risolvesi; e quando 
suppura, lenta è la suppurazione, e tarda la guari- 
gione. Diffìcilmente dall'acuto passa allo stato ero- 



170 

nico ; e se vi passn, e alla lunga darà, facilmente 
indurisresi la glandola, scirro; e poi esulcerasi, can- 
cro. E tra la quarta e la quinta giornata, quasi mai 
l'ovante fa morire ; e spesso tra l'ottava e la de- 
cima risolvesi; e suppura tra la dodicesima e la quat- 
tordicesima. Ed il cronicismo è il più frequente termi- 
ne ; che fa anche morire dopo molti anni. E pre- 
stamente la violenta metrite fa la femmina termi- 
nare di vivere; e dura anche l'acuta trenta giornate; 
e poi si risolve, o cronica diventa, o fa per con- 
sunzione morire. Raramente suppura , indurisce e 
l'utero gangrena. E dura anche per anni la cronica, 
che difficilmente risolvesi; e poi o ridiventa acuta; 
la mucosa ingrossa, esulcera, indurisce e gangrena, 
e lentamente fa la femmina morire. La legittima 
vagìnite poco dura; e la venerea moltissimo; ingros- 
sa, esulcera, e la mucosa indurisce ; e morire non 
fa, se alla vagina limitasi. 

CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Incominciasi la metrite a curare, se la femmina 
che la soffre è sana e pletorica, coli' iterata sottra- 
zione di sangue; e poi si attaccano nella mammella 
infiammata le sanguisughe ; e sopra vi si mette il 
narcotico e ammolliente cataplasma, E parimente 
l'ovarite col salasso curasi; e le sanguisughe si at- 
taccano nell'ipogastrio, nella regione iliaca, nella 
vulva, e nella parte superiore e interna delle cosce. 
Ordinasi la dieta; la revulsione intestinale procurasi; 



171 

e si prescrive il bagno ed il semicupio. E Tempia- 
stro ammolliente vi si mette, o l' ipogastrio fomen- 
tasi. E mettesi il setone nella regione iliaca; ed il 
vescicante nelle altre parti del corpo. Ed il fluttuante 
tumore , che all'addome aderisce , subito col ferro 
apresi; ed all'esterno si fa scappare la marciosa col- 
luvie. Ed alla metrito acuta conviensi parimente il 
salasso; e le sanguisughe si attaccano nella vulva, 
nell'ano e nell'epigastrio. Il basso ventre fomentasi, 
vi si mette il narcotico e ammolliente cataplasma. 
La dieta ordinasi; e fannosi i cristieri, ed i semi- 
cupi; e si procura la intestinale revulsione. E dimi- 
nuita che siasi la violenza flogistica, i diuretici, e 
i diaforetici prescrivonsi; ed i vescicanti in diverse 
parti del corpo si applicano. E nella violenta vagi- 
nite le sanguisughe si attaccano nella vulva, nell'ano 
e nella parte interna e superiore delle cosce; e pri- 
ma fannosi l'ammollenti e spesse lavande; e poi l'a- 
stringenti iniezioni. 

SEZIONE VENTESMA. 

Infiammazione del genitale maschile apparecchio. 
CAPO PRIMO. 

Definizione. 

Le infiammazioni del genitale apparecchio ma- 
schile sono la didimite e la prostatite. Sì l'una e 
sì l'altra sono legittime e specifiche; quelle sono prò- 



172 

mosse da cause comuni, e queste dalla venerea in- 
fezione. 

CAPO SECONDO. 

Forma. 

La prostatite il perineo riscalda, e fa sentire do- 
lore e peso tra lo scroto e l'ano , e nelP anteriore 
parete del retto, e muove tenesmo, e continuo uri- 
nario prurito- E dolente diventa della vescica il collo; 
e la voluminosa prostata bene nell'ano sentesi- Il ca- 
nale dell'uretra restringesi; e prima diffìcilmente, e 
anche poi non piiì l'orina scappa. Spesso la prosta- 
tite risolvesi; e non risolvendosi suppura; e la ma- 
teria o entra nella vescica o nel retto, o per l'ure- 
tra esce. E chi la soffre consumasi, ed anche muore 
lentamente. E nella didimite il testicolo riscaldasi e 
gonfiasi, diventa dolente, ed il dolore ai reni diffon- 
desi. E lo scroto estendesi, riscaldasi ed arrossasi; 
e sentire lascia nell' interno il tumefatto testicolo. 
E sono i comuni flogistici fenomeni i reazionari della 
didimite e della prostatite. 

CAPO TERZO. 

Cause 1 emote- 

L'uretrite è la causa principale, che la didimite 
e la prostatite determina. Ed essa seguono la intem- 
pestiva scomparsa del flusso emorroidale, il calcolo 
che nel collo della vescica fermasi, e l'esterne mec- 
caniche violenze. 



/ 



173 
CAPO QUARTO. 

Causa prossima. 

E la condizione della prostatite e della didimlle 
è r irritazione, determinata nel didimo e nella pro- 
slata da meccaniche condizioni, e da specifica viru- 
lenza. 

CAPO QUINTO. 

Necroscopia. 

La prostala nei cadaveri l'hanno trovata ora gon- 
fia, rossa e molle; ed ora indurita, scirrosa e puru- 
lenta. Ed il didimo , durante ed anche percorsa la 
infiammazione, V hanno sempre veduto gonfio, e duro 
inteso. E tagliandolo, 1' hanno trovato scirroso e can- 
ceroso. 

CAPO SESTO. 

Pronostico. 

Tra l'ottava e la decima giornata quasi sempre 
la prostatite risolvesi. Suppura ancora ; ed anche 
d'acuta cronica diventa; e raramente il tessuto in- 
durisce e gangrena. Ed il testicolo, prestamente in- 
grossatosi, lentamente risolvesi, e sempre il didimo 
rimanesi un poco gonfio e duro. E quando suppura, 
perdesi l'organo spermatico; e scirroso fattosi, bi- 
sogna sempre tagliarlo. 



174 
CAPO SETTIMO. 

Cura. 

Non sempre incominciasi la cura della prostatite 
e della didimite col generale salasso; e quasi sem- 
pre bastano le locali sottrazioni sanguigne , la re- 
vulsione intestinale, la dieta, il riposo, e la bevanda 
gommosa e mucillagginosa. E nella prostatite si ap- 
plica nel perineo, e nella didimite lo scroto circon- 
dasi di cataplasma narcotico ammolliente. Nella stran- 
garia siringasi ; e se non può eseguirsi , fare con- 
viene r artificiale apertura. E la ristrettasi uretra , 
prima dilatasi colle meningi , e poi colle siringhe 
di elastica gomma. Ed il testicolo fattosi scirroso, 
bisogna col ferro staccarlo. 

CONCLUSIONE. 

Abbiamo discorse delle semplici le maggiormente 
rimarchevoli infiammazioni ; senza le altre nemmeno 
nominare. E ciò che ad alcuni parrà trascuratezza; 
a noi pare che sia scientifica precisione. Mentre 
abbiamo scanzata la noiosa ripetizione ; e non siamo 
discesi a fastidiosa minuzia. Che leggendola, se noi 
l'avessimo descritta, non vi averebbero cosa alcuna 
trovata di nuovo ; ed anziché dilettare chi legge , 
Tavremmo mosso a sdegno. 

[Conlhmerà) 



175 



Vita di D. Giovanni Torlonia , scritta da Giuseppe 
Cugnoni. 



N 



el farmi a parlare di Giovanni Torlonia forte so- 
spetto per l'animo mi si ravvolge ch'io non abbia 
a parere inframmettente e prosuntuoso. Imperocché 
essendo a tutti notissimo come i più belli e lodati 
ingegni di questa città furono congiunti di stretta 
amicizia al caro estinto; chi non si sarebbe aspet- 
tato che a lodar lui si levasse alcuno degl' illustri 
amici suoi ? Per contrario che sorga io a celebrarlo, io 
che solo per fama il conobbi; che cos'altro potrà sem- 
brar questo se non effetto d'animo procacciante ed 
ambizioso ? Di presunzione poi niuno vorrà scusarmi, 
sentendomi esaitare spenta una virtii, che viva non 
potei ammirare da presso. Laonde io ben veggo come 
questo mio fatto, a chi è uso di stimar le cose dalle 
apparenze, debba in tutto parer dissennato. Se non 
che le apparenze assai di sovente fanno inganno al- 
l'uomo: onde i savi e discreti rade volte o non mai 
fondano su di esse i giudizi loro. No , non fu va- 
nità di tessere le lodi di nobile e ricco signore, che 
indusse me alla presente fatica ; sì fu il dolore di 
due infelici parenti e di una giovane sconsolata ve- 
dova, i quali chiedeano il conforto della mia voce. 
Né questo mio racconto potrà essere tacciato di ar- 
roganza, avendomene fornita la materia i congiunti 
e gli amici del defunto , sulla cui indubitata fede 
io potei narrare dì lui non altrimenti che se fossi 



176 

stato perpetuo testimonio della sua vita. La quale 
come fu ricca di belli esempli e d'utili operazioni ; 
così tanto più è ora da dolere che troppo immatu- 
ramente mancata, ne abbia disertati di quelle mag- 
giori speranze, onde sì largamente ci aveva affidati- 
Imperocché fu la vita di D. Giovanni volta tutta 
al ben fare ed in elettissimi studi esercitata, e tale 
per conseguenza da promettercene non comuni van- 
taggi. E facendomi in prima a parlare degli studi 
suoi vastissimi e profondi, in questo massimamente 
mi si offre ammirabile, che ad imprenderli non fu 
tratto da esterni e bassi allettamenti , ma per la 
intrinseca bellezza e bontà loro li volle seguitare. 
Conciossiachè nò. onori nò ricchezze dovesse diman- 
dare agli studi egli per nascita nobilissimo e dovi- 
ziosissimo ; nò sudando e vegliando cercare in quelli 
bella e durevole fama chi col solo proteggere e fa- 
voreggiare gì' ingegni potea agevolmente conseguire 
che il suo nome trapassasse ai posteri onorato, non 
altrimenti che quelli di Fulvio Orsini, di Federico 
Cesi , di Ottavio Falconieri , di Virginio Cesarini. 
Resta dunque che D. Giovanni s' innamorasse degli 
studi e con ardore vi si applicasse per 1' intrinseca 
bellezza e bontà loro. E poiché ciascuna scienza e 
ciascuna arte ha la sua propria bellezza e bontà , 
r ingegno del Torlonia non si facea sopra ad una, 
che non pensasse di accostarsi in seguito alle altre : 
ma tutte insieme col desiderio abbracciandole, volea 
partitamente e con ordine contemplarle. Questo ha 
egli dimostrato con la molta e svariata dottrina ac- 
quistatasi ne' brevi anni che visse, e questo affer- 
mano i congiunti e gli amici suoi, i quali l'udivano 



177 

sempre ripetere che dall' apparai' nuove cose mai 
non si sarebbe rimasto, quasi avesse a sua ultima 
meta il possesso della scienza universale- Né di pro- 
posito così smisurato ed all' umana debolezza in- 
tollerabile parrebbemi conveniente il lodarlo, se non 
ne trasparisse una geneiosità d'animo singolare, e 
se a tanto ardito intendimento non vedessi con- 
giunta egual forza di azione. Conciossiachè l'umano 
ingegno quanto più spargesi in traccia di cognizioni 
varie e molteplici , tanto riesca men penetrante e 
profondo ; non altrimenti che accade ne'corpi , di 
cui è legge immutabile che dilatandosi sì assot- 
tigliano. Non fu così di D. Giovanni, il quale avido 
di tutto sapere, già non si sfrenò a voler tutto in- 
sieme sapere ; ma lentamente e per gi-adi procedendo, 
in modo abbandonavasi ai propri specolamenti di 
una disciplina, che delle altre parca noi prendesse 
cura nessuna. Così evitò la leggerezza negli studi, 
e adoperandosi alla soda e verace dottrina si tenne 
lontano dall'arrogante saccenteria. Nel che ci si farà 
maggiormente ammirabile, ove consideriamo di quale 
e quanta saviezza s'avesse (nestieri a non bruttarsi /jnr^^^^''^ 
d'un vizio, consueto deturpatore della nobiltà do- j 
viziosa. La quale miseramente esposta alle lusinghe 
dell'adulazione, di leggieri inorgoglisce, e presume, 
stimando retribuzione del proprio va/ore certe Iodi 
bugiarde che a lei procaccia la potenza del nome i 
e dell'oro. A queste turò sempre le orecchie il sa- 
gace giovinetto, non altrimenti che a canto mor- 
tale di sirena insidiosa, pronto solo a dischiuderle 
alla libera voce di amici onesti ed autorevoli. 

g..a.t.(:lxi. 12 



178 

Né già d'altronde ei s'ebbe il primo incilamento 
agli studi, che dalle sagge parole di chi francamente 
tuttor garzoncello lo amtnonìa a voler bene usare 
del grado e degli agi, cui nascendo avea sortito: la 
nobiltà e le ricchezze natie doversi riguardare come 
premio anticipato della virtù, del quale ci rendiamo 
immeritevoli tosto che per ozio o vizi ne abusiamo: 
delizie, spassi, lautezze, onoranze e quant' altro di 
pili lusinghiero suol far lieta la vita de' grandi, non 
valer tutto insieme una briciola di quel sovrano con- 
tento che l'uomo, eziandio se povero ed oscuro, ri- 
ceve dalla vera sapienza. A questa pertanto con ogni 
sforzo si adoperasse, esercitando ne' buoni ed ono- 
rati studi il molto e svegliato ingegno che Dio gli 
aveva concesso. Già non poteva il suono di queste 
verità non concitare altamente 1' animo di D. Gio- 
vanni di tempera generosa e severa, e sin dalla ftin- 
ciullezza naturalmente apparecchiato (rilevandosi ciò 
per fino da'suoì puerili trastulli, sempre ingegnosi) 
alla cultura dell' intelletto : giunse poi opportunissimo 
a ridestarlo in quella appunto che erudito ne'prin- 
cipii della rettorica e della filosofia, era in sullo scom- 
pagnarsi dalla guida di stabile precettore. Quando 
cioè r abbandonarsi ad un vivere scioperato e sol- 
lazzevole, ovvero il proseguire nel faticoso esercizio 
degli studi, dovea essere sua propria elezione. Ri- 
schiosa prova, secondo che dimostra una trista espe- 
rienza, al senno di giovane patrizio. Ben però su- 
perolla il Torlonia antiponendo ad un superbo ozio 
i cnri e gloriosi travagli dell' ingegno. 

Invogliatosi da principio d'acquistar larghe e si- 
cure notizie intorno agli antichi monumenti romani, 



I 



179 

premessa la lettura degli scrittori latini e d'alquanti 
de' greci , di cui apparò a tal uopo il linguaggio ; 
prese a visitare diligentemente e con ordine tutto 
ciò che di quelli ne avanza dentro e fuori della città. 
E quale perizia delle antiche cose egli con ciò si 
procacciasse, ce n'è autorevole testimonio il chiaro 
archeologo commendatore Pietro Ercole Visconti , 
da cui come s'ebbe il primo impulso a questa ma- 
niera di studi, così trasse valevole aiuto a bene con- 
durli. Or questi non dubita di affermare, la giovi- 
nezza del suo alunno aver posseduto tanto di antica 
erudizione, di quanta sarebbe pur da lodare un uom 
maturo. Oltre che fanno di ciò sicurissima fede gli 
innumerabili ricordi di arte e di storia, che egli in 
certo suo giornale andava quotidianamente registran- 
do, dove frame/zo ad accurate note e sottili con- 
fronti sono sparse qua e là considerazioni di non 
volgare dottrina, ed opinioni insolite non men che 
probabili. In tal guisa D. Giovanni riparò ad un ver-' 
gognoso difetto della educazione moderna, che la- 
sciandoci ignorare tanta invidiata suppellettile di an- 
tiche arti e memorie, ci rende ospiti in casa nostra; 
laddove degli usi di popoli lontanissimi e per mari 
e montagne da noi disgiunti ci vuole curiosi inda- 
gatori. Anche studiò nelle antiche iscrizioni, di cui 
era copiatore desideroso ed esatto (1), e del racco- 
gliere medaglie e monete grandemente si dilettò. 
Ebbelo a suo socio la pontificia accademia di ar- 
cheologia, nella quale che due sole volte si facesse 
a pubblicamente ragionare (2), fu effetto di quella 
modestia, da cui tenne sempre invincibile avversità 
ad ogni minima apparenza di maestro. E se due altre 






180 
volte, nchiestone, facilmente s' indusse a richiamare 
in mente ai dotli colleghi, seduti a geniale convito 
per celebrare il natale di Roma, le glorie dell'eterna 
città, appunto fu perchè la letizia della circostanza 
parvegli dovesse scemare autorità al suo dire- A ma- 
teria del quale sì l'una volta e si l'altra egli tolse 
il gran fatto dell'universale incivilimento, esaminan- 
dolo in prima come iniziato dalla Roma pagana, e 
poi come compiuto dalla Roma cristiana- E ne ri- 
portò lodi di valente conoscitore delle antichità non 
meno profane che sacre. 

Imperocché del considerare eziandio le origini 
della santissima religion nostra assai si compiacque ; 
il che diede poi occasione al principale fra' studi 
suoi, che fu quello della teologia. Del quale pili age- 
vole e sicuro mi torna il parlare, avendoci egli stesso 
lasciato memoria in alcuni fogli scritti tutti di suo 
pugno sì della cagione che spinselo ad abbracciarlo, 
e sì dell'ordine onde il condusse, a L'amore vivo, 
» egli scrive, fin dall' infanzia alle splendide e care 
» forme della religione divina mi fu occasione per- 
)> che io dirigessi i miei studi ad una cognizione 
)) più chiara e più profonda dei principii rivelati, e 
)) della liturgìa cattolica che, quasi veste di porpora 
» e di oro , la cinge e la presenta al mondo sen- 
» sibilo. Però io non aveva l' intenzione di uno stu- 
» dio scientifico , non volea divenir dotto né per 
)) poco né per molto, nel senso-rigoroso di questa 
» parola. Aveva soltanto il modesto desiderio di 
» pervenire e per le altrui ricerche, e per le mie 
V) meditazioni ad una cognizione più ragionata del 
» cristianesimo , onde fruire nelP intimo della mia 



181 
» anima della sua bellezza , e per cercare in esso 
)) quel vero , quel bene e quel bello , che invano 
» poco tempo innanzi aveva cercato nella filosofia 
» socratica e nella morale conforlable di Franklin. » 
Adunque meglio che da inlellettual desiderio fu mosso 
D. Giovanni ad applicarsi alla scienza arcana della 
religione da un potente bisogno del cuore; come chi 
preso alle celesti sembianze di sovrumana bellezza 
facciasi a sottilmente contemplarla, affinchè la più 
netta e precisa cognizione di lei diagli compiuto e 
perfetto l'amoroso godimento, che al primo scorgerla 
provò tumultuante e indistinto. Pertanto, a far paga 
questa sua brama, si die a cercare e meditare le ope- 
re de' principali scrittori ecclesiastici, la cui lettura 
in breve gli adornò la mente di notizie copiose ed 
opportune; cosicché nella giovanissima età di diciotlo 
anni, come apparisce da una sua lettera al cavaliere 
Giovanni Battista De Rossi, della cui virtuosa e dotta 
amicizia grandemente si pregiò, egli già dottamente 
discorreva intorno alle varie epoche del cristiane- 
simo ; e dal colore diverso dello stile, dove scorre- 
vole e trasparente, dove pili caldo e risentito, assai 
credibilmente indovinava la maggiore o minore an- 
tichità di alcuni scritti o incerti di tempo, o fal- 
samente attribuiti ad autore non loro, e di alcuni 
altri distinguea con molto acume i luoghi interpo- 
lati dai legittimi. E fin qui fu maestro a sé stesso. 
Abbattutosi quindi per sua grande ventura ad uno 
de' pili eminenti ingegni che onorino al presente le 
scienze sacre e profane, si pose sotto la disciplina 
di lui per avanzarsi a passi più celeri e franchi nel- 
r impreso cammino. « Fu, così egli prosegue nel sue- 






182 

» citato scritto , la relazione stretta col reverendo 

» in Cristo P. Carlo Passaglia, che risvegliò in me 

» r idea di acquistare una cognizione assolutamente 

» e propriamente scientifica del cristianesimo- Fu 

)) allora che dalla modesta posizione, in cui riguar- 

» dava me stesso di letterato cristiano, passai a con- 

» siderarmi come un giovane teologo, che fa il suo 

)) corso di dogmatica e di esegesi. Ma il P. Passa- 

)) glia, nel pormi avanti gli occhi questa nuova di- 

» rezione, mi pose ancora dinanzi i mezzi indispen- 

» sabili per pervenirvi, il primo mezzo era un corso 

» regolare e pubblico della scienza che ambiva di 

» possedere. Io ci-edo che ognuno che conosce i le- 

\/iLÒ*^Hn » gami di famiglia di un secondogenito di casa no- 

*-jr^^ ' » bile, ed i pregiudizi di una società che disprezza 

'f "^ : )) la scienza , e particolarmente un certo ramo di 

' . » scienza m una classe particolare di persone, ognu- 

'^ 1^1 » no, dico che conosce queste cose, non mi rim- 

'^S'^ » provererà se io non intervenni al pubblico corso. 

y ' » D'altronde credo di aver ben dimostrato la mia 

» buona volontà coli' assistere alla maggior parte 

)) delle lezioni teologiche dell'ultimo trimestre, quan- 

» do l'orario della mia famiglia mi lasciò libere le 

)) ore della scuola- V'era un supplemento al corso 

» pubblico, ed era la lettura di un corso stampato. 

)) Io aveva già per P innanzi percorso la maggior 

)) parte delle Praelecliones del P. Perrone , ed in. 

)) seguito non cessai di rileggere le parti \)m im- 

)) portanti di esse; ma qui bisogna che confessi la 

» prima mia debolezza. Non ebbi mai il coraggio 

» di leggere per intero lo splendido Opus tlieolo- 

» gicum di Petavio, e mi contentai di semplici con- 



183 

» sultazioni (3). Pei' opposto due studi parevano a 
» me graditi, 1' esegesi del nuovo testamento, e la 
» lettura cronologica de' padri. Accennerò in breve 
» i studi nell'uno e nell'altro campo. 

» Primieramente lessi piìi volte il Nuovo Te- 
» Slamento, studiando le proprietà del linguaggio, e 
» fermandomi ai passi più importanti. Mi applicai 
» in particolar modo al testo dogmatico dell' Epi- 
)) stola ai Filippesi, e per affinità col medesimo alla 
» dottrina del Logos ed alla Cristologia dell' Apo- 
)) calisse stessa (in Ebiard, Reitmayr, Hug, Majer 
» e Neander) e dell' Epistola agli Ebrei (nel Com- 
» mentario di Tholuck e in Reitmayr). Parlerò più 
» tardi della utilità che mi recarono, o che piut- 
» tosto non mi recarono le tre dissertazioni scritte 
» sul ristabilimento di un testo di S. Giovanni, sulla 
)) quistione dei fratelli del Signore, e sui testi in- 
» torno alla celebrazione delTa domenica. La man- 
)) canza fino agli ultimi mesi di una buona gram- 
» malica del Nuovo Testamento, m' impedì di acqui- 
)) stare una cognizione teoretica e regolare del dia- 
» letto nel quale è scritto , e mi contentai della 
)) cognizione pratica e delle poche informazioni 
» raccolte occasionalmente nelle interpretazioni di 
)) Schleusner nel suo dizionario. 

)) 1 primi passi fatti nella patrologia, e l'antico 
» amore alla liturgia cattolica fecer eh' io dal prin- 
)) cipio dividessi lo studio della tradizione ecclesia- 
» stica in due, l'uno della dottrina de' padri, l'altro 
)) degli antichi riti della chiesa latina. Nel primo 
» ramo studiai i padri apostolici , gli apologisti , 
» Tertulliano, Cipriano, Clemente d'Alessandria, Ip- 



184 

» polito , ed i frammenti publicali nelle Reliquiae 
» Sacrae del Routh. Lo studio di Tertulliano fu in- 
» completo per la parte dogmatica, e quello di Cle- 
)) mente d'Alessandria, per questa parte, assai poco 
» profondo. L 'amore alla liturgia, alla vita pratica 
» del cristianesimo , mi fece osservare piuttosto i 
» monumenti che questi scrittori ci presentano della 
» società morale cristiana, e trascurare alquanto la 
» parte speculativa dei medesimi- Però in quanto a 
• » Giustino studiai più accuratamente la dottrina del 
» Logos, e recentemente una lettura ripetuta ed at- 
» tenta del Timeo e di altri passi di Platone hanno 
y) presso a poca compito in me la nozione compa- 
» rativa della Trinità Platonica con quella de' padri. 
» La storia dello sviluppo del dogma Trinitario in 
)) Mòhler, in Keis, in Petavio ed in Bullo suppli- 
» rono in parte il mio difetto: e qui pure la Non- 
» Trinità (il nuovo sabellianismo) di Schleiermacher 
» furono come l'ombra al quadro, non ancora in- 
» tero, dello sviluppo della dottrina sull'essenza di- 
» vina. Ma però mi applicai in fine più particolar- 
» mente alla dottrina degli alessandrini. Studiai di 
)) nuovo i passi più importanti di Clemente, l'ana- 
)) lisi del sistema origeniano in Mòhler, e cercai i 
» punti di contatto fra la filosofìa alessandrina e 
» r alessandrina platonica leggendo in Tenneman 
)) ed in Bruker l'analisi del sistema di Plotino e di 
)) Proclo; e finalmente ricercai la congiunzione delle 
» due scuole tentata negli inni di Sinesio. 

« Ma l'altro ramo dello studio della tradizione 
» ocupò più specialmente il mio spirito, che man- 
» teneva la sua antica e naturale inclinazione allo 



185 

)) studio pili pratico che teorico del cristianesimo. 
» F'u questo lo studio deirordinamanto ecclesiastico 
» e della liturgia nei secoli antichi. Lessi quindi 
.)) con grande attenzione e ripetutamente il copioso 
» manuale di Rhein Wald, consultando ampiamente 
» nei luoghi piià notevoli Mamachi, Bingham, Mu- 
» ralori [Praef. in lilur. Rom. vet.), Alzoy, Doel- 
» linger, Neander [Gesch. d. dir. K. voi. I. part. 2- 
» voi. XI parte 2), Mabillon {in Ord- Rom-), le ca- 
)) techesi (liturgiche) di Cirillo , le più importanti 
» omelie liturgiche di Agostino e di Cesareo, e le 
» Costituzioni apostoliche. Molto mi occupai della 
» liturgìa dei secoli nono e decimo, e trassi gran- 
» dissimo profitto dall'opera maravigliosa di Lingard 
» sulla chiesa anglo-sassone , e dalla osservazione 
» pratica contemporanea dell'intatto monumento del- 
)) la liturgia del secolo undecimo che è preservalo 
» nel rito cartusiano. » 

Queste cose scriveva D. Giovanni nell'anno 1852, 
ventunesimo della età sua. Né certo ponno essere 
lette senza stupore da chiunque intenda le sublimi 
altezze della scienza teologica. A tenere e superare 
le quali, non che la foga di un giovane, appena è 
comunemente bastevole la lena di intelletti virili. 
Crescerà poi a dismisura questo stupore ove si con- 
sideri , come nel breve spazio di tre anni , quanti 
egli ne consumò in siffatti studi, una grande por- 
zione di tempo gli andasse nell'affrancarsi vieppiù 
nel greco e nel procurarsi la intelligenza dell' ebrai- 
co, dell' inglese e del tedesco, al fine sì di leggere 
ne' loro testi originali i libri santi e le opere di al- 
cuni padri, e sì di giovarsi o direttamente o indi- 



186 
rettamente dei coinmenti che sugli uni e sulle altre 
pubblicaionsi nell' Inghilterra e nella Germania. Or 
bene stupisca pure altri di tanta forza racchiusa in 
tenerissimo petto, s'ammiri pur altri di una giovi-, 
nezza per tanta copia di eccelsa dottrina invidiabile 
air istessa canizie; non per questo levcrassi in or- 
goglio D. Giovanni, ma anzi ripiegati in sé stesso 
gli occhi della mente vi troverà, in luogo della forza 
e dell'abbondanza, la debolezza e 1' ino[)ia. Cosi gi- 
gantesca ed immensa sta a lui dinanzi l' immagine del 
sodo e perfetto sapere ! «Così in tre anni, egli con - 
» chiude, non ho cessato di occuparmi. 11 cristia- 
)) nesimo è stato costantemente l'oggetto dei miei 
» studi. Ho diviso le mie ricerche fra la teologia 
)) sistematica, 1' esegesi, la patrologia , 1' antichità 
ì) sacra. Ho provato le mie forze: quale ne è stato 
» il risultato ? 11 mio ingegno non è atto a seguire 
» pazientemente la vasta tela di un corso teologico. 
» Son troppo meschino nelle cognizioni filologiche 
» per applicarmi con fruito all' esegesi. La man- 
)) canza di un insegnamento regolare dogmatico fa 
» sì che io non abbia una guida sicura nella patro- 
» logia, e soltanto le ricerche sulla disciplina e sulla 
» liturgia ecclesiastica provocano sempre da mìa 
)) parte, come in antico così adesso, uno studio fatto 
» con zelo, e dirò con entusiamo. I splendidi mo- 
» numenli e riti della Santa Chiesa di Roma, che 
)) risvegliarono in me fin da giovinetto 1' amore a 
» simili ricerche, son sempre per me il campo più 
)) gradito de' miei studi. Ma qui pure io non sono 
)) all'altezza di uno studio scientifico, e per me le 
» ricerche sui libri e sui monumenti non sono che 



187 
» un mezzo, eoi quale cerco di rivivere col cuoì-e 
» semplice e pio negli antichi secoli della Chiesa 
» per cercare conforto alla devozione. 

)) Io non sono adunque un ingegno scientifico. 
» 1 tre opuscoletti da me stampati , e l'argomen- 
» tazione, di cui ho già parlato, sono piccoli sforzi 
» di una ambizione allignala in una mente che non 
» aveva i mezzi per soddisfarla. È una vanità scu- 
» sabile, ma assai da evitarsi, il voler stampai-e cose, 
» ancorché piccolissime, pVima dell'eia matura. Ri- 
)) cordei'ò sempre a questo proposito una prescri- 
» zione che lessi quattro anni fa nel Talmud (Melch. 
» t. IV. e. patr. Gap. V. §. 2), che cioè l'uomo fino 
» ai trent'anni attendesse alle cose domestiche ed 
» alla lettura, per crescere poi da quel momento in 
» attività ed intelligenza. Il Logos divino , fattosi 
» uomo, si sottomise alla prescrizione dei savi della 
» nazione ebrea, e dai dodici ai trent'anni 1' Evan- 
» gelo non racconta un solo fatto o detto di lui. 

)) Lo studio piij semplice e jnodesto, che fu la 
» mia prima vocazione senza viste di erudizione fì- 
» lologica e teologica, senza ambizione scientifica, è 
» più adattato alla mia mente, e, quel ch'è più, nu- 
» trisce quel cristianesimo pratico, senza del quale 
)) il cristianesimo speculativo è la scienza che gonfi;), 
)) maledetta da Paolo (4). » 

Ho voluto recar qui per intero questo lungo 
scritto di D. Giovanni, come argomento irrepugna- 
bile della potenza del suo ingegno e della bontà 
del suo cuore. Vero è che dal lato della specula- 
zione, a voler stare alle sue parole , scarso frutto 
ei raccolse dagli studi sacri j ciò non ostante delle 



188 
Ire disseriazioni da lui ricordate, e troppo severa- 
mente giudicate, le due. Della quislione intorno ai 
pretesi fratelli del Signore, (5) e Della santificazione 
del giorno del Signore (6), (che della terza Sul rista- 
bilimento di un testo di S. Giovanni, non essendomi 
venuto fatto il poterla leggere , non posso dare 
giudizio) sono indizi bastevoli del suo valore nel- 
l'ermeneutica, nella esegesi e nella filologia, mas- 
simamente greca , cui ebbe pronta non pure alla 
interpretazione de' classici, ma altresì alla sposizione 
degli scrittori alessandrini, dove la lingua e lo stile, 
alterati dagl' influssi dell' oriente , riescono di più 
difficile intendimento. Scrisse ancora un' altra dis- 
sertazione Sulle condizioni religiose e civili de' giudei 
al tempo di Cristo, che lesse all' accademia di ar- 
chologia nel giugno del 1850. Lavoro assai vicino 
alla perfezione, ma che egli, sebbene sollecitatone 
più volte da dotti amici, non volle mai pubblicar con 
le stampe. Quanto troviamo scritto intorno a tale 
materia negli ultimi libri delle antichità di Giuseppe 
Flavio ed in parecchi trattati della Gemara, tutto 
è in esso con aggiustatezza compendiato : e le opi- 
nioni dell'Ugolino e del Calmet vengono giudizio- 
samente qua e là rincalzate dalla dichiarazione de' 
testi evangelici. Onde ben si può asserire, l'erudi- 
zione e la critica per modo accordarsi fra loro in 
questo scritto da renderlo, piuttosto che un insieme 
di sentenze probabili, una dimostrazione storica in- 
contrastabile- 

Ma il vero e più stimabil profitto, che D. Gio- 
vanni cavò dal dare opera a tali studi, fu, com'egli 
stesso ci attesta, quello appunto che ne aveva da 



189 
principio desideralo : cioè una più distinta cognizìon 
prr.tica del cristianesinìo , e quindi una nnaggior 
veemenza d'afìPetto in amarlo. D'onde sarà facile in- 
tendere quanta fosse in lui la riverenza ai divini 
misteri, e di quali virtiì andasse adorno il suo spi- 
rito. Tratto singolarmente al diletto che la Santa 
Chiesa co' suoi venerabili riti ne porge per la via 
de' sensi all'anima, bramoso accorreva il pio gio- 
vinetto alle sacre funzioni, e divotamente assisten- 
dovi ne osservava e notava con diligenza le augu- 
ste cerimonie, le quali poi tornatosi a casa faceasi 
a studiare, cercandone negli scrittori da ciò le ori - 
gini e le mistiche significazioni. Le quali altresì 
piaceasi di rintracciare per mezzo agli antichi mo- 
numenti cristiani. Il perchè usava recarsi quando 
in una chiesa e quando in altra per considerare a 
parte a parte tutto che fossevi di più degno di at- 
tenzione ; ne per alcun tempo i suoi passeggi eb- 
bero altro scopo che questo. E di ciò ne fan fede 
le sue moltissime memorie manoscritte, gran por- 
zione delle quali è di cosiffatta erudizione. Né colai 
vezzo dismettea pure viaggiando, come mostra un 
buon numero di lettere ch'egli nella slate del 1849 
scrivea da. Napoli a certo suo amico, le più delle 
quali si ravvolgono nel dar conto delle chiese di 
colà e degli usi religiosi di quel popolo. Laonde 
argomentando taluni da simil foggia di vivere, tenean 
per fermo lui essere chiamato da Dio al sacerdozio. 
Tanto più che il vedeano riccamente fornito di quelle 
virtù, che sono richieste alla perfezione di tale stato ; 
e soprattutto di quella carità in cui, al dire di Paolo, 
tutte le altre virtù melton capo e si assommano. 



190 
Con la quale D. Giovanni abbracciando in Dio e per 
Dio il suo prossimo, in ogni cosa si sforzava di sov- 
venirlo. Coloro che da presso il praticarono asse- 
riscono, mai non aver udito da' suoi labbri motto, 
che riuscisse a sfregio di chicchessia ; e dove ad 
altri in sua presenza ne sfuggisse di bocca alcuno, 
essere slato pronto sempre a smentirlo, ingegnan- 
dosi, quando non potesse altrimenti , di attenuare 
con iscuse e dichiarazioni i falli altrui. Nel richie- 
dere di servigio i famigliasi tanto era cortese e be- 
nigno , che i suoi comandi sembravano preghiere ; 
ed incogliendo a quelli alcun sinistro, con grande 
sollecitudine si adoperava per consolarli , donando 
loro il danaro che s'avesse alle mani, ed esorlan- 
doli alla pazienza ed alla rassegnazione. Al qual uopo 
solea talvolta scriver loro affetluosissime lettere , 
alcuna delle quali a me stesso è accaduto di leg- 
gere non senza commovimento ed edificazione del- 
l'animo mio- 

Riandando così a parte a parte la vita di D. Gio- 
vanni, moltissimi suoi delti e f;Uti io potrei recare 
in mezzo traspiranti soavissima fragranza di carità; 
ma tra perchè se ne allungherebbe di soverchio il 
discorso, e perchè gli atti umani intanto sono vir- 
tuosi, in quanto prendon vita dall' inlime persuasioni 
del cuore; a dimostrare che la carità di D. Giovanni 
era cosa tutta cristiana, basterà eh' io qui trascriva 
alcune sentenze da lui dettale in proposito di que- 
sta virtù : le quali, convenendosi perfettamente in- 
sieme col suo operare, sono da avere senz'altro per 
una manifestazione del suo interiore sentire- « Nar- 
» rano (così egli scrive nella prefazione ad un suo 



191 

volgarizzamento delle lettere di s. Giovanni Apo- 
stolo) di lui (di s. Giovanni) che logoi'O dagli anni 
gravi , dai mariirii e dalle fatiche , per amore 
de' primi fedeli a lui cari per l'amorevolezze degli 
affetti e per la innocenza del costume, e i quali 
lo onoravano come padre e come maestro, si fa- 
cesse sovente condurre sulle braccia de' suoi in- 
trinseci nelle adunanze delle chiese, e là inter- 
rogato intorno la legge di Dio non rispondesse 
che queste sole pai-ole : Figlinoli miei, amatevi a 
vicenda. Sublimi e veramente divine parole ! . . . ^ 
Parole che io vorrei si leggessero sulle porte dei ' t 
grandi, dei potenti e dei ricchi, perchè vi cessasse -> 
la boria ed il lusso, che disprezza ed immiseri- ;^ ^ 
sce la povera plebe, perchè le ricchezze spartite ! ^ 
inegualmente dalla sorte fossero dalla carità dei 
privilegiati spese a illuminare la ignoranza, a soc- 
correre la sventura, a spargere la fede e la ci- , "" , 



viltà , a ricondurre tutti ad un vivere buono e ' < 
felice, perchè finisse l'oppressione di un cristiano 
sopra un cristiano e di un popolo sopra un pò- | «/ 
polo. Parole che io vorrei ripetute nelle aule dei ■ ^ 
sapienti, perchè cessate le vane contese, gli sforzi ' 'j^ 
della scienza si dirigessero solo all' acquisto del 
vero e del bene che illumina, benefica, consola 






ìq 



-^ \ 



e rigenera il popolo . . . Parole che dovrebbono | o ^ì» 
scriversi ... sui seggi dei magistrati e nelle sale ' r 

dei legislatori, perchè a tutti fossero guida la giu- 
) stizia e l'amore, e . . . . cessate le licenziose ri- 
volture, tutti i cittadini facessero libero sacrifi- .'^ 
ciò delle sostanze e della vita al vero bene della 
patria loro. Sicché, ravvivata l'antica fiamma, la 



192 

)) società cristiana si riformasse e rigenerasse ad 
» esempio di quei primitivi nazzareni , che prega- 
» vano con fede ed operavano con amore fra le in- 
)) sidie della menzogna e le persecuzioni della ti- 
« rannide , e passavano lieti dalla preghiera e dal 
» convito fraterno ai tormenti ed alla morte. » Fin 
qui D. Giovanni- Or chi non vede in così alta su- 
blimità di pensieri, in tanta soprabbondanza d'affetti, 
dipinta la propi'ia effigie dell'animo di lui, tutto av- 
vampante d'amore pe' suoi simili ? E di un amore 
non doppio, non mercenario, quale potrebbe all'uom 
suggerire una scaltra filosofia ; ma schietto e gra- 
zioso, quale può solo suscitare ne' nostri petti la re- 
ligione cristiana. 

11 perchè segno alle sue beneficenze furono mas- 
simamente i poverelli ignoranti, e tra questi i fan- 
ciulli; cioè in un ordine da se impotente a ripagarlo 
d'altro che di gratitudine, quella età che per natu- 
rale sconsideratezza ne è meno capaca. Primi per- 
tanto a sperimentare la carità del Torlonia furono 
i contadini del monte Mario , a' cui figlioletti egli 
nel 1846, toccato appena il suo quindicesimo anno, 
aperse presso la villa Mellini una scuola d'elemen- 
tare insegnamento quanto bastasse a formare di quei 
garzonelti buoni ed intelligenti coltivatori- Né già 
teneasi contento a fornir per intero del suo le spese 
a ciò ocqorrenti , ma ed era operosissimo nel ve- 
gliare di per se stesso alla esatta osservanza degli 
obblighi sì del maestro e sì degli scolari- Per la qual 
cosa portavasi di "frequente a visitare la scuola : e 
non isdegnando egli prole di duca di sedere a panca 
co' figliuoli del vignaiuolo e dell'operaio, ne inter- 



193 

mgava l'uno o l'altro intorno a' princìpii del cate- 
chisnfio , del leggere , dello scrivere e del conteg- 
giare, affin di conoscere il loro profitto. E per tal 
guisa tenendo ragione del merito di ciascheduno, sul 
terminare dell'anno in un dì stabilito, alla presenza 
di colti personaggi, donava in premio ai migliori , 
v€sli, strumenti villerecci ed altre simigliantl cose. 
Dai quali tutti esercizi non è a dire quanto van- 
taggio ritraessero que' fanciulli. Del che sommamente 
allegrandosi D. Giovanni, infocavasi ogni dì più nel 
desiderio di allargare ad altre contrade l'utilità del 
suo istituto. Ma innanzi di far ciò si pose in cuore 
di dare a quello maggior perfezione: ed a tal fine 
imprese nella state del 1850 un lungo viaggio pei* 
la Germania, dove abbondando più che in altri luo- 
ghi cosiffatte scuole , si fece a studiarne pratica- 
mente i vari metodi insegnativi, e raccogliendo da 
tutti quanto paressegli più acconcio e proficuo di- 
segnava arricchirne l'opera della sua carità. Se non 
che questa, lungi dal procedere in meglio ed allar- 
garsi , secondo che egli avea desiderato, quali che 
si fossero gli ostacoli che la impedissero, in breve 
del tutto cessò; certo con grave sconcio della intera 
città , al cui morale e materiale ben essere come 
non può non tornare vantaggiosissima una sufficiente 
coltura de' lavoratori delle terre , così è dannosis- 
sima la loro grossa ignoranza. Ma torniam di nuovo 
agli studi di D. Giovanni. 

Il cui valore nella filosofia razionale ne viene 

abbastanza indicato da parecchi suoi lavori inediti, 

e da uno stampato che ha per titolo Teoria del- 

Vamore (7) : scrìtterello che in poche pagine tutte 

G.A.T.CLXI. 13 



194 

reca in succinto ed esamina le sentenze, che sopra 
questa suprema cagione dell'universale armonia det- 
tarono la sapienza indiana, la grecoromana e la cri- 
stiana, per indi dedurre l'esistenza di un primo ed 
eterno amore, dal quale tutti gli altri fontalmente 
derivano, ed intorno al quale i medesimi, quasi astri 
dal sole illuminati ed attratti, con perpetuo giro si 
ravvolgono. Della fisica pure e della chimica ebbe 
sufficiente notizia; che oltre all'averne ascoltato per 
un anno le lezioni in questo archiginnasio romano, 
tolse a compendiare per suo uso i manuali del Pou- 
illet e del Regnault, e buona parte delle opere del 
Chimenti, del Purgotti e del Payen. 

• Né la severità della scienza il rese straniero alla 
gentilezza delle arti. Ed in quelle del disegno sentì 
tanto addentro, che potè lodevolmente filosofarne in 
uno scritto intorno al sublime nel concetto delle tre 
massime opere di Michelangelo, che fé pubblicar per 
le stampe in Lipsia l'anno 1850. Dilettossi oltremodo 
nella lettura de' poeti , e principalmente in quella 
dell'Alighieri, del Tasso e del Leopardi. De' quali due 
ultimi volle altresì onorare pubblicamente la memo- 
ria: e del Leopardi annotò e mise a stampa quat- 
tro lettere inedite (8): e del nostro grandissimo epico 
fece sì che noi ad ogni anno potessimo rimemorare 
le indegne sventure nella sua propria cella di s. Ono- 
frio, la quale per lungo tempo dimentica e sol da 
poco in qua riconoscibile ad una iscrizione che la 
pietà d'un monaco v'appose, fu nel 1848 per le cure 
di D. Giovanni restituita alla dignità di un monu- 
mento; ed al presente, ricomposta nel suo vecchio 
addobbo e raccoltivi quei pochi ed umili arnesi che 



195 

ne erano la povera suppellettile mentre che il grande 
ed infelice ospite v'abitò, è dato ogni anno di vi- 
sitarla a cui piaccia il giorno 25 d'aprile anniver- 
sario della sua morte- E perchè di questa, come di 
scena principale compiutasi fra quelle mura , non 
mancasse ivi ricordanza viva a perenne, il giovane 
Torlonia ottenne dal suo padre D. Marino che do- 
nasse al luogo quel quadro, che ora l'adorna, rappre- 
sentante Torquato che disteso sul suo lettuccio , 
circondato da' monaci suoi pregan tigli pace, e com- 
pianto da Cinzio Aldobrandini cardinale e da altri 
illustri personaggi , rende 1' anima a Dio- Inscritte 
sulle pareti della cella e del corridoio che ad essa 
conduce hannovi parecchie sentenze dirette a risve- 
gliare in chi entra affetti pii e generosi , secondo 
che la dignità del luogo richiede ; le quali dettate 
da D. Giovanni non pure ci rilevano i nobili sensi 
ond'egli fu guidato a compiere la bella impresa di 
cui discorriamo, ma sono altresì, come dire, il con- 
tinuo e permanente suono della sua voce che inces- 
santemente ne invita a compatire gl'infortuni e a 
venerare le virtù del cantor di Goffredo (9]- 

11 genio per le arti gentili, cioè la propensione 
dell' i-ntelletlo a vagheggiare le forme del bello, co- 
me accusa in noi squisitezza di senso, così alla no- 
stra facoltà amorosa porge occasione di spiegamento 
e d'azione. Conciossiachè questo abbia di proprio la 
bellezza, ch'altri non può contemplarla senza sen- 
tirsi tiatto di forza ad accostarsele. Per la qual cosa 
in D. Giovanni, affezionatissimo a queste care e di- 
vine arti, dovea di necessità soprabbondare la po- 
tenza dell'amore- Né intorno a ciò m'è bisogno di 



196 

spendere lunghe parole; moltissimi essendo gli amici 
di lui , i quali possono testificare della intensità e 
della costanza del suo affetto. Lo che s' intenderà 
eziandio da questo, che lasciandosi egli tirare alle 
amistà dai soli allettamenti della virtù, il perseve- 
rare in quelle era un permanente effetto della in- 
variabilità di questa , !a quale sempre egualmente 
ammirevole, egualmente amabile, tosto che un ani-- 
mo benfatto le si avvicini, con saldissimi vincoli a 
sé legalo e ritiene. E poiché la virtiì non é privi- 
legio esclusivo di uno speciale ordino di persone, ma 
sì è qualità asseguibile ad ogn' uomo ; il Torlonia, 
la scorgesse in chicchesifosse, correa di tratto ad ap- 
pressarla: ed in modo fu lontanissimo da quella matta 
burbanza di tanti suoi pari, i quali, non che la con- 
versazione, fuggono pur anco il saluto di chiunque 
non sia titolato, o non rechi nastro in sul petto; 
che le più salde e gradite amicizie ci le contrasse 
con cittadini di mezzana condizione stimabili per in- 
gegno e sapere. Con questi solca trapassare buona 
parte del giorno in dotti ragionamenti: e la giocon- 
da lor compagnia scusavalo appieno di tutti quegli 
spassi, pe* quali la nobile gioventù suol correre bra- 
mosa in sulle veglie ed ai teatri. Prontissimo a fa- 
vorirli in ogni cosa che potesse, così il facea, che 
maggior contento sembrava prendere egli nel con- 
ferir loro i benefici, che non essi nel riceverli. Ma 
di cotali sue piacevolezze e cortesie, essendo elle a 
notizia di tutti, non occorre parlare più a lungo: 
ed io liberamente abbandono l'affettuoso tema a chi 
per propria esperienza potè misurare la capacità di 
quel gran cuore. La quale ognor più con gli anni 



197 

allargandosi, addusselo assai per tempo a desiderare 
quello stato di perpetua e couipiuta amistà che nel 
matrimonio apparecchiò all'uomo la natura, e la re- 
ligione santificò. E qui del ricordare le nozze di lui 
con Donna Francesca de' principi Ruspoli, avvenute 
il 21 febbraio 1851 , molto volentieri mi passerei 
per non offendere con la memoria di una svanita 
allegrezza il presente dolore di tanto bellissima e 
virtuosissima signora: ma come tacerne senza fro- 
dare ad un tempo D. Giovanni della debita lode di 
marito e di padre ? Lode sopra ogni altra eslinia- 
bile,conciossiachè mostri Tuomo commendevole nelle 
sue azioni, cioè ammaestrato nella scienza pratica 
del vivere, la quale vince di lunga mano in eccel- 
lenza qualunque piiì sublime speculazione. 

Ma le amorevoli cure in verso la gentile com- 
pagna o le assidue premure nel bene educare la fan- 
ciullezza del suo vezzosissimo unigenito dementino 
non le impediron dal seguitare i suoi diletti studi. 
E se non che indi a non molto una fiera ed ostinata 
infiammazion d'occhi, resagli impossibile ogni appli- 
cazione sui libri, il costrinse ad un ozio ingiatissimo 
(che egli non pure sostenne con cristiana pazienza, 
ma anzi dicea riconoscerlo come un dono della prov- 
videnza, la quale impedendolo così da novelli studi 
davagli agio di perfezionarsi ne' già fatti col mezzo del- 
la meditazione); certo da alcuno insigne monumento 
del suo più maturo ingegno potremmo noi ora ar- 
gomentare il valore di lui nelle scienze e nella eru- 
dizione. Tuttavia non è a pensare si rintuzzasse per 
questo in esso la brama dell'apparare, che anzi a- 
guzzossi davvantaggio ; secondo che è natura degli 
umani appetiti ingagliardire in mezzo ai contrasti- 



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E per nppagarlfi prese a supplire al difetto de' pro- 
pri occhi col farsi leggere da altri le opere che gli 
bisognasse consultare. 

Ma gli studi, in cui da indi in poi principalmente 
si esercitò, furono quelli della eloquenza. Ai quali 
poco avea atteso per lo passato : che sebbene avesse 
lungamente letto e meditato i classici scrittori an- 
tichi e recenti, pure perduto a rintracciare in essi 
notizie e fatti, piuttosto che a far tesoro di bellezze 
e di eleganze , non si era mai dato gran cura di 
fare ritratto , scrivendo , dallo stile e dalla lingua 
loro. Che se da ultimo rivoltosi alla difiQcirarte, non 
giunse a tenerne la perfezione, niun saggio e di- 
screto uomo ne dovià maravigliare, il quale ponga 
mente al troppo breve tempo che D. Giovanni ebbe 
da percorrere l'immenso e faticoso cammino, per cui 
arrivasi al grado dì eccellente scrittore. Del resto 
chiunque tolga ad esaminare le tre piccole raccolte 
di poesie eh' egli venne pubblicando dal 1853 al 
1858 (10), dovrà di leggieri avvedersi del progres- 
sivo perfezionamento che in lui andavano a mano 
a mano acquistando la facoltà dell'inventare e l'at- 
titudine al bello scrivere. In proposito di che non 
sarà qui inutile il chiosare alcun poco quella stra- 
vagante lode data non ha guari a D. Giovanni in 
un giornale straniero (11), che cioè egli ienlasse di 
rinfrescare da tedesche sorgenti la poesia italiana. Non 
negherò io già che da principio il Torlonia in pa- 
role ed in fatti si mostrasse forte invaghito delle fan- 
tasie de' poeti tedeschi, indottovi forse da una spe- 
cie di riverenza ch'egli sentia in verso una nazione 
cotanto benemerita di quegli studi critici ed eru- 



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diti, ai quali fino allora egli avea atteso : essendo 
naturale disposizione dell'animo nostro argomentare 
perfezioni, e fabbricarsi iu mente degli obbietti amati 
altrettanti idoli per ogni lato inarrivabili- Ma che per 
questo ? Ne lo dovrò io lodare? Certo noi farei mai 
quand'anco dovesse da ciò riuscire non bello il ri- 
tratto che vò facendo di lui. Ma non sono a tal 
caso: imperocché riguardando agli estremi passi, cioè 
ai più franchi e più giusti, che egli pose nel sen- 
tiero delle lettere, io il veggo, manifestamente pen- 
tito di cosiffatto suo fuorviare , riprender nel bel 
mezzo il retto e sicuro cammino- Di fatti come al- 
trimenti spiegare il caro diletto che a mezzo l'an- 
no 1856 sperimentò il Torlonia all'udire il canto 
di Giovanni Battista Maccari, e l'invogliarsi di far 
conoscere al mondo, pubblicandoli a sue spese, i versi 
di così gentile ed elegante poeta (12) ? Oh ! vorrà 
forse altri persuaderci che anco il Maccari tentasse 
di rinfrescare da tedesche sorgenti la poesia italiana^ 
e che perciò i suoi carmi sonassero graditi e mera- 
vigliosi a D. Giovanni ? Per fermo che desterebbe le 
risa di tutti chi s'appigliasse a così disperato par- 
tilo, come chi pretendesse provarci le greche muse 
essere nove silfidi. Apollo un folletto, fantasmago- 
ria la divina commedia di Dante, la lira del Pe- 
trarca un violone cupo ed assordante. Né meno ac- 
concia allo stesso proposito torna la Strenna pel 
nuovo anno che a cura di D. Giovanni vide la luce 
in Firenze sul cominciare del 1858. Avvegnaché in 
essa sleno raccolte insieme parecchie poesie di gu- 
sto assai squisito e schiettamente italiane. Le quali 
valgono altresì a convincere di falsità quel!' ardilo 



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motto, onde lo scrittore tedesco, di cui ragioniamo', 
ci fa sapere non essere il snolo di Roma favorevole 
alla vita dello spirilo (13). Imperocché se la vita 
dello spirito in niuna cosa meglio si manifesta che 
nella poesia, converrà pur dire che Roma, la quale 
ha dimostrato col fatto di questa Strenna di non 
mancare d' ingegni veramente poetici, non sia poi 
quell'albergo di mummie aride e stecchite che egli 
vonebbe far credeie al mondo. Ma checchessia di 
ciò, rifiuterò io senz'altro, per le addotte ragioni, a 
nome del Torlonia, la datagli lode d'essersi cioè stu- 
diato d'afforastierare lo schietto e natio gusto delle 
patrie lettere: lode, chi ben guarda, assai ingiuriosa 
al senno di un italiano. Tu certo non loderesti un 
ricco signore, il quale trovandosi di possedere oro 
e gemme in casa sua, uscisse in tiaccia di grezzi 
diamanti e di metalli men puri; e vorrai e potrai 
lodare^n nazionale di Dante, di Petrarca, di Ariosto 
che vada ad imparar poesia da Goethe e da Lenau ? 
Or che cos'altio è poesia se non imitazione della bella 
natura?E questa dove più bella che in Italia? dove più 
orrida e morta che sotto l'ombra perpetua dell'Ercinia, 
e su pe' borni nevosi delle retiche alpi ? Ma di ciò sia 
detto abbastanza. Che se tuttavia altri si ostinasse a 
voler mantenere a D. Giovanni il falso onore attribui- 
togli nel sopra ricordato giornalaio dirò a costui : To- 
gli, apri e leggi ; è questo l'ullimo lavoro di lui» il di- 
scorso intorno alla vita di Francesco Orioli (14): non è 
poesia, è prosa, ma non però diversamente da quella 
soggetta alle leggi del bello ; trovami in esso, se vali, 
locuzione od immagine che accusi in chi lo scrisse 
gusto men che italiano- Non li verrà fatto: così ne 



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precede il dettato schietto, puro, riflessivo, Ionia" 
nissimo da ogni stranezza. Per le quali tutte cose 
parmi non potersi punto richiamare in dubbio, che 
1). Giovanni a mano a mano che si venne avan- 
zando negli studi dell' eloquenza si raccostasse al 
gusto verace de' classici, e conseguentemente desse 
fermissima speranza di riuscire elegante scrittore. 
Ma ahi ! inutile speranza, sa nel suo più bel verde 
venne in un tratto a inaridire ! 

Era tornato di fresco il caro giovinetto in seno 
alla sua famiglia da un non lungo, ma faticoso viag- 
gio su per l'Apennino che separa l'Abbruzzo dalla 
Marca d'Ancona, dove avealo condotto il desiderio 
di esercitarsi, scegliendo erbe, negli studi botanici 
che da alcun tempo avea preso a fare ; quando il 
dì 25 ottobre dello scorso anno fu colto improv- 
visamente da fierissima febbre che in breve il ri- 
dusse a caso di morte- Non appena si divulgò la 
triste novella, ben si conobbe quanta cara e pre- 
ziosa vita fosse in pericolo. Piena la casa di con- 
giunti e di amtci,. continuamente assediata la porta 
del palagio da genti ansiose, tra le quali molti che mai 
non aveano udito la voce dell'infermo, taluni né men 
vistone il volto, e pure perchè il sapeano buono e 
virtuoso l'amavano , e tutti in fretta accorreano a 
chie